Abramovich paga per Putin “Ritorsione per Skripal”

Un rigore e il Chelsea ha vinto la sua ottava Coppa d’Inghilterra. Sugli spalti esultavano tutti tranne il proprietario, Roman Abramovich. Per la prima volta da quando ha comprato i Blues nel 2003, era assente. Due calci. Il primo è quello vittorioso di Hazard alla palla, il secondo è quello del governo britannico al magnate russo: il visto di Abramovich non è stato rinnovato. La partita contro il Manchester United a Wembley è finita, ma la guerra a Londongrad è appena cominciata.

Il jet privato del tycoon russo è decollato l’ultima volta dal suolo britannico il 1° aprile. Il suo boeing 767 forse ora è nei cieli nuvolosi di Mosca o in quelli ovattati della Svizzera. Di certo, non più in quelli grigi della City. Con 9,3 miliardi di sterline di patrimonio, Abramovich non può più tornare a casa, una villa da 90 milioni al Kensington Palace Gardens, lungo quello che nella Capitale chiamano il viale dei miliardari.

All’oligarca russo non è stato rinnovato il documento di livello 1, riservato a imprenditori di “eccezionale talento”, cioè con fondi eccezionali. Come lui, dal 2008 al 2015, hanno ricevuto quel documento 700 russi, quasi tutti ricchissimi, a cui il Comitato Affari Esteri di Downing Street ieri ha lanciato il guanto di sfida: un report dal titolo “L’oro di Mosca e la corruzione in Gran Bretagna”.

Per il conservatore Tom Tugendhat la politica “non può più rivolgere il suo occhio cieco ai soldi sporchi di cleptocrati e abusatori dei diritti umani russi”. Per il laburista Chris Bryant il mancato rilascio del visto ad Abramovich testimonia che “gli alleati di Putin sono stati marcati”.

La biografia dell’uomo elegante che assisteva annoiato alle vittorie della sua squadra, è quella di un orfano a Saratov, cresciuto da uno zio ebreo a Mosca e poi dall’esercito sovietico. Diventato, da soldato semplice dell’Armata rossa, prima governatore della remota regione siberiana di Chukotka, poi uno degli uomini più ricchi di Londra. Infine, del mondo.

Durante la perestroika gorbacioviana, Abramovich monopolizza l’export di petrolio insieme al socio Berezovsky. Fonderanno la Sibneft, che renderà entrambi ricchissimi. Quando sarà tempo di cederla alla Gazprom nel 2005, Abramovich accetterà la proposta del Cremlino, Berezovky, oppositore di Putin, no. Prima di essere ritrovato impiccato nella sua villa, Berezovsky aveva trascinato Abramovich all’Alta Corte di Londra, dove perse il processo nel 2013. Quasi per lo stesso motivo, accordi mancati sulla cessione di quote aziendali, ora, nello stesso tribunale londinese, attende Abramovich un altro oligarca russo, Oleg Deripaska. Sul piatto c’è il controllo quote della Nornickel, l’azienda produttrice di nickel più grande al mondo.

Deripaska, che ha appena ceduto la Rusal perché finito nello scandalo dell’“intervento russo nelle elezioni americane” per le dichiarazioni dell’escort Rybka, compie la sua prima apparizione pubblica dopo essere finito nell’ultima lista di sanzioni anti-russe del Tesoro Usa. Abramovich invece al processo in tribunale, come alla finale di campionato, non c’è. Londra vuole ripulire Londongrad, ma è la culla delle diatribe legali dei miliardari russi.

Intanto tra le due Capitali è tempesta di dichiarazioni e nessun passo indietro. Per il portavoce di Putin, Dimitry Peskov, il visto non rinnovato ad Abramovich è “atto ostile”, e il report Moscow gold ennesima manifestazione “di inaudita russofobia innescata dal caso Skripal, una messa in scena organizzata dai britannici”.

Serie tv, contro il “virus seconda serie” serve Nosferatu

La sindrome del numero due, ben nota ai romanzieri, vale anche per le serie, vedi Westworld, duplice già nella programmazione (SkyAtlantic, lunedì; alle tre di notte la versione HBO coi sottotitoli, alle 21.15 la versione doppiata. Insonnia a parte, i sottotitoli sono preferibili, perché le possibilità di capire tutto quel che accade è comunque esclusa). Il selvaggio West, luogo deputato del fu cinemascope, è ora il luogo meno selvaggio della terra: un parco a tema “dove tutto è concesso”. E dove tutto è connesso, iperconnesso. I resident sono androidi programmati per soddisfare ogni desiderio degli host (noialtri mortali): sedurre, abbandonare, uccidere… basta entrare e scegliere la narrazione giusta, come nella direzione del Pd. Lo spunto arriva dal mondo dei robot di Michael Crichton e gronda citazioni. Ma se la prima stagione abbinava gli scenari d’epoca a una suspense metafisica attualissima – in un mondo in cui gli algoritmi hanno sostituito gli dèi, chi replica chi? – in Westworld 2 si passa all’azione. Fin troppo. I resident hanno scoperto l’inganno, sanno che là fuori c’è un mondo, vogliono conquistarlo e sarà una carneficina come ai tempi degli Apache. Arrivano i nostri… ma i nostri chi sono? È una deriva catastrofista dove gli androidi somigliano parecchio ai cari vecchi zombie, e tra un po’ si comincerà a sentire la mancanza di Nosferatu. Come se il vecchio cinema di genere uscisse dalle tombe per vendicarsi del suo ambiguo replicante, la serie Tv.

Il Sessantotto Neoliberista

Nel Sessantotto l’atteggiamento diffidente verso ogni autorità e l’insistenza sulla libertà di espressione culturale ebbero l’effetto benefico di rendere più solari le posizioni austere e spesso puritane dei movimenti socialisti e comunisti ufficiali.

Ma lo Zeitgeist di cui il Sessantotto fece parte promosse anche approcci alternativi a queste priorità. Pure i neoliberisti festeggiarono la riduzione del potere dei governi (benché non delle società private) e la libertà di espressione individuale (posto che tale espressione si manifestasse nelle scelte finanziarie). Le imprese capitaliste furono veloci a sfruttare le innovazioni nella moda, nella musica e in altri fenomeni potenzialmente di consumo degli anni Sessanta, imitando e imponendo su di essi una forma merce. Alla fine del Ventesimo secolo, ad esempio, le etichette discografiche preferivano costruire band e gruppi interni anziché rispondere alle energie che provenivano in modo spontaneo dai giovani nella società. Non c’è quasi nulla che le imprese capitaliste non possano imitare, catturare, produrre in serie e alla fine monopolizzare, inclusa la stessa ribellione.

Il fatto che il neoliberismo si appropriasse del declino della deferenza e della richiesta di espressione individuale ha avuto implicazioni molto più importanti della creazione di prodotti culturali. Le politiche della sinistra e della destra sono sempre dipese entrambe dal rispetto per l’autorità statale e dalla volontà di obbedire da parte di soggetti e cittadini. Quando, nel corso del Novecento, i partiti socialdemocratici iniziarono a formare dei governi, diedero spesso per scontato di poter ereditare un consenso generale verso la legittimità dell’autorità statale. Che cosa accadrebbe se la deferenza non potesse più essere data per scontata?

Alla fine degli anni Sessanta, Jürgen Habermas scorse una crisi strutturale di legittimità nell’ordine capitalista e, come molti a sinistra, la interpretò come un fenomeno che avrebbe accelerato il crollo definitivo quell’ordine. Invece toccò allo Stato, e soprattutto allo Stato sociale, essere vittima di una forte delegittimazione. E i principali critici dello Stato non erano degli esponenti della sinistra, ma i sostenitori di un mercato libero e non ostacolato dalla regolamentazione e dalla tassazione. Siccome il mercato opera sulla base della libertà di scelta individuale, i suoi sostenitori poterono appropriarsi degli appelli sessantottini alla libertà individuale.

Non era questo che i sessantottini volevano. Solo certi tipi di scelte possono trovare espressione sul mercato, cioè scelte di consumo materiale, quelle che essi consideravano alienanti. Inoltre, la sostituzione dello Stato con i direttori e i manager delle imprese non rappresentò certo un miglioramento per il ruolo dell’autorità. Tuttavia, l’interpretazione neoliberista dell’emancipazione colpì profondamente un pubblico più ampio, sempre meno legato alle vecchie forme di deferenza e sempre più insofferente verso la regolamentazione e la tassazione, soprattutto in un momento in cui l’economia privata rendeva disponibili così tanti prodotti attraenti. I partiti conservatori e liberali prima e, dagli anni Novanta, socialdemocratici poi abbracciarono la svolta mercatistica.

Ma ciò che è ancora più deprimente per lo spirito del Sessantotto è il fatto che il capitale sia stato più abile dei suoi critici nell’apprendere come operare in un mondo caratterizzato dal declino della deferenza e da strutture postburocratiche, sfruttando l’informalità e la flessibilità prefigurata dai movimenti di protesta tra gli studenti, i lavoratori, le femministe e gli ambientalisti.

Come ha mostrato Zygmunt Bauman nel suo libro Modernità liquida, gli ultimi decenni sono stati segnati da una disillusione diffusa verso le strutture “solide”. Il cambiamento sembra onnipresente, e tanto le istituzioni quanto gli individui devono continuare ad adattarsi a uno stile frenetico di vita “liquido”. Il cambiamento deve essere incessante, benché sia i suoi motivi sia il suo scopo rimangano oscuri. In un simile ambiente, le grandi aziende moderne si trovano nel loro elemento. Possono persino dissolversi e riapparire in un’altra forma, con un nome, un logo, un capitale, dei lavoratori e un’ubicazione geografica differenti, spesso sfruttando cavilli nelle normative fallimentari che permettono di sfuggire ai creditori delle loro precedenti incarnazioni. Gli Stati non possono fare nessuna di queste cose: rimangono solidi, per dirla con Bauman. E così anche i partiti politici, i sindacati e le organizzazioni riconosciute.

Mezzo secolo dopo il Sessantotto, quindi, è l’impresa la forma di organizzazione che si è dimostrata più capace di assimilare le sue lezioni di flessibilità e adattabilità. Per la sinistra, le organizzazioni liquide e in costante mutamento corrispondono a una serie di movimenti in gran parte transitori e collegati solo in via informale. Ognuno di questi movimenti lascia ai suoi successori poche vittorie consolidate o risorse organizzative da cui partire, al di là dell’esperienza di quegli individui che passano da una generazione all’altra finché non diventano disillusi o muoiono.

La ragione principale di questa differenza tra le imprese e le altre organizzazioni è che il capitale, pur essendo la più liquida tra tutte le risorse, è in fondo posseduto da qualcuno, e la sua proprietà è concentrata nelle mani molto solide di un piccolo numero di persone o famiglie molto ricche. Queste ultime vanno e vengono, ma i nuovi arrivati imparano presto a seguire le regole per conservare il capitale e farlo crescere, così che il sistema possa riprodursi.

Un tempo, il potere politico possedeva una forma di “solidità oltre la liquidità”, quando i sovrani medievali conquistavano, conservavano e perdevano grandi fette di territorio in tutta Europa e, nel più recente periodo coloniale, in tutto il mondo. Ma gli Stati moderni lo fanno raramente, dal momento che includono popoli dalle cui lealtà e identità apparenti traggono forza. I partiti, i sindacati e gli altri movimenti di massa hanno un problema analogo, essendo definiti dall’adesione degli iscritti e dalle cerchie più ampie di persone sulla cui lealtà possono contare. Le persone rappresentano la loro risorsa principale, ed essi hanno bisogno che queste persone diano loro i voti, il denaro e l’impegno volontario che determinano la loro forza. Le lezioni organizzative del Sessantotto sono qui di poco aiuto, portano esempi di scoppi straordinari di entusiasmo appassionato che di rado possono essere sostenuti da grandi masse di persone per un periodo di tempo qualsiasi. Il capitale, al contrario, sfrutta la sua ricchezza per comprare temporaneamente i servizi delle persone a cui dà lavoro.

Il Sessantotto produsse una generazione arrabbiata ma sicura di sé, insofferente verso la mancanza di flessibilità delle istituzioni della società. Il 2018, invece, produrrà una generazione arrabbiata ma angosciata, strapazzata da un’insicurezza flessibile. A posteriori, nessuna delle due sarà stata in grado di capire cosa fare.

Casalino, il Sensi di Di Maio, ai raggi X dopo tante ironie

Nella trattativa che ha portato al Salvimaio, colpiva la presenza al tavolo di Rocco Casalino. C’erano Maroni, Siri, Giorgetti, Centinaio e Calderoli. C’erano Di Maio, Castelli e Spadafora. E poi c’era lui: Casalino, “quello del Grande Fratello”. Che governo sarà, si chiedono in molti, se uno dei “pensatori” ha militato a inizio carriera nella scuderia di Lele Mora per poi litigare ferocemente con Solange e Platinette? Nato in Germania (Frankenthal) nel 1972 da genitori pugliesi, Casalino si è laureato a Bologna in Ingegneria Elettronica con specializzazione in Ingegneria Gestionale. Nel suo curriculum c’era un conseguimento di un master’s degree in Economia presso la Shenandoah University di Winchester, smentito però dall’Università. Nel 2000 partecipa alla prima edizione del Grande Fratello. Si professa “maledettamente esibizionista e voyeur” e arriva quarto. Più o meno in quel periodo rilascia un’odiosa intervista alle Iene, in cui pronuncia frasi schifosamente razziste. L’intervista rispunta magicamente fuori nel 2014, dopo che Casalino aveva criticato l’intervista di Daria Bignardi ad Alessandro Di Battista. La ritrasmettono tutti, compresa Rai3 (Mannoni). Casalino si difende così nel blog di Beppe Grillo: “13 anni fa frequentavo il ‘Centro Teatro Attivo’ di Milano. In un corso di recitazione si sviluppò lo studio dei personaggi e a me fu affidata l’interpretazione di un personaggio snob, classista, xenofobo e omofobo. Per questa interpretazione, dovevo usare un linguaggio paradossale ed estremista.

Per sbeffeggiare l’ipocrisia di molti personaggi pubblici, interpretai questo ruolo politicamente scorretto in una intervista alle Iene, utilizzando lo studio fatto nel corso di recitazione”. Nel 2011 si iscrive al M5S. Un anno dopo si candida alle Regionali lombarde, poi però cambia idea. Nel 2013 è ingaggiato come vice da Claudio Messora, al tempo responsabile della Comunicazione al Senato. L’anno successivo è già il capo comunicazione M5S. Di fatto è lui a decidere chi va e chi no in tivù. E soprattutto con chi. Sta a Di Maio come Filippo Sensi stava a Renzi. Se per esempio la Lombardi va in tivù, è lui a spingere perché il contraddittorio non sia troppo duro. Ogni tanto prende qualche cantonata, tipo scambiare la frase “la toppa peggio del buco” per un vergognoso insulto omofobo (Casalino si è dichiarato bisessuale). Figurarsi: la frase è solo un modo di dire – usato ad esempio da Nereo Rocco – per indicare quando un personaggio cerca di rimediare a un errore con una mossa peggiore della precedente. E al permaloso Casalino capita. Ogni tanto usa i Whatsapp dei giornalisti per “spammarli” con notizie prescindibili e talora complottistiche, tipo il sedicente “broglio” dei voti all’estero che Casalino volle segnalare proprio il 4 marzo (senza che nessuno gliel’avesse chiesto) all’umano mondo. Dopo il voto, è stato Casalino a gestire i colloqui per gli aspiranti nuovi “comunicatori” 5 Stelle. Domande tipo: “A quanto ammonta il reddito di cittadinanza? Cosa è la soglia del 3 per cento? Con quali maggioranze vengono eletti i presidenti delle due Camere?”. Se vuoi contattare un parlamentare 5 Stelle, ti rispondono: “Chiedi a Casalino”. Secondo Enrico Mentana, che di recente lo ha salvato da un imbarazzante fuori onda, “Rocco Casalino fa il suo lavoro né meglio né peggio di tutti gli altri portavoce”. Secondo molti conduttori tivù, è invece uno dei più scaltri e preparati tra i grillini. Di sicuro, essendo uno dei 5 Stelle più sott’esame, nei prossimi mesi capiremo se le critiche che lo riguardano sono giustificate o invece figlie di preconcetti.

Le ambasce di un grillino di sinistra

Ussignùr, sempre stato di sinistra, fuggito dal Pd renziano perché era andato a destra, ora mi trovo alleato con Salvini! Ti rendi conto? Dalla padella nella brace…

– E non solo Salvini, pure Calderoli…

– Quello del Porcellum e dell’“orango” alla Kyenge. No, non ce la posso fare.

– Capisco. Ma non hai detto che pure il Pd di Renzi è di destra? Come ti giri ti giri…

– Già, il partito dei lavoratori gli ha tolto diritti e messo i voucher per sfruttarli meglio. E Marchionne “ha fatto di più dei sindacati”. Non mi ci far pensare…

– Ti tocca.

– Eh, ma Di Maio mica rimette l’articolo 18! E rivuole pure i voucher. Moriremo tutti precari, se va bene.

– Vero, ma almeno c’è il reddito di cittadinanza per chi è senza lavoro… qualche rospo si deve pur ingoiare per andare al governo.

– Ma così è troppo! Come fai a dialogare con uno che dice “prima gli italiani”, “l’Africa in Italia non ci sta” e vuole cacciare gli immigrati a pedate nel culo? Tant’è che nel contratto hanno tolto i nidi gratis alle famiglie straniere e vogliono spostare soldi per l’accoglienza nel “Fondo Rimpatri”.

– Hai ragione, però… non stavano anche nel tuo ex Pd quelli che inciuciavano sull’accoglienza con Buzzi e Carminati? E non è del Pd Minniti, con il suo “Daspo urbano” contro chi è “indecoroso” e il decreto contro le Ong? Quello del “sono calati gli sbarchi” perché i migranti muoiono in mare o nelle carceri libiche? “Aiutiamoli a casa loro” l’ha detto pure Renzi…

– Sì, ma questi vogliono il Far West, tutti armati e difesa sempre legittima!

– Pure il Pd voleva cambiare la legge…

– Ma non l’ha fatto!

– Non ha fatto neanche la legge Richetti sul taglio dei vitalizi, né una legge seria sul conflitto d’interessi o il Daspo per i corrotti. Nel contratto invece queste cose ci sono.

– Seeee, e con Berlusconi riabilitato che incombe, secondo te, le fanno davvero?

– Non resta che aspettare e vedere. Intanto però è la prima volta che si mette nero su bianco che nel governo non ci devono essere condannati e massoni e le intercettazioni vanno potenziate e non silenziate…

– Vero, ma come la mettiamo con la Flat Tax che favorisce i ricchi? E c’è pure l’ennesimo condono camuffato da “pace fiscale”: i contribuenti onesti se la prendono in saccoccia, mentre chi non ha pagato le tasse si becca lo sconto…

– D’accordo. Ma almeno si parla esplicitamente di “carcere vero per i grandi evasori”. Non diventeremo la Germania, ma meglio della repubblica di Bananas. E poi anche la voluntary disclosure del tuo ex Pd non era un condono?

– In effetti… come ti giri ti giri. Vabbè, forse non sarà tutto da buttare, ma comunque ‘sto accordo gialloverde non regge sui conti: sai quanto costano insieme reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Fornero? Un sacco di miliardi! Più l’Iva e i soldi che forse ci chiederà l’Ue perché i nostri “sforzi strutturali per il 2018 sono pari a zero”. Zero, capisci?

– Appunto, questo te la dice lunga su chi ci ha governato finora. Hanno dato 18 miliardi agli imprenditori e abbiamo la disoccupazione all’11%, 17 alle banche, più i bonus elettorali che non sono serviti né a chi li ha avuti né a farli vincere. E chi le ha messe le clausole di salvaguardia? Loro! Almeno questi vogliono aiutare disoccupati, famiglie e pensionati. Vediamo se ce la fanno.

– Vediamo. E che Dio ce la mandi buona. Anzi, ci aiuti a casa nostra.

Salvimaio, i paradossi della libertà

Pochi giorni fa il presidente francese Emmanuel Macron ha definito il condendo Salvimaio come un’accozzaglia di “forze disparate, eterogenee e paradossali”: dimenticava forse l’aforisma da lui stesso pronunciato in un discorso di inaudite blandizie alla Conferenza episcopale francese del mese scorso: “Bisogna essere molto liberi per osare di essere paradossali e bisogna essere paradossali per essere veramente liberi”.

Rimane da vedere quale grado di libertà sapranno conquistarsi da noi i gialloverdi, e come lo sfrutteranno: di certo, il richiamo al rispetto del mainstream europeo ribadito domenica dal ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha un suono sinistro. Basta sfogliare l’aureo libretto curato dal gruppo Attac L’impostura Macron. Un business model al servizio dei potenti (Les liens qui libèrent, 2018), per rendersi conto della curvatura ideologica che il “salvatore della democrazia” ha imposto al suo Paese: un accentramento di poteri “alla Bonaparte”, una proliferazione di anglicismi (inusitata per gli sciovinisti d’Oltralpe), l’asservimento a fini propagandistici e conservatori di nobili concetti (“società civile”) e financo dei pensatori che egli stesso ha studiato e conosciuto (anzitutto Paul Ricoeur, teorico della democrazia come espressione ordinata del conflitto e della critica, laddove Macron mira a estirpare ogni conflittualità).

La strada “post-ideologica” perseguita da Macron è quella di liquidare l’“eccezione francese” in nome di una normalizzazione neo-liberale: ridurre la spesa e il perimetro delle politiche pubbliche, ridurre la progressività impositiva (flat tax sui redditi da capitale), favorire la competizione rispetto alla solidarietà (la mistica del successo individuale, a prescindere dalla disparità di mezzi che spesso condiziona le riuscite dei singoli), svuotare i rapporti di lavoro collettivi (economia “uberizzata”) e marginalizzare i corpi intermedi (i lavoratori sindacalizzati definiti come “fannulloni”), selezionare e diminuire i migranti per efficientare la politica delle espulsioni e “togliere il terreno al Front National”. Questa gestione “manageriale” dello Stato è il vero rischio di un governo e di un presidente troppo poco liberi e poco “paradossali” per osare immaginare un futuro diverso. Nel contempo, questo è anche il vero rischio di un governo, quello italiano, che nasce sulla base di un contratto pieno di contraddizioni, tra acqua pubblica e privatizzazione del patrimonio, tra reddito di cittadinanza e flat tax, tra Terzo Valico e rifiuto degli accordi internazionali di libero scambio, tra energie rinnovabili e tristi accenti xenofobi.

La differenza sostanziale tra il contratto italiano e quello siglato in Germania tra Cdu/Csu e Spd sta proprio in questo pericolo, dovuto alla genericità delle promesse. Sugli “Esteri” il Salvimaio propone, senza ulteriori specifiche, un riavvicinamento alla Russia, una generica cooperazione contro il terrorismo mediterraneo, e misure per la tutela degli Italiani all’estero; le forze di governo della coalizione tedesca, invece, precisano cosa fare con i visti da e per la Turchia, con la missione Onu in Mali, nella politica del disarmo, nei rapporti economici con la Cina, con il nuovo corso della politica Usa; soprattutto, indicano quali organismi verranno incaricati di elaborare le relative politiche, e con quali enti internazionali dovranno interloquire. Sull’ambiente, i gialloverdi elencano molti nobili propositi (Green economy, riciclo, smaltimento a filiera corta dei rifiuti, prevenzione del rischio idrogeologico); ma, con la sola eccezione dell’Ilva, nessuna misura concreta è dettagliata, e se penso alle regioni a guida leghista mi chiedo come queste politiche potranno trovarvi spazio. Il Vertrag tra i partiti tedeschi, al contrario, scorpora e declina gli interventi ciascuno nel posto che gli compete: di energie rinnovabili (l’obiettivo è il 65% per il 2030) si parla nella sezione economica, di nuovi piani urbanistici e di paesaggio nel capitolo relativo al “benessere delle città”; in un’altra sezione di come evitare le alluvioni, quanto ridurre le emissioni di gas serra, quanto terreno assegnare alla protezione della biodiversità, a quale benchmark europeo orientarsi per la pulizia dell’aria.

Per un metodo di governo condiviso che “cambi le cose”, e non sia lasciato alle pressioni delle lobby o alle ordonnances (decreti presidenziali) di stampo macroniano, è essenziale stabilire nel dettaglio come e su quali basi si formerà la decisione (il problema non è certo il “Comitato di conciliazione”, che corrisponde al Koalitionsausschuss in vigore da anni in Germania senza soverchio scandalo), e quali priorità siano irrinunciabili per centrare il paradosso della libertà.

Mail box

 

Vorrei un “ufficio reclami” per isolare i diritti di replica

Devo farvi una richiesta da abbonato: vorrei che la rubrica “Diritto di replica” avesse uno spazio separato da quello dedicato alle lettere dei lettori. Infatti, spesso queste richieste sono lunghe, noiose e invadono Piazza Grande, dove noi lettori ci ritroviamo per scambiarci opinioni, sempre interessanti.

Con la fine dei partiti sul territorio, infatti, non ci sono più luoghi di confronto e le lettere ai giornali sono diventate una preziosa se non unica fonte di dibattito.

Pertanto, apprezzerei molto il trasloco di questi ingombranti signori dalla “nostra” Piazza Grande, in un loro dedicato “Ufficio reclami”.

Massimo Marnetto

 

Caro Massimo, speriamo di avere un giorno più spazio per rispondere al suo suggerimento.

M.Trav.

 

Il matrimonio reale è stata un’ostentazione fuori luogo

Certe manifestazioni e ostentazioni di sfarzo e ricchezza per un soggetto che ha ben poche probabilità di diventare sovrano regnante mi paiono del tutto fuori luogo. Altrettanto immotivato l’enorme interesse dimostrato dalle televisioni italiane che hanno trasmesso l’evento quasi a reti unificate. Da capire se i diritti per la trasmissione di quelle immagini sia in diretta sia in differita fossero a pagamento o se la famiglia reale si sia accontentata dei proventi della vendita dei gadget. Dissento da tutto il coro composto da chi ha osannato l’eleganza dell’evento. Mi chiedo cosa avesse di elegante addosso lo sposo, una divisa non molto più raffinata di quelle date in dotazione ai ferrotranvieri.

Olga Tonero

 

Ho guardato “The Post” e ho pensato subito al “Fatto”

Ho visto pochi giorni fa il bellissimo film “The Post” e la mia mente è andata al Fatto Quotidiano. Per me siete il Washington Post italiano, a pieno titolo, con gran coraggio e gran merito.

Avanti così: grazie a voi arrivano i risultati del risveglio letargico degli italiani.

Fausto De Gennaro

 

DIRITTO DI REPLICA

Il Fatto di sabato dedica al Gruppo Mondadori un articolo che lascia stupiti per le falsità e le strumentalizzazioni che contiene. Scrivere che la Mondadori ha “l’acqua alla gola” è dire l’esatto contrario della verità. Il 2017 ha rappresentato per il Gruppo Mondadori un altro anno molto positivo. Non a caso, tutte le nostre attività hanno chiuso l’esercizio scorso in utile, nonostante gli andamenti dei mercati in cui operiamo.

Vale la pena citare qualche numero: ricavi a 1.268 milioni di euro, sostanzialmente stabili come nelle attese rispetto al 2016; Ebitda adjusted in crescita del 6,3% a 106 milioni di euro, ed è in miglioramento da quattro esercizi consecutivi, così come il cash flow ordinario; utile netto di oltre 30 milioni di euro, in crescita del 35%; indebitamento in calo molto significativo, di quasi il 30%, a 189 milioni di euro. Proprio grazie alla solidità economica raggiunta abbiamo potuto investire circa 170 milioni di euro su due obiettivi ideali per il nostro portafoglio di business, Rizzoli libri e Banzai Media.

Siamo un’azienda sana che da una parte guarda a un ulteriore sviluppo nei libri e che dall’altra si trova a gestire la crisi epocale in cui è precipitato il mercato dei periodici a livello mondiale. Una crisi di cui non si vede la fine, qualcosa di assolutamente non immaginabile quando avevo la responsabilità di questo business in Mondadori all’epoca Tatò. Solo in Italia, il mercato è calato del 50% dal 2013. Abbiamo rinnovato e riposizionato tutti i magazine, rivisto le linee dei costi operativi, ridefinito il portafoglio dei prodotti, lanciato nuove testate, abbiamo acquisito la joint venture con Gruner&Jahr, siamo diventati con Banzai Media il primo editore digitale italiano.

E come molti altri editori abbiamo anche utilizzato tutti gli strumenti a disposizione: dal ricollocamento di risorse provenienti da testate chiuse a risoluzioni incentivate, dai prepensionamenti alla solidarietà alla cassa integrazione, sempre con l’obiettivo di salvaguardare il più possibile l’attività e i livelli di occupazione.

Ma i trend attuali del mercato dei magazine sono ancora più pesanti rispetto alle stime di qualche mese fa. Questo è il quadro, palesemente negativo e chiaramente non interpretabile, nel quale s’inserisce l’operazione di vendita di Tustyle e Confidenze, testate che nonostante gli sforzi continuano a generare perdite.

Scelta dolorosa, ma necessaria a fronte di alternative – chiusura e licenziamenti – che non vogliamo neanche prendere in considerazione.

Ernesto Mauri
Amministratore delegato Gruppo Mondadori

 

Se come scrive e ripete l’amministratore Ernesto Mauri la Mondadori scoppia di salute nonostante la crisi profonda dell’editoria, allora perché i capi dell’azienda di Segrate vogliono ridurre l’organico in due-tre anni di 600 persone su 2.000? E perché intendono disfarsi del settore dei periodici, Panorama compreso? E perché si apprestano a vendere il ramo dei giornali francesi dove lavorano mille persone? E perché hanno ceduto TuStyle e Confidenze a uno sconosciuto uomo d’affari serbo? E perché licenziano provocando l’ira dei sindacati? Se tutti questi sono sintomi di buona salute, allora alla Mondadori possono dormire tra due cuscini e il dottor Mauri ha ragione.

DAN.MAR.

Lazio, di chi l’errore? Non ha perso “per” De Vrij, ha perso “con” De Vrij

In una serata festaiola romana, e il tutto annaffiato con tante lacrime di coccodrillo finali, la “beneamata” ha preso tre piccioni con una fava: partita, De Vrij e… coppa! Mentre il povero Inzaghi, dopo aver a lungo sfogliato la margherita “gioca non gioca”, ahimé ha scelto il petalo sbagliato, lo “scansuolo” De Vrij, che a Milano avrà modo eccome di consolarsi brindando in coppa. Ai laziali non resta che rosicare: “Maledetta primavera”.

Enzo Bernasconi

 

Adesso che ha giocato e procurato il rigore del due pari, è facile sparare su De Vrij. Era sceso in campo da “interista” anche a Crotone, quando aveva salvato un gol a portiere battuto. Nessun dubbio che fosse un caso delicato, complicato, sia sul piano psicologico (nel rapporto con se stesso, con l’ambiente, con i rivali) sia a livello pratico (non perdendo, si sarebbe tolto la Champions; perdendo, l’avrebbe tolta alla Lazio).

Se era sereno, bene ha fatto Inzaghi a impiegarlo. Già mancavano Luis Alberto e Parolo, e Immobile era stato precettato d’urgenza.

La rinuncia dell’olandese (o all’olandese) avrebbe portato a tre i titolari assenti, per tacere delle ricadute su un assetto difensivo traballante persino con lui, figuriamoci senza.

E se un episodio gli ha dato torto, la trama fin lì gli aveva dato ragione. La Lazio stava controllando partita e avversario, almeno due gol di scarto ci stavano tutti. È in quel periodo che vanno cercate le cause della svolta, più che nell’attimo dell’impatto con Icardi, plateale ma non ancora da “eliminazione”, visto che pure il pareggio avrebbe condannato l’Inter. In quel periodo, e subito dopo. Alludo all’espulsione di Lulic, poco prima del 3-2 di Vecino, questa sì evitabile o comunque più “scansabile” per un paio di motivi: si era a metà campo e il bosniaco sapeva di essere già stato ammonito.

La caccia al capro espiatorio – ovunque, ma in Italia soprattutto – accentua le letture maliziose, moltiplica i sospetti. La Lazio non ha perso “per” De Vrij. La Lazio ha perso “con” De Vrij.

Roberto Beccantini

Tiziana Cantone, chiesto il processo per il fidanzato

Il suicidiodi Tiziana Cantone ha strascichi giudiziari spiacevoli, per il suo ex fidanzato e per la memoria della povera 31enne che non resse alla gogna mediatica. La Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio di Sergio Di Palo, l’ex convivente. L’uomo, difeso dall’avvocato Bruno Larosa, rischia un processo per calunnia, simulazione di reato e accesso abusivo a sistema informatico e i primi due reati li avrebbe commessi in concorso con Tiziana. Secondo la ricostruzione del pm Valeria Sico, la Cantone – su istigazione di Di Palo – finse il furto del cellulare e denunciò cinque persone sapendole innocenti della diffusione dei video hard, perché in realtà i filmati erano stati immessi consapevolmente su un sito di scambisti a pagamento il cui nome è indicato sul capo di imputazione. Ma la difesa sostiene che i video finiti sui siti porno di mezzo mondo non sono gli stessi caricati sul sito per scambisti, dove venivano ‘marchiati’ di un simbolo assente sui filmati divenuti pubblici. E chiede l’audio dell’interrogatorio di Di Palo, sentito due anni fa come testimone: pare irrintracciabile.

Privacy online e offline da venerdì si cambia: ecco le nuove regole

Potrebbe capitare che mentre giocate a Pac Man sul vostro tablet, un avviso interrompa l’attività per chiedervi di leggere e accettare i nuovi criteri sulla privacy, cercando la vostra approvazione per la raccolta di informazioni sui dispositivi che usate e per la loro trasmigrazione negli Usa. Potrebbe accadere quando accedete a Instagram o all’email. Niente paura, è solo l’effetto Gdpr, ovvero del nuovo regolamento europeo sul trattamento dei dati personali che con i suoi 173 articoli, avrà piena applicazione il 25 maggio.

L’obbligo. Aziende e utenti dovranno adeguarsi, anche se all’Italia manca ancora il decreto che deve fissare le norme nazionali, rimpallato nell’ultimo mese per diverse discordie, modificato, considerato incompleto dagli esperti: domani si discuterà di questo testo nella commissione speciale per gli Atti urgenti e, come anticipato, potrebbe essere prevista una proroga di tre mesi per riscrivere il testo. Il Garante della Privacy italiano dovrà dare il suo parere nelle prossime ore.

Il regolamento. Quello Europeo sarà però subito operativo. L’intento è creare un contesto normativo uguale per tutta l’Europa. Due gli obiettivi: “Protezione delle persone fisiche e rimozione degli ostacoli alla circolazione dei dati personali all’interno dell’Unione”. La mole di dati che circola rispetto al passato è cresciuta esponenzialmente a causa della tecnologia, ci ruota attorno un mercato che l’Ue stima in almeno 300 miliardi. Sono esclusi dal regolamento i dati che interessano la sicurezza nazionale.

Trasparenza. Qualsiasi trattamento di dati personali dovrà essere “lecito e corretto”. Si impone trasparenza sui modi con cui i dati sono raccolti, utilizzati, consultati e trattati. Le informazioni devono facilmente accessibili e comprensibili e si dovrà usare un “linguaggio semplice e chiaro”. Bisognerà sensibilizzare su rischi, norme, garanzie e diritti. Le finalità del trattamento dovranno essere “esplicite e legittime e precisate al momento della raccolta ”.

Massa. No alla raccolta a strascico. “I dati dovrebbero essere adeguati, pertinenti e limitati al necessario per le finalità del loro trattamento”. La durata della conservazione ridotta al minimo e trattati “solo se la finalità non è ragionevolmente conseguibile con altri mezzi”. Va stabilito un termine per la cancellazione, garantite “sicurezza e riservatezza”.

Consenso. Il consenso al trattamento dei dati deve essere chiesto in una forma comprensibile “che usi un linguaggio semplice e chiaro e non contenga clausole abusive”. Si dovrà rendere nota l’identità del titolare del trattamento e le finalità. “Il consenso – si legge – non dovrebbe essere considerato liberamente espresso se l’interessato non è in grado di operare una scelta autenticamente libera o è nell’impossibilità di rifiutare o revocare il consenso senza subire pregiudizio”. Non sarà considerato libero qualora l’esecuzione di un contratto o di un servizio fosse subordinata al consenso “sebbene esso non sia necessario per tale esecuzione”.

Profilazione. Dovrà sottostare al regolamento anche il trattamento dei dati operato da qualcuno fuori dall’Ue per la profilazione degli utenti. “Per stabilire se un’attività di trattamento sia assimilabile al controllo del comportamento dell’interessato – si legge – è opportuno verificare se le persone fisiche sono tracciate su Internet, compreso l’eventuale ricorso successivo a tecniche di trattamento dei dati personali che consistono nella profilazione della persona fisica, in particolare per adottare decisioni che la riguardano o analizzarne o prevederne le preferenze, i comportamenti e le posizioni personali”.

Portabilità e oblioGli utenti avranno il diritto di conoscere, rettificare, ritirare il consenso, chiedere la cancellazione (in caso di violazione del regolamento) dei propri dati. Devono essere informati della eventuale trasmissione a terze parti e dare nuovamente il consenso se variano finalità e metodi. Anche il riconoscimento facciale dovrà essere sottoposto a tutti i vincoli previsti dal regolamento.

Violazioni. Il titolare del trattamento dovrebbe notificare la violazione dei dati personali al Garante della Privacy entro 72 ore, a meno che non sia dimostrata l’assenza di un rischio. Inoltre, le aziende saranno obbligate a rispondere alle richieste degli utenti e a esaudirle come nel caso dello spostamento dei propri dati, o della loro temporanea cancellazione o della comunicazione a terzi delle richieste espresse dall’utente per quei dati.