Si cerca la prova del delitto ma l’Fbi protegge Facebook

Un delitto da prima pagina – l’assassinio nel gennaio 2016 a Castellamonte (Torino) di Gloria Rosboch – un colpevole da antologia del crimine – il trasformista Gabriele Defilippi, già condannato a 30 anni per aver strangolato la professoressa – e ora un secondo processo a carico della madre di Defilippi, Caterina Abbattista, accusata di concorso in omicidio e truffa. Gloria Rosboch, 50 anni, fu uccisa perché voleva indietro 187 mila euro che Defilippi, 23, si era fatto consegnare illudendola con la promessa di una vita insieme. Oggi il procuratore di Ivrea Giuseppe Ferrando pronuncerà di fronte alla Corte d’Assise la sua requisitoria, ma al di là del merito della vicenda – il ruolo di Caterina Abbattista nel delitto – il processo pone un tema che rischia di ripresentarsi in molte aule di giustizia: la Procura di Ivrea, infatti, in accordo con la difesa dell’imputata, aveva tramite rogatoria internazionale chiesto al governo degli Stati Uniti l’accesso al contenuto dei messaggi che Defilippi si scambiò con la madre via Whatsapp, Messenger e via email nei giorni precedenti al delitto. L’ipotesi, infatti, è che Caterina Abbattista fosse non solo a conoscenza del piano criminale, ma che possa anche aver avuto un ruolo.

Il governo Usa ha girato la pratica alla magistratura della California, dove hanno sede materialmente i server di Facebook e Google, che nel frattempo – sempre in seguito alla richiesta della magistratura italiana – avevano “congelato” il materiale relativo al periodo di interesse, ossia ne avevano bloccato la distruzione.

La messa a disposizione dei contenuti delle conversazioni tra i due, quindi, è stata avallata da una decisione di un giudice Federale A quel punto, come da procedura rogatoriale, i file forniti da Facebook e Google sono stati forniti all’Fbi che ha di fatto bloccato la trasmissione di molti contenuti: “Quello che ci è stato inoltrato – racconta Stefano Caniglia, legale di parte civile – è del tutto ininfluente, tutte cose che già sappiamo”.

La polizia federale si appella al IV Emendamento della Costituzione Usa che tutela i cittadini da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli. In pratica, secondo la logica americana, o si dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che in quelle chat ci sia la “pistola fumante” del delitto, oppure non c’è ragione di cercarla. Le ipotesi sono insufficienti: “Una volta tanto – sorride il decano ‘progressista’ del foro torinese, Gianpaolo Zancan, difensore di Caterina Abbattista – sono d’accordo con l’Fbi”.

Il tema, tuttavia, non è da poco e non è difficile presumere che – data l’estrema diffusione delle comunicazioni interpersonali che passano dai server della Silicon Valley – si riproponga in molti altri procedimenti.

“Falcone seguiva la pista di Gladio”: le indagini top secret di Borsellino

Ci sono testimonianze inedite dei magistrati di Palermo che hanno lavorato fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sulle settimane precedenti alle stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, avvenute il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Sono racconti drammatici sulla strada sbarrata a Falcone che voleva la verità sugli omicidi politico-mafiosi e i possibili legami con Gladio; sulla diffidenza di Borsellino nei confronti di alcuni colleghi, a cominciare dall’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco. Borsellino stava conducendo indagini in gran segreto sulla morte di Falcone, ma anche su vicende indicate dallo stesso magistrato nei suoi diari pubblicati dopo Capaci. Sugli allarmi ignorati che, forse, avrebbero potuto salvare le vittime delle due stragi. Alfredo Morvillo, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Ignazio De Francisci, Antonio Ingroia, sono alcuni dei pm di allora alla Procura di Palermo che sono stati ascoltati dal comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura tra il 28 e il 30 luglio 1992, una decina di giorni dopo la strage di via D’Amelio. Sono i pubblici ministeri che avevano firmato assieme a Teresa Principato, Antonio Napoli e Giovanni Ilarda (tra i contrari Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli ) un documento in cui presentavano polemicamente le dimissioni per l’assoluta mancanza di sicurezza e per la gestione della Procura da parte di Giammanco. Il procuratore, com’è noto, su sua richiesta sarà trasferito nell’agosto successivo, i pm ritireranno le loro dimissioni e alla guida della Procura arriverà Gian Carlo Caselli. Le deposizioni dei magistrati non sono mai state rese pubbliche. Stranamente, il Csm non le ha incluse negli atti desecretati su Falcone e Borsellino in occasione del venticinquesimo anniversario della strage, l’anno scorso. Al Fattorisulta che queste testimonianze, di recente, siano state acquisite dalla Procura di Caltanissetta che è tornata a scandagliare i buchi neri delle indagini su chi ha voluto la morte di Falcone e Borsellino.

Roberto Scarpinato

(Ex pm e ora procuratore generale di Palermo – audizione del 29 luglio 1992)

Dinanzi alla bara di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino disse: ‘Ciascuno di noi deve avere la consapevolezza che se resta, il suo futuro è quello’ e indicò la bara di Falcone. Paolo Borsellino sapeva che doveva morire. I carabinieri avevano segnalato che si stava organizzando un attentato, sapevamo che era arrivato il tritolo, sapevamo che il prossimo della lista era Paolo Borsellino. Ecco perché è una strage in diretta. Borsellino è morto per il tritolo e per l’incapacità di questo Stato di proteggere i servitori dello Stato. Mi è venuto in mente che era stato abolito il servizio di elicotteri per sorvegliare le autostrade di Punta Raisi perché ogni volo costava 4 milioni, e che Giovanni era addolorato di questo fatto. (…).

C’è una riunione alla quale partecipa il Procuratore Giammanco, Falcone dice in tono acceso a Giammanco: ‘Io non condivido il tuo modo di gestire l’ufficio’ (con riferimento al processo per gli omicidi politici di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, ndr) . I problemi con Giammanco si ponevano quando si passava in materia di mafia a livelli superiori. Per esempio il caso Gladio. Accade in particolare che un estremista di destra, di Palermo, dichiara alla televisione che lui faceva parte di un’organizzazione clandestina che era simile a quella di Gladio, che aveva avuto il compito di seguire alcuni personaggi politici siciliani (tra cui Mattarella, ndr).

( …) La posizione di Falcone e mia era quella di acquisire tutti gli atti di Gladio (…). Le resistenze erano talmente avvertite da Falcone che disse: ‘A questo punto io vi rimetto la delega, occupatevene voi’. Alla fine si decide che Falcone sarebbe andato nella sede dei servizi segreti a guardare gli atti e a verificare se per caso c’era qualcosa che ci poteva interessare. Si decise di affiancarlo con il collega Pignatone ( l’attuale procuratore di Roma, ndr) fatto che lui visse come una specie di mancanza di fiducia e ricordo che io rimasi insoddisfatto perché dissi: ‘Come si fa nell’arco di pochi giorni a visionare tutti questi atti, a memorizzarli e a prendere in considerazione tutti i fatti che ci possono essere utili in questo processo. Può darsi ché un nome che in quel momento non dice assolutamente niente, tra 15 giorni può essere rilevante (…).

C’è un fatto che mi ha molto inquietato e cioè che Paolo Borsellino conducesse delle indagini su fatti di grande rilevanza all’insaputa del Procuratore (Giammanco, ndr). Mi chiedo, ma cosa sta succedendo in questa Procura? Mi inquieto perché Paolo Borsellino è una persona che gode della mia assoluta stima e fiducia. Perché se fosse stato qualsiasi altro magistrato avrei potuto pensare a qualche cosa di deteriore. Paolo Borsellino si comporta così. Mi vincolò al segreto. E su queste indagini, naturalmente, non posso dir niente per motivi di ufficio. Diciamo che questa situazione, credo di non sbagliare, almeno, io l’avevo conosciuta un mese prima (della strage di via D’Amelio, ndr). Ecco, il fatto che lui l’abbia confidato a me è stato un gesto di grande fiducia. Però di grande responsabilità (…). Questa circostanza è nota soltanto a me, al sostituto Ingroia, e forse a uno o due altri sostituti, le persone che godevano dell’assoluta fiducia di Paolo Borsellino. Paolo riferiva tutto e sempre (a Giammanco, ndr) ecco perché io vengo colpito (…) proprio perché la normalità era quella, se così non fosse stato non sarei rimasto colpito. Ma quei fatti, fatti che non vi posso riferire, ma che sono di grandissima rilevanza e che riguardano determinati livelli, su quei fatti Paolo Borsellino raccomandò la segretezza.

 

Antonio Ingroia
(Avvocato. Ex pm di Palermo, ex coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 31 luglio 1992)

Borsellino una volta, eravamo a casa sua a Marsala una sera, quindi prima ancora che arrivasse a Palermo, lo ricordo con esattezza anche se non mi diede spiegazioni precise in merito, mi disse testualmente: ‘Giammanco è un uomo di Lima’ (Salvo Lima, ex ‘proconsole’ di Giulio Andreotti in Sicilia, ndr), affermazione per la quale io evidentemente rimasi turbato. Dopo la morte di Giovanni Falcone, oltre a occuparsi delle sue indagini, oltre ad avere interesse per l’indagine Mutolo (il pentito Gaspare Mutolo, ex pupillo di Riina, ndr) oltre ad avere interesse per l’indagine Falcone, faceva numerose indagini per conto suo. Chiamiamole approfondimenti sulle questioni indicate nei diari di Falcone. Chiese un colloquio con Scarpinato per quanto riguarda la questione Gladio, la questione del rapporto dei carabinieri sugli appalti . Il discorso è che non si fidava del dott. Giammanco. (Non approfondii, ndr) Paolo era per me quasi Vangelo.

 

Vittorio Teresi
(Pm di Palermo, coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 28 luglio 1992)

In un’indagine che conduco io e che conducevo assieme a Paolo Borsellino a un certo punto Paolo mi comunicò una notizia molto riservata che aveva appreso da un organo di polizia e riguardava un politico, riguardava un grosso mafioso eccetera, era una notizia ovviamente tutta da controllare, da verificare ma comunque era una delle tante ipotesi di lavoro. Paolo disse espressamente di non parlarne in giro perché temeva che finisse all’orecchio di Giammanco. Qual è l’indagine non lo posso dire, questa non era affatto notizia confermata, era semplicemente una pur fondata confidenza di un organismo di polizia, però era molto scottante, era molto delicata.

 

Alfredo Morvillo
(Ex pm di Palermo, oggi procuratore di Trapani. Fratello di Francesca Morvillo Falcone – audizione del 28 luglio 1992)

Quello che è successo a Borsellino, quello che è successo a Falcone, credetemi, non è una qualche cosa di imprevedibile e di inevitabile, perché io vorrei sapere per quale motivo si dica che Falcone era l’uomo più scortato del mondo, il che non è affatto vero e vi dico perché: a Falcone, negli ultimi tempi, avevano diminuito le misure di protezione. Lo sapevano tutti a Palermo che Falcone ormai non aveva più l’auto di staffetta e l’elicottero. Ma non gliene frega niente a nessuno! I ragazzi della scorta, che sono venuti a trovarmi, mi hanno detto che avevano chiesto anche la possibilità di avere a disposizione, a Punta Raisi che è sul mare, di una pilotina per eventualmente utilizzarla per ritornare via mare, una pilotina, una barca della polizia per tornare via mare. La verità è questa, che persino nei confronti di Giovanni Falcone si adopera la mentalità del rilassamento burocratico! Falcone, signori miei, diciamolo, siamo chiari, in certe situazioni, contava molto poco. Falcone, al di là delle parole che tutti noi possiamo essere bravissimi a dire (…) Falcone non coordinava niente! (…). Dopo la strage del 23 maggio arriva un anonimo con chiare minacce per alcuni colleghi, con le fotografie di Borsellino, De Francisci, Teresa Principato… nonostante sia successo quello che è successo il 23 maggio, in questa riunione mi dicono i colleghi (io non c’ero per i noti fatti) ancora una volta sottovalutazione. Giammanco: ‘È una stupidaggine, che fa, la stracciamo?’. La stracciamo? Arriva l’anonimo, dopo quello che è successo a Palermo, per i colleghi del tuo ufficio che sono come, a volte, lui stesso ha detto, ‘tuoi figli’ e tu che fai? ‘Lo stracciamo!’. E allora lo mandiamo, per competenza, a Caltanissetta. Al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, mi dicono i colleghi, che, fra l’altro, non hanno avuto nessuna protezione dopo questo fatto (fino alla strage di via D’Amelio, ndr).

 

Ignazio De Francisci
(Ex pm di Palermo, procuratore generale di Bologna – audizione del 29 luglio 1992)

Questa lettera era un collage fotografico: c’era la foto di Paolo, c’era quella mia e quella della collega Principato. Tra l’altro era una strana fotografia perché io non ricordavo di averla vista mai, non è che io spunti molto su i giornali, quindi la cosa mi colpì… Sono andata da Giammanco e io gli ho detto: ‘Senti Procuratore, io non me la terrei né la cestinerei’. Ricordo che il Procuratore mi disse: ‘Mah!’, Cioè era dubbioso sull’opportunità o meno di inviarla (agli organi preposti, ndr). Dopo ne parlai con Borsellino e ricordo che lui era già un po’ incupito anche se dal punto di vista personale mi disse una frase del genere: ‘Noi non ci dobbiamo far spaventare per una lettera’. (…) Ora mi hanno dato una specie di scorta composta dalla macchina blu con le insegne dei carabinieri. L’Arma ha fatto levare in volo l’elicottero che ha seguito la mia autovettura da casa sino all’aeroporto di Punta Raisi. La polizia prima l’aveva dato a Giovanni Falcone per anni e poi gli era stato tolto. Quando sentivo questo elicottero non potevo non ricordare l’amarezza di Giovanni Falcone quando glielo tolsero. Voi lo conoscevate, non è che parlasse molto di queste cose; non ne parlava in maniera enfatica, però, mi ricordo che una volta che io partii con lui notai l’assenza dell’elicottero, glielo dissi e lui mi rispose: ‘Che ci vuoi fare?’, insomma con una frase un po’ fatalista. (…).

Io ho avuto la netta sensazione che il Procuratore, nella gestione dell’ufficio, avesse una corsia differenziale sulla quale passavano o potevano passare soltanto alcuni colleghi. Quello che io sinceramente non ho mai capito è perché lui si fidasse soltanto di due, tre persone e passasse con loro le grosse decisioni dell’ufficio: Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, in prima istanza Giustino Sciacchitano. Ecco, il fatto che specialmente Lo Forte e Pignatone siano tecnicamente bravissimi e abbiano una innata dote di prudenza, anche abilità nel gestire tutte le seccature che un grosso ufficio comporta, questo secondo me, in assoluta serenità di spirito, non consentiva (a Giammanco, ndr) di accentrare attorno a queste persone tutte le decisioni, se vogliamo anche strategiche o comunque le pre-decisioni dell’ufficio, per poi venire alle riunioni con una sensazione che almeno io avevo di minestra già fatta (…) . L’arrivo di Borsellino aveva ridato impulso alle indagini (…) Ebbi la sensazione che nei confronti.di Paolo si riproponessero le stesse difficoltà di cui mi aveva parlato Giovanni.

Gay cileno dal Papa: “Mi ha detto che Dio mi ama come sono”

“Juan Carlos,che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto così e ti ama così, anche il Papa ti ama così. Devi essere felice di ciò che sei”. È questa la frase che Papa Francesco avrebbe detto a Juan Carlos Cruz, un omosessuale cileno, che da piccolo ha subito le violenze di un prete pedofilo. Cruz ha detto di essere stato insultato dai vescovi del Cile per la sua natura di omosessuale. Ha parlato con Francesco del dolore causato da loro comportamento.

L’incontro con il Papa è di un paio di settimane fa, ma è stato ricostruito solo ieri dal quotidiano spagnolo El Pais. Anche se dal Vaticano non è ancora arrivata una conferma, la comunità Lgbt ha accolto la notizia con entusiasmo: “Dal Cile è rimbalzata una straordinaria apertura di Francesco sull’omosessualità: siamo così come frutto del progetto di Dio – ha scritto per esempio in Italia il portale Gay.it – Nessun Pontefice aveva mai parlato in modo così esplicito di accettazione dell’omosessualità”.

Proprio Papa Francesco aveva in passato già dimostrato apertura al mondo gay, pronunciando la famosa frase: “Chi sono io per .giudicare?”

Malaspina, dal carcere all’impero edilizio

Dalla Calabria alla Brianza. Una fortuna accumulata nel settore edilizio. Poi, nel 2009, la crisi, il tracollo finanziario, quindi il tentativo di far fronte ai fallimenti mettendo in piedi un sistema che, sfruttando il risiko di circa 40 società, froda il fisco, emette fatture false per 96 milioni di euro, travasa denaro nelle varie srl per ottenere concessioni dalle banche, distraendo 234 milioni, più di 14 le bancarotte contestate.

Mantenere la propria ricchezza è l’obiettivo unico di Giuseppe Malaspina, 60 anni da Montebello Jonico, da ieri in carcere. Trenta le misure cautelari emesse dal giudice di Monza. Tra loro anche due avvocati e un ex giudice fallimentare. Tutti dediti alla causa (criminale) dell’imprenditore. Diversi i beni sotto sequestro: uno storico albergo di Venezia, il Ca’ Sagredo, un altro (il Gritti) a Milano non lontano dalla Scala e un maneggio extra lusso a Ornago. Insomma un giro vorticoso di carte (false), di appalti inventati, di prestanomi, per alimentare “la sua bramosia di denaro”. Un tesoro nascosto quello di Malaspina, che nel 1972 finì in galera per omicidio. Sparò e uccise un compaesano a Muggiò. Il movente, spiega la Dia in una nota del 2012, “una presunta delazione ai carabinieri”. In carcere, Malaspina si diploma, sconta la pena, esce e subito le sue aziende viaggiano a gonfie vele. Poi suo fratello finisce nel mirino di un gruppo calabrese di Vimercate. Giuseppe Malaspina comparirà come vittima. Emerge che nelle sue aziende lavoreranno (“per quieto vivere”) personaggi contigui alle ’ndrine. Ed è da uomini vicini al “banchiere” della cosca di Desio, Giuseppe Pensabene, che Malaspina si rivolge per risolvere la questione del fratello. Rapporti che non gli varranno mai un’accusa di mafia. L’indagine conclusa ieri parte da un esposto per una corruzione (prescritta) del 2010 nel comune di Correzzana.

I pm lavorano sui reati tributari. Nel 2015 ci sono le perquisizioni. La discovery mette in allarme il gruppo. “Emergono – scrive il giudice – operazioni folli e fantasiose, delle vere porcate come descritto dai suoi stessi collaboratori”. Una testa di legno dirà: “Sforza (società del sistema Malaspina, ndr), è la cartiera, serve per fare tutti i loro giri (…). Il capo supremo è sempre Malaspina”. Una signora, anche lei prestanome, dopo una riunione, confessa: “Mamma mia non ce la faccio più (…). Non ho capito un cazzo di quello che hanno detto”. Il suo interlocutore risponde: “Sei solo una prestanome di merda”. Le microspie della Finanza registrano decine di riunioni. In una, qualcuno dice: “Quello che abbiamo detto oggi è finto (…). Una in più o in meno, l’importante è avere un pezzo di carta (…). Bisogna fare uno sforzo di fantasia, ci vuole Walt Disney”.

Lo sforzo produce uno tsunami di carte che nel 2015, dopo le perquisizioni, devono sparire. “Ma allora – dice un funzionario – tutta questa roba qua che di là ce ne è un mare? (…) Noi abbiamo il permesso di caricare quello che vogliamo e va in discarica (…). Metto sul bilico e lo faccio sparire”. Malaspina poi spiega “il trucco”: “La Duomo è una scatola vuota (…) se la banca ci dà l’ok entriamo in pista”. Tutto si fa per moltiplicare le ricchezze. Anche un divorzio “fittizio”. Lo rivela una collaboratrice: “ Sono divorziati, ma lo hanno fatto per il fisco”. Malaspina sul punto è chiaro. “Quando facciamo gli accordi ce l’ha mia moglie in mano la società, col cazzo che mi cuccano più”.

Casa Donne, mille in piazza Raggi si difende “Non chiuderà”

Un migliaio di donne hanno protestato rumorosamente ieri al Campidoglio a difesa della Casa Internazionale delle Donne dopo l’approvazione, da parte dell’assemblea capitolina, di una mozione, che di fatto rischia di sfrattare la storica associazione dalla sede di via della Lungara a Roma. Ieri si è svolta anche una nuova serie di incontri fra amministratori e le rappresentanti della Casa: “Non è andata bene dal nostro punto di vista, l’unico dato positivo è che era presente anche la sindaca – ha detto la presidente della Casa Internazionale delle Donne Francesca Koch –Loro dicono che troveremo una soluzione ma il bando si farà perché che è un obbligo di legge”.

A difendere la Casa è sceso in campo un battaglione bipartisan: la senatrice di LeU Loredana De Petris, Mara Carfagna, deputata di Forza Italia, la senatrice Pd Monica Cirinnà, le ministre uscenti Anna Finocchiaro, Marianna Madia, l’attrice Veronica Pivetti e la scrittrice Dacia Marini e l’ex presidente della Camera Laura Boldrini

“Questa amministrazione non intende chiudere la Casa delle Donne né intende procedere allo sgombero – ha scritto la sindaca di Roma Virginia Raggi in un post su Facebook mentre era in corso l’incontro – Vogliamo il progetto attualizzandolo rispetto alle mutate condizioni. Il contenuto della mozione votata in aula dai consiglieri M5S è stato strumentalmente capovolto per far passare la tesi contraria. La Casa delle Donne – prosegue la sindaca – ha accumulato un debito di oltre 800 mila euro in 10 anni, nonostante abbia beneficiato di un abbattimento del 90% del canone concessorio”,

“Grazie fratè” costa caro. Processo sportivo a Reina

Godere di vacanze, massaggi e auto di grossa cilindrata messi a disposizione in amicizia da un imprenditore napoletano poi finito in carcere con l’accusa di aver riciclato i soldi del clan Sarno-Contini non è perseguibile dalla giustizia ordinaria ma può costare qualche fastidio serio con la giustizia sportiva.

Lo sa bene Pepe Reina, lo spagnolo ormai ex portiere del Napoli in procinto di andare a fare da balia alla crescita di Gigi Donnarumma al Milan (o di giocare titolare se verrà venduto): da ieri Reina è stato deferito dal procuratore capo della Figc Giuseppe Pecoraro insieme agli altri due ex azzurri Paolo Cannavaro e Salvatore Aronica e ad alcuni dirigenti del Napoli.

Reina, Cannavaro e Aronica devono difendersi dall’accusa di aver frequentato pregiudicati e presunti camorristi. Frequentazioni amicali nel mondo del lusso e della notte (e forse a queste si riferiva il presidente De Laurentiis quando ‘rimproverò’ Reina davanti alla moglie, e da quel momento i rapporti tra i due si chiusero) ad ascoltare le intercettazioni che i pm della Dda di Napoli – trasmesse anche all’ufficio di Pecoraro – hanno utilizzato durante l’inchiesta sui fratelli Gabriele, Francesco e Giuseppe Esposito, imprenditori con interessi nel ramo giocattoli e titolari di fatto di un centro scommesse Eurobet, arrestati il 9 maggio per la seconda volta in meno di un anno. Il 16 maggio 2014 Reina fu intercettato mentre ringraziava affettuosamente Gabriele Esposito (“grazie fratè”) che gli stava organizzando un pomeriggio in un centro massaggi. I fratelli Esposito sono stati arrestati una prima volta nel giugno 2017 per trasferimento fraudolento di valori, subito emersero collegamenti coi clan, ed il solo Gabriele è stato anche condannato in primo grado perché ritenuto organico alla camorra.

Eppure Reina avrebbe continuato a frequentarlo anche dopo. La traccia più forte del suo rapporto con Gabriele Esposito è nell’aver organizzato la festa di addio al Napoli in una discoteca di Coroglio che i pm ritengono di proprietà dell’uomo. È avvenuta a maggio, a campionato ancora in corso e pochissimi giorni prima del suo arresto. Per questo i pm intendono ascoltare Reina come persona informata dei fatti. Per la giustizia sportiva invece questo potrebbe configurare una violazione dell’articolo 1 sui doveri generali: frequentazioni “inopportune” si legge in un comunicato Figc. Reina, in ogni caso, secondo gli addetti ai lavori rischia poco: al massimo un’ammenda. Più grave sarebbe la posizione di Cannavaro, al quale si contestano anche il tentativo di vendere un orologio di dubbia provenienza da 400 mila euro (fu ascoltato al telefono ipotizzare di proporlo a ‘Eddy’, ovvero Cavani), l’aver prestato agli Esposito la propria carta di credito per alcune truffe e l’aver provato a procurare due biglietti a personaggi contigui al clan Lo Russo.
Paolo Cannavaro ha partecipato alla festa del matrimonio di Gabriele Esposito, nel luglio 2013 in un locale di Varcaturo, ha discusso coi fratelli Esposito di rilevare una pizzeria Rossopomodoro e il 17 gennaio 2014, nei giorni della cessione al Sassuolo, fu intercettato con tale ‘Lello’ che gli chiedeva due ulteriori accrediti “per certi amici della curva… e vedi chi te li deve dare.. perchè non possiamo fare una figura di merda… capisci a me!!… ma tu sei il capitano!! …non siamo nessuno più qua???!!!”. Cannavaro poi chiese i nominativi via sms e poi si è scoperto che la destinataria di uno dei biglietti era la nipote del boss Patrizio Bosti, al 41-bis. Mentre anche Aronica avrebbe frequentato gli Esposito.

Dalla competenza alla responsabilità: il convegno su Sartori

Un convegno su uno dei più grandi politologi e sociologi italiani a poco più di un anno dalla sua scomparsa: si terrà il 24 maggio, alle 15:30 alla biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” a Roma, l’incontro dal titolo “Rappresentanza, Competenza, Responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori. Interverranno Ferruccio de Bortoli, Domenico Fisichella, Gianfranco Pasquino, Stefano Passigli e Nadia Urbinati. “Fortemente critico del direttismo, Giovanni Sartori ha variamente e brillantemente analizzato la natura e le modalità di funzionamento della rappresentanza politica indicandone i punti essenziali ed evidenziandone problematicità e rischi – spiega Pasquino –. Non è detto che le nuove tecnologie comunicative consentano forme di rappresentanza più efficaci, meglio rispondenti alle preferenze dei rappresentati andando oltre tutti gli stadi della rappresentanza classica, come l’abbiamo conosciuta, utilizzata, criticata e posta in atta. È sicuro, invece, che la rappresentanza politica e parlamentare costituisce il tramite cruciale fra i cittadini elettori e i detentori del potere in parlamento e, indirettamente, nel governo. Sartori non ha mai avuto dubbi sulla necessità di una buona legge elettorale”.

Don Gallo fuori dal tempio per stare vicino a chi soffre

Ricordo che don Andrea Gallo era stato ospite in uno dei miei programmi tv, dopo la diretta ci mettemmo a parlare in un salottino vicino allo studio. A un certo punto sentimmo bussare, era la guardia giurata: “Scusi dottore sono le tre di notte!”. Ascoltarlo era più che un piacere.

Sono trascorsi cinque anni dalla sua scomparsa. I nostri libri li abbiamo scritti a San Benedetto al Porto, la comunità di Genova. Il suo studio è ancora come allora: pochi metri quadrati, “quanto basta” diceva, era anche la sua camera da letto. Sul comodino tre sculture in legno: una donna africana, un minareto e un piccolo gallo, accanto il libro delle Liturgie delle ore, che leggeva sempre prima di addormentarsi. Un giorno gli chiesi perché non avesse appeso al muro l’immagine del papa. Mi fece notare che il papa c’era ed era Giovanni XXIII: “Quello buono perché giusto. Dopo di lui la Chiesa è sede vacante”. Don Gallo fu ordinato sacerdote nel 1959, a trentun’anni, poco dopo l’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli a papa. L’ultimo nostro incontro avvenne il 18 maggio, quattro giorni prima della sua scomparsa. Lo trovai molto sofferente ma felice perché aveva ricevuto la visita dell’arcivescovo di Genova Bagnasco. La Chiesa, andando in comunità, lo aveva ripagato di mille amarezze. Mi disse che il nostro secondo libro (La Profezia del Don edito da Peper First uscito postumo) doveva essere dedicato a Jorge Mario Bergoglio: in soli pochi mesi aveva dimostrato di voler cambiare il volto della Chiesa ripartendo dal Concilio Vaticano II. “Con Papa Francesco la Chiesa non è più sede vacante”, aggiunse. Il suo funerale coincise con la cerimonia, a Palermo, in cui venne proclamato beato un altro prete di strada: don Pino Puglisi, il primo martire per mafia, ucciso il 15 settembre 1993 da Giorgio Grignoli e Gaspare Spatuzza, su ordine dei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Era il 25 maggio 2013. Quel giorno i giornali e le tv raccontarono due preti la cui vita apparteneva a una Chiesa lontana dagli scandali e dalla corruzione. In tanti non speravano più di sentire parole e suoni così popolari, così evangelici, troppo assuefatti, per non dire arresi, ai sistemi bancari, alle logiche di potere dei furbi e degli scaltri dentro la Chiesa come nella politica e nelle istituzioni. Contro tutto questo don Gallo e don Puglisi, veri uomini di Chiesa, avevano lottato seguendo per tutta la vita le impronte lasciate da Gesù. “Bisogna stare fuori dal tempio, fuori dalle mura. Incontrarsi con tutti coloro che hanno bisogno, che chiedono, che soffrono. Tutti nella vita dobbiamo affrontare difficoltà, scontri, tradimenti, dobbiamo ricordare di camminare con i piedi per terra e di tenere gli occhi rivolti al cielo. Gesù ha sacrificato la propria vita per noi. Io vedo che quando allargo le braccia cadono i muri. Accoglienza vuol dire costruire i ponti non i muri”, diceva il Don. Nei giorni scorsi papa Francesco ha visitato Nomadelfia, la comunità regolata dalla legge della fraternità, fondata da don Zeno Santini che nel 1947 decise di dare una mamma ai bambini rimasti orfani. Don Zeno si aggiunge a don Milani, don Mazzolari, don Bello, preti scomodi che la gerarchia ecclesiastica aveva emarginato. Francesco, andando da pellegrino a visitare le loro tombe, li ha riabilitati. Questo è ciò che dovrebbe accadere anche a don Andrea Gallo. Non devono trascorrere cinquant’anni.

Il Don raccontava che aveva incontrato Dio grazie ai poveri, agli emarginati, a quelli che fanno più fatica, agli ultimi, loro gli avevano indicato la “strada”. Poi aggiungeva: “Il primato della coscienza è dottrina certa, chi dice il contrario è eretico. La coscienza non è subordinata a nessuno. È subordinata a Obama: no; a Berlusconi: no; a D’Alema: no; e neanche al Papa. Io nella Chiesa sono a casa mia, me lo hanno insegnato e trasmesso gli operai, i carrettieri, i muratori, i marinai, mia nonna, mia madre. Non mi ricordo dei miei docenti di teologia, ma di loro sì”. Quanto ci manca il suo antifascismo e il suo essere partigiano in ogni momento della vita. “Il fascismo di ieri e il populismo di oggi sono storicamente differenti” diceva “ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto d’ingombro, inutile, avverso”. Non lo dovremmo mai dimenticare.

A Taranto il primo passo per la chiusura dell’Ilva

Ammodernare gli impianti per eliminare i veleni oppure chiudere l’Ilva. L’incontro tra i sindacati metalmeccanici e i rappresentanti del M5S è una prova di dialogo nonostante le posizioni lontane. Da un lato i portavoce 5stelle eletti a Taranto, alla Regione Puglia, i cinque parlamentari eletti nel capoluogo e l’eurodeputata Rosa D’amato che insieme al consulente di Luigi Di Maio, Lorenzo Fioramonti, hanno ribadito la linea del Movimento: chiusura progressiva delle fonti inquinanti e reimpiego dei lavoratori nelle bonifiche. Dall’altro, i sindacati che pur non avendo chiuso immediatamente la discussione, hanno manifestato l’urgenza di un cambio di rotta sulla gestione dello stabilimento tarantino. I 5stelle in una nota hanno definito l’incontro “molto positivo” e annunciato di voler “realizzare il piano coinvolgendo tutti i livelli istituzionali compresi Comune e Regione, che punti ad avviare un cronoprogramma di interventi avente come obiettivo la riconversione economica di Taranto che passi dalla chiusura delle fonti inquinanti salvaguardando i livelli occupazionali come già avvenuto, con successo, in altre realtà all’estero”. Giuseppe Romano e Francesco Brigati di Fim Cgil hanno evidenziato “l’impossibilità di continuare a produrre con l’attuale ciclo integrale senza l’uso di innovazioni tecnologiche propedeutiche all’abbattimento dell’inquinamento” e chiesto il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), con l’introduzione della valutazione di impatto ambientale e sanitaria per salvaguardare l’ambiente e la salute. La Fiom, inoltre, ha chiesto di estromettere i commissari straordinari “responsabili col governo di aver firmato un contratto di aggiudicazione che ha lasciato nelle mani di Arcelor Mittal il futuro occupazionale, ambientale e della siderurgia”. Per Valerio D’Alò di Fim Cisl, i 5stelle sono stati troppo generici e non hanno fornito risposte sul futuro. Antonio Talò (Uilm Taranto), invece, ha ribadito il “no” alla chiusura per non aggiungere “il dramma della disoccupazione”, ma vorrebbe “rivedere il contratto di aggiudicazione” .

Tav Torino-Lione, ecco perché lo stop è possibile

Una maxi-penale da pagare. Sembra essere questa l’ultima carta rimasta da giocare ai sostenitori della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. La cifra apparsa sulle pagine dei giornali a seguito del dietrofront – o passo di lato? – nel contratto di governo tra Lega e M5S, è quella di 2 miliardi. Si è fatto riferimento a non meglio precisate “prime stime del territorio” ma negli accordi sottoscritti non vi è alcun riferimento a essa. Lo stesso presidente dell’Osservatorio per l’asse ferroviario ha sostenuto che “sarebbe necessario un nuovo trattato per dettagliare le penalità”

Come riconosciuto dallo stesso governo a fine dello scorso anno, le analisi a sostegno del progetto sono state ampiamente falsificate: la saturazione della linea storica, al contrario di quanto accaduto nel caso del Gottardo in Svizzera, non è stata neppure sfiorata (e nessuno sarà chiamato a rispondere dell’ingente investimento sostenuto un decennio fa per ammodernare la galleria esistente). Il tema della penale, quand’anche fosse fondato, sarebbe comunque mal posto: essa, infatti, non rappresenterebbe un costo economico da sopportare ma, semmai, un trasferimento di risorse tra Paesi europei e non modificherebbe i termini della valutazione dell’opportunità se proseguire o meno con l’opera.

Del tutto priva di significato appare anche l’affermazione rilasciata al Corriere del vicepresidente della Regione Auvergne-Rhône-Alpes, Etienne Blanc secondo il quale dopo anni di diminuzione del traffico “i Tir ricominciano a ingolfare le montagne. Il tunnel è necessario per questo”. Non è così. Negli ultimi tre anni si è registrata una crescita del numero di veicoli pesanti in transito al traforo stradale del Fréjus che nel 2017 sono risultati pari a 740 mila unità. Tale valore è identico a quello di venti anni fa e pari alla metà dei flussi che lo hanno attraversato, senza alcuna criticità, nei primi anni del secolo quando venne chiuso il tunnel del Monte Bianco e quasi tutti i mezzi pesanti scelsero il percorso lungo la Valsusa. L’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e sarà ulteriormente incrementata a breve con l’apertura al traffico della seconda canna del traforo stradale del Fréjus. Anche qualora l’attuale ripresa dovesse proseguire non si verificherebbero criticità per almeno un altro mezzo secolo. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese poco più di 11.000 veicoli contro i 33.000 che interessano la Torino-Piacenza: si tratta dunque di una infrastruttura poco utilizzata, in particolare nella tratta più occidentale.

L’unico elemento rilevante che risulta oggi modificato rispetto a dieci anni fa è l’entità dei cosiddetti costi “affondati” ovvero quelli già sostenuti e che andrebbero perduti in caso di stop. Per opere preliminari sono già stati spesi circa 1,5 miliardi. Al netto di tale spesa, il costo ancora da sostenere per il tunnel risulta pari a 8,6 miliardi.

Ora, in base alla valutazione elaborata da Andrea Debernardi e Marco Ponti, la realizzazione del progetto completo della linea determinerebbe una perdita economica di poco inferiore ai 7 miliardi; una precedente analisi dell’economista francese Rémy Prud’ Homme perveniva a un risultato molto più negativo: -20 miliardi. Nel caso di costruzione del solo tunnel di base (costo ipotizzato di 7,7 miliardi) il risultato negativo sarebbe dimezzato: -3,4 miliardi.

Alla luce di tali dati, fermare il progetto oggi rappresenterebbe la scelta più ragionevole anche perché, quasi certamente, i costi a consuntivo risulteranno più elevati di quelli stimati a preventivo. Una ricerca condotta nei primi anni Duemila e nella quale sono stati analizzati i dati di oltre 200 grandi opere in tutto il mondo ha mostrato come nel caso dei progetti ferroviari lo scostamento medio dei costi sia pari al 45%. Se per la Torino–Lione lo sforamento risultasse di quest’ordine di grandezza, la perdita economica crescerebbe di altri 3-4 miliardi e ancor di più se lo scostamento fosse paragonabile a quello delle altre tratte ferroviarie ad alta velocità realizzate nel nostro Paese.

Tale scelta non dovrebbe peraltro restare isolata ma segnare l’avvio di una revisione dell’approccio finora adottato per le decisioni di investimento in infrastrutture. Non più lavagne e pennarelli a Porta a Porta e neppure fideistiche “cure del ferro” ma un’accurata, terza e indipendente valutazione caso per caso.