Exploit della Lega, disfatta del Pd e di Forza Italia

Exploit della Leganelle elezioni regionali della Valle d’Aosta, in linea con il risultato già ottenuto anche alle Politiche: con il 17% ha conquistato sette seggi su 35. E soprattutto ha posto fine a un lungo esilio di vent’anni, durante i quali nessun rappresentante del Carroccio era stato eletto. L’Union Valdotaine si è confermata la prima forza con il 19% delle preferenze, ma con un forte arretramento rispetto al 2013, quando aveva ottenuto il 33,4%: sarà difficile riuscire a fare un governo regionale, dato che per il premio di maggioranza – 21 seggi – si ottiene solo con il 42% delle preferenze. Gli autonomisti dovranno trovare nuovi alleati, ma non è semplice.

Anche perché c’è stata la disfatta del Pd, che era prima in maggioranza: si è fermato al 5,4% ed è rimasti fuori dall’Assemblea, non avendo raggiunto la soglia di sbarramento. Stessa sorte per Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il Movimento Cinque Stelle ha invece ottenuto quattro seggi con il 10,44% delle preferenze.

Minoritarie le altre liste autonomiste, penalizzate dai risultati di Lega e M5S: Stella Alpina-Pnv 10,6% (4 seggi), Uvp 10,5% (4) e Alpe 9% (3). Elette anche due nuove sigle locali: Impegno civico 7,5% (3) e Mouv 7,1 (3).

B. resta a secco dopo 80 giorni di umiliazioni

Fosse stato un po’ più giovane, magari, l’avrebbe distrutto con la fantasia. Invece nella partita politica durata quasi 80 giorni, iniziata dopo il 4 marzo, Silvio Berlusconi ha perso sistematicamente tutte le mani che ha giocato. Al tavolo dell’ex Cavaliere, Luigi Di Maio è stato la nemesi, l’esecutore spietato. L’ultimo schiaffo (verbale) gliel’ha tirato ieri sera, durante l’assemblea dei gruppi parlamentari M5S: “Se avessi avuto l’impressione che Salvini non fosse stato libero, avrei abbandonato la trattativa”. Come a dire: il governo nasce (Mattarella permettendo) perché ha avuto la garanzia che Forza Italia non conti più niente.

Ieri è arrivata anche la disfatta in Valle d’Aosta, dove era pure andato a fare comizi e figuracce (la battuta sulla figlia del dirigente locale). In coalizione con Fratelli d’Italia, gli azzurri hanno preso la bellezza di 1.862 voti, il 2,9%: restano fuori dal consiglio regionale, mentre la Lega avanza (17,1%).

Sembra passata una vita da quando Berlusconi rubava la scena agli alleati dopo un colloquio al Quirinale, facendo il verso a Salvini e contando con le dita le sue dichiarazioni. Era il 12 aprile: l’ex Cavaliere si teneva stretta la convinzione di avere un potere di veto sulla riuscita dell’accordo tra i gialloverdi. Ha tentato di esercitarlo fino alla fine. Chiedendo, in fondo, solo una cosa: una forma di riconoscimento politico da parte del leader dei Cinque Stelle. Ci ha provato in ogni maniera ed è stato respinto clamorosamente.

Il primo abboccamento fallito, nei giorni dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato: Forza Italia inoltrò l’invito a “un incontro tra tutti i leader” per accordarsi sulle cariche. L’ex Cavaliere ne era convinto: “Di Maio deve parlare anche con me, non solo con Salvini”. Invece il capo dei 5Stelle parlò solo con Salvini, e con un certo profitto, visto che sull’elezione di Maria Elisabetta Casellati – paradossalmente una berlusconiana doc – si consumò il primo strappo tra Lega e Forza Italia. Si parla con tutti tranne che con il Caimano: la posizione di Di Maio nei due mesi successivi non si è spostata di un millimetro.

I tentativi di Berlusconi di intercettarlo sono diventati via via più imbarazzanti: Di Maio non si è solo rifiutato di incontrarlo, ma si è negato anche al telefono. I retroscena politici hanno raccontato di una chiamata dell’ex premier fatta partire dalle “batterie” (i centralini) di Palazzo Chigi; poi di un tentativo effettuato tramite Renato Brunetta, che avrebbe allungato al collega grillino il suo cellulare, con all’altro capo il leader di Forza Italia. Il risultato, sempre lo stesso: il rifiuto di qualsiasi contatto. Altre ricostruzioni hanno raccontato l’idea, da parte forzista, di propiziare un incontro “casuale” tra i due, o di proporre un colloquio in un luogo segreto.

Fantasie o meno, nulla cambia: il veto su Berlusconi non è caduto. Con effetti deleteri sull’umore dell’ex premier, che più di una volta ha perso il controllo (“I Cinque Stelle a Mediaset pulirebbero i cessi”; “Non conoscono l’abc della democrazia”; “Alcuni di fronte ai Cinque Stelle si sentono come gli ebrei al primo apparire di Hitler”).

Alla fine si è arreso, ha dato il via libera all’accordo Salvini-Di Maio senza ottenere nulla: né ministri graditi, né rassicurazioni sul programma. Ora se ne duole: fa sapere che se tornasse indietro non lo consentirebbe più. Ma in questa partita non ha mai avuto le carte: per vedere il suo bluff è bastata la minaccia concreta di tornare alle elezioni.

Rating e spread: ora i mercati temono i costi del programma

Dopo due mesi di attesa, i mercati stanno iniziando a dire la loro sul governo Lega-Cinque Stelle: “Aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano del Paese, in particolare attraverso l’allentamento della politica di bilancio e il potenziale danno alla fiducia”, scrive in una nota Fitch. I timori dei tecnici del Tesoro si stanno verificando: invece che andare verso un aumento del rating, ora si rischia forse un peggioramento. L’ultimo taglio del rating nel 2017, ricorda Fitch, fu motivato proprio dall’aumento del “rischio politico”: il pericolo è, scendendo ancora un paio di gradini, che i Btp non possano più essere usati dalle banche come collaterale presso la Bce.

Lo spread, la differenza di rendimento tra debito italiano e debito tedesco, è arrivato ieri a 180 punti. Niente di drammatico, ma sui mercati c’è la convinzione che la generale flessione al ribasso delle Borse e l’aumento del costo dei titoli di Stato siano dovuti all’incertezza sui destini dell’Italia. “Un libro dei sogni o degli incubi?”, così titolava un paio di giorni fa la sua analisi del contratto Lega-M5S Lorenzo Codogno, ex capo economista del Tesoro, oggi a capo di Lc Macro Advisors. Su Repubblica l’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ha stimato un deficit aggiuntivo di 170 miliardi se venisse applicato tutto il programma. Sulla Stampa Carlo Cottarelli, altro ex commissario, stima 110-125 miliardi.

Ma sono numeri da maneggiare con cautela. Per due ragioni. La prima: in campagna elettorale, ma anche dopo, i politici tendono a promettere molto più di quello che poi potranno mantenere. Silvio Berlusconi ha passato 25 anni ad annunciare una riforma dell’Irpef dai costi incerti, un ponte sullo Stretto di Messina e aumenti di pensioni minime che, se realizzati, avrebbero sfasciato i conti quanto il contratto del governo Salvini-Di Maio. Il dem Matteo Renzi, nei suoi 1000 giorni di governo, ha promesso misure superiori di decine di miliardi rispetto a quelle davvero realizzate: i contribuenti stanno ancora aspettando i tagli all’Irpef e all’Ires, l’azzeramento dell’Irap, gli 80 euro alle partite Iva e ai pensionati eccetera.

La seconda ragione per cui è difficile capire il vero costo del programma è che alcune misure, come il reddito di cittadinanza, possono essere introdotte in modo graduale (prima la riforma dei centri per l’impiego e un po’ di dote al Reddito di inclusione). Per altre promesse non c’è modo di spalmare gli effetti: se nel 2019 ci sarà la doppia flat tax sui redditi di persone e imprese, si aprirà subito un buco di 45-50 miliardi di mancato gettito.

I gialloverdi hanno un problema aggiuntivo: quando Matteo Renzi si insediò a Palazzo Chigi, il governo Letta aveva appena ottenuto la chiusura della procedura per deficit eccessivo della Commissione Ue e la ripresa economica stava arrivando in Italia. La coppia Luigi Di Maio e Matteo Salvini invece eredita una procedura pronta ad aprirsi, in assenza di una manovra correttiva da 5 miliardi nel 2018, l’economia mondiale in frenata e una clausola di salvaguardia (lasciata dal governo Renzi) da 12,5 miliardi da disinnescare o a gennaio salirà l’Iva. L’altra differenza è che la solidità dei conti pubblici ha permesso al governo Renzi di ottenere dalla Commissione 19 miliardi di euro di “flessibilità”, cioè deficit aggiuntivo senza sanzioni, usati per bonus elettorali e aumenti di spesa, invece che per investimenti. Oggi la flessibilità permessa dalle regole è esaurita, ogni sforamento rischia di essere sanzionato.

Quando Berlusconi o Renzi facevano promesse impossibili da mantenere beneficiavano di un contesto favorevole che per Lega e M5S è invece ostile. C’è un’altra incertezza: a stabilire quali misure del contratto verranno davvero attuate non saranno solo i limiti contabili, ma anche i rapporti di forza tra leghisti e 5Stelle: conteranno di più i collaboratori di Luigi Di Maio, inesperti ma pragmatici, o gli economisti anti-euro intorno Salvini? Se lo chiedono in tanti, non solo a Bruxelles.

Nove anni al fratello di Pellegrino, candidato a sindaco

C’è ancheGaetano Pellegrino, fratello di Riccardo (nella foto) che si candida a sindaco di Catania alle elezioni del 10 giugno tra i sei imputati condannati nel processo Ippocampo per associazione mafiosa e traffico di droga. Ieri il Tribunale di Catania ha emesso sei condanne di primo grado, per complessivi 96 anni di carcere, contro presunti esponenti del clan Mazzei attivo nel capoluogo e nella provincia etnea. Il boss Sebastiano, detto Nuccio, è stato condannato, per entrambi i reati, a 30 anni di reclusione. E Gaetano Pellegrino, detto “u funciuto”, a nove anni per traffico di droga. Il fratello Riccardo, ex consigliere comunale di Forza Italia e “re dei Caf”, è indagato per corruzione elettorale per episodi connessi alle Regionali del 2017, ai quali si è sempre dichiarato innocente. Pur premiato da 2.283 preferenze, non è risultato eletto all’Assemblea regionale. E ora Riccardo, amico di Carmelo Mazzei, seminarista e figlio del boss Nuccio (al 41 bis come il nonno Santo), continua la campagna elettorale per il Comune con una lista civica. Al centro del processo che coinvolge il fratello ci sono le attività dei Mazzei e in particolare l’acquisto dai clan calabresi e la vendita di ingenti quantitativi di stupefacenti.

I “ribelli” di Palazzo Madama che il contratto non prevede

La scorsa legislatura, la prima del Movimento Cinque Stelle in Parlamento, fu il teatro della falcidia: tra espulsioni e addii, si persero per strada 15 dei 53 eletti a Palazzo Madama, il 28 per cento del gruppo. Se ne andò, insomma, quasi un senatore grillino su tre. Allora, si stava all’opposizione. Stavolta, l’aula che si appresta a votare la fiducia al governo gialloverde sulla carta conta – oltre ai 58 leghisti – 109 senatori M5S, che porterebbero in dote all’esecutivo 167 sostenitori, sei sopra la maggioranza assoluta (peraltro richiesta in uno sparuto numero di occasioni).

Eppure, il precedente della scorsa legislatura potrebbe non essere benaugurante per la stagione che sta per cominciare. Non è un caso che Luigi Di Maio abbia voluto trasferire al Senato alcuni dei suoi uomini di fiducia, a cominciare da Danilo Toninelli. Guida, il neo capogruppo, una ventina di eletti riconfermati, quasi tutti di stretta osservanza dimaiana, compreso il nuovo vicepresidente del gruppo Stefano Patuanelli, ex consigliere comunale a Trieste. Più variegato è il corpaccione delle new entry, frutto del successo alle politiche del 4 marzo. La squadra è a forte trazione meridionale: calabresi, siciliani, campani e pugliesi superano da soli la metà del gruppo toccando quota 55, esclusi i parlamentari uscenti. Rispetto al 2013, come noto, ci sono anche una serie di professionisti che non hanno un trascorso da attivisti del Movimento e che sono stati candidati nei collegi uninominali. Solo per citarne alcuni, il giornalista Primo Di Nicola, il chirurgo Pierpaolo Sileri, il fondatore dell’Adusbef Elio Lannutti, l’ufficiale di Marina Gregorio De Falco.

Che sia dovuto alla storia personale o sia da attribuire alla maggiore età, è un fatto che proprio da Palazzo Madama, in queste settimane, si siano alzate le uniche voci critiche sull’alleanza di governo con la Lega. Ed è sempre al Senato che siedono le sensibilità potenzialmente più divergenti dal “contratto” che Di Maio e Salvini firmeranno nelle prossime ore. Capofila, per nulla reticente, è Paola Nugnes, la senatrice vicinissima a Roberto Fico che, da giorni ribadisce tutte le sue perplessità sull’accordo con la Lega, in particolare sull’immigrazione e sulla legittima difesa. E ancora l’altroieri, a Repubblica, chiariva: “Mi riservo di fare il mio lavoro di senatrice, quello per cui sono stata eletta”. Della stessa “squadra”, particolarmente attiva sui temi ambientali, fanno parte altri parlamentari campani come Vilma Moronese, Maria Domenica Castellone, Virginia La Mura e il professor Ugo Grassi.

C’è poi Saverio De Bonis, neo senatore eletto a Potenza, che ha pubblicamente espresso il suo disappunto per l’interesse di Matteo Salvini al ministero dell’Agricoltura: “Peccato – scrive De Bonis – che solo qualche anno fa, nel 2014, la Lega chiedeva la soppressione del ministero. Ora, dopo averlo guidato con Luca Zaia direttamente e con Giancarlo Galan dal 2008 al 2011 durante il governo Berlusconi, ne reclamano nuovamente la guida. Quindi, mi pare di capire, il Mipaaf è utile per i leghisti solo quando si parla di ‘spartizione delle poltrone’? (…) Solo se il Mipaaf sarà a guida M5S – aggiunge – potremo adeguatamente premiare il sacrificio dei produttori agricoli”.

La Lega non ha fatto mistero di avere a cuore anche il pacchetto delle infrastrutture: chissà cosa ne pensa il neo senatore grillino Gianmarco Corbetta, che in Brianza da anni porta avanti la battaglia No-Ped, quella contro l’autostrada Varese-Bergamo, tanto cara agli amministratori della Lega. Altro tema “divisivo”, i diritti civili. Al Senato, per dire, siede Matteo Mantero, che nella scorsa legislatura ha scritto la legge sul biotestamento, quella su cui Salvini disse: “Mi occupo dei vivi, non dei morti”. A Palazzo Madama c’è anche Alessandra Maiorino, eletta a Fiumicino e paladina anti-omofobia.

Tra i “vecchi” non mancherà di farsi sentire Nicola Morra, custode dell’ortodossia M5S che, non a caso, la settimana scorsa ha auspicato che “Beppe” sia “presentissimo, vigile, sempre pronto a stimolare e sollecitare”. Ieri, durante l’assemblea con Di Maio, Morra ha fatto un paio di appunti al nascente governo, in particolare su scuola e infrastrutture al Sud. Coscienza critica anche quella di Elio Lannutti che da giorni cannoneggia contro il premier “tecnico” e ieri ha – pacatamente – detto la sua sul toto-ministri: “Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, logge coperte, grembiulini, pseudo Autorità e manutengoli del potere che ho combattuto per oltre 30 anni. Spero di sbagliarmi, ma se così fosse, sarebbe una tragedia ed il tradimento di un sogno”. Infine, aveva detto la sua Gianluca Ferrara, direttore di Dissensi Edizioni, oggi senatore M5S, assai scettico sul corso delle trattative: “Sono favorevole a puntare a trovare un dialogo e a stipulare un contratto per il bene dell’Italia che è superiore a ogni logica di bottega, ma con certi politici di professione anche un contratto temo sarebbe come mescolare un buon whisky d’annata con mezzo litro d’acqua”.

Il diplomatico d’area, cioè di tutte le aree: litigò solo con Renzi

Giampiero Massolo parla sempre sottovoce, ha modi impeccabili e pochi nemici. Ma non è il tipico diplomatico prudente, gli amici dicono che è coraggioso, i nemici che è spregiudicato: sta per lasciare la presidenza della Fincantieri dove è arrivato nel 2016 (stipendio 2017: 285.000 euro più 116.000 di bonus) per diventare ministro degli Esteri del meno istituzionale dei governi con cui ha lavorato, quello targato Lega-Cinque Stelle.

Nato nel 1954 a Varsavia, Massolo è uno fuori dallo stereotipo anche perché è ambasciatore (nomina della Presidenza del Consiglio nel 2006) senza aver mai guidato un’ambasciata, cosa che i suoi già pochi critici sottolineano. Certo, ha iniziato la carriera diplomatica nel 1978, a 23 anni, ma ha saltato la gavetta: prima il Vaticano, poi, dal 1982 al 1985, Mosca, e fino al 1988 Bruxelles. Nei successivi 30 anni i negoziati che ha gestito sono stati tutti italiani, con governi di ogni colore e caratura. Nel 1990 va a Palazzo Chigi nell’ufficio del consigliere diplomatico, nel 1993 è tra i collaboratori del primo ministro Carlo Azeglio Ciampi, nel 1994 guida la segreteria del premier nel primo esecutivo di Silvio Berlusconi, viene confermato da Lamberto Dini. Rientra alla Farnesina, sempre a occuparsi di potere romano: prima è capo del servizio stampa, poi vice-segretario, carica che ricopre fino al 2004 quando torna alla politica, capo di gabinetto del ministro degli Esteri Gianfranco Fini (An). Di nuovo alla Farnesina, durante il governo Prodi, per occupare la poltrona più alta: segretario generale.

Nel 2008 al governo c’è ancora il centrodestra e lui, all’epoca considerato un tecnico d’area, torna a Palazzo Chigi per gestire una partita cruciale per Berlusconi che voleva legittimazione internazionale: il G8 del 2009, prima previsto in Sardegna e poi spostato a L’Aquila, dopo il terremoto. Cade Berlusconi ma non cade Massolo: l’11 maggio 2012 il governo Monti lo nomina al posto di Gianni De Gennaro come direttore del Dis, il dipartimento che coordina i servizi segreti Aisi e Aise. De Gennaro, uno dei contro-poteri di Massolo nel rarefatto mondo dell’intelligence, continua a comandare per qualche mese, come sottosegretario con delega ai servizi nel governo, poi va alla presidenza di Finmeccanica. E l’intelligence resta a Massolo: tutti quelli che hanno lavorato con lui ne ricordano la disponibilità e la propensione al dialogo, oltre alla capacità di schivare tutte le guerre per bande che spesso animano il mondo delle spie. Tutti tranne, forse, Matteo Renzi.

A gennaio 2016 il Fatto rivela che l’allora premier Renzi voleva affidare responsabilità di cyber security al suo amico Marco Carrai: un incarico che avrebbe interferito con la frontiera più avanzata dell’attività dei servizi. Gli apparati degli 007 non nascondono il loro malumore per l’ingerenza, tanto più che l’imprenditore fiorentino aveva anche una sua azienda attiva proprio nel settore della sicurezza cibernetica.

Nessuno sa bene cosa sia successo nei corridoi di Palazzo Chigi. I fatti sono che a maggio 2016, sfumata la poltrona per Carrai, salta anche quella di Massolo: congedato senza complimenti dal governo Renzi per mettere al suo posto Alessandro Pansa, poi prorogato dal governo Gentiloni nel vuoto post-elettorale.

Massolo, che nel frattempo ha letto sui giornali di essere candidato a ogni poltrona che si libera, si prende la presidenza della Fincantieri, un’azienda nella galassia del settore della Difesa (a Finmeccanica-Leonardo resta, inamovibile, il collega-rivale De Gennaro).

Ottiene anche la presidenza dell’Ispi, il prestigioso istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, che è una piattaforma senza rivali per tessere relazioni in tutto il mondo (un esempio su tutti: l’incontro con l’ex presidente Usa Barack Obama a Milano nel maggio 2017). Nel novembre 2016 c’è un candidato che pare invincibile per la presidenza Ispi: un altro diplomatico, Alberto Zanardi Landi, fino al 2015 consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una candidatura che pareva dall’esito scontato visto che Napolitano è presidente onorario dell’Ispi. Ma Giampiero Massolo usa la diplomazia che padroneggia meglio, quella delle relazioni nel potere italiano: aggrega i consensi nel consiglio di amministrazione dell’Ispi e riesce a vincere grazie anche al voto decisivo di Marco Tronchetti Provera che era il datore di lavoro di Zanardi Landi, “senior advisor” di Pirelli.

Dalla presidenza dell’Ispi Massolo ha coltivato relazioni eccellenti con la Lega e anche con i Cinque Stelle, sia con Di Maio che con Gianroberto Casaleggio (l’Ispi non ha fatto mancare la sua attenzione al convegno Sum di Ivrea). E ora Massolo si prepara a tornare al governo: non come inviato del Quirinale ma, ancora una volta, come tecnico di area. Un’area, però, completamente inedita perfino per lui che le ha cambiate tutte.

Il Ponte e le chiamate “inquietanti” in nome di Impregilo e Dell’Utri

Se fosse nominato ministro l’81enne Paolo Savona dovrebbe probabilmente dimettersi da presidente e socio della londinese Euklid ltd. Gli altri soci di questa start up che investe con la valuta elettronica bitcoin sfruttando gli algoritmi sono giovanissimi come il 22enne Giovanni Contini. Eppure Savona che ha 60 anni di più mostra grande capacità di adattamento. Anche in politica.

Ministro 25 anni fa con Carlo Azeglio Ciampi, presidente di società come Banca di Roma, AdR, Generale Immobiliare e Salini Impregilo e del famigerato Consorzio Venezia Nuova del Mose, prima però della fase degli scandali, Savona è il classico uomo per tutte le repubbliche.

Pare che la sua posizione anti-euro inquieti il presidente Mattarella. A inquietare la base M5s potrebbe essere invece la biografia del professore indicato da Salvini e gradito al mondo berlusconiano.

L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo inserì insieme ad altri manager destinati a luminosa carriera come Franco Bernabé, nel 1992 in una commissione che si occupava della ristrutturazione dei Servizi segreti. Anni dopo lo propose come Governatore della Banca d’Italia al posto di Antonio Fazio e presentò un’interrogazione parlamentare contro i magistrati di Monza che avevano osato intercettarlo e indagarlo. Vale la pena rileggere la richiesta di archiviazione di quel caso firmata dal procuratore Walter Mapelli il 2 aprile 2007. I pm avevano intercettato nel 2004 alcune telefonate tra Savona e il suo amico e co-autore di libri, Carlo Pelanda, nelle quali si parlava della gara per il Ponte sullo Stretto, poi vinta dal consorzio guidato da Impregilo, il cui presidente era Savona.

Dalle telefonate emergeva che i politici vicini a Berlusconi, in testa il ministro Pietro Lunardi e Marcello Dell’Utri, si sarebbero schierati con Impregilo ma il pm chiese e ottenne l’archiviazione perché “la manipolazione della gara (…) non ha trovato decisivi riscontri”.

Le motivazioni però non sono un buon viatico per entrare nelle grazie del M5S. “Certamente – spiegavano i pm – le conversazioni intercettate tra gli indagati Paolo Savona e Carlo Pelanda sono inquietanti (…) perno di una possibile accusa è la conversazione in data primo giugno 2004, nella quale Pelanda riferisce a Savona di aver parlato con ‘il senatore mio amico’ (Dell’Utri, ndr) di un possibile accordo tra Impregilo e Vinci per costituirsi in consorzio nella gara per l’appalto del ponte, e di aver ricevuto una tranquillizzante risposta ‘non esiste che Astaldi possa vincere quel tipo di cosa, vince Impregilo’, tanto da spendere questa rassicurazione con Landau (Patrick Landau, un consulente dell’impresa franco-canadese Vinci, ndr) rappresentandogli che ‘Astaldi può fare tutti i consorzi che vuole però quella gara non la vince neanche morto e quindi è inutile che metta in piedi tutto sto casino’”. Nelle telefonate Pelanda e Savona descrivono la gara più grande mai fatta in Italia come una competizione segnata dalla politica. I pm prosegono ricordando che in una telefonata l’11 giugno 2004 “Pelanda ribadisce che ‘sto facendo arrivare messaggi trasversali sul fatto che un consorzio dove non ci sia Impregilo non vincerà mai quella gara’ mentre Savona conferma ‘non vorrei millantare, ma questo è quello che ci dicono le Autorità’. Pelanda conclude affermando di non voler dare dettagli per telefono sul modo in cui si è mosso”. I pm ritengono che Savona e Pelanda non parlassero a vanvera tanto che “alla metà di giugno 2004, dopo queste telefonate” si registra “il cambio di schieramento dei francesi di Vinci”. I franco-canadesi fiutano chi comanda e si adeguano. Scrivono i pm “la defezione diviene comprensibile qualora si ritenga che nella decisione di Vinci, di cambiare schieramento, abbia giocato un ruolo la politica, si potrebbe definire, di lobbying di Impregilo sulle Autorità Italiane; e ciò anche perché la persona che tranquillizzò Pelanda, a detta di quest’ultimo, sulla sicura vittoria di Impregilo, e cioè il senatore Dell’Utri, era all’epoca politico sicuramente influente”.

Per i pm le parole di Savona e Pelanda sono “assolutamente non millantatorie (…) è utile ricordare che entrambi partecipano, per usare l’espressione di Pelanda, a un non meglio precisato sistema di relazioni, che ha portato Savona a ricevere la solidarietà del Presidente Consob Lamberto Cardia a fronte della presente indagine giudiziaria nonchè a ricoprire (dopo aver assunto la qualità di imputato con la richiesta di rinvio a giudizio per falso in bilancio) – che però non fu accolta con conseguente proscioglimento, ndr – la carica di presidente del gruppo bancario Capitalia”. Il sistema di relazioni di Savona anche nella terza repubblica è ancora forte.

Nuove priorità: gli psicofarmaci

In uno dei momenti più solenni della sua rapidissima ascesa politica – al Quirinale, con gli occhi della Nazione puntati addosso – Matteo Salvini tira fuori una categoria insolita, diciamo, per questo genere di palcoscenici: la psichiatria. Tra le preoccupazioni del futuro ministro ci sono gli psicofarmaci: “Non è possibile che il 20% degli italiani ne faccia uso”, ha detto dopo l’incontro con Mattarella. Il museo delle emergenze pubbliche ai tempi della crisi si arricchisce dunque di una chiave di lettura: precarietà, disoccupazione, indebitamento e ora anche salute mentale. Perché si sappia che non era una frase buttata lì, Salvini si ripete anche in chiusura: “Contiamo di lasciare ai nostri figli un Paese migliore, con un maggiore indice di sicurezza, più lavoro, meno tasse, meno burocrazia e meno psicofarmaci”. Il cambiamento di stile dell’uomo che una volta guidava le ruspe è oggettivamente considerevole: un tempo nelle sue dichiarazioni si leggevano concetti come “pulizia etnica controllata”, “noccioline ai migranti”, “l’handicap di essere figli di genitori gay”. Ora si propone di curare la salute pubblica, anche quella mentale. Il potere rende sensibili.

Sobrio ritratto di eventuale leader

L’elegante pochette, ma mica solo quella. C’è Yale, la Sorbona, “quel centro del sapere e della ricerca mondiale che si chiama Cambridge”. Ma, attenzione, mica solo quelle. C’è pure “un presente che brilla per la molteplicità di esperienze”, perché “altrettanto estesi sono i suoi incarichi”. È ancora domenica sera, l’altroieri. Quello di Giuseppe Conte, seppur favorito, è solo il nome di un potenziale presidente del Consiglio. Ma al Corriere della Sera hanno preferito portarsi avanti con un ritratto all’altezza dell’incarico che verrà. Così, leggendo la pagina 3 del quotidiano milanese, viene da chiedersi come l’Italia abbia potuto sopravvivere, finora, senza che nessun comune mortale conoscesse il “prof con la pochette”. Eppure “non sono poche le branche del diritto nelle quali può asserire di essere esperto”: almeno una volta, insomma, l’avremmo dovuto incrociare. È “equilibrato” e ”misurato”, però sa farsi intendere. “Scrivetemi come se ogni messaggio costasse 10 euro, vi aiuterà a concentrare il pensiero”: così, dice il Corriere, Conte suggerisce ai suoi interlocutori. Un consiglio che non guasterebbe nelle redazioni (sostituire “ogni messaggio” con “ogni sviolinata”).

Marine Le Pen intanto esulta: “I nostri alleati al governo!”

Un nuovo governoincombe e nel mondo c’è chi festeggia e chi no. Un sostegno a cui probabilmente i grillini (ma forse anche i leghisti) avrebbero rinunciato volentieri è quello di Marine Le Pen, che esulta via social per le notizie sull’imminente governo Lega-M5S provenienti da Roma: “Dopo il Fpoe in Austria – si legge in un tweet di ieri della presidente del Rassemblement National – la Lega in Italia. I nostri alleati arrivano al potere e aprono prospettive strabilianti, innanzitutto con il grande ritorno delle Nazioni!”. Va ricordato che Salvini aveva rinunciato a partecipare al 1° maggio organizzato dalla Le Pen per non irritare Sergio Mattarella. Anche Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e teorico dell’alt-right (la “destra alternativa” che ha appoggiato l’attuale presidente americano alle elezioni e predica “alleanze populiste” in tutti i Paesi occidentali) , in un’intervista rilasciata ieri all’agenzia Bloomberg, ha dichiarato che sarà in Italia in settimana per incontrare il leader della Lega, Matteo Salvini. Bannon già in passato aveva incontrato il leader della Lega e si era anche espresso a favore di un accordo fra Lega e M5S per formare un governo.