“Sì all’incarico, ma non sia un burattino”

Alla fine lo storico incarico al Signor Nessuno alias Giuseppe Conte, non eletto ma Amico del Popolo, arriverà. A fatica, ma arriverà. Tra domani e giovedì. Non oggi, però.

Al termine del secondo giro di consultazioni riservato solamente alle delegazioni dei “due vincitori”, M5S e Lega, il capo dello Stato ha scelto infatti di concedersi e concedere ai due leader gialloverdi un breve supplemento di riflessione.

È questo il primo esito dei colloqui di ieri pomeriggio al Quirinale, dopo ottanta giorni di stallo e trattative. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il primo alle 17 e 30, il secondo alle 18, hanno finalmente posto fine al tormentone del nome presidente del Consiglio e lo hanno comunicato al capo dello Stato. Il quale a sua volta lo ha incassato con molta “preoccupazione”. È noto che Sergio Mattarella avrebbe preferito una soluzione diversa, di differente spessore politico (a cominciare dallo stesso Di Maio, candidato premier grillino in campagna elettorale) ma in quindici giorni l’infinita mediazione grilloleghista non è andata oltre lo sconosciuto Conte. E questo accentua i timori del presidente della Repubblica.

Di qui la decisione di vedere oggi i presidenti delle Camere: non solo un atto di rispetto istituzionale dal momento che sia Casellati (Senato) sia Fico (Camera) sono stati esploratori per conto del Colle, ma anche un gesto esplicito per coinvolgerli nella scelta che farà. In pratica una sorte di filiera costituzionale che porterà domani all’incarico di Conte.

In questo breve lasso di tempo, Mattarella vorrebbe che Di Maio e Salvini riflettessero sulle due questioni da lui introdotte ieri.

Innanzitutto l’allarme sui conti pubblici e sui risparmi dei cittadini scattato all’indomani dei primissimi nomi circolati per il governo. Ed è per questo che al presidente non sono piaciute le dichiarazioni leghiste su Mps oppure l’indicazione dell’anziano Paolo Savona al ministero dell’Economia, un’indicazione ritenuta “estrema” e non rassicurante anche per l’Unione europea e i mercati internazionali.

E il nodo Savona, molto caro alla Lega, e di cui comunque ieri non si è parlato, potrebbe diventare un caso spinoso e concreto alla luce della seconda questione sollevata da Mattarella: il carattere non secondario, diciamo pure così, della figura del presidente del Consiglio.

A entrambi, Di Maio e Salvini, ha tenuto una lezione di diritto costituzionale per ribadire che il premier non deve essere “un burattino” manovrato da loro. Dall’articolo 95 della Carta: “Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Non quindi un passacarte dei ministri o un semplice esecutore, visto che come ha detto Di Maio all’uscita “il vero leader è il programma”. Alla diarchia gialloverde deve essere chiaro che dopo l’incarico sarà l’Amico del Popolo Giuseppe Conte “l’unico interlocutore” del Quirinale. E Mattarella parlerà solo con lui della squadra dei ministri e di tutti i dubbi in merito (Savona ma anche la casella della Difesa), non con Di Maio e Salvini.

Il premier non deve essere una “marionetta”. Appunto. Anche perché, al netto dei toni trionfalistici dei due vincitori all’uscita, durante l’incontro con Salvini al Colle è maturata la sensazione che la Lega sia un po’ “spaventata” dal compito che si trova di fronte.

L’avv. prof. ben visto da Confindustria, Vaticano e 5 Stelle

Se gli si dà del tecnico la prende male, dicono, eppure non avrebbe sfigurato nel governo di Mario Monti. Giuseppe Conte, l’uomo indicato da Lega e M5S come presidente del Consiglio, è uno sconosciuto ma non è certo un quisque de populo, né la cuoca di Lenin: Luigi Di Maio lo aveva indicato come ministro della Funzione pubblica prima del voto, ora – Mattarella permettendo – si ritroverà a Palazzo Chigi con due scomodi dante causa seduti accanto a lui.

Avvocato e giurista, il professor Conte ha il curriculum per essere gradito in ogni circolo di ottimati: laurea in Italia e specializzazione in prestigiose università estere; buon percorso accademico che lo ha portato nel 2012 alla cattedra dell’Università di Firenze in Diritto privato; si sprecano le presenze negli organi professionali, nell’editoria e nei convegni di settore, ma non mancano nemmeno le nomine all’interno di commissioni di studio governative.

E poi c’è la libera professione, esercitata prima in un grande studio come quello noto come “Gop” (Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & partners, il terzo in Italia per fatturato) e, dal 2002, in quello fondato col suo maestro all’università Guido Alpa “dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare”: esperienza che negli anni lo ha messo in contatto con un pezzo non irrilevante del capitalismo italiano tanto privato che pubblico. Non deve sorprendere, insomma, non solo il rapporto con l’università di Confindustria Luiss, ma neanche la sua nomina nella “Commissione Cultura” dell’associazione degli industriali.

Fin qui il curriculum, ma chi è Giuseppe Conte? Classe 1964, nato in un paesino del Foggiano e inurbato in quel di Roma, si sa che è un uomo riservato, che la frase del suo profilo Whatsapp è di Kennedy (“ogni risultato inizia dalla decisione di provare”), che è un uomo elegante e ha una debolezza per il ciuffo “debortoliano” che gli ricade sulla fronte, che ha una ex moglie e un figlio, che in gioventù ha vissuto a San Giovanni Rotondo e andava spesso al santuario di Padre Pio. Ecco, il suo cattolicesimo è una caratteristica del prof. avv. Giuseppe Conte finora rimasta nell’ombra. E non solo il cattolicesimo della fede, ma – se ci è consentito parafrasare Fortebraccio – anche quello delle sagrestie, nel senso che il (forse) prossimo premier ha ottimi rapporti anche con le gerarchie vaticane: nel suo ateneo di Firenze gira la voce (non confermata) che sia soprannumerario dell’Opus dei, di certo però – lui stesso cita l’incarico nel suo curriculum – dal 1992 cura per il Collegio universitario “Villa Nazareth” di Roma “scambi e relazioni culturali con le università straniere, in particolare americane”; non a caso è membro nel cda del Cardinal Tardini Charitable Trust con sede a Pittsburgh. Il segretario di Stato di Giovanni XXIII, Domenico Tardini, fu infatti il fondatore di “Villa Nazareth”, oggi guidata dal cardinale Silvestrini: è lì, dicono in Vaticano, che Conte strinse un legame che ancora dura con l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin, direttore del convitto tra il 1996 e il 2000.

I rapporti “politici” di Conte, invece, sono avvolti nel mistero. Lui stesso ha detto di aver votato in passato “a sinistra” e gli sono state accreditate iniziali, quanto presto abbandonate simpatie renziane: che conosca la collega avvocato Maria Elena Boschi lo dice Silvia Fregolent, deputata Pd vicina alla ex ministra (“Firenze non è Manhattan”). Il rapporto coi 5 Stelle, invece, deriva da un altro avvocato basato a Firenze, Alfonso Bonafede, uomo di fiducia di Di Maio che aspira alla poltrona di Guardasigilli: “Quando il M5S nel 2013 mi propose di indicarmi nel Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa – ha raccontato Conte a marzo – fui molto chiaro e gli dissi: ‘Non vi ho votato e non posso considerarmi un vostro simpatizzante’. Mi risposero che era meglio così. In questi anni non ho mai ricevuto una telefonata e così ho avuto modo di apprezzare la buona volontà di questi ragazzi”.

È grazie a quella poltrona, peraltro, che l’avv. prof. (forse) premier ha presieduto la commissione speciale del Consiglio di Stato che ha destituito dalla magistratura Francesco Bellomo, il consigliere di Palazzo Spada che imponeva un dress code alle allieve dei suoi corsi. Sempre da lì, Conte ha tentato invano di sbarrare la strada alla nomina di Antonella Manzione al Consiglio di Stato (“non offre garanzie di comprovata competenza”): per i distratti, è la (inesperta) capo dei vigili di Firenze che Matteo Renzi volle a capo del legislativo di Palazzo Chigi e che poi Boschi, con la quale i rapporti non furono mai buoni, riuscì a spedire ai vertici della magistratura amministrativa.

Eccolo, Conte. Un tecnico dal carattere mite e poco incline alle luci della ribalta, ben incistato dentro l’eterno potere italiano, che ora dovrà fingersi capo di un governo politico (e, peraltro, di un governo anti-establishment): l’avv. prof. (forse) premier è il primo equivoco della Terza Repubblica fondata, finora a chiacchiere, da Di Maio.

Salvimaio, il premier è Conte “L’Europa non deve temerci”

Il fu candidato premier fatica a parlare, tanto è contento: “Abbiamo imposto il nostro metodo, prima i temi e poi i nomi, oggi finalmente nasce la Terza Repubblica”. Poi, appena fuori del Quirinale, Luigi Di Maio commette la marachella, cioè fa il nome: “Giuseppe Conte sarà il premier di un governo politico, uno che si è fatto da sé”.

Eccolo, il presidente del Consiglio dell’esecutivo di Lega e Cinque Stelle. Il nome terzo per far partire “l’accordo che non è un’alleanza”, come ripete Di Maio. Indicato dal M5S e alla fine deglutito da Matteo Salvini, lo stesso che lunedì scorso lo aveva bocciato. Il leader del Carroccio, che dentro il Colle usa toni in parte inattesi. Perché prima si improvvisa psichiatra: “Non è possibile che il 20 per cento degli italiani usi psicofarmaci, spesso per mancanza di prospettive”. E poi fa il pompiere: “Nessuno ha nulla da temere da questo governo, rispetteremo nel limite del possibile normative, regole evincoli”. E le rassicurazioni sono per quelli oltre il confine: l’Unione europea, i mercati, i Paesi alleati e non. Anche se in serata Salvini si sfogherà sul web. Però conta la sostanza del messaggio dei due leader. “Fidatevi, non colpite a prescindere” sembrano invocare Salvini e Di Maio: futuri viceprepremier e ministri, il leghista all’Interno, il grillino al ministero che nascerà dall’accorpamento di Lavoro e Sviluppo economico.

Due capi che rischiano di stritolare con consigli e istanze Conte: “ novice”, novizio della politica, come lo definisce con britannico sarcasmo il Financial Times. D’altronde “il nostro vero leader è il programma”, è il mantra di Di Maio, per tutto il giorno. Ma il lunedì dei 5Stelle e della Lega inizia domenica notte, con la trattativa sui ministri. La lista viene ritoccata più volte. E a discuterne ovviamente sono Salvini e Di Maio, che ieri si vedono più volte dentro Montecitorio. Ma il leghista incontra anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che si aspetta l’offerta di uno o più ministeri: anche e soprattutto perché in Senato la futura maggioranza ha solo sei voti di vantaggio. Invece il leghista la esorta solo a sostenere l’esecutivo. Ma posti non ne offre. “Ed è stato anche freddo” lamentano da FdI. Nel primo pomeriggio invece su Lega e M5S piomba il comunicato dell’agenzia di rating Fitch, di fatto una scomunica: “Il contratto di governo aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano, attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”. E i 5Stelle la prendono male: “Ci sparano addosso”. E c’è chi sospetta congiure.

Cattivi pensieri, mentre Salvini e Di Maio concordano di insistere sul nome di Paola Savona per l’Economia. Anche se l’economista 81enne, già ministro con Carlo Azeglio Ciampi, è un deciso oppositore della linea dell’austerità della Ue. Quindi un pensiero in più per Mattarella. Nel pomeriggio i due leader salgono al Colle. Entra per primo Di Maio, e all’uscita dal colloquio con Mattarella sprizza soddisfazione: “Sono passati 80 giorni ma ne è valsa la pena”. Poi chiede tempo: “A chi ci critica dall’estero dico: ‘Fateci partire prima. Poi ci criticate, ma almeno fateci partire”. Anche Salvini si mostra cauto. Però in serata, su Facebook, suona un’altra musica: “Sarà il governo della libertà dai vincoli per andare a Bruxelles, Berlino e Parigi e dire signornò, queste cose fanno male all’Italia. Servi, no!”. E visto che c’è, spiega: “Mi sarebbe piaciuto fare il presidente del Consiglio, ma non è un governo solo della Lega, non abbiamo ancora la maggioranza assoluta”.

Il premier non lo farà neppure Di Maio, che appena rientrato rassicura i suoi: “A Mattarella Conte va bene, non si opporrà”. Intanto si fa il punto sui ministri a 5Stelle, Alfonso Bonafede è confermato alla Giustizia, mentre Laura Castelli recupera almeno per ora le Infrastrutture.

In squadra ci sarà anche il dimaiano Riccardo Fraccaro (forse alla Difesa), mentre la capogruppo alla Camera Giulia Grillo se la gioca. In serata, Di Maio incontra i parlamentari. Lo accolgono con una standing ovation, e lui esulta: “Ce l’abbiamo fatta”. Rivendica la rinuncia a Palazzo Chigi, “un passo di lato come già fecero Beppe Grillo e poi il Direttorio”. Celebra Conte: “È un tipo tosto che ha sempre combattuto le ingiustizie, uno degli angeli custodi che hanno contribuito a scrivere il programma”. E soprattutto avverte: “Cercheranno di metterci gli uni contro gli altri, di tentarci”. E la Lega? La cita solo come “l’altra forza politica”. Alleata, ma non si può dire.

Da cosa partire

L’altro giorno, in un quartiere popolare alla periferia di Roma, è stato arrestato un cingalese di 50 anni con l’accusa di aver molestato, baciando sulla bocca e/o palpando nelle parti intime, tre bambine fra gli 8 e i 10 anni. È un clandestino denunciato un anno fa per non aver ottemperato a un decreto di espulsione. Dunque, se lo Stato funzionasse, questo gentiluomo non sarebbe più in Italia da un pezzo e le tre bambine sarebbero inviolate. Invece nessuno fa rispettare la legge: infatti l’Italia è piena di stranieri che vanno a zonzo in barba al decreto di espulsione o al foglio di via, che ovviamente hanno distrutto. Quando vengono scoperti, rispondono che non hanno i soldi per pagarsi il viaggio aereo verso il paese d’origine, al che il poliziotto è quasi sempre costretto a ribattere: “Nemmeno noi li abbiamo per il rimpatrio forzato”. Quanti siano esattamente in quel “limbo” è impossibile saperlo: molti cambiano continuamente identità, esibiscono documenti falsi o fingono di non averne. Il che è già difficile da spiegare ai cittadini comuni: figurarsi ai genitori delle bimbe molestate da un sospetto pedofilo che non dovrebbe essere il loro vicino di casa.

Nel gennaio scorso, il Tribunale di Milano ha condannato a 10 anni Edgar Bianchi, il violentatore seriale detto “il maniaco dell’ascensore”, che nel 2006 se n’era buscati altri 12 definitivi per una ventina di aggressioni sessuali, ma ne aveva scontati solo 8: 3 glieli aveva levati l’indulto, il quarto era scomparso grazie alle pene alternative previste dalla nostra generosissima legge penitenziaria. Nel 2014, tornato libero, aveva subito ricominciato, abusando di una tredicenne, puntata all’uscita da scuola e seguita fino al pianerottolo di casa.

Sette mesi fa la Cassazione ha chiuso con una sentenza di prescrizione il processo per gli abusi sessuali commessi nel 2002 su una minorenne torinese prima dal padre e poi dagli “educatori” della comunità che la ospitava. Sedici anni non sono bastati per i tre gradi di giudizio, un po’ per le solite lungaggini processuali, un po’ perché qui la prescrizione non parte quando il reato viene scoperto, ma quando viene commesso. Un anno per le indagini, cinque per il processo di primo grado col rito “abbreviato” (tutti condannati), una lunga pausa prima dell’appello, altri tre anni per la sentenza di secondo grado (tutti ricondannati) e la solita prescrizione in Cassazione. Nel febbraio 2017, sempre a Torino, il Pg e i giudici d’appello avevano chiesto scusa al popolo italiano per un caso analogo: una prescrizione in secondo grado per un grave stupro di 20 anni prima.

E a marzo di un anno fa la Cassazione aveva evitato in extremis la prescrizione di un processo sulle violenze subìte 17 anni prima da una ragazzina che si era poi suicidata. Ora, se queste cose accadono in uffici giudiziari come quelli torinesi, mediamente efficienti, meno oberati e “scoperti” rispetto a quelli di certe zone del Sud, le giaculatorie sulla “giustizia più rapida” lasciano il tempo che trovano. La domanda di giustizia dei cittadini, dinanzi a delitti così odiosi, non può aspettare le risorse per gli aumenti di personale e per le grandi riforme taglia-contenzioso. L’unica risposta che si può e deve dare subito, a costo zero, è una mini-riforma di poche righe che faccia partire la prescrizione con la scoperta del reato e la blocchi per sempre al momento del rinvio a giudizio.

Certezza della pena, prescrizione, immigrati irregolari che non vengono espulsi e magari ne approfittano per delinquere: a questo pensano i cittadini quando sentono parlare di “giustizia”. Almeno i cittadini onesti, che si calano automaticamente nei panni delle vittime dei reati e si infuriano a bestia quando sentono i politici parlare (sempre) la lingua dei colpevoli. Chiunque ci abbia governato finora parlava solo di sovraffollamento delle carceri (con indulti, amnistie, condoni e leggi svuota-celle), di intercettazioni (per limitarne l’uso e la pubblicazione), di custodia cautelare (per restringere le cosiddette “manette facili”), di pene alternative (per mandare fuori o non mandar dentro più delinquenti possibile), di reati da depenalizzare (i loro e quelli dei loro amici), di prescrizione (per accorciarla o lasciarla com’era), di “garantismo” (svilito a gargarismo sinonimo di impunità). Ora, per la prima volta, l’agenda del governo si ribalta, nelle priorità e nel linguaggio. Il contratto giallo-verde stipulato da Di Maio e Salvini, con tutti i suoi limiti, eccessi, forzature e assurdità, non ha paura di parlare di più carceri e più carcere, meno prescrizioni, pene più severe e più certe (non solo per i poveracci, ma anche per evasori e corrotti), più mezzi a chi i reati li deve scoprire e punire, meno garanzie per chi commette reati e più garanzie per chi li denuncia e per chi li subisce. I puristi dei massimi sistemi, del sesso degli angeli e del giudiziariamente corretto storcono il naso con argomenti triti e tristi: il giustizialismo, i manettari, i forcaioli. Di questi slogan i cittadini s’infischiano: se vedranno qualche delinquente a spasso in meno, qualche irregolare espulso in più (anche per scontare la pena nel suo paese), qualche impunito in meno e una vaga somiglianza fra le pene scritte nelle sentenze e quelle scontate in carcere, saranno felici e grati al governo (e noi con loro, anche perché vorrà dire che il Delinquente è out). M5S e Lega, partiti più popolari che populisti, agli elettori dovranno presto rispondere. Se non riusciranno, per vincoli di bilancio, a fare tutto ciò che promettono sulle riforme costose, ma si limiteranno ad avviarle, potranno essere perdonati. Ma, se non manterranno subito gli impegni a costo zero, come quelli sulla giustizia, non avranno scuse. E saranno puniti.

Senza concorrenza tra imprese, i salari restano bassi: la produttività non basta

Da tempo si rileva un andamento fortemente diseguale nella ripartizione dei benefici della crescita economica, tra lavoro e capitale. Negli Stati Uniti, dalla metà degli anni ‘70, la crescita della produttività non ha determinato corrispondenti aumenti delle retribuzioni reali, che sono invece stagnanti, crescendo di solo il 3% al netto dell’inflazione mentre la quota di valore aggiunto catturata dal capitale ha segnato una forte crescita.

Questo fenomeno, che ha minato il senso comune secondo cui la crescita della produttività è alla base del miglioramento di lungo periodo degli standard di vita, alimentando pulsioni populiste e anticapitalistiche, è indagato da tempo dagli economisti. Alcuni studi hanno scoperto che la crescita della concentrazione tra imprese, negli Stati Uniti, appare tra i fattori responsabili della stagnazione salariale. Ad esempio, il lavoro di Azar, Marinescu e Steinbaum, pubblicato a dicembre 2017, suggerisce che la concentrazione geografico-occupazionale ha determinato negli Usa una riduzione dei salari del secondo e terzo quartile dei lavoratori dell’ordine del 17%, a causa dell’aumento del potere contrattuale delle imprese. Le aziende agiscono in condizioni prossime al monopsonio, una situazione caratterizzata, di fronte alla concorrenza perfetta tra venditori, dall’accentramento della domanda nelle mani di un solo soggetto economico. In numerosi distretti geografici statunitensi, uno o pochi gruppi di imprese decidono le condizioni retributive a livello locale, e questo spiegherebbe almeno in parte la stagnazione delle retribuzioni, malgrado i forti incrementi di produttività. Anche il tradizionale meccanismo di aggiustamento, la mobilità geografica dei lavoratori, che negli Stati Uniti è sempre stata elevata, da tempo mostra una tendenza alla riduzione. Le aziende hanno aumentato il proprio potere contrattuale anche per altre vie, come i patti di non concorrenza, che impediscono di spostarsi immediatamente verso un concorrente, in caso di dimissioni.

Malgrado queste evidenze, l’aumento di concentrazione aziendale negli Stati Uniti è incessante, anche per effetto dell’affermarsi delle nuove tecnologie. Sinora le linee guida dell’antitrust sono state perlopiù non interventiste, basate sul benessere del consumatore, in termini di riduzione dei prezzi pagati per prodotti e servizi. Ma le cose potrebbero cambiare. Il Dipartimento della Giustizia, sia sotto Obama che con Trump, ha iniziato a valutare in modo più restrittivo gli accordi di non concorrenza tra imprese e lavoratori, mentre molte giurisdizioni locali hanno accentuato il ricorso ad aumenti del salario minimo. I tempi non paiono invece ancora maturi per cambiamenti della legislazione antitrust che non considerino solo i prezzi pagati dai consumatori ma anche condizioni di monopsonio del mercato del lavoro.

Farmaci oncologici, l’Ue abbassa i prezzi

L’efficacia terapeutica non basterà più a determinare il prezzo di un farmaco oncologico. Bisognerà tener conto anche dell’impatto sulla qualità di vita del paziente e di quello economico. Va in questa direzione la proposta di Regolamento europeo sull’Health technology assessment (Hta) che verrà approvata entro dicembre da Strasburgo: il profitto delle industrie dovrà lasciare spazio al buon senso. Il piano prevede la nomina di un gruppo di esperti nazionali indicati dagli Stati membri per armonizzare le modalità di valutazione oggi in uso. In Italia al momento l’accesso a questi farmaci è disomogeneo sul territorio e dipende dai budget e dai prontuari regionali, che si aggiungono a quello nazionale complicando l’iter di approvazione della molecola. L’associazione degli oncologi (Aiom) e quella dei pazienti (Favo) chiedono che anche a livello nazionale venga istituito un ente terzo rispetto all’Aifa che si occupi di Hta per evitare conflitti di interesse. In ballo ci sono cifre enormi. Nel 2016 abbiamo speso quasi 4,5 miliardi di euro per i farmaci antitumorali. E questi rappresentano la prima categoria terapeutica di maggior spesa pubblica.

Assegni non trasferibili, prosegue la beffa delle multe

Nessuno sconto sulle sanzioni e questione ancora irrisolta: i tecnici del ministero dell’Economia e di Palazzo Chigi non sono ancora riusciti a trovare una soluzione alla querelle delle maxi multe applicate agli assegni superiori a mille euro emessi senza la scritta “Non trasferibile”. Negli scorsi giorni, infatti, il Consiglio dei ministri non ha incluso nel decreto legislativo sull’accesso ai dati antiriciclaggio anche le norme che avrebbero dovuto ridurre sanzioni e oblazioni per chi emette e chi porta all’incasso i vecchi libretti che non riportano la clausola. Un passo indietro per capire meglio. Dal 4 luglio 2017, per inasprire la legge sulla lotta contro il riciclaggio, chi emette e chi riceve un assegno senza la dicitura non trasferibile rischia di pagare dai 3mila ai 50mila euro, un vero e proprio massacro, con la concessione del pagamento in forma ridotta (tecnicamente si chiama oblazione) se si sborsano 6mila euro entro 60 giorni dalla notifica della contestazione. Mentre, prima della nota del fisco, la sanzione era proporzionale dall’1% al 40% con oblazione al 2%. Praticamente un’inezia.

Peccato che, anche se la legge non ammette ignoranza, difficilmente i clienti delle banche hanno recepito questa importante novità visto che non è stata pubblicizzata a dovere. E, anche se sono in forte diminuzione (-61%) rispetto al 2007, gli assegni bancari in circolazione valgono ancora la bellezza di 320 miliardi di euro (dato 2016, fonte Banca d’Italia). A dimostrazione, basta ricordare che solo dopo che sono cominciate a fioccare le prime multe, l’Associazione bancaria italiana (Abi) lo scorso 3 febbraio, a ben 7 mesi dall’entrata in vigore della normativa, ha stilato un vademecum in 10 punti “a cui fare attenzione” quando si ha a che fare con contanti, assegni e libretti al portatore. Un’iniziativa di sensibilizzazione tardiva che non ha di certo ripagato i clienti. Di sicuro c’è solo che la banca di incasso non è obbligata a verificare la regolarità dell’assegno e che, quindi, coloro che lo emettono e ricevono, una volta multati, non possono rivalersi sugli istituti.

Ai ripari è corso pure il Mef che il 12 marzo 2018 ha pubblicato il suo di vademecum, ricordando che dal 2008 le banche non stampano più assegni senza la clausola di non trasferibilità e che se qualcuno si dovesse trovare nel cassetto un vecchio blocchetto può utilizzarlo solo per trasferimenti di denaro pari o inferiori a mille euro, oppure può scrivere a mano non trasferibile, oppure può richiedere in banca un nuovo blocchetto. Inoltre, il Mef si è preso il compito di valutare la possibilità di modificare il regime sanzionatorio recuperando la proporzionalità tra l’importo trasferito e la sanzione, calcolando che fino a oggi sono stati contestati 1.692 assegni (ma il numero raddoppia a 3.400, perché coinvolge sia chi ha staccato l’assegno che chi l’ha ricevuto), mentre le oblazioni ammontano a 196 (relative a 185 assegni senza clausola).

Ora la palla passa al nuovo governo e al Parlamento: spetterà a loro decidere se e come procedere sulla strada della riscrittura delle sanzioni applicate a casi ben lontani da ipotesi di riciclaggio. E su cui l’istruttoria della Ragioneria e del Mef è stata completata (la norma era bollinata e aveva adeguate coperture). Per migliaia di persone resta, quindi, in stallo una situazione che li vede, loro malgrado, equiparati ai peggiori delinquenti o evasori fiscali, nonostante Abi, Bankitalia e Mef sappiano che nella gran parte dei casi non si tratta di antiriciclaggio (c’è chi con gli assegni ha saldato il pranzo del matrimonio, la parcella del notaio per l’acquisto di casa o il funerale di un parente caro). Ma anche l’ipotesi più accreditata che sarebbe arrivata sul tavolo del Consiglio dei ministri – una multa non superiore a un decimo dell’importo trasferito per gli importi più bassi – comunque non avrebbe soddisfatto i poveri malcapitati.

“Quali sono i criteri che permettono l’accoglimento della sanzione dove è palese che non c’è stato intento di commettere l’illecito?”, si chiede Gian Luigi Aquilani, un impiegato folignese, che dopo aver ricevuto la notifica da parte del ministero del Tesoro ha deciso di aprire la pagina Facebook “Maxi sanzione per assegno privo del non trasferibile” per raccogliere le testimonianze di quanti sono coinvolti in questa drammatica situazione.

“Siamo contenti che lo sconticino sull’oblazione non sia passato, perché non accontenta né la politica né noi. Dal momento che non siamo degli evasori e che vale la nostra buona fede, chiediamo l’annullamento della contestazione e della relativa richiesta di pagamento, nei casi in cui venga accertato che l’assegna sia stato utilizzato per un pagamento con regolare fattura”, spiega Aquilani.

Intanto, a chi ha ricevuto la lettera non resta che la strada della contestazione per ottenere l’archiviazione, ma per farlo devono comunque anticipare i soldi dell’avvocato.

Un Paese tradito dalla libertà: non nominate “diritti” invano

Con la raccolta di vari scritti sul tema del diritto come reclamo e come pretesa, Alessandro Barbano vuole persuaderci che quel reclamo (esigo il mio diritto) colpisce la libertà alla nuca, abbatte la forza ma anche l’autorità delle istituzioni. E crea uno stato non solo di incertezza ma anche di guerra fra bande, la bande dei diversi e spesso contrapposti reclami di diritti: Troppi diritti. Un’Italia tradita dalla libertà di Alessandro Barbano, Mondadori.

Confesso che per uno vissuto da compagno di strada di una Italia che va da Pannunzio a Pannella, con tante tappe tutte segnate dalla denuncia dei diritti negati e dall’impegno continuo a garantire ciò che sembrava impossibile (da cui le battaglie che cominciano con la parità delle donne e il divorzio, diventano svolta con la libertà del diritto di non procreare, con il diritto di matrimonio uguale per i gay), e restano ancora impossibili (come dimostra il processo a Marco Cappato) per ottenere la libertà di uscita dalla vita, leggere che l’Italia è affetta da problema del “dirittismo” è una sorpresa.

Mi pare di ricordare che in tutte le classifiche mondiali dell’Onu e di ogni altra organizzazione dei diritti umani e civili, l’Italia appare sempre agli ultimi posti, dall’informazione alla tutela dei deboli. Leggendo il testo di Barbano però si capisce che c’è un problema di lost in translation, di uso disorientante della parola “diritto” in un libro che non è né infondato né privo di ragioni e di argomentazioni che importa conoscere. La parola “diritto” non è ambigua , ma nella vita pubblica italiana ha tre diversi significati: nel mondo giuridico, dove i codici elencano che cosa è o non è un diritto; nel mondo politico-sindacale (e nelle varie imitazioni di esso) dove si definiscono “diritti” le richieste di una disputa, anche se si tratta del legittimo ma non sacro desiderio di prevalere e di ottenere. E nell’ambito dei diritti umani e civili che continuano a mancare o a essere accantonati in un Paese che ha avuto, nella sua storia, molta autorità e poca democrazia. L’autore di Troppi diritti si riferisce al gioco non sempre limpido di trasformare in diritto sia un punto di vista, sia un interesse di gruppo, e alla mancanza di scrupoli e di precauzioni nell’usare la parola “diritto” come talismano quando si vuole indebolire o eliminare una negazione. Barbano svolge dunque un’utile funzione pedagogica (non nominate “diritto” invano) ma offre un titolo che inquieta chi è stato vicino alla grande battaglia per i diritti civili di Pannella e Bonino.

L’onorevole don Giovanni ha “buttato” tante vittorie

Ilie Nastase Genio e sregolatezza, quando c’era lui gli avversari non sapevano mai cosa aspettarsi in campo. E nemmeno fuori: nelle sue biografie racconta di aver avuto almeno duemila donne. Se fosse riuscito a tenere a bada i suoi istinti (e pure i suoi nervi, non proprio saldi), magari avrebbe vinto di più. Poi si è dato alla politica: nel ’95 è stato eletto in Parlamento, ma poi ha perso le elezioni a sindaco di Bucarest.

Tutti a tifare per lui, ha battuto Borg due volte

Adriano Panatta Terraiolo atipico, specialista solo per essere nato in Italia, dove le altre superfici non esistono: col suo talento e un gioco d’attacco spettacolare vinse nello stesso anno (il magico 1976) Internazionali d’Italia e Roland Garros. Non è mai andato oltre il 4° posto nel ranking, forse non è stato davvero uno dei più grandi. Ma è l’unico ad aver battuto (non una, due volte) il mitico Borg a Parigi, con cui ebbe una rivalità storica (non solo sul campo).