Bilancia, pretendi meno dai tuoi figli. Vergine: le scaramucce portano guai

ARIETE – “Le prove alle quali R. lo sottometteva cercavano un limite d’amore”: per ritrovare la Luce in una notte romana, evita di comportarti come l’eroina di Alessandro Pierozzi (Piemme). Non chiedere la prova al tuo bello, o ti si ritorcerà contro.

 

TORO – “Che colpa è se in sé non è una colpa? La circostanza può decidere colpa o virtù?”. Sì, nel tuo caso sì; perciò fregatene di chi, in ufficio, ti sta incolpando di scarsa professionalità: è solo una malalingua, come quella Intorno a Don Carlos di Marco Filiberti (Titivillus).

 

GEMELLI –Anna Folli racconta il tormentato connubio MoranteMoravia (Neri Pozza). Lui, ad esempio, disse: “L’amavo, indiscutibilmente. Ma nello stesso tempo, per certi versi, volevo liberarmi di lei”. Sappi che è lo stesso sentimento del partner nei tuoi confronti.

 

CANCRO – Secondo Chitra Banerjee Divakaruni, “si può amare in molti modi diversi, e a volte si può soffrire molto di più”. Il tuo piatto pende proprio dalla parte del tormento, ma non disperare. Sono in arrivo per te I dolci profumi del Bengala (Einaudi).

 

LEONE – Perché il tempo vola quando siamo felici? Boh, chiedilo ad Alan Burdick (il Saggiatore). Tu però ora sei triste perché soffri della sindrome del “bambino cresciuto in Bulgaria, dove i ritmi musicali sono più complessi”: è per questo che non riesci ad apprezzare nient’altro.

 

VERGINE – Dialogo tra amanti registrato da Frank Santoro (001) – Lei: “Non vuoi mai parlare di niente”. Lui: “Non ho intenzione di litigare con te”. Dopo la lite, i due finiranno a Pompei, in un momento un po’ vulcanico. Le scaramucce amorose portano guai a valanga: attenzione.

 

BILANCIA –“Abbiamo molte opinioni su chi siamo e chi non siamo, e spesso limitiamo noi stessi e gli altri sulla base di tali convinzioni”. Ma no, ha ragione Valentina Giordano: I genitori perfetti non esistono (Sperling & Kupfer). Pretendi meno da te e dai tuoi figli.

 

SCORPIONE – “Sì lo so, devo smettere con le merendine”, dice il cavallo sovrappeso nelle miniature del Medioevo bizzarro (Töpffer), di cui Elisabetta Polezzo cura le esilaranti didascalie. Fai come lei: trasforma il mostruoso in comico, e il familiare dispotico in caricatura.

 

SAGITTARIO – Sei alle prese con Un’assoluta mancanza (Rizzoli); perciò i consigli di Francesca Bussi ti saranno d’aiuto, ancorché perentori: “Non c’è gloria nell’avere un cuore che gronda amore senza essere ricambiato. Non ci sono stellette da appuntarsi al petto”.

 

CAPRICORNO – Jacques Leclercq tesse un Elogio della pigrizia (Edb) et al.: “Mosè attese una settimana intera. Il settimo giorno, Dio parlò. Non si fa venire Dio come si chiama il portiere”. Quindi anche tu faresti bene ad aspettare: la risposta dell’amato varrà la pena.

 

ACQUARIO –Paolo Zellini mette in guardia dalla Dittatura del calcolo (Adelphi): “La scienza degli algoritmi ha nei suoi stessi presupposti il riconoscimento dell’incertezza e dell’inevitabilità degli errori”. E se ce l’ha la scienza, figuriamoci la tua coscienza! Rivedi i calcoli amorosi.

 

PESCI – Francesco Carofiglio ti parla di Jonas e il mondo nero (Il battello a vapore), ma il finale sarà più che roseo, soprattutto se ti affidi all’amico: “Paura? Ma scherzi… nessuna paura, non quando sei con me”. Coltiva la tua amicizia lavorativa.

L’informazione del servizio pubblico ostile verso qualunque pluralità di voci

Il peso politico di Lega e M5S messi insieme – governo o meno, giusto nel peso parlamentare – va a corrispondere comunque a una tabula rasa. Se mai la faranno. E tra le tante, una: il servizio pubblico nell’informazione. Dopo le elezioni “se ne parla”, aveva detto Matteo Salvini, a proposito di Fabio Fazio (in foto) e di quel che deriva dall’onnipotenza ostracizzante di Che tempo che fa.

Diocenescampi una censura, ma la Rai renziana che se ne va, ostile verso qualunque pluralità di voci, è la fotocopia – perfino nei profili professionali dei vertici – della Rai berlusconiana, resa ancora peggiore dall’apporto disastroso di Alleanza nazionale (con tanto di cognatino di Gianfranco Fini pronto a lucrare e giustamente messo alla porta da Guido Paglia, dirigente di viale Mazzini, fortunatamente cresciuto a pane e Montanelli). L’associazione Lettera22, che riunisce giornalisti fuori cordata, ha lanciato un tema a questo proposito – La dittatura del politicamente corretto – ne ha discusso giovedì scorso in un convegno a Roma ma il vero argomento, specialmente per gli operatori culturali del servizio pubblico, anche per non ripercorrere gli stessi errori di questua, avrebbe dovuto essere uno e solo uno: “Quanto tempo s’è perso…”.

Tabula rasa, dunque. Per non dire del corollario che va a discendere per li rami in quella grande vetrina che è la fabbrica culturale della nazione. Fosse pure il solo Salone del Libro di Torino, un fondamentale evento che beneficia di fondi pubblici – come comunque qualsiasi altra macchina della produzione intellettuale “pubblica”, dal Maggio fiorentino alla Mostra del Cinema di Venezia – dove è sempre più urgente sia garantita quella pluralità che è richiesta dalla semplice onestà intellettuale, ma anche dalla ovvia richiesta di mercato: la stragrande maggioranza degli italiani, quella che poi alle elezioni ha fatto una scelta antagonista rispetto all’andazzo, non è obbligatoriamente sintonizzata sul palinsesto di Rai Radio 3, l’inserto di Repubblica o i libri presentati da Fazio.

Un robusto articolo polemico di Luigi Mascheroni, su Il Giornale, è andato dritto al punto quando da Torino, nel bel mezzo del Salone, ha evidenziato la totale assenza dell’altra metà (perfino maggioritaria) d’Italia. Non si tratta di fare a mezzo tra destra e sinistra, ci mancherebbe – la destra, si sa, è digiuna d’alfabeto – ma quel che s’impone nella Voce del Padrone, e sempre coi soldi dei cittadini, è immancabilmente la parrocchietta dei parrucconi del pensiero unico, ormai espressione di un establishment vivo solo negli agi autoreferenziali fatti di prebende, contratti e patti inamovibili sottoscritti dal mandarinato chiuso nella torre solida del “servizio pubblico”. Tabula rasa, insomma, urge.

L’antieroe Von Trier ha salvato un festival fallimentare e noioso

Per lui, per noi, per il festival del cinema: meno male. Meno male che un centinaio di spettatori sia fuggito dal Grand Théâtre Lumière, lamentando come “stavolta è andato troppo oltre”, deprecando immagini “repellenti”, scene “ripugnanti”, un film che “tortura”.
Meno male, che Lars von Trier c’è. Netflix osteggiata; selfie e foto sulla Montée des marches vietati; feste, poster, star e Studios – ha stigmatizzato l’autorevole The Hollywood Reporter – ai minimi termini; il delegato generale Thierry Fremaux – ha rincarato l’influente Variety – che ha rischiato il licenziamento: non ci fosse stato in cartellone The House that Jack Built sarebbe una Cannes da buttare.
Invece no, il reietto Lars von Trier, dichiarato persona non grata nel 2011, ha salvato il culo al festival sciagurato.

Accompagnando sette anni orsono Melancholia, in conferenza stampa s’incartò, berciò comprensione per Hitler, attaccò la connazionale, collega ed ebrea Susanne Bier, e venne condannato. Eppure, se l’arte fosse morale avremmo Cuore e poco altro, se dall’artista si esigesse rettitudine non avremmo il fottuto danese: pluripremiato sulla Croisette, anche Palma d’Oro nel 2000 per Dancer in the Dark (la protagonista Bjork ha fatto intendere di essere stata molestata), stavolta è stato tenuto alla larga dalla competizione, secondo gli amici di Fremaux per evitargli l’obbligatorio incontro stampa, secondo gli onesti per assecondare, dal #metoo in giù, l’attitudine ipocrita, pilatesca e paracula di questa 71esima edizione.

Ebbene, Lars l’antieroe è riuscito a capitalizzare persino la peggio bruttura introdotta da Fremaux, l’abolizione delle anteprime stampa: The House that Jack Built è passato in proiezione di gala la sera del 14 maggio, le reazioni disgustate sono andate in rete, e l’indomani noi critici abbiamo pregustato la visione parafrasando Apocalypse Now, “mi piace l’odore di Lars von Trier al mattino”.

Mania di controllo, compulsione e ossessività sul referto, il Nostro oscilla tra delirio narcisista e confessione d’inadeguatezza, financo autocritica: si dice un ingegnere che si pretende architetto, e per épater le bourgeois sceglie un alter ego serial killer, il busterkeatoniano Matt Dillon, e lo traghetta in una discesa agli inferi di dantesca memoria, con cartapesta in computer grafica e espiazione per effetto speciale.

Povero Lars, che per farsi perdonare fa di tutto e di più, salvo che rinnegare sé stesso: The House that Jack Built è sadico, macabro, (scanzonatamente) misogino, addirittura abietto, ma con sentimento, con convinzione, con una direzione. È la quercia di Goethe attorno a cui fu costruito il campo di Buchenwald, è la tiger tiger burning bright di William Blake pervertita da troppi agnelli, è il Glenn Gould “raggricciato” – suonava, solo lui, dal basso verso l’alto – al piano, e quest’attributo geniale gli viene da un libro che qui torna assai utile, Il soccombente del sommo Thomas Bernhard. Anche Lars soccombe davanti a un genio quale Gould, ma anziché votarsi al suicidio o all’oscurità lui sceglie di mettersi allo specchio e sbattere sullo schermo il complesso d’inferiorità: seni recisi, bambini mutilati e ricomposti in ghiacciaia, ironia mortifera e case cadaveriche, all’horror non si comanda, figuriamoci a quello del danese scorretto.

Che gira con facilità e felicità senza eguali, che passa in rassegna i suoi guilty pleasure, dal “prediletto” Hitler e il suo architetto Albert Speer alle cattedrali gotiche, e trova nel compianto Bowie il cantore e confessore: “Fame, it’s not your brain, it’s just the flame / That burns your change to keep you insane”. A lui e al suo The House that Jack Built la Palma non grata del 71° Festival di Cannes.

Il “periodo d’oro” di Picasso. Oltre il danno, anche la febbre

Potremmo definirlo il “periodo d’oro” di Pablo Picasso. Niente a che vedere con la sua produzione, ovviamente. Qui no è l’arte che interessa. Ma il prodotto, o meglio, il fine. Che, proverbialmente, giustifica i mezzi o – come in questo caso – le parti mancanti. Pittura rovinata, opera intaccata. La febbre per il pittore malagueño è tale che se nella preview di una delle aste milionarie, un quadro viene danneggiato, non importa, il direttore di Christie’s sospira un “capita” e mette a tacere lo scandalo.

Che poi non di scandalo si tratta. O, meglio, non di questo. E neanche di uno scandalo economico: il dipinto Il marinaio, intaccato o no, è stato battuto per 60 milioni di euro, verrà magari rivenduto al doppio tra qualche decennio.

Certo il genio spagnolo non ritornerà a lamentarsene, a disconoscerlo, né potrà dipingere altri marinai. Si spera almeno che i futuri proprietari non siano soltanto colpiti dalla “febbre dei dalmata” (quella post Carica dei 101, quando tutti i bambini vollero un cane bianco e nero per poi abbandonarli l’anno dopo sulle strade di tutto il mondo) e che si avvicinino – se equagliarlo sarebbe troppo – agli ex proprietari, Peggy e David Rockfeller, dalla cui collezione provengono i quadri battuti (è proprio il caso di dirlo) a New York. Il marinaio, infatti, non è l’unico dipinto di Pablo Picasso venduto da Christie’s. Anzi, a segnare il record qualche giorno prima del ritiro di quest’ultimo era stato Fillette à la corbeille fleurie valutato 100 milioni di dollari e aggiudicato per 115. Soldi a parte, il revival del padre de la Guernica ha riportato in auge anche studi e teorie più o meno verosimili circa la composizione e il significato “recondito” di una delle opere più famose al mondo. Quasi mancassero testimonianze dirette dell’autore. Dai bozzetti preparatori alle interviste. Niente. Ultimo, il professore José María Juarranz de la Fuente, docente in pensione di Storia e Geografia che un mese fa ha riunito la stampa in un famoso hotel di Madrid. Ordine del giorno: “Guernica. Opera maestra sconosciuta”. Appunto.

Dopo 14 anni di studio, infatti, de la Fuente ha le idee chiare: “Il quadro non ha niente a che vedere con il bombardamento di Guernica, ma sintetizza tre momenti chiave della vita di Picasso. Il terremoto di Malaga del 1884, quando l’autore aveva tre anni; la morte di Casagemas e il suo conflitto personale degli anni 30 dopo il divorzio dalla sua prima moglie”. Quest’ultima, la ballerina russa Olga Khokhlova, nel dipinto sarebbe la testa di cavallo. Febbre da cavallo, più che altro, che continua ad alzarsi, tanto più ora che a interpretare Picasso sul piccolo/grande schermo è il bravissimo Antonio Banderas. Sempre più bello che bravo e forse anche per questo, sempre più simile a un’icona che al pittore suo concittadino in carne e ossa. Il cui fascino nessuno metterebbe in discussione (a meno che non voglia farlo il professore de la Fuente), ma sulla cui prestanza fisica in molti – critici – avrebbero da ridire. Ma il cui motto continua ad inverarsi: “Datemi un museo e ve lo riempirò”.

Carta d’identità elettronica, quanti disagi: servono mesi

“La carta d’identità cartacea non è sicura e deve essere abbandonata entro due anni. Non puntiamo il dito contro l’Italia, ma è l’unico Paese europeo che utilizza ancora questa versione”. Il monito che arriva da Strasburgo è inequivocabile: il ritardo digitale che ci contraddistingue non si inserisce nelle nuove misure anti-terrorismo. Una dead line , questa imposta dall’Europa, che mette paura visto che, se entro la fine di quest’anno l’intero sistema anagrafico emetterà solo il documento digitalizzato, è poi solo nel giro di 8 anni che si riuscirà a sostituire tutto il cartaceo, a ritmi di 7/8 milioni di tessere all’anno, con le nuove carte che hanno il chip, non sono clonabili, contengono l’impronta digitale e rispondono, appunto, a standard internazionali di identificazione. E che – su carta – potrebbero anche contenere dati sanitari, fiscali, bancari e lavorativi.

Ma dopo 21 anni dal primo progetto (che risale alla legge Bassanini del 1997), 12 normative diverse che si sono susseguite e una sperimentazione ufficialmente iniziata nel 2106, la carta d’identità elettronica ancora oggi – arrivata al quarto tempo – non si toglie di dosso “la fase beta”, nonostante sia una realtà in più della metà dei Comuni italiani. “Quelli in cui è attiva sono 4.814 su 7.956, mentre la popolazione raggiunta è pari all’88% del totale. E, ad oggi, le carte emesse sono 2.961.330”, spiega Stefano Imperatori, responsabile Tecnologie del Poligrafico e Zecca dello Stato. Ancora poche, però, per una rivoluzione, l’ennesima, per la quale il governo Renzi lo scorso anno ha stanziato 65 milioni di euro nel quinquennio 2016-2021.

Tutta colpa di disservizi, file interminabili e blocchi informatici di un progetto impantanato nelle maglie della stessa amministrazione pubblica. L’illusione di ottenere il documento si dissolve, infatti, in pochi clic quando si scopre che un’operazione tanto semplice – ovunque nel mondo richiede pochi minuti – si trasforma in un’odissea. Il caso limite è Roma. Se si va sul sito TuPassi.it per prenotare l’appuntamento, si scopre che non c’è nessun giorno disponibile. Né per questo mese né per il prossimo né per il 2019. Noi abbiamo fatto la prova mercoledì 16 e giovedì 17 maggio. É andata meglio venerdì 18 maggio: alle ore 15.49, mentre stavamo controllando la disponibilità, è comparso un posto alle 16.02 presso il VII municipio, il più popoloso della Capitale con più di 300.000 abitanti. Ma impossibile da raggiungere in poco più di 10 minuti. É, invece, andata meglio nell’VIII municipio: il primo appuntamento utile è per il 14 settembre, dopo le vacanze al rientro a scuola.

Stessi tempi dilatati a Vicenza: giovedì pomeriggio, la prima data disponibile sul sistema di prenotazione online del Comune era il 24 agosto alle ore 10.35. Sempre attraverso TuPassi.it è andata con Pavia: il primo giorno utile è il 13 giugno. In pratica serve un mese per soddisfare la richiesta. Peccato che nel Comune abitino solo 72.612 abitanti. Altra prova sul campo: Milano. Un nostro collega, dopo aver fatto innumerevoli tentativi telefonici con il Comune, rimanendo sempre attaccato alla cornetta per oltre 15 minuti, ha scoperto che la figlia non può partire per una vacanza studio in Gran Bretagna, perché il primo posto libero che ha trovato è il 25 luglio, cioè dopo la data di partenza. E, scoperta l’amara verità, ha avuto anche un’altra rivelazione: non può neanche attivare la procedura d’urgenza che permette di tornare al vecchio caro documento di carta (per farlo basta andare – ironia della sorte – anche senza appuntamento, in qualsiasi ufficio dell’anagrafe, presentando però i biglietti aerei o la prenotazione della villeggiatura), perché il passaporto che ha, ugualmente scaduto, ha la priorità nel rinnovo d’urgenza rispetto alla carta.

E, comunque, bisogna armarsi sempre di tanta pazienza per non fare la fine di un altro cittadino che, nelle scorse settimane, esasperato dall’ennesimo blackout dei terminali ha innescato una rissa in un ufficio anagrafico di Bari. Ma anche i fortunati che arrivano allo sportello con la prenotazione, la fototessera e i moduli rischiano. Mentre l’impiegato trascrive i dati cartacei al computer (è stato calcolato che servono 30 minuti contro i 15 della carta cartacea) bisogna augurarsi che non salti il collegamento con il ministero dell’Interno o che il programma si blocchi, altrimenti gli addetti comunali devono contattare i tecnici del Poligrafico dello Stato (dove dal 2016, nella sede romana di via Salaria, c’è il cervellone operativo), con il rischio che il rilascio della tessera venga rimandato.

Secondo gli addetti ai lavori, i problemi non mancano e continueranno a non mancare. Le postazioni informatiche decentrate allestite dal ministero dell’Interno (pc, stampante multifunzione, scanner di impronta, lettore di codice a barre e di smart card) non solo non bastano per riuscire a recepire e gestire tutte le richieste, ma chi le sa far funzionare sono veramente in pochi, non proporzionati alle ondate di quotidiane richieste effettive. Tanto che a inizio anno, il Comune di Roma ha ottenuto 25 postazioni in più, che si sono aggiunte alle 100 che già aveva, per soddisfare circa il 70% di richieste, mentre la previsione di carte di identità in scadenza da emettere per il 2018 ammonta a oltre 250.000.

Il costo della Cie? Caro più di quattro volte di quella cartacea: 22,21 euro contro 5,42 euro. Un esborso maggiore che dovrebbe essere compensato dal pensiero che anche gli italiani potranno finalmente diventare cittadini digitali. Peccato che anche qui ci siano dei problemi: ancora troppi Comuni non fanno pagare l’importo con il Pos e pochi utenti si presentano con i soldi contati. Gli altri rischiano di non prendere il resto o di regalare 5 centesimi all’amministrazione. Tanto che Bologna e Firenze sono arrivate a tagliare i costi di segreteria permettendo ai cittadini di pagare la carta d’identità elettronica solo 22 euro, mentre a Bari i contanti sono aboliti e si può pagare solo col Bancomat.

L’Inter in Champions e retrocede il Crotone

Nell’ultima giornata del campionato di calcio grande impresa dell’Inter, che vince in rimonta sulla Lazio nello scontro diretto per l’accesso alla prossima Champions League. Passano due volte in vantaggio i biancocelesti (prima con un’autorete di Perisic e poi con Felipe Anderson), la squadra di Spalletti risponde con una doppietta i gol di D’Ambrosio e Icardi e mette la freccia con il colpo di testa di Vecino. In coda, la terza squadra a retrocedere (dopo Benevento e Verona) è il Crotone, sconfitto 2-1 a Napoli.

Lancia la figlia dal ponte, morta anche la moglie

Un uomo di 49 anni, Fausto Filippone, ha ucciso la figlia di 10 anni lanciandola da un cavalcavia dell’autostrada A14, all’altezza di Francavilla al Mare (Chieti). Dopo sette ore appeso sul bordo del viadotto, anche lui si è lasciato andare nel vuoto ed è morto sul colpo. È l’ultimo atto di una tragedia familiare iniziata poche ore prima a Chieti Scalo, dove era precipitata da un balcone la moglie di Filippone, Marina Angrilli. La donna è morta dopo la corsa in ospedale. L’ipotesi è che sia stata uccisa dal marito.

L’ossessione del cambio di stagione

“È tutta colpa della primavera…”. Mamma canticchia un brano di Buonanotte Bettina, la commedia musicale di Garinei e Giovannini, ma non perché l’arrivo dei primi caldi le fa tornare il cuore minorenne, lo fa solo per alleggerirselo in vista delle grandi manovre del cambio di stagione: un ossessione a cadenza semestrale. Cappotti e coperte, giubbotti e piumoni, golfini e piumini, maglioni e affini, devono essere accuratamente lavati e asciugati, stirati e stipati, possibilmente ognuno nella propria custodia di cellophane, con tanto di foglietto antitarme profumato rigorosamente alla lavanda. Una specie di sepoltura profana, prima dell’ascesa al piano superiore dell’armadio. Mamma soffre di vertigini, quindi non vuole montare sulla scala e dirige mio padre nelle operazioni di stoccaggio. Papà acconsente, mesto e rassegnato arranca sui pioli tenendo pacchi, buste e stampelle con entrambe le mani, le ascelle e il mento, usa tutte le dita agganciando più grucce possibili, a volte anche coi denti. Mamma gli dà ordini perentori, come il sergente di Full Metal Jacket col soldato Palla di lardo. In effetti ce ne sarebbe per vestire un esercito. Papà prova a proporre l’ipotesi di disfarsi di qualche vecchio capo, magari portarlo alla Caritas; mamma con sguardo isterico e affetta da accumulo compulsivo, non ne vuole sapere. Ogni anno aumenta il carico in salita e in discesa, e il mastodonte armadio di ciliegio a dodici ante che giganteggia in camera da letto è sull’orlo dell’indigestione, tra poco vomiterà tutto sul pavimento. A tarda notte finiscono distrutti e sfranti sul letto, mentre lampi e tuoni annunciano un temporale. “Amore ho freddo! Prendi la scala, sali su e tira fuori il piumone”. “Tesoro, ma è primavera!”. “Lo so amore, ma ormai lo sai che non esistono più le mezze stagioni!”.

 

In Palestina la vittima continua a farsi carnefice

“Dopo la loro uccisione gli Zeloti e la massa degli Idumei si avventarono sul popolo facendone macello come di un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto appena era presa, mentre i giovani della nobiltà dopo la cattura li incatenarono e li gettarono in prigione, rinviandone l’uccisione nella speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire anziché schierarsi insieme con quei criminali contro la patria. Terribili furono i supplizi cui vennero sottoposti dopo il rifiuto; furono flagellati e torturati, e solo dopo quando il corpo non era più in grado di resistere ai tormenti, a stento concedevano loro il colpo di grazia”. Giuseppe Flavio nelle sue Antichità giudaiche (4.5.3) racconta con sgomento ciò di cui gli Zeloti (in ebraico Kanna’im) erano capaci in ferocia. Apparsi sin dal I secolo, gli Zeloti costituirono una fazione giudaica politico-religiosa segnata da un’irriducibile, irrazionale e accanita indipendenza politica del regno di Giudea, una peculiarità che faceva assumeva loro l’aspetto di strenui difensori dell’ortodossia e dell’integralismo ebraico dell’epoca. Tanto era irriducibile la loro tensione ribelle verso la dominazione romana, da esser trattati appunto dai Romani alla stregua di terroristi e criminali comuni. Ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza, con quegli atroci e incomprensibili massacri di cui si ha notizia, non è molto diverso da quello che accadeva già due millenni fa in Giudea e Palestina, ancora oggi terra di sangue e dolore, e dove nel corso della Storia si ripete il ciclo della vittima che si fa carnefice, per ridiventare vittima e poi ancora carnefice!