La lotta alla mafia passa per le palestre delle nostre scuole

Andrea ha voce leggera. Il volto un po’ scavato e la camicia scura, canta parole di poesia e di libertà. Lo accompagnano un basso e una chitarra. Con Margherita, Federica e Francesco presenta nella grande sala dell’“Emilio Alessandrini” la canzone dedicata a una vittima sconosciuta della camorra casertana. Genovese Pagliuca, si chiamava, ucciso più di 20 anni fa dal clan dei Casalesi per avere voluto difendere la sua fidanzata. Di quel ragazzo hanno sentito raccontare durante un viaggio. E il suo ricordo si è conficcato nella loro mente. “Saremo un soffio di vento che porta via la paura”, canta Andrea.

Vittuone, hinterland ovest di Milano. I quattro ragazzi della V C ammaliano e commuovono sindaci e amministratori. Giurano anche che “saremo tutti sbirri” e “ci sentiremo orgogliosamente sbirri” visto che i mafiosi così chiamano i difensori della legge. Va in scena, grazie a uno dei Centri di promozione della legalità cresciuti nella scuola lombarda, uno degli atti dell’inesauribile rappresentazione dell’antimafia lombarda che precede la grande settimana dedicata alla memoria di Giovanni Falcone. Ventitre maggio 1992, Capaci, il giudice e Francesca Morvillo. E con loro Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Una voragine nella nostra storia e anche nelle nostre coscienze.

É una inimmaginabile effervescenza, una vera fioritura di iniziative. Alcune promosse proprio in vista di giovedì prossimo. Altre nate in autonomia di tempi e di progetti. Autonoma è l’assemblea del Keynes di Gazzada, provincia di Varese, con quei quattro ragazzi in camicia bianca, Claudio, Tobia e i due Andrea, che hanno scoperto da poco la lotta alla mafia e ci si sono tuffati per voglia di dignità. Leggono ogni libro, sono stati il 21 marzo di Libera a Mantova con la loro prof più combattiva, Caterina, e hanno deciso di dare una svolta alla loro vita. Hanno riempito di ragazzi una palestra ancora da domare, ma alla fine ce l’hanno fatta, silenzio rapito con l’aiuto della loro prof, inquieta finché non tacciono urla e versi su spalti incontinenti.

Dolce è stata l’intitolazione di un’altra palestra, quella dell’Istituto “Sorelle Agazzi” di Milano, a Dodò Gabriele, altra storia sentita e subito fatta propria: quel bambino ucciso su un campo di calcio a Crotone, e a cui a ogni compleanno mandano idealmente gli auguri i suoi coetanei.

Battono gli adulti, questi giovanissimi che mentre ricordano il giudice-simbolo si appassionano anche a figure sconosciute, dedicando loro canzoni e palestre, quasi si stesse costruendo una nuova identità nazionale. La annunciano, quell’identità, i 50 studenti di Scienze Politiche che da Milano partono con la “nave Falcone” per Palermo. Ansiosi di vedere i lenzuoli bianchi scendere dai balconi popolari, di cui hanno narrato loro i compagni più grandi. O le centinaia di giovani che hanno riempito l’aula magna della Statale, incantati dallo spettacolo delle detenute dell’alta sicurezza di Vigevano, stupiti di scoprire le tante strade possibili per riconquistare palmo a palmo alla mafia i suoi consensi. O gli studenti di Sesto Calende, ancora provincia di Varese, scuola “Carlo Alberto dalla Chiesa”, che parlano di legalità e Costituzione (maglietta: “la più bella del mondo”), le grandi parole che resistono e fanno da stella polare, tanto che proprio l’aula magna dedicata “alla Costituzione e alla legalità” del “Primo Levi” di San Donato Milanese verrà intitolata giovedì alla memoria di Lea Garofalo. Mentre il Vittorio Veneto, liceo storico dell’antimafia milanese sin dagli Anni 80, ha ospitato venerdì sera uno spettacolo teatrale scritto e recitato dagli studenti. “Tante storie proprio così. Storie di mafia e di antimafia”. Anche racconti di eroi vivi, come Tiberio Bentivoglio, l’imprenditore reggino, con la sua lunga lotta contro il pizzo e il fuoco. Di nuovo identità nazionale, di nuovo l’arte, il teatro dopo la musica. Ingenuità e slanci, coraggio e soprattutto generosità. Così il movimento antimafia cresce in terra lombarda accerchiando le cittadine e i paesi che, stando ai magistrati o alla commissione antimafia, sono diventati i fortini o le aie coloniche della ‘ndrangheta. Ambienti permalosi e in cerca di avvocati, dove si pensa che questa ventata di rivolta possa essere soffocata. E invece un movimento così non c’è mai stato. Sono i momenti in cui ciò che è stato seminato prorompe in vegetazione nuova. Quelli in cui si pensa che ne valeva la pena.

Parità di diritti. Se Meghan è “rivoluzionaria” significa che c’è ancora molta strada

Ciao Selvaggia, mi chiamo Sara, vivo e lavoro a Valencia dove mi dedico ad accompagnare le persone che si trovano in un momento difficile della loro vita e hanno bisogno di ampliare il kit di strumenti a cui ricorrere. Tra gli altri, faccio corsi rivolti a donne maltrattate, vittime di abusi, violenze e vessazioni. E ascolto in Consulta le storie e le ansie di altre donne che, indipendentemente dall’età (ne seguo dai 19 ai 60 e passa anni), si trovano in un momento di stallo e smarrimento personale, vuoi perché per la prima volta si sono permesse di chiedersi cosa vogliono veramente, vuoi perché si trovano sobissate da ruoli da coprire, mansioni da svolgere, persone da soddisfare, e, guarda un po’, vanno in tilt. Perché ti racconto tutto ció, te dirai? Ebbene perché sia in Spagna che in Italia mi sono rotta i coglioni di assistere passivamente a pubblicitá sessiste e androcentriche, in cui si promuove un’immagine della donna che o è madre o è una troia, e appena esce da questa B-zona, come direbbe Oronzo Caná, viene mutilata dal senso di colpa. Per cui via libera, da un lato, alle pubblicità di creme per ridurre il culo, unguenti per fermare l’effetto della gravità in faccia, barrette o yogurt ipocalorici ma dall’effetto saziante di un piatto di porchetta; dall’altro lato, mammine sorridenti, graziose, composte che continuano ad apparecchiare tavole, passare il mocio, essere felici ad avere 200 persone a tavole.

E in mezzo chi ci sta? Ci stanno migliaia di donne che non ce la fanno a fare tutte queste cose, che amano il loro lavoro e non vogliono sentirsi colpevoli per dedicarci tante ore, che magari ne devono fare due perchè i soldi non bastano, che fanno fatica a darsi priorità perché sono le ultime della lista, l’elenco è lungo, non hanno mai imparato a farlo. Probabilmente é un discorso trito e ritrito questo, ma ultimamente sono specialmente sensibile a questo tipo di cose. In Spagna l’attenzione del mondo femminile è tutta diretta all’evoluzione del caso “la manada”, l’avrai sentito. Una sentenza allucinante nella quale ai cinque stupratori, che hanno penetrato oralmente, vaginalmente e analmente la vittima e hanno filmato il tutto, è caduta una condanna di abuso, e non di violazione, perché ai giudici maschi non è sembrato che la ragazza opponesse resistenza, anzi: uno ha persino detto che dai rumori del video sembra che ci sia stata certa eccitazione anche dalla sua parte.

Per me, questo indignante processo, le pubblicità sessiste, i racconti delle mie pazienti sono tutte sfumatura di una stessa violenza. E mi chiedo se, un giorno, smetterò di raccogliere i pezzi di un’autostima rotta da percosse e insulti, di appoggiare certe donne a cercare di essere soprattutto donne e non solo ad adempiere ai molteplici ruoli che le vedono impegnate, di vedere in tv la pubblicità degli assorbenti con il liquido blu al posto delle mestruazioni. Grazie.

 

Cara Sara, se consideri che è stato considerato un gesto rivoluzionario e femminista l’ingresso di Meghan Markle in chiesa senza accompagnatore fino all’ultimo gradino della scalinata, direi che sì, abbiamo ancora molto da fare.

 

L’imbarazzo dei figli di gay? Qualcuno dovrà cominciare

Cara Selvaggia, ho letto la lettera delle due donne che chiedevano di essere riconosciute entrambe all’anagrafe come mamme del bambino che una delle due partorirà presto. Ho letto anche la risposta del comune di Milano che si dice favorevole al riconoscimento e che annuncia il proposito di andare avanti così. Premetto che rispetto le due signore e non ho nessun desiderio di rovinare loro la festa, mi permetto solo di fare qualche osservazione. Sono sicure, le due, che questo paese sia così aperto e libero da non far pagare questa scelta di essere due madri al loro amato figlio? Perché io non dubito del fatto che saranno due ottimi genitori, dubito della grazia e della gentilezza dell’umanità in generale. Ricordo che a scuola ero considerato diverso e sfortunato perché i miei divorziarono nel ’78 quando i divorzi ancora erano pochi e ancora si vivevano come un evento eccezionale o qualcosa di cui vergognarsi. Ricordo che quando spiegai in classe che i miei non vivevano più insieme e non erano più sposati, un paio di compagni utilizzarono questa storia per deridermi e canzonarmi più volte. Ricordo che se potevo, nascondevo sempre questa cosa fuori dalla scuola e che con la prima fidanzatina mentii a lungo sul fatto che i miei fossero divorziati. Lei lo seppe da un’amica comune e io trovai molto umiliante il fatto di doverlo ammettere. Sono ricordi lontani e la società è cambiata, ma io mi chiedo se quel bambino, tra qualche anno, quando troverà le due mamme fuori dall’asilo, non si sentirà troppo diverso. E soprattutto se non dovrà rendere conto a qualcuno di una scelta che non è stata la sua.

Lucio

 

Lucio, qualche anno fa anche io ero scettica. Poi mi sono detta che qualcuno deve cominciare. Tu nel 1978 hai dato qualche spiegazione in più, hai avuto qualche imbarazzo in più rispetto ai figli dei divorziati nel 2018. Probabilmente qualche imbarazzo in più toccherà anche a questo bambino, ma sarà grazie a lui e alle mamme come Corinna e Francesca che un domani questa sarà la normalità. Dobbiamo loro affetto e gratitudine, perché tracciano un solco, con amore e molto coraggio.

 

 

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La principessa moderna è un mix fra cosplayer e assistente social

Entrambi i partner sono giovani e attraenti e si sono piaciuti fin dal primo incontro, malgrado il colore della pelle diverso. Entrambi hanno alle spalle clan ingombranti pronti a metter becco e a porre condizioni. I media ci hanno raccontato la loro storia minuto per minuto, tra foto ufficiali e scatti rubati, facendoci sospirare il lieto fine. Ma per quanto possa essere avvincente la fiaba gialloverde fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, noi signore continuiamo a preferire quella rosa, più prevedibile e terra-terra. Non c’è niente da fare: molte di noi si ostinano a non aggiornare il loro concetto principe azzurro, e non se ne vergognano, nemmeno nell’epoca neofemminista di #MeToo. Va detto che puntare ad accompagnarsi a uno spilungone con sequenze di Dna risalenti a Carlo Magno, a Riccardo Cuor di Leone o a Maria Antonietta, ancorché non si traducano in evidenti tare endogamiche, oggi non è una fantasia da social climber, né la folle speranza di percorrere il resto della vita in sella a un cavallo bianco, allacciate all’uomo perfetto, ma l’ennesima declinazione della sindrome della crocerossina.

Tutti gli spilungoni di cui sopra, a cominciare dal decano della categoria, il nonno di Enrichetto il Rosso, sono insipidi e impacciati manici di scopa, in genere anaffettivi e che magari sessant’anni suonati devono rendere conto ai genitori. Considerato che Harry, prima di incontrare Meghan, si presentava alle feste vestito da nazi e si faceva filmare nudo durante party selvaggi a Las Vegas, si può dire che la principessa moderna è un mix fra l’assistente sociale, l’insegnante di sostegno e la cosplayer di The Crown. Per questo le aristocratiche oggi si guardano bene dallo sposare i principi e lasciano l’ingrata incombenza a noi borghesi, più avvezze alla fatica. Loro, le principesse, preferiscono impalmare personal trainer e operatori di borsa. Chiamale sceme.

Una divorziata ha accalappiato l’ultimo principe (roscio)

Non proprio azzurro, piuttosto roscio. Comunque sia, uno degli ultimi principi in circolazione, Harry, se n’è andato sabato scorso, accalappiato da una Cenerentola, divorziata e pure attempatella. Il matrimonio è stato seguito da milioni di persone: nostalgiche e anziane signore, certo, ma anche ragazze ancora incantate dal sogno romantico di un matrimonio d’amore (e benessere). Bisognerebbe svegliarle dalla loro fantasia onirica, segno di scarso realismo e anche di una certa mancanza di spirito critico o persino ironia? Per certi versi sì: meglio affrontare una realtà fatta di uomini che non ti offrono più manco un caffè, stanno insieme il tempo di un ciclo ovulazione-mestruazione e non hanno alcuna intenzione né di condividere beni (figuriamoci) né di fare bambini che indugiare nel sentimentalismo.

Perché parliamoci chiaro: insistere sul sogno romantico, in Italia, significa sposarsi con un over sessanta, oppure racimolare il fondamentalista religioso di turno, oppure, ancora peggio, quello che finite le nozze ti considera a servizio e magari è pure un po’ violentuccio. E tuttavia, di fronte allo sfilacciamento di ogni forma sentimentale e di ogni regola di corteggiamento – con i suoi meravigliosi tempi lunghi e le sue lettere – viene da rimpiangere il tempo in cui anche il fidanzamento era qualcosa di sacro e l’unione tra un uomo e una donna (rispettata con passione) qualcosa di puro, da cui nascevano molti bambini e che durava tutta la vita. Che poi le cose andassero diversamente lo sappiamo. Ma almeno alle donne veniva – forse – risparmiato lo squallore odierno. Quello dell’uomo che si arrapa in chat, ti incontra mettendo a tuo carico l’apericena, poi scompare a suo piacimento dopo il sesso, perché non vuole impegni. E soprattutto, ha almeno una moglie e altre tre fidanzate.

Cile, i silenzi dei cardinali italiani per coprire il “santo” pedofilo

Come notato da più parti, le dimissioni di massa dei vescovi di un intero Paese rappresentano un altro capitolo inedito della Chiesa cattolica, un’altra tappa della rivoluzione di Bergoglio, che pure sullo scandalo pedofilia in Cile qualche abbaglio l’aveva preso: si pensi alla contestatissima nomina a presule di Juan Barros Madrid, allievo del “santo” violentatore Fernando Karadima, “coperto” per decenni anche in Vaticano.

Ed è per questo che il rinnovamento avviato dal clamoroso gesto dell’episcopato cileno sarà veramente tale solo se si indagherà a fondo sulla rete di complicità che ha protetto Karadima durante la sua lunga parabola nella ricca parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque, nella Santiago borghese che ancora rimpiange il dittatore fascista Pinochet.

I nomi? Soprattutto uno, come ha spiegato in un’intervista all’edizione italiana dell’Huffington Post il poeta cileno Pablo Simonetti, attivista dei diritti civili dei gay: “Il potere di Karadima è stato fondato anche sulla sua vicinanza alla dittatura e al gruppo sociale che l’ha sostenuta. È stato in un certo modo il legame tra Pinochet e il Vaticano, attraverso il Nunzio Apostolico del tempo, monsignor Angelo Sodano, che è stato poi promosso da Giovanni Paolo II segretario di Stato. C’è una rete di potere che vale la pena di investigare”.

Oggi Sodano, novantenne, è il decano del collegio cardinalizio. L’ex segretario di Stato di papa Wojtyla ha sempre mantenuto una solida coerenza in merito. Come la difesa del fondatore dei Legionari di Cristo, il messicano Marcial Maciel Degollado, altro feroce stupratore di seminaristi poi condannato dal Vaticano. Non solo. Secondo il cardinale Schönborn, nel 1995 Sodano coprì il gravissimo caso dell’allora arcivescovo di Vienna Hans Hermann Groër. E quando poi lo scandalo dei preti pedofili investì il pontificato di Ratzinger, il solerte Sodano derubricò la questione a “chiacchiericcio”.

Il ct per l’Europeo in Europa va male

Premesso che dopo Ventura sulla panchina della nazionale farebbe la sua figura anche Jimmy il Fenomeno, fossimo nei 60 milioni di tifosi azzurri, il freno a mano degli entusiasmi lo terremmo tirato. Anche se nessuno lo dice, la verità è che in campo internazionale il nuovo ct Roberto Mancini è stato finora, nelle vesti di allenatore, una tragedia. Una sciagura vera. Eppure non parte male il giovane Roby, che a 38 anni – corre la stagione 2002-03 – si ritrova a guidare la Lazio in Coppa Uefa; dove in semifinale incoccia però nel Porto di Mourinho che la spazza via con un brutale 4-1 all’andata (e 0-0 al ritorno). Passa un anno e la Lazio è in Champions: da dove toglie subito il disturbo, ultima nel girone alle spalle di Chelsea, Besiktas e Sparta Praga (sic). Mancini è entrato, però, nelle grazie di Massimo Moratti che lo porta all’Inter per quattro stagioni di Champions. Nella prima (2004-05) l’Inter esce ai quarti umiliata nella doppia sfida col Milan: che vince 2-0 all’andata e 3-0 (a tavolino) al ritorno nel famoso match del petardo in testa a Dida dopo il gol spezza-speranze di Shevchenko. Passa un anno e Mancini cola a picco nei quarti col Villareal: che perde 1-2 a San Siro ma in Spagna segna un golletto e vola in semifinale. Altro giro, altro regalo: è il 2006-2007 e l’Inter si squaglia agli ottavi di fronte al Valencia che dopo il 2-2 di San Siro narcotizza la Mancio-band al Mestalla: 0-0 e nerazzurri che si risvegliano solo al fischio finale scatenando la leggendaria rissa che costa 6 giornate a Burdisso e Maicon, 3 a Cordoba e 2 a Cruz. E agli ottavi si chiude anche l’avventura 2007-08: ancora con isterismi assortiti, questa volta contro il Liverpool di Benitez che vince 2-0 all’andata (Materazzi espulso dopo mezzora) e 1-0 al ritorno, con rosso a Burdisso sullo 0-0.

Di figuracce così Moratti ne ha abbastanza: e assume Mourinho. Dopo un anno sabbatico, Mancini se ne va in Inghilterra al Manchester City dove apre un nuovo quadriennio. Dopo una prima stagione fuori dal giro, il City torna nel 2010-11 in Europa League, ma senza gloria, eliminato agli ottavi dalla Dinamo Kiev. Seguono due stagioni in Champions una più disastrosa dell’altra. Nel 2011-12 il City non supera il girone eliminatorio (3° alle spalle di Bayern e Napoli) e retrocede in Europa League dove si fa strapazzare dallo Sporting Lisbona. Nel 2012-13 Mancini finisce ultimo alle spalle di Dortmund, Real Madrid e Ajax, con zero vittorie; e anche il City decide così di spesarlo. Roby ripara in Turchia, al Galatasaray, dove non fa in tempo a qualificarsi a spese della Juve di Conte (battuta 1-0 nel famoso match sotto la neve) ed eccolo già a casa, agli ottavi, fatto fuori dal Chelsea. Mancio decide che è ora di tornare all’ovile: e riparte dall’Inter. È il 2014-15 e con Roby in panca l’Inter in Europa League esce agli ottavi stavolta per mano del Wolfsburg (doppio ko, 1-3 e 1-2). L’anno seguente, con l’Inter fuori da tutto, Mancini consuma il divorzio e dopo un altro anno sabbatico firma per lo Zenit San Pietroburgo: che in Europa League, è cronaca di ieri, sparisce ai sedicesimi fatto fuori dal Lipsia.

Domanda: alla Figc hanno studiato bene il curriculum internazionale di Mancini? Perché delle due l’una: o erano di fretta, oppure il subcommissario Costacura (quello di “Matuidi e Pjanic miglior centrocampo del mondo”) aveva bevuto un po’, quella sera.

Solidarietà, un’idea di sinistra di fronte al governo Salvimaio

L’isteria con cui la stampa “democratica” e i principali responsabili dello sfascio italiano replicano al “contratto del governo del cambiamento” è forse più sconfortante del futuro governo. Appelli alla difesa democratica dello Stato, indignazione per soluzioni tecnico-politiche tanto risibili quanto innocue e, soprattutto, il ricorso all’Europa come baluardo ultimo alla calata dei “nuovi barbari”. Con simili premesse il consenso all’alleanza leghista-pentastellata non farà che crescere. Dietro lo scandalo non c’è solo un istinto ormai incistato nelle élite italiane, c’è anche l’ipotesi di costruire, contro il governo nascente, una coalizione liberale ed europeista che guarda a Macron come faro e che cercherà di affermarsi anche come risposta alla crisi del Pd. Auguri a chi ci proverà.

Per chi mantiene un orientamento di sinistra, la posizione non può essere quella e non può nemmeno basarsi su una chiamata alle armi contro “i nuovi fascismi”, se non altro perché non troverebbe ascolto. Quel programma ha un consenso sociale fortissimo, la maggior parte dei suoi punti potrebbe essere sottoscritto da forze ambientaliste e progressiste. Sposarsi alla flat tax e, soprattutto, alla propaganda anti-immigrati della Lega disegna ovviamente un profilo inquietante e basta dunque a decidere che di un tale governo non si può essere sostenitori.

Un punto di vista di sinistra che voglia mettersi all’opposizione di questo governo, oltre a tener conto di questi elementi, deve prima definire se stesso. L’unico punto di vista di sinistra possibile, ancora oggi, è pensare la società come una realtà attraversata da faglie, da clivages, che danno luogo a conflitti: c’è chi sta da una parte e chi dall’altra. Lega e Cinque stelle hanno scommesso, vincendo, su una faglia tra “l’alto” e il “basso”, tra il popolo e le élite, raffigurando in queste le classi dirigenti italiane ed europee degli ultimi trent’anni. Nel popolo ci sono un po’ tutti, soprattutto una classe media impoverita, frustrata e rancorosa, ma anche fette consistenti del mondo del lavoro dipendente, giovani precari, insegnanti, funzionari dello Stato. Un punto di vista di sinistra può invece considerare ancora valida la divisione tra il lavoro da una parte, nelle sue molteplici sfaccettature (dai riders ai super-precari) e chi possiede capitali, produttivi e finanziari, e governa l’andamento del mondo. Per quanto si insista da decenni sul superamento di questa suddivisione la dura realtà conferma che quella faglia è ancora attiva.

Anche perché la sostituzione del clivage destra/sinistra con quello alto/basso, per quanto non debba indurre a disprezzare quest’ultimo, ha prodotto finora un risultato negativo: la rabbia sociale si è scaricata sul vicino più prossimo, quasi sempre il migrante, o il rom, il povero, spessissimo le donne, vittime di una violenza inestirpata.

Un punto di vista di sinistra che voglia affrontare seriamente il governo nascituro dovrà affrontare di petto il programma double face del possibile governo con la sua componente liberista come la “dual flat tax”, che propone un futuro dell’Italia da paradiso fiscale e misure sociali come il Reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero, il deficit spending come strategia, la Banca pubblica, politiche per l’ambiente, la scuola, l’acqua pubblica. A tenere insieme le due componenti, oltre a una tattica spregiudicata, soccorre una congiuntura inedita, una delega speciale al “nuovo” contro il “vecchio”, che fa sperare in un cambiamento possibile. La stessa che premiò Renzi nel 2014. Se però è vero che nell’alleanza convivono una componente liberista e una più sociale, la contraddizione verrà fuori ed è su quella che si può scommettere. Anche perché, l’alleanza e il compromesso definito, ha finora messo da parte una parola chiave: la solidarietà. Intesa come “concetto costitutivo della Repubblica” (Stefano Rodotà), come connessione paritaria tra uguali, e non come atto paternalistico del governo di turno, nel programma la solidarietà non c’è. Anzi, nelle misure contro i migranti, contro i rom, contro le povere madri migranti escluse dagli asili nido (cosa c’è di più feroce?) viene riabilitato il suo contrario.

Il punto di vista che una qualche sinistra dovrebbe assumere è esattamente quello della solidarietà: di classe, tra i generi, tra le etnie, come elemento costituito di un’alterità. Che non cristallizzi il governo nascituro sotto etichette generiche come “fascismo” o “sovranismo”, ma lo misuri a partire dai propri valori e dai propri obiettivi. Anche un governo di sinistra, se fosse tale, dovrebbe varare un programma da 100 miliardi di recupero sociale, non è su questo che Salvini e Di Maio vanno criticati.

Il punto è che a pagare questi 100 miliardi dovrebbero essere quelli che in dieci anni di crisi si sono arricchiti e di miliardi ne hanno guadagnati mille. Non è un caso che nel programma venga esclusa la patrimoniale. E non dovrebbero esistere capri espiatori che richiamano alla logica degli anni ’30 del Novecento. Il “loro” e il “noi” dovrebbe essere ribaltato. E nel “noi”, a differenza che nel passato, non ci sono improbabili partiti mai nati o già morti, ma solo una “sinistra di società” che ancora non si riconosce in quanto tale ma che dovrebbe cominciare a farlo.

Segre e i suoi cento anni di Resistenza al fascismo

Un secolo di vita, ma soprattutto un secolo di resistenza ai fascismi vecchi e nuovi, all’oscurantismo clericale e civile, ai pregiudizi di razza e di censo, alla violenza del potere. L’avvocato torinese Bruno Segre compirà cento anni tra qualche mese. Partigiano di Giustizia e libertà, uomo di legge e giornalista (dal 1949 dirige il periodico libertario L’Incontro), scrittore e politico (è stato capogruppo socialista, negli anni Settanta, al consiglio comunale di Torino), Segre festeggerà il suo centenario davvero formidabile il 4 settembre. Cento anni, dunque, trascorsi da alfiere indomito della libertà, della pace, della laicità e dei diritti civili, dall’obiezione di coscienza al divorzio.

Molti sanno, o se non altro dovrebbero sapere, che l’avvocato Segre difese nell’agosto del 1949 il primo obiettore di coscienza italiano, Pietro Pinna, davanti a un Tribunale militare. Così come sono conosciute le sue battaglie per il divorzio. Assai meno noto è che, tra l’estate e l’inverno del 1938, l’allora giovanissimo Segre fu il solo nel nostro Paese, assieme all’ex deputato socialista Giulio Casalini, a osteggiare apertamente le leggi razziali fasciste volute da Mussolini, e varate il 17 novembre, in una serie di articoli apparsi su una rivista regolarmente pubblicata in Italia. Si chiamava L’igiene e la vita, usciva a Torino, e l’aveva fondata il citato Casalini, un medico di Vigevano.

In quei mesi del 1938, come Renzo De Felice ha messo in luce nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, la stragrande maggioranza degli italiani rimase indifferente alle leggi razziali. Tacquero quasi tutti gli stessi ebrei italiani; soltanto uno di loro, l’editore Angelo Fortunato Formiggini, espresse tragicamente la sua protesta contro “l’assurda malvagità dei provvedimenti razzisti” suicidandosi a Modena (si buttò dalla Ghirlandina) nel novembre del 1938. E furono silenti o complici del regime gli intellettuali, salvo Benedetto Croce, che espresse il suo “ribrezzo” per l’antisemitsmo nazifascista in una lettera ripresa dal Palestine Post. Pochi altri, da Massimo Bontempelli a Filippo Tommaso Marinetti, ad alcuni cattolici, non nascosero l’avversione alla vergognosa legislazione avallata da Casa Savoia e dal re Vittorio Emanuele III. Ma un conto era il dissenso per lettera, un altro manifestarlo sulle colonne di un giornale non clandestino.

Segre e Casalini, invece, rischiando il carcere o il confino, ebbero il coraggio di scrivere pubblicamente. Su L’igiene e la vita misero in discussione il preteso fondamento storico e scientifico delle leggi, ossia l’esistenza di una presunta razza pura italiana, di origine ariana, come sostenevano gli accademici autori del Manifesto sulla Razza, pubblicato il 14 luglio del 1938 su Il Giornale d’Italia e in altri quotidiani. Furono soprattutto gli interventi di Segre a mettere in rilievo che le affermazioni contenute nel manifesto “esprimono un punto di vista estremamente soggettivo. Si tratta di affermazioni dogmatiche la cui enunciazione scientificamente lascia molto a desiderare, e che prospettano una situazione diversa assai nei suoi sviluppi storici”. Firmati con lo pseudonimo di Sicor, gli articoli di Segre, all’epoca studente universitario, e di Casalini, che parteggiavano inoltre per la pace (“il fine dei popoli non può essere la guerra”, scrisse l’ex deputato del Psi), non passarono naturalmente inosservati.

Come ricorda l’avvocato, “il giornale di Casalini venne sequestrato e soppresso per avere manifestato opinioni antirazziste”. Certo è che, ha detto più volte Segre, “ancora oggi mi colpisce il fatto che a levarsi contro le leggi razziali non furono gli intellettuali, i giuristi, gli scienziati, i professori universitari, ma un vecchio socialista, che purtroppo nel dopoguerra venne coinvolto in un grave scandalo edilizio, e uno studente quale ero io, uno che aveva appreso dalle lezioni ascoltate all’Ateneo torinese come l’Italia fosse stata un crogiolo di popoli, una molteplicità di genti, altro che purezza di una ‘razza’ sola!”. La scure della censura fascista non tardò a calare sul giornale. Dai documenti conservati all’Archivio di Stato di Torino, si può apprendere che già il 7 ottobre Dino Alfieri, ministro della Cultura Popolare, inviava ai prefetti un telegramma in cui si invitava a “disporre sequestro rivista L’igiene e la vita diretta da Giulio Casalini numero 9 del di settembre ultimo scorso per atteggiamento antirazzista”. Il 9 di novembre, il prefetto di Torino rispondeva: “Disposto sequestro n. 10-11 del periodico L’igiene e la vita ottobre-novembre diretto da Giulio Casalini stampato Tipografia Mittone per trattazione problema razzista non conformemente direttivo Governo Nazionale”. Francesco Mittone, nonno del noto avvocato Alberto Mittone, era stato lo stampatore de Il Grido del Popolo di Antonio Gramsci e di alcune opere di Piero Gobetti; la sua tipografia venne più volte perquisita dai poliziotti e dai fascisti.

Per il giornale di Casalini e Segre, pertanto, i giorni erano contati. “Tenuto conto”, affermava il prefetto di Torino, “che la rivista mensile L’igiene e la vita diretta da Giulio Casalini e stampa (sic) dalla tipografia Mittone – corso Principe Oddone 34, Torino – tiene atteggiamento antirazzista; che per tale motivo si sono dovuti adottare provvedimenti di sequestro; viste le leggi sulla stampa periodica, testo unico della legge comunale e provinciale e quella della legge di Pubblica sicurezza”, il 3 febbraio del 1939 decretava “la soppressione del periodico mensile L’igiene e la vita“. Il Questore di Torino fu “incaricato dell’esecuzione del presente decreto che dovrà essere notificato al direttore responsabile del periodico”.

La rivista cessò le pubblicazioni. E a lungo sarebbe calato il sipario anche sul coraggio del giovane Bruno Segre e del medico socialista Giulio Casalini, due italiani da onorare e da ricordare nei libri di Storia.

“Ormai c’è soltanto l’interesse a vendere pubblicità sul web”

“C’è una grande confusione. E in questo caos gli utenti, invece di consultare i siti delle istituzioni (per i quali paghiamo le tasse…), sono attirati dall’aggressivo profilo promozionale di tanti siti privati che promettono qualsiasi previsione, ovunque, ma con qualità talora scarsa. Colpa di messaggi contraddittori tra siti governativi, regionali, privati e dilettantistici.

Luca Mercalli, lei è uno dei simboli della meteorologia italiana. Oggi la vostra scienza è messa in discussione, i sindaci minacciano cause contro le previsioni sbagliate…

Le previsioni non sono mai state precise come oggi. Si possono fare previsioni ottime a 2-3 giorni (attorno a 90% di successo), e via via con affidabilità a calare ma sempre superiore al 70% fino a 8-10 giorni.

Quali sono i periodi più difficili per i meteorologi?

In primavera la forte variabilità limita a 2-4 giorni una buona previsione, mentre in altri momenti si arriva anche a 10 giorni. Un buon bollettino meteo riporta anche il livello di affidabilità, così dopo non ci si può lamentare.

Come nascono le previsioni oggi?

Ci sono modelli matematici globali gestiti da grandi centri governativi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone) o internazionali (Ecmwf, il Centro europeo) che elaborano su supercomputer la previsione a scala globale utilizzando la miglior conoscenza disponibile sulla fisica dell’atmosfera e i dati di decine di migliaia di stazioni meteo su terra, mare (boe e navi), aria (aerei e radiosonde) e satelliti.

Sono accessibili a tutti?

Le previsioni globali sono in parte pubbliche e gratuite, in parte a pagamento per addetti ai lavori.

Fa tutto il computer?

Per la previsione automatica, quella solo a base di icone dove uno mette il nome del comune e poi esce sole o pioggia, il processo si ferma qui, non c’è quasi intervento umano, nessuna verifica di qualità dei dati. Il meteorologo interpreta i dati globali e locali ed emette un bollettino testuale più approfondito e aderente al territorio.

Come sta la meteorologia in Italia?

C’è molta frammentazione! Il servizio meteo nazionale è affidato dal 1951 all’Aeronautica Militare, ma è molto centralizzato a Roma. Dal 1981 poi sono nati i servizi di previsione regionale. Un tentativo di coordinamento è quello delle previsioni di allerta della Protezione Civile. Una nuova legge istituisce Agenzia Italia Meteo a Bologna. Dovrebbe coordinare e unificare i vari centri regionali. Vedremo se ce la farà.

Vanno forte i siti commerciali…

La frammentazione è stata terreno fertile per la nascita di siti meteo commerciali che hanno interesse a vendere soprattutto pubblicità. Quindi spesso la previsione viene urlata, esasperata, prolungata oltre i suoi limiti di affidabilità, anche per attirare gonzi che cliccano.

E quando sbagliate se la pigliano tutti con voi…

Facile poi in questa confusione dire il classico “non c’azzeccano mai”, che è assolutamente falso. Bisogna controllare la fonte. Quando sentite dire: “Dicono che piove”, andate a vedere chi l’ha detto.

Piovono miliardi

“Che tempo fa?”. Grazie al cielo ci sono nuvole e sole. Per avere un argomento di conversazione. Una volta era sull’ascensore, quando incontravi il vicino e non sapevi che cavolo dire. Vale anche oggi sul web: accendi il computer. E vai a vedere le previsioni. Il tempo atmosferico regala un po’ di varietà quando la vita rischia di mostrarsi monotona. Ma le previsioni garantiscono la sicurezza dei trasporti (navi e aerei). Sapere se pioverà serve anche all’industria e allo sport (che gomme deve mettere Sebastian Vettel?). Per non dire dell’agricoltura, per cui le previsioni erano nate, perché dal raccolto dipendeva la vita: ci provarono per primi i babilonesi nel 650 avanti Cristo, affidandosi alle stelle e alla forma delle nuvole. Fino al 1700, a Francis Beaufort padre della meteorologia, era un vero terno al lotto.

Ma per fortuna all’epoca non c’era il turismo: oggi basta una previsione per spostare milioni di turisti dal mare alle città d’arte. Quindi affari e polemiche a non finire. Con amministratori, come il governatore veneto Luca Zaia, che pochi giorni fa ha minacciato azioni legali contro i signori delle previsioni colpevoli di annunci sbagliati: “Ci causano conseguenze pesanti, perché la più grande industria in Veneto è il turismo, con 17 miliardi di euro di fatturato e 70 milioni di presenze. Non è possibile che ci sia qualcuno che, scrivendo che ci sarà pioggia o temporale, ci svuoti gli alberghi. Se non cambia, chiederemo i danni”. Qualcuno addirittura ha insinuato che le previsioni a volte abbiano favorito una Regione piuttosto che un’altra.

Una volta c’era Edmondo Bernacca, il colonnello dell’Aeronautica, famoso quasi quanto un papa. Il suo volto nelle famiglie era più noto di quello del nonno. A quei cinque minuti prima del tg delle venti erano appesi i destini domenicali di mezza Italia: “Cara, preparo la Seicento per partire?”. Decideva Edmondo. Altri tempi. Diversa era l’accuratezza, non certo per colpa di Bernacca. Poi sono arrivati computer capaci di milioni di calcoli al secondo. Modelli matematici che possono prevedere fino alla minima brezza in ogni angolo del globo. “I cervelli elettronici per le previsioni meteo sono i più potenti del mondo, come quelli utilizzati per scopi militari”, racconta Paolo Sottocorona, che dagli schermi de La7 è diventato uno dei volti più noti e amati della meteorologia. Così è esploso il business. E qui piovono, è proprio il caso di dirlo, miliardi. Dal turismo alle assicurazioni legate ai viaggi, tutti pendono dalle labbra dei meteorologi. Così siti e tv diventano miniere. Le cronache economiche ricordano che nel 2009 Cnbc e Bain (società fondata dall’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney) pagarono 3,5 miliardi per assicurarsi Weather Channel.

Vale anche per l’Italia: ilmeteo.it nella sua presentazione si definisce il sito di informazione più visitato del nostro Paese, con oltre un milione e mezzo di contatti al giorno e 40 milioni utenti unici al mese: “La squadra è operativa h24, 7 giorni su 7 ed è composta da 10 tra meteorologi, fisici, ingegneri ed esperti di comunicazione. Lavoriamo sia sul nowcasting ovvero sulle previsioni a brevissimo termine, sia su quelle a breve, media e lunga scadenza”. 3bmeteo ogni mese sfiora 12 milioni di contatti e 160 milioni di pagine consultate. Poi ci sono 2 milioni di app scaricate sui telefonini. Mentre le previsioni in tv, vedi Mediaset, conquistano fino al 30 per cento dello share. Più dei talk show o dei tg. Ormai sono i telegiornali che fanno da contorno al meteo.

Il grande business sono, appunto, i clic. E quindi la pubblicità. Ma come si conquistano i navigatori e gli affari? Nikos Chiodetto, meteorologo di 3bmeteo di Bergamo: “Noi siamo nati nei primi anni Duemila. Da allora siamo cresciuti tantissimo. Oggi siamo quindici meteorologi, perché nel nostro lavoro dietro ai computer di devono essere le persone. Soprattutto in Italia, un paese con tanti mari e un’orografia complessa. L’affidabilità è molto alta, ma ovviamente crolla dopo le 48 ore, a meno che non ci sia un anticiclone stabile. Oltre i due, tre giorni sono indicazioni di tendenza, a grandi linee. Viste le polemiche con gli enti locali, non devono servire per programmare la nostra vita”. Tanta cautela, si potrebbe chiamare l’effetto-Zaia. Sottocorona è netto: “A volte vediamo previsioni addirittura per la prossima estate. Non hanno alcun valore. È assolutamente impossibile sapere come sarà il prossimo agosto. Noi possiamo avere previsioni molto precise – fino al 90% – soltanto fino a un giorno”. Oltre la settimana, sostiene il volto de La7, rischia di avere il valore di un oroscopo. Le bestie nere del meteorologo sono temperature e umidità. Non c’è cervellone che garantisca una previsione certa. Più sicuri i calcoli sui venti.

Eppure si clicca: “La gente ha bisogno di sapere che tempo fa. E qualcuno azzarda. Così come vedo usare dei termini sensazionalistici, e spesso falsi, per attirare l’attenzione. Quindi i contatti. Si parla di cicloni (magari dando loro perfino un nome, tipo Cleopatra, ndr), una parola che suscita allarme, quando nel nostro emisfero i cicloni vogliono soltanto dire pioggia”. Così fioriscono temporali, bombe d’acqua. Che rischiano di diffondere panico ingiustificato. Accadde in Liguria nel 2012 quando si annunciarono alluvioni ad agosto e nulla arrivò.

Ecco l’oggetto di tante polemiche: il sensazionalismo. “Quando sento parlare di freddo siberiano, di caldo africano, mi viene il dubbio che qualcuno bluffi per attirare l’attenzione perché campa sullo share e i clic”. Un po’ come capita con i giornali: spari il titolone e vendi di più. Calchi la mano sul temporale, dicono i critici, e aumenti i contatti. Quindi la pubblicità. E qui c’è chi punta il dito su un paradosso: la meteorologia è diventata una scienza più esatta. Ma costosa. Non si guarda più il cielo, come i babilonesi, ma ci sono satelliti (polari e geostazionari), navi e aerei, sonde. Tutto a spese dei governi: la Francia ha investito 360 milioni di euro per il suo servizio meteo, la Cina 168.

In Italia – dove tra pubblico e privato ci sono 500 meteorologi – si annunciano grandi cambiamenti: a Bologna sta per partire l’Ecmwf (il centro europeo per le previsioni meteo) con enormi computer e centinaia di esperti. Si trovava a Reading in Inghilterra, ma, a causa della Brexit, emigrerà da noi. Il centro dell’Aeronautica militare finora impiegava quasi cento persone. È un mondo che cambia rapidamente: a Trento a settembre nascerà la facoltà di meteorologia, si parla dell’istituzione di un albo per meteorologi. È stata annunciata la nascita di Italia Meteo, un servizio meteorologico nazionale che risponderà alle specifiche richieste dell’Europa. Senza contare le centinaia di meteorologi impiegati nel settore pubblico, cioè le Arpa regionali e la Protezione Civile. Enormi investimenti pubblici. In tutti i paesi del mondo. Ma poi i dati raccolti vengono trasmessi ai grandi centri globali, il Gfs in America e Reading che simulano i movimenti dell’atmosfera fino ai dieci giorni successivi. Ecco il punto: i dati, frutto del lavoro e degli investimenti pubblici, vengono poi ceduti per poche migliaia di euro a chiunque ne faccia richiesta. Così i siti privati li acquistano, li rielaborano e ci costruiscono un business miliardario con bassi costi e margini di ricavo elevati.

Il meteo è diventato un enorme affare. Sembrano lontanissimi i tempi descritti da Sottocorona quando era soprattutto una questione di passione: “Durante il militare decisi di prestare servizio presso il servizio meteorologico dell’Aeronautica. Fu una folgorazione”. Così Sottocorona da 46 anni studia il cielo, si cimenta in un esercizio scientifico che, però, già nel nome tradisce i propri limiti: previsioni. Sottocorona ha uno stile personale: parla delle perturbazioni in arrivo, ma ne racconta i colori, le luci. “È una scienza bellissima, stimolante e insieme frustrante. Servono tante competenze, ma anche naso ed esperienza”, conclude Sottocorona. Insomma, il fattore umano. Ecco la meteorologia, che trasforma in scienza l’impulso incontrollabile dell’uomo di guardare il cielo. Di cercarvi il futuro e il proprio destino.