La consultazione referendaria nella cattolica irlanda è la sesta sul tema aborto negli ultimi 35 anni, ma è quella decisiva. Una vittoria dei “Sì”, infatti, abrogherebbe l’ottavo emendamento della Costituzione che equipara il diritto alla vita del feto a quello della donna. Negli ultimi mesi anche i partiti conservatori, come il Fine Gael (quello del premier Leo Varadkar) e il Fianna Fail, si sono spostati su posizioni più aperte lasciando ai propri elettori libertà di coscienza, mentre sono nettamente schierati per il “Sì” il Labour e lo Sinn Fein. Paradossalmente, però, un disegno di legge giudicato troppo “radicale” già messo a punto dal premier per l’eventuale abrogazione scoraggerebbe parte dell’elettorato secondo gli ultimi sondaggi. Il paradosso è che l’Irlanda mentre nel 2018 sul tema dell’aborto pare ancora arretrata già nel 2015 ha introdotto nella legislazione, dopo un referendum, il matrimonio omosessuale.
“Via i rosari dalle nostre ovaie”: l’Irlanda che prega per l’aborto
“Get your rosaries off our ovaries” (via i vostri rosari dalle nostre ovaie). Alle celebrazioni della Giornata mondiale della donna, lo scorso 8 marzo a Dublino, sul palco prende la parola Ailbhe Smyth, coordinatrice nazionale della campagna irlandese per la legalizzazione dell’aborto. Un manifestante pro-life la interrompe: “Ma non capite che l’aborto è un omicidio?”. È allora che le migliaia di presenti scandiscono il vecchio slogan: “Get your rosaries off our ovaries”. Cronaca da un paese diviso nel profondo. Nella cattolica Irlanda l’interruzione di gravidanza è consentita solo in caso di gravissimi rischi per la vita della madre, ma dal 1983 l’ottavo emendamento della Costituzione equipara il diritto alla vita del feto a quello della donna, rendendo l’aborto un reato punibile con 14 anni di carcere.
Venerdì prossimo gli irlandesi sono chiamati a decidere se abrogare (Yes) o mantenere (No) l’ottavo emendamento. È la sesta consultazione popolare sul tema in 35 anni. Ma le precedenti riguardavano aggiustamenti minimi della legge. Venerdì prossimo può fare la storia, o sigillare, chissà per quanto, uno status quo doloroso. Dal 1983, sono almeno 170mila le donne costrette a furtivi e costosi viaggi all’estero: destinazione preferita il Regno Unito di Gran Bretagna, dove l’aborto è consentito fino a 24 settimane. Molte sono venute allo scoperto negli ultimi mesi: ne è emerso un racconto collettivo di 35 anni di solitudine e menzogne. Tuttora, sarebbero almeno 3500 gli aborti oltre confine; le donne che non si possono permettere viaggio e costi della procedura, circa 2000, ordinano pillole online. Nell’indire il referendum, a gennaio scorso, il primo ministro Leo Varadkar ne ha preso atto: “L’aborto è già una realtà in Irlanda, ma è pericoloso, non regolamentato e illecito… Non credo che la Costituzione sia la destinazione giusta per decisioni definitive in ambito medico, morale o legal Quello che dobbiamo decidere è se continuare a criminalizzare le nostre sorelle, colleghe e amiche, o mostrare loro, collettivamente, empatia e compassione”.
Un gesto di notevole coraggio politico, possibile grazie agli straordinari cambiamenti avvenuti in Irlanda negli ultimi 20 anni. Ad innescarli, due fattori: la prosperità economica e la perdita di potere della Chiesa cattolica. Nel censimento del 2016, solo il 78% della popolazione si è dichiarato cattolico, erano il 91% nel 1991. Nel mezzo, gli anni degli scandali, la scoperta di tanti casi di abusi sessuali nelle scuole cattoliche, l’erosione della fiducia nell’istituzione ecclesiastica. La faticosa ricerca di una identità nazionale diversa da quella che con i valori cattolici si riconosceva quasi integralmente, anche in ambito politico, e la scoperta di una vocazione moderna e secolare.
Infine, nel 2015, l’esito del referendum sul matrimonio omosessuale, approvato con il 62% dei voti; a sorpresa, l’Irlanda è il primo paese al mondo a legalizzare le unioni dello stesso sesso via consultazione popolare. Anche per questo i due partiti principali, il Fine Gael in cui milita Varadkar e il Fianna Fail, tradizionalmente conservatori, si sono progressivamente spostati su posizioni liberali in materia sociale. E, in questa consultazione, hanno dato ai loro elettori libertà di coscienza, mentre il Labour, lo Sinn Fein e i Verdi sono schierati per l’abrogazione.
La politica ha parlato, ma a guidare la campagna referendaria è la società civile. Che si prepara almeno dal 2012, l’anno della tragica morte di Savita Halappanavar, 31enne dentista indiana, in Irlanda per completare gli studi. Il 21 ottobre di quell’anno, alla diciasettesima settimana di gravidanza, viene ricoverata al Galway University Hospital con atroci dolori alla schiena. È in corso un aborto spontaneo. Implora invano i medici di interrompere la gravidanza. Ligi alla legge, rifiutano: il cuore del feto batte ancora. Savita muore di setticemia una settimana dopo. Quando la notizia esce sull’Irish Times, 3000 persone marciano sul Parlamento al grido di “mai più”. Tre giorni dopo sono 20mila. È l’inizio di una mobilitazione di massa che coinvolge, su fronti opposti, anche persone mai prima interessate alla politica attiva.
Il “Sì” è maggioritario nei centri urbani e fra i giovanissimi, tanto che la data del referendum è stata scelta per consentire la partecipazione degli studenti prima delle vacanze universitarie. Il “No” prevalente nelle zone rurali e fra gli anziani. Una partecipazione che crea lo spazio politico per convocare il referendum. Fino a marzo, il “Sì” ha una confortevole maggioranza assoluta nei sondaggi. Poi, Varadkar commette un errore che potrebbe rivelarsi fatale: il suo governo diffonde una bozza del disegno di legge da sottoporre al Parlamento in caso di vittoria del “Sì”. Prevede l’aborto libero, praticamente senza restrizioni, fino a 12 settimane, poi solo in caso di rischi per la vita. Di fronte ad un bivio così netto – nessuna libertà o quella che i sostenitori del “No” definiscono “la libertà di usare l’aborto come contraccettivo” – cresce rapidamente la percentuale di indecisi. A quattro giorni dal voto, per le irlandesi la libertà di autodeterminazione già garantita alle donne in quasi tutta Europa è ancora da conquistare.
“Così Netanyahu e Trump vogliono sterminarci”
“Hamas ha abbracciato la nostra strategia non-violenta”. Mustafa Barghouti è conosciuto come il leader della “terza via” né Fatah, né Hamas. Il suo viaggio nella politica parte da lontano. Studia medicina nell’ex Unione Sovietica, sono gli anni ’70. Torna in Palestina e inizia la sua attività di volontariato. Ma è solo in piena seconda Intifada, nel 2002, che fonda il suo partito: Iniziativa nazionale palestinese. In quegli anni il Barghouti famoso è Marwan, suo cugino. Era alla guida di Tazim, l’unità speciale delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah. Attentati, arresti, assassinii, uno dei momenti più sanguinosi del conflitto israelo-palestinese. Marwan perse la sua lotta, Israele lo ha incarcerato e nel 2004 condannato a cinque ergastoli. Moustafa da allora, senza fare sconti a Israele, si batte per cambiare le modalità di resistenza palestinese. Dopo la vittoria di Hamas a Gaza nel 2006, e la guerra civile per il controllo della Striscia, Barghouti è diventato uno dei negoziatori più ascoltati per la riunificazione nazionale tra Fatah e “Hamas, che ha abbandonato la lotta armata e con gli altri partiti palestinesi ha aperto una nuova fase della resistenza”.
Qual è il bilancio di questa ultima ondata di protese?
Sono morti più di cento palestinesi, 10mila sono feriti. Almeno 5mila persone sono state colpite dai proiettili dei cecchini. Nessun israeliano ferito. La nostra è una resistenza non-violenta. I militari israeliani hanno aperto il fuoco contro manifestanti pacifici. Il governo di Tel Aviv dice che i morti erano tutti militanti di Hamas, non è vero. E anche se lo fossero chi gli ha dato il permesso di sparargli. Tra i morti ci sono giornalisti e personale medico. È contro ogni legge internazionale.
Ma quasi tutti i media hanno parlato di “scontri”.
Quelli che hanno sparato sono militari molto addestrati, la cui sicurezza non era minacciata in alcun modo. Hanno colpito a grande distanza uomini e donne disarmati.
Quella di Gaza era una marcia non-violenta? Con pietre e molotov?
Assolutamente sì. Sono oltre 15 anni che usiamo tecniche non-violente in tutta la Cisgiordania. Le manifestazioni settimanali contro il muro sono l’esempio più evidente. Abbiamo anche vinto molte battaglie giuridiche: facendo spostare il muro e ottenendo lotti di terra sottratti dai coloni ai contadini palestinesi. Da anni ho iniziato un dialogo con Hamas, perché adottassero metodi di lotta non-violenta anche nella Striscia. Lo hanno fatto. Le manifestazioni di queste settimane, a cui hanno aderito tutte le forze politiche nazionali, sono ispirate alle marce di Martin Luter King.
È stato un momento molto violento della storia statunitense. Arresti, pestaggi e King è stato assassinato.
Israele sta facendo lo stesso con i palestinesi e non solo a Gaza. Per anni questa violenza è stata a bassa intensità, la settimana scorsa è sfociata in un massacro. Ma le modalità sono sempre le stesse. Nel 1996, durante una manifestazione pacifica, sono stato colpito da un cecchino. Due proiettili. I frammenti di quelle pallottole sono ancora nella mia schiena.
Negli USA l’obbiettivo dei suprematisti bianchi era il mantenimento dello status quo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu vuole che le cose restino invariate?
Netanyahu vuole distruggere completamente la nostra società, il suo obbiettivo è la pulizia etnica della Palestina. Vuole uccidere lo Stato palestinese. Per farlo sta creando un sistema di bantustan, dividendo i palestinesi, rendendo impossibile spostarsi da Ramallah a Gerusalemme o Gaza. Ha costruito muri e check-point. Vuole l’apartheid. E tutto questo facendo sembrare Israele come la vittima e non il carnefice.
Come è cambiata la politica israeliana con la nuova amministrazione degli Usa?
Donald Trump tratta Israele come una questione di politica interna. Come si trattasse del 51° Stato americano. La lobby israeliana non è mai stata così potente. Importanti finanziatori della campagna elettorale sono investitori nelle colonie in Cisgiordania. A Washington stanno nascendo nuove alleanze tra le parti più conservatrici del paese e le lobby sioniste. Il vicepresidente Mike Pence fa parte del movimento conservatore evangelico che vuole dettare il futuro del Medioriente: spingono Trump a intervenire sempre di più nella politica israeliana. Gli evangelici vogliono portare tutti gli ebrei in Palestina. Credono che questo sia un passaggio forzato per l’armagedoon, la fine del mondo. Sono il vero motore dello spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Cosa cambia nello scacchiere mediorientale?
Primo obiettivo di Israele è l’Iran. Netanyahu sta tentando di provocare una reazione di Trump contro Teheran. Che sia Hezbollah o l’Iran non importa, Israele vuole mostrare la propria forza militare e facendolo si trascineranno dietro gli Usa.
Israele non considera più i palestinesi come minaccia?
Netanyahu ritiene di avere un controllo totale e definitivo sui Territori palestinesi. Ora vuole espandere le zone d’influenza: il Golan siriano è il suo primo passo, per poi allargarsi ad altre aree della Siria. Per appoggiare questa fame di potere l’amministrazione statunitense sta tentando di normalizzare i rapporti tra i paesi arabi e Israele, lasciando irrisolta la questione palestinese.
Giro d’Italia, tappa epica Yates vince in solitaria
Sulle strade del Giro d’Italia c’è un padrone ormai: è Simon Yates. Dopo i successi di Osimo e Campo Imperatore il corridore britannico ottiene la sua affermazione più bella, la terza personale, nella tappa dolomitica con arrivo a Sappada. Vittoria arrivata al termine di un’azione d’altri tempi, in solitaria, dopo aver fatto il vuoto con uno scatto a oltre 15 km dall’arrivo. Tom Dumoulin ha ceduto di nuovo, perdendo oltre 40 secondi: l’olandese adesso accusa un ritardo di oltre due minuti.
Cina-Stati Uniti: evitata la guerra commerciale
Accordo tra Cina di Xi e Stati Uniti di Trump per ridurre il deficit commerciale di Washington: sospeso l’aumento delle rispettive tariffe. Si dissolve così, almeno per il momento, lo spettro di una guerra commerciale. “Abbiamo concordato un quadro”, ha detto a Fox News il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, che ha confermato l’intesa. Conferma il vice primo ministro cinese Liu He (stretto collaboratore del presidente Xi Jinping): “Non combatteremo una guerra commerciale”.
Altra legge liberticida nell’Egitto di al-Sisi: non si pubblicano notizie da fonti anonime
Una nuova stretta liberticida nell’Egitto di al-Sisi. Da oggi è proibito pubblicare notizie provenienti da fonti non identificate. Lo ha deciso il consiglio supremo per la regolamentazione dei media, secondo quanto rivela il sito del quotidiano Al Ahram. Prima della pubblicazione di qualsiasi notizia, dunque, dovrà esserne verificata la fonte. Dovrebbe essere la normalità per qualsiasi giornalista in qualsiasi paese de mondo. In Egitto invece assume la forma dell’ennesimo provvedimento governativo che interviene sulla libertà dei media. Una stretta iniziata nel 2014 per intervenire contro presunte violazioni commesse da giornali e siti web. Nel luglio 2017 più di 50mila pagine Facebook furono chiuse perché, secondo il governo, “diffondevano pensieri distruttivi fra la gioventù”. In marzo, prima delle ultime elezioni presidenziali, sono stati bloccati più di 400 siti internet di media e ong, secondo la denuncia dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu.
Erdogan si prende i Balcani: “L’Ue non vi vuole, io sì”
L’Europa è il suo sogno proibito e il suo più grande incubo. L’Unione non lo ama, ma non per questo Recep Tayyip Erdogan si arrende. Tre paesi membri gli hanno vietato di far campagna elettorale sul proprio territorio. Allora il Sultano ha organizzato un comizio in quell’Europa che non è ancora Unione. “La Turchia non lascerà mai sola la Bosnia sulla strada delle integrazioni euroatlantiche – ha detto Erdogan dopo un incontro con Bakir Izebegovic, attuale presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca – e non ha mai avuto ‘intenzioni nascoste’ nei confronti della Bosnia se non la prosperità del Paese in particolare sul piano dell’economia”.
Dichiarazioni che suonano grossomodo così: “Se l’Ue non vi vuole ci siamo noi e abbiamo intenzione di investire qui”. La Bosnia Herzegovina ha fatto richiesta di adesione all’Ue, ma ci potrebbe volere oltre un decennio prima che Sarajevo entri a far parte del club di Bruxelles. Intanto Erdogan investe e costruisce. Tra le promesse del presidente turco, reiterate nel bilaterale con Izebegovic, c’è persino la costruzione de “l’autostrada della pace” tra Sarajevo e Belgrado.
Ieri quasi 20mila turchi hanno accolto Erdogan nella capitale bosniaca. Bandiere rosse, con luna e stella, e foto del Sultano hanno tappezzato lo Zetra, il palazzetto olimpico di Sarajevo. “Siamo pronti a tutto per lui, anche a morire se ce lo chiederò”, ripete un cittadino turco, residente a Colonia, arrivato in Bosnia in autobus, 28 ore di viaggio. Dopo il tentato golpe del luglio 2016 il culto del presidente è cresciuto a dismisura. Cavalcando questo sentimento, nella primavera del 2017, un referendum molto controverso ha trasformato la Turchia in una Repubblica presidenziale, con un capo di Stato dai poteri quasi illimitati. L’assetto del Paese non sarebbe dovuto cambiare fino alle elezioni previste nel novembre 2019. Erdogan non ha potuto aspettare, le ha anticipate di 18 mesi, fissando le consultazioni per il prossimo 24 giugno. Oggi la forbice tra Akp, il partito del Sultano, e l’opposizione si sta stringendo. Erdogan, per assicurarsi la rielezione, ha bisogno dei voti della diaspora turca. Sono circa 3milioni gli aventi diritto al voto che risiedono all’estero, di questi oltre 1,4milioni vivono in Germania. Ieri dal palco ha parlato anche a loro.
“Non si è piegato alla cancelliera Angela Merkel – ha spiegato un manifestante bosniaco alla tv pubblica – è un musulmano, un esempio per il suo Paese e per il nostro”. Sin dagli anni ’90, quando il Sultano era solo il sindaco di Istanbul, la Turchia ha giocato un ruolo di primo piano nella ricostruzione post bellica. E non solo in Bosnia. Se l’Arabia Saudita, e quindi il wahabismo, ha aumentato la sua influenza in medioriente, la finanza islamica ottomana ha sostenuto le comunità balcaniche. Oggi camminando per Tirana come Pristina o Sarajevo i minareti più alti delle moschee sono longilinei e decorati come da tradizione turca.
Pd, Zingaretti o Martina: uno dei due l’anti-Renzi
Parla di una “fase politica chiusa” e della necessità di “voltare pagina con chiarezza”, Nicola Zingaretti: “C’è un altro tipo di futuro per l’Italia, il Pd deve saperlo interpretare”. La spaccatura interna è profonda, gli equilibri si vanno ridefinendo. Maurizio Martina sta pensando di cambiare la segreteria che fu scelta da Renzi. A luglio sarà convocato il congresso (entro l’anno o a febbraio-marzo 2019): in campo potrebbero esserci lo stesso Martina e Zingaretti mentre Renzi è incerto sul riprovarci.
Parigi: “Italia attenta, a rischio l’eurozona”
È arrivataieri la stoccata dalla Francia, dove il ministro dell’Economia si dice preoccupato all’idea di un esecutivo giallo-verde. E, a breve, arriverà anche la pubblicazione delle raccomandazioni europee per i conti pubblici di Roma. Il ministro dell’Economia di Parigi, Bruno Le Maire, comunque ha anticipato: “Tutta la stabilità finanziaria della zona euro verrebbe minacciata” se il nuovo governo italiano “si assumesse il rischio di non rispettare i propri impegni su debito e deficit e sul riordino delle banche”.
Oggi è il giorno di Conte premier. Ma il sì del Colle non è scontato
E alla fine il nome per Palazzo Chigi potrebbe essere proprio lui, il candidato “congelato” lunedì scorso da un perplesso Matteo Salvini. Ovvero l’avvocato e docente universitario Giuseppe Conte, 54 anni, pugliese ma trapiantato a Roma, già ministro alla Pubblica amministrazione nella squadra di governo presentata da Luigi Di Maio prima delle Politiche. E le parole di ieri di Alessandro Di Battista su La 7 (“Il nome del premier non vi stupirà, non viene da Marte”) sembrano confermare che sarà lui “la figura terza”.
Indicata da quel Di Maio che a questo punto prenderà un superministero, quello che dovrebbe nascere dall’accorpamento del dicastero del Lavoro con lo Sviluppo economico. E che terrà in pancia anche le Telecomunicazioni, materia che interessa a quello che è rimasto fuori a inveire, a Silvio Berlusconi. Mentre Matteo Salvini è destinato all’Interno. Ed entrambi i leader dovrebbero essere anche vicepremier, per dare sostegno (e di fatto la rotta) al presidente terzo, Conte. Anche se ieri i boatos, rimbalzati anche sul sito Dagospia, davano come possibile alternativa Paolo Savona, 81 anni, economista con un lungo passato in Banca d’Italia, già ministro all’Industria con Carlo Azeglio Ciampi.
Ma a quanto emerso ieri sera Savona sarebbe in realtà il nome indicato dal Carroccio per il ministero dell’Economia. Scelta che però potrebbe lasciare perplesso il Quirinale. Perché Savona è un deciso oppositore della linea dell’austerità dell’Europa. E non solo. Ieri in ambienti politici ricordavano una intercettazione del 2005 in cui Savona, allora presidente della società di costruzioni Impregilo, parlava con l’economista Carlo Pelanda del Ponte di Messina, per la cui costruzione Impregilo era in corsa. E Pelanda gli riferiva: “La gara per il ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo, me lo ha detto Marcello Dell’Utri”. Vecchia storia, senza alcuna rilevanza penale. Mentre tutti sciorinano aneddoti su Conte: docente di Diritto privato a Firenze, quindi diretta conoscenza di Alfonso Bonafede, dimaiano doc che a Firenze esercita la professione di avvocato. E che salvo sorprese sarà il Guardasigilli del governo giallo-verde. È stato lui il vero fautore dell’ascesa di Conte, presenza fissa ai convegni sulla giustizia del M5S.
Avvocato cassazionista, esperto in arbitrati, dal 2013 è membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno del Tar e del Consiglio di Stato. Ed è lui che ha presieduto la commissione che a gennaio ha destituito l’ex consigliere di Stato Giuseppe Bellomo, accusato di aver imposto ad alcune borsiste della sua scuola minigonne e tacchi a spillo, oltre alla risoluzione del contratto se si fossero sposate. Ora invece potrebbe diventare premier al posto di Di Maio, che ci ha provato fino a poche ore fa. Ma la Lega ha fatto muro, fino all’ultimo. “Salvini non poteva reggerlo con i nostri” ripetono i leghisti. Mentre dal Movimento raccontano che a ostacolarlo sia stato anche il suo rifiuto di incontrare o anche solamente sentire al telefono Berlusconi. Un passaggio che la Lega gli ha chiesto più volte. Ma il capo del M5S ha sempre detto no. Però c’è sempre la possibilità che Mattarella respinga come troppo leggero il nome di Conte. O di un altro tecnico. E allora Di Maio, come leader del Movimento primo per consensi, tornerebbe in prima fila. Una speranza che il grillino ha conservato, forse. “Ma a quel punto potrebbe saltare il banco”, ammettono M5S. Mentre impazza il totonomi per la squadra di governo.
Con la Lega che pare fare incetta di ministeri pesanti, per compensare il premier indicato dai 5Stelle. Nell’attesa le ultime indiscrezioni danno agli Affari europei su indicazione del Movimento il giurista Enzo Moavero Milanesi, classe 1954: già sottosegretario a Palazzo Chigi con Ciampi, ministro proprio agli Affari europei prima con Mario Monti e poi con Enrico Letta. Gradito al Quirinale. Mentre per gli Esteri rimane favorito Giampiero Massolo, già direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, anche lui sponsorizzato dal Colle. La Lega invece vuole l’ avvocato Giulia Bongiorno, già legale di Giulio Andreotti, per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, e prenderà l’Agricoltura con Nicola Molteni, vice capogruppo alla Camera. Giancarlo Giorgetti, numero due del Carroccio, sarà invece il sottosegretario “forte” alla presidenza del Consiglio. E sottosegretario a Palazzo Chigi, con delega ai Servizi segreti, sarà anche il senatore grillino Vito Crimi.
Poi però c’è un nodo, il ministero delle Infrastrutture. Sembrava destinato alla 5Stelle Laura Castelli, deputata e storica No Tav. Ma ieri, forse sfruttando le polemiche sullo stop all’opera, la Lega ha chiesto il dicastero. E il nome di Salvini è Giuseppe Bonomi, ex deputato e assessore a Milano, già presidente della società di gestione aeroportuale Sea. Mentre Castelli potrebbe prendere la Pubblica amministrazione. E c’è battaglia anche per l’Ambiente, con il Carroccio che pare destinato a prenderlo. E sarebbe una ferita, per il M5S che dell’ambiente aveva fatto un totem. Altro nodo è la Difesa, per cui sarebbe in prima fila il leghista Lorenzo Fontana. Ma il Colle potrebbe preferire un tecnico. Di certo nel governo ci sarà anche un fedelissimo di Di Maio come il deputato Vincenzo Spadafora, forse a un ministero ad hoc, quello alla Famiglia.