Il condannato Mori si autoassolve: “Io incazzato”

“Sono incazzato”, mostra i muscoli Mario Mori. L’ex generale arriva alla storica sede radicale di via Torre Argentina, a Roma, per l’assemblea che lo celebra dopo la condanna a 12 anni nel processo Trattativa Stato-mafia.

Per il Partito radicale di Maurizio Turco e Sergio d’Elia (da non confondere più con i Radicali italiani di Emma Bonino e Riccardo Magi) la “giustizia giusta” va invocata, in nome di Marco Pannella ed Enzo Tortora, applaudendo Mori e Giuseppe De Donno, quel Ros dei carabinieri al centro dell’inchiesta della Procura di Palermo. Una sessantina di persone nello stanzone dove, nel maggio di due anni fa, venne allestita la camera ardente di Marco Pannella.

E, appunto, applausi. Quando Mori arriva, quando Mori parla: “Non sono un traditore dello Stato, non sono un fellone”, misura il tono della voce ma non troppo le parole: “Sono incazzato”. Perché, per Mori, 79 anni, è inaccettabile esser stato “per più di quarant’anni un servitore dello Stato da ufficiale dei carabinieri in servizio permanente e da quindici anni ormai imputato permanente”. Ma non si arrende “il generale”, come lo chiamano ancora qui, da Maurizio Gasparri a Fabrizio Cicchitto, luogotenente berlusconiano di sempre il primo, poi al centrosinistra il secondo, presenti per l’occasione. Non si arrende perché “ho bisogno di un nemico, mi piace l’agonismo: continuo a lottare sino in fondo, so che vincerò”. I giudici di Palermo, accogliendo la tesi della Procura, hanno stabilito che fu proprio il Ros dei carabinieri l’anello della Trattativa tra Stato e mafia, portando alle istituzioni le richieste di Cosa nostra. Mori racconta la sua versione, secondo la quale i guai per lui e i suoi uomini sarebbero cominciati nel 1989, “quando il Ros avvia l’inchiesta cosiddetta mafia-appalti scoprendo l’esistenza di un direttorio costituito da boss, imprenditori e politici che gestiva gli appalti pubblici in Sicilia ed altrove. Dell’indagine s’interessò Giovanni Falcone, che insistette perché consegnassimo l’informativa, ma noi non eravamo convinti, volevamo più tempo. Alla fine ci convinse e l’inchiesta per 3-4 mesi sparì nel nulla, finché nel 1991 la procura emise 5 ordinanze di custodia cautelare: la montagna aveva partorito il topolino.

L’informativa fu consegnata agli avvocati ed a quel punto anche la mafia seppe dove eravamo arrivati. Questo provocò una frattura tra procura e Ros”. Dopo la morte di Falcone, continua Mori, “Borsellino chiese di parlare con me e De Donno. Lui era convinto che l’inchiesta mafia-appalti fosse la causa dell’uccisione di Falcone, riteneva quell’ndagine il sistema migliore per entrare dentro Cosa nostra e chiese che il Ros indagasse. Per questo lo abbiamo incontrato non perché sospettava stessimo facendo la Trattativa. Il 19 luglio fu ucciso anche lui, tre giorni dopo il procuratore Giammanco firmò la richiesta di archiviazione di mafia-appalti”.

C’è anche De Donno, condannato a 8 anni, ma parla molto meno: “Non dobbiamo vergognarci di niente, altri sì”.

Lega-M5S: l’accordo è fatto. Poi Salvini attacca il Quirinale

L’ultimo giorno dell’infinita trattativa tra Lega e Movimento 5 Stelle è anche uno dei più tesi. Matteo Salvini e Luigi Di Maio chiudono l’accordo su premier e governo in tarda mattinata, poi il leghista lancia un messaggio molto ruvido in direzione Quirinale: “Ora nessuno metta veti”. Una dichiarazione che entra in conflitto con la linea di Sergio Mattarella, annunciata pochi giorni fa a Dogliani: quello del presidente della Repubblica, ha detto, non è un incarico “notarile”. E le sue prerogative – la nomina del premier e dei ministri – sono chiaramente stabilite dalla Costituzione. Come intende esercitarlo lo scopriremo oggi: con ogni probabilità Salvini e Di Maio saranno convocati al Colle.

La giornata prende forma a Roma, attorno alle 11: Di Maio e Salvini si incontrano per l’ultimo faccia a faccia. L’incontro dura più di un’ora. Ed è quello decisivo: l’accordo sui nomi del governo gialloverde arriva 77 giorni dopo la data delle elezioni. L’identità del premier rimane ovviamente top secret, ma tutti gli indizi portano all’avvocato e docente universitario Giuseppe Conte.

L’annuncio della fumata bianca lo dà il leghista, in visita a un gazebo del Carroccio a Fiumicino. Arriva alle 15 e 30, sale sul banchetto con un megafono e proclama: “Stamattina abbiamo chiuso il lavoro sia sul candidato premier che sulla squadra dei ministri, quindi siamo pronti a partire”. Poi arriva la freccia scagliata verso il Colle: “Speriamo che nessuno metta veti”. Dalla selva di microfoni di fronte al leghista arriva una voce: “Parla di Mattarella?”. Salvini ripete: “Nessuno”. E poi aggiunge: “L’unica cosa che non potremmo accettare saranno dei ‘no’ al voto che voi avete dato il 4 marzo. O nasce un governo che può lavorare oppure torniamo a votare”.

Il fastidio di Salvini è la spia della fatica accumulata in questi giorni: l’accordo tra Lega e M5S è rimasto in sospeso davvero fino all’ultimo. Dai piani alti del Movimento erano arrivati segnali negativi ancora tra sabato notte e domenica mattina, prima dell’incontro risolutivo. Ma è chiaro che se Sergio Mattarella dovesse esprimere un giudizio negativo su una o più tessere di un mosaico composto con tanta difficoltà, sarebbe praticamente impossibile rimettere mano all’accordo: un “no” del Quirinale potrebbe affondare definitivamente l’ipotesi gialloverde.

Il nome su cui Salvini non vuole sentire veti sarebbe quello di Paolo Savona. Economista 81enne, gradito alla Lega per le sue posizioni sull’Euro, ha avuto un’esperienza da ministro dell’Industria durata un anno nel governo Ciampi (aprile ‘93- aprile ‘94), in passato è stato vicino a Francesco Cossiga: a lui potrebbe spettare la casella dell’Economia. Mentre Di Maio ieri ha praticamente annunciato una delle caselle ottenute dal Movimento: “Abbiamo chiesto di avere un super ministero che accorpi Sviluppo economico e Lavoro, per risolvere i problemi degli italiani”. Potrebbe guidarlo proprio lui.

Nell’ultima giornata di tensione dei gialloverdi si registra l’ennesimo messaggio ostile che arriva dall’Europa. Stavolta dalla Francia, dal ministro dell’economia Bruno Le Maire: “Se il nuovo governo si assumerà il rischio di non rispettare i propri impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche, ad essere minacciata sarà la stabilità finanziaria di tutta l’Eurozona”. Osservazione che arriva, curiosamente, da un Paese che ha violato per 10 anni consecutivi il Patto di stabilità (il rapporto deficit/Pil nel 2017 è tornato sotto il 3% per la prima volta nell’ultima decade).

Salvini ha risposto via Twitter: “Un’altra inaccettabile invasione di campo. Si mettano l’anima in pace, se ci chiedono di fare come i governi precedenti, faremo l’esatto contrario”.

Anche Di Maio ha risposto durante un comizio a Teramo. Sulle questioni europee è decisamente più felpato del leghista: “Al ministro francese rispondo con un sorriso. Fateci partire e poi ci criticate, ne avete tutto il diritto”.

Ma mi faccia il piacere

Loro-3. “Al termine di un comizio ad Aosta, il leader di Forza Italia commette una gaffe clamorosa. É il momento degli omaggi: un quadro di un’artista valdostana e a un cavallino in ceramica. Ma l’ex premier esclama: ‘Preferisco lei’, rivolgendosi alla ragazza che gli sta porgendo i regali e che, imbarazzata, sgrana gli occhi. ‘É mia figlia’, risponde il coordinatore regionale di FI, Massimo Lattanzi, scivolando a sua volta su una battuta peggiore: ‘Sei un buongustaio’…” (Huffington Post, 20.5). Vuoi favorire?

Allegria. “Farò altre cose significative, nei prossimi mesi. E la prima sarà andare sulla tomba di Bob Kennedy per la commemorazione della sua morte il 6 giugno di 50 anni fa” (Matteo Renzi, ex segretario Pd, La Stampa, 20.5). Tra salme, ci si intende.

Severgnexit. “Uscire dall’euro? Avete visto cos’è successo ad altri!” (Beppe Severgnini, direttore di Sette, Otto e mezzo, La7, 16.5). No, non abbiamo visto, forse perchè nessuno è mai uscito dall’euro.

Memento Marcello. “Berlusconi a Mattarella: ‘Si ricordi di Dell’Utri…’” (Il Dubbio, 9.5). E’ l’amico di Stefano Bontate, quello che fece ammazzare suo fratello Piersanti, se lo ricorda?

Fessina. “M5S e Lega, caccia al premier. Divisi su migranti e sicurezza” (la Repubblica, pag.1, 14.5). “Luigi Di Maio, l’uomo che girava con un contratto di governo prestampato da far firmare al miglior offerente…” (Sebastiano Messina, la Repubblica, pag.1, 14.5). Il contratto è prestampato in mano a Di Maio, eppure M5S e Lega sono divisi su migranti e sicurezza. Una delle due è una fake news, o forse lo sono tutt’e due.

Braccia rubate alla Lega. “I Rom dove li mettiamo? Ma sono persone così garbate, con un tale senso della vita, gli piace vivere sotto il cielo stellato. Se ne vanno dove vogliono, tranne che qui” (Vincenzo De Luca, presidente Pd della Campania, 17.5). Ministro dell’Interno subito.

Il moderato. “Dovete sequestrarlo, legarlo e sputargli addosso: è una chiavica” (Vincenzo De Luca a proposito del sindaco Luigi De Magistris, Il Mattino, 18.5). Stava commemorando Aldo Moro.

Oracoli. “Quando mio fratello Giulio aveva 8 anni, si fece leggere la mano da una maga, Silvia, che gli disse: tu diventerai presidente della Repubblica” (Angiola Tremonti, Un Giorno da Pecora, Radio1, citata da nonleggerlo.it, 11.5). La famosa Rea Silvia.

Urbi et Orban. “M5S-Lega? Sono un ragazzo vecchio stile, sono leale. In Italia ho un solo grande amico, Silvio Berlusconi” (Victor Orban, premier di Ungheria, 16.5). Il primo amore non si scorda mai.

Calende greche. “Dovevamo far partire una grande mobilitazione per l’Italia. Sarà per la prossima. Forse” (Carlo Calenda, ministro Pd dello Sviluppo, Twitter, 19.5). Cale’, magna tranquillo.

L’Eredità. “Muore a 88 anni e lascia 3 milioni in eredità al Cavaliere” (il Giornale, 20.5). La notizia è una patacca, ma Sallusti ci ha creduto: contava sulla proverbiale generosità del padrone con la servitù.

L’Oscar di Caltagirone. “Contratto, spine su Tav e Mps. Evitato lo stop M5S all’alta velocità Torino-Lione: ‘Ma progetto da ridiscutere’” (Il Messaggero, 18.5). “Infrastrutture una priorità, non cancellare gli impegni” (Oscar Giannino, ibidem, 18.5). Se no?

Impicciòn. “’In Italia vedo forze paradossali’. Macron si affida a Mattarella” (Corriere della sera, 18.5). Come si dirà in francese “fatti i cazzi tuoi’”?

I titoli della settimana/1. “La Appendino e l’Isis hanno distrutto le sagre. Le stringenti regole di sicurezza stabilite dopo la tragedia di Torino scoraggiano i comitati. E le feste tradizionali saltano: la sagra della trota a Bagnasco (Cuneo) e della porchetta a Verona… quella del carciofo a Castellammare… la fiera di Campogalliano nel Modenese… la Dumeltica in provincia di Varese… la festa di S. Giorgio delle Pertiche nel Padovano… la sagra del pane a Monreale (Palermo)…” (Libero, 20.5). Si son divisi i compiti: l’Appendino fa saltare le sagre al Nord, il califfo Al Baghdadi quelle al Centro-Sud.

I titoli della settimana/2. “Lega-M5S verso il traguardo. Putin tifa, la Ue si preoccupa”, “Il contratto c’è, il premier no. Ora Salvini torna pessimista. Putin e Casapound sperano” (Repubblica, 18.5). Putin, com’è noto, è un habitué del circolo Casapound di Tor Pignattara. Va lì ogni sera, tifa e spera.

I titoli della settimana/3. “Gli italiani: chi ha vinto, governi”, “Pd, Renzi più solo. Martina più forte. E l’assemblea si vuota” (Repubblica, 20.5). Prima la virgola fra il soggetto e il verbo; poi quel “si vuota” che potrebbe voler dire “si vota”, o “si svuota”, o “sì vuota”. Delle due l’una: o i titoli di Repubblica li fa Di Maio; oppure Di Maio ha imparato l’italiano leggendo Repubblica.

Zoncolan, Froome s’impone sulla montagna più dura. Yates ancora in rosa

Alle cinque. Di una sera memorabile per la piccola grande storia del Giro d’Italia, con lo Zoncolan ricoperto di centomila tifosi in delirio e in attesa del grande Spettacolo, Chris Froome mulina le gambe come quando dominava il Tour non aveva sul collo la spada di Damocle del sospetto di doping (che lui rinnega). Certo, non è lo stesso degli anni di gloria, ma quando schizza via dal gruppetto di testa la sua inconfondibile sagoma a gomiti allargati incendia la corsa. Mancano 4.200 metri al traguardo, sul valico dello Zoncolan. Il cielo è scuro e minaccia sfracelli. Fa freddo. La folla lo infastidisce: allontana brusco il buffone di turno (vestito da dinosauro) che gli disturba la traiettoria.

È concentrato, il suo attacco spariglia la tappa, distrugge la classifica. Non può permettersi di perdere. Vuole ristabilire le gerarchie del pedale. Tornare ad essere re, anche solo per un giorno. Ha scelto il sabato dello Zoncolan, la montagna più dura, la salita più infame, le pendenze più asfissianti. Il suo scatto, preparato dal fido e stoico Wout Poels, sorprende i favoriti superstiti rimasti in testa. La maglia rosa Simon Yates accusa il colpo, ma non crolla. Anzi, piano piano recupera, si avvicina a Froome. Inizia un duello formidabile. Il campione maturo regge la sfida del più giovane, vince per una manciata di secondi. Yates consolida la maglia rosa. Venticinque minuti epici. La bellezza del ciclismo di una volta, l’orgoglio dei campioni Brexit, una doppietta indimenticabile, degno regalo di nozze per il principe Harry.

“Io i bulli li conosco bene, li ho subiti e combattuti. E li porto sullo schermo”

Per chi ama i film a lieto fine, o le storie di (presunta) redenzione; per chi ama ricamare sul ragazzo cresciuto in periferia modello-Ramazzotti e arrivato (da protagonista) sulla passerella di Cannes; per chi crede nella bontà di lottare con testa e corpo, pugni inclusi, con i minuti della vita, uno come Edoardo Pesce offre ogni sfumatura idolatrica. Lui è il cattivo Simoncino nel bellissimo Dogman, è il fratello Buffoni di Romanzo Criminale, il Giovanni Brusca de Il Cacciatore, e Franco in Fortunata; lui è anche Annibale, il parente gay ne I Cesaroni, o l’agente immobiliare in Se Dio vuole: “Però colpiscono i personaggi cattivi. Sono quelli che affascinano il pubblico. Solo che a volte lo stesso pubblico confonde l’attore con il personaggio”.

Edoardo Pesce è cresciuto a Roma, in uno dei quartieri più malfamati, Tor Bella Monaca (“non la parte pericolosa”), poi ha studiato al Classico in uno dei licei romani rinomati e fighetti (“tutti i giorni un viaggio per arrivare al Mamiani”); si è perso e ritrovato più di una volta (“per anni ho frequentato un gruppo di bulli che ha tentato in ogni modo di annullare la mia autostima: il loro gioco è livellare verso il basso”). Tentativo fallito. Oggi è un attore da passerella, e a 38 anni sembra aver imparato a convogliare le opposte sollecitazioni dell’esistenza. “Ho fatto il cameriere e l’autista, guidavo per mio zio un NCC. Ho studiato medicina ma ho smesso a 22 anni e dopo nove esami: rischiavo di diventare un paziente perenne…”

Si è arreso davanti ad “Anatomia”?

No, ho superato anche la prima parte, nessuna impressione, da bambino aprivo i pesci da solo. Non mi trovavo, tutto qui.

Cresciuto in periferia…

Mio padre non voleva mai che dicessi Tor Bella Monaca: “Edo, rispondi ‘sulla Casilina’ altrimenti pensano male”. Comunque la zona dove abitavo è sempre stata tranquilla, quasi residenziale, cresciuto in una palazzina a strati famigliari, con nonna, zia e mamma racchiuse nella medesima rampa di scale.

In un suo monologo recita: “A Tor Bella le donne raccolgono la cicoria, come quelle che nelle piantagioni raccoglievano il cotone”.

Perché allora il quartiere era circondato dai campi ed era normale, quasi salutare addentrarsi; così su questa storia ho scritto un blues per lo spettacolo I was born in Tor Bella Monaca.

Nei suoi libri Massimo Carlotto inserisce sempre il blues.

Infatti l’ho letto tutto, il blues è la mia passione (ha un gruppo musicale) ma sono un po’ più di nicchia rispetto ai gusti dell’Alligatore (il personaggio di Carlotto): a 12 anni ascoltavo Robert Johnson (uno dei maestri, morto nel 1938).

Passione arrivata come?

Non lo so, forse perché sono un po’ malinconico… probabilmente con le prime lezioni di chitarra.

Spesso chi suona la chitarra vede gli amici rimorchiare e resta solo con il falò.

È esattamente così, e l’ho capito già a 14 anni, quando ho aperto gli occhi, non c’era più nessuno, e mi sono acceso una sigaretta.

Lei è Simoncino di Dogman.

E qui ho scoperto un Garrone grandissimo, fagocitante: se lavori con lui tutto il resto non esiste; vuol dire costruire il personaggio in maniera artigianale, ragionando su ogni sfumatura. Matteo chiede la presenza anche quando non sei coinvolto nelle riprese, e non capita quasi mai con gli altri registi.

Il suo personaggio prende allo stomaco.

Me lo hanno detto, però Roberto Benigni, dopo la proiezione a Cannes, mi ha fermato: “Nel personaggio ho letto anche una certa fragilità, c’è un bambino dietro la corazza da mostro”. Mi ha fatto piacere.

Si porta mai i personaggi fuori dal set?

È capitato, in particolare quando ho girato I Cesaroni, ed ero Annibale, il fratello gay, e quando tornavo a casa, senza rendermene conto, mantenevo qualche atteggiamento di scena con la mia fidanzata di allora quasi preoccupata.

Chissà con Simoncino…

Lui è la conclusione di un viaggio tra i caratteri sadici di alcuni miei personaggi.

Come lo stalker in “Fortunata”…

Esatto, e il pusher prepotente in Cuori puri.

La storia del Canaro se la ricordava?

Qualcosa, ma solo perché fa parte della storia di Roma, quel tipo di storia che si tramanda quasi per osmosi, e con il passare del tempo acquisisce accenti mirabolanti, anche se a volte falsi. Poi ho conosciuto persone legate a quel periodo, che mi hanno illuminato su diversi episodi…

Dalla Banda della Magliana al Canaro: lei sta diventando un esperto dei crimini capitolini…

Anche in quel caso siamo invasi dalle leggende: Roma è veramente una città di parrucchieri.

Chiacchieroni…

Pettegoli.

Non la incuriosiscono?

Ho degli interrogativi che cerco di evadere, ma non sono così morboso; poi dopo Romanzo criminale la città ha vissuto un improvviso proliferare di parenti legati ai boss di allora, sotto parenti, parenti alla lontana, amici così amici da risultare parenti. Non ne potevo più.

Vinicio Marchioni, il “Freddo”, ha dichiarato di aver raggiunto livelli di nausea.

Una pesantezza assoluta, con un abbassamento culturale impressionante, la legittimazione del coatto. E già non eravamo dei geni.

Però con “Romanzo” avete raggiunto la prima fama.

In quel periodo abbiamo girato tanto, non ricordo più quante serate nei locali…

A pagamento.

Sì, ci chiamavano come le star del momento, come dei feticci da mostrare, e ogni volta restavamo turbati dall’effetto suscitato sui ragazzi: non capivano la differenza tra la realtà e la finzione.

Vince la finzione…

Anche oggi in pochi conoscono il mio nome, chi mi ferma lo fa a seconda del periodo e del ruolo interpretato.

Quindi le urlavano “c’è Buffoni”…

Eh… Ma uno deve mantenere la lucidità e capire che è il personaggio a riscuotere successo, non l’attore. Anche quando ho interpretato Brusca, stessa storia…

Secondo Garinei lei ha ottimi tempi comici…

Infatti la mia carriera è iniziata con la commedia, soprattutto a teatro e qualcosa al cinema; ma restano più impressi i ruoli da cattivo, funzionano maggiormente.

Come mai?

Un po’ perché sono più affascinanti, e poi gli atteggiamenti sadici e iracondi li ho vissuti in prima persona, specialmente nel periodo dell’adolescenza, quando ho iniziato a frequentare ragazzi più grandi, bravissimi nel sottomettere e umiliare.

Lei sottomesso?

Il discorso è complesso: sono nato nella parte tranquilla di Tor Bella Monaca, è vero, ma era pur sempre periferia e io mi spezzavo tra le logiche di quartiere e la mia passione per la musica e il teatro; poi come dicevo prima, ogni giorno attraversavo Roma per frequentare il liceo classico Mamiani.

Una vita d’opposti.

E all’inizio si vedeva la differenza, ero un po’ coattello, e sembravo la trasposizione maschile di Caterina va in città (film di Paolo Virzì).

Adattarsi è una scuola di vita…

Assolutamente, e per questo devo ringraziare mio padre, è stato lui a insistere e mi ha permesso di diventare trasversale. In quella fase frequentavo anche i centri sociali.

A fumare le canne…

No, in quel periodo non tanto, non ero un grosso consumatore; la fase dello spinello è arrivata dopo, nella parentesi buia della mia esistenza, intorno a 22, 23 anni. Allora fumavo dalla mattina alla sera.

Periodo iniziato, perché?

Era finito il liceo, frequentavo Medicina, e contestualmente avevo iniziato a uscire con quei ragazzi più grandi che hanno sgretolato la mia autostima.

Come?

Questi falliti quando vedono un ragazzo più giovane, più sensibile e curioso della vita, cercano di sporcare la sua realtà: puntano ad abbassarti, a livellarti per poterti controllare.

E ci sono riusciti?

In quella fase abbastanza, ed eravamo tanti, una comitiva di 40-50 persone di età dai 14 ai trent’anni.

Li vede ancora?

È capitato. Ed è stata una forma di rivincita.

La svolta?

Quando sono andato via di casa, ho cambiato quartiere e ho abbandonato la liturgia della piazza; però la cattiveria del bullo la conosco, so su quali piani gioca. Sono degli invalidi emotivi.

Simoncino arriva da lì…

Quasi tutto è frutto delle situazioni di allora. (Resta in silenzio, riflette). Secondo me anche questa volta il pubblico mi identificherà con il personaggio. (Quando risponde spesso si avvicina all’interlocutore con il busto, neanche se ne accorge, a volte con le mani afferra gli avambracci).

Lei è molto fisico.

Ah sì? Forse cerco di annullare le distanze.

Mette i soldi da parte?

Sto iniziando.

E fino a oggi?

Mangiato tutto, sempre in compagnia.

Letture da ragazzo?

Sempre sui libri, amavo Fante.

Com’è il mondo delle star?

Dove stanno?

Non ci sono più?

Mi sembra. Oggi è molto difficile, lo star system fatica un bel po’, mancano i Mastroianni, i Sordi o i Gassmann; mancano gli assoluti, gli indiscutibili.

Come mai?

È tutto molto più frastagliato, si è parcellizzata ogni produzione, si sono moltiplicati i mezzi di diffusione, e manca una lettura comune e condivisa; un tempo le battute di un film, il pubblico se le tramandava per mesi, si recitavano le scene a memoria.

Oggi…

Esistono presunte star delle quali ho difficoltà a comprendere il ruolo.

Lei passa da momenti di fama al quasi anonimato…

E non mi dispiace. Anche perché oggi fermano più uno come Giorgio Mastrota che Elio Germano.

E non le dispiace?

Davvero, non ho un tale ego, anzi non reggo la continua ipertrofia dell’ego, dove tutti dicono “io”, “io”, roba da anabolizzati.

Com’è andata a Cannes?

È divertente, tutto blindato, ti portano in giro come un pacco, i minuti calibrati tra interviste, foto, proiezioni, aperitivi e chiacchiere di circostanza; resta un posto artefatto come pochi altri.

Quest’anno chi ci ha portato?

Mio padre, se lo merita, avevo voglia di condividere con lui un tale momento, gli devo veramente tanto. A una festa abbiamo fatto le quattro del mattino, lo guardavo tra tutti questi elegantoni e quasi mi commuovevo.

Visti i ruoli da duro, risse?

Due o tre volte mi è capitato.

Non sono poche…

Però sono sempre stato provocato, e sempre per i miei personaggi, in particolare quello in Romanzo criminale. Alcuni coatti vogliono verificare se la finzione va oltre la scena: per loro è come ottenere uno scalpo ed entrare a far parte di una storia che li ha affascinati.

Si è beccato una denuncia.

Una scazzottata uscita su un giornale (Il Messaggero) e dopo mesi dai fatti. Quando è capitato ci sono stato veramente male, e mi è dispiaciuto molto per la mia famiglia.

Lei non è sui social.

Non mi piacciono, sempre per la questione dell’io, ma a quanto pare oggi sono necessari, e a qualche cosa dovrò cedere.

Sono così tanto negativi?

Li trovo alienanti, gli occhi persi su uno schermo mentre la vita ci scorre intorno e a nostra insaputa. E poi il bello è che lavoriamo gratis per questi giganti californiani, tutti bravi a creare una pseudo cultura comune dove non esistono angoli bui nei quali è possibile fermarsi e riflettere, magari sviluppare un sano dubbio su quanto crediamo di vedere.

Tradotto?

In venti si arricchiscono e centinaia di coglioni lavorano gratis e pure contenti.

Edoardo Pesce tra 50 anni…

Un nonno in campagna e pieno di nipoti.

Al nipote insegnerà a dare un cazzotto?

Ovvio, subito, e gli dirò che il pugno inferto deve girare.

La Palma d’oro al Giappone e per l’Italia c’è un triplete

Su Cannes sventola bandiera italiana. Marcello Fonte migliore attore per Dogman, Alice Rohrwacher laureata, ex aequo, per la sceneggiatura del suo Lazzaro felice. Ma non ci sono solo loro sul palco del Grand Théâtre Lumière, a premiarli Chiara Mastroianni e “il dottore, commendatore” Roberto Benigni, che travolge la cérémonie de clôture con il suo francese – volutamente – maccheronico e “un coeur comme un ouragan, une tempête”.

A completare la pattuglia tricolore, ma su un registro totalmente diverso, è Asia Argento, che prende il microfono al Palais e spara ad alzo zero: “Nel 1997 fui violentata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Avevo 21 anni. Questo festival era il suo terreno di caccia. Voglio fare una previsione: Weinstein non sarà mai più il benvenuto qui. Vivrà in disgrazia, evitato dalla comunità cinematografica che una volta lo abbracciava e ne copriva i crimini. Anche questa sera, seduti tra di voi, ci sono responsabili ancora non individuati di molestie e abusi nei confronti delle donne. Voi sapete chi sono. Ma più importante, noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo più di farla franca”.

Attore per caso, umanissimo e bravissimo alla sua prima prova da protagonista, Marcello Fonte, il “canaro” di Matteo Garrone diventa l’ottavo italiano a conquistare il Prix d’interprétation masculine: l’ultimo fu Elio Germano nel 2010, e chissà non gli abbia portato fortuna un altro Marcello, Mastroianni, due volte insignito Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) e Oci ciornie. Visibilmente emozionato, Fonte ricorda come “da piccolo a casa quando pioveva chiudevo gli occhi e sentivo applausi: ora siete voi quegli applausi, qui mi sento a casa, la mia famiglia siete voi”.

Secondo riconoscimento sulla Croisette, con tre film appena in carnet, per Alice Rohrwacher: dopo il Grand Prix nel 2012 a Le meraviglie, bissa per lo script di Lazzaro felice, che inquadrando la migrazione dalla campagna alla città, dalla civiltà contadina all’odierna guerra dei poveri trova corde antiche, da Olmi a Pasolini, ed esiti personalissimi. A contribuire al nostrano exploit è anche La strada dei Samouni di Stefano Savona, cui va l’Oeil d’or al miglior documentario.

Tornando al palmares ufficiale della 71esima edizione, la giuria presieduta da Cate Blanchett attribuisce la Palma d’Oro a Shoplifters, diretto da Kore-eda Hirokazu: per la quinta volta in Concorso, il regista nipponico trionfa con il ritratto sensibile, profondo e a tratti comico di una famiglia truffaldina e ladruncola. C’era di meglio, dal nostro Dogman al coreano Burning e il turco The Wild Pear Tree addirittura completamente ignorati, ma non ci si può stracciare le vesti, anzi: Kore-eda corona non con il suo film più riuscito una carriera fin qui pregevole. Primo alloro a Cannes per Spike Lee, che dedica il Grand Prix per il militante BlacKkKlansman alla “People’s Republic di Brooklyn, New York”. Permesso chiesto e accordato dal festival, la Blanchett ha voluto una Palma speciale per l’88enne Jean-Luc Godard, in lizza con Le livre d’image. Rientrando nel canone, il prix d’interprétation féminine va a Samal Yeslyamova per il russo Ayka e quello per la regia all’amore Oltrecortina e in bianco e nero di Cold War, firmato dal polacco Pawel Pawlikowski. Se l’iraniano Three faces di Jafar Panahi (e Nader Saivar) si divide con la Rohrwacher il prix du scénario, la giuria distingue anche Nadine Labaki, regista del neo(ir)realistico Capharnaum. Tra tutte le opere prime in cartellone nelle varie sezioni, infine, la Caméra d’or va al transgender Girl di Lukas Dhont. Ma che 71esima edizione è stata? Prima le donne del #metoo e affini, poi le donne nere, quindi i registi dissidenti e assenti, , più che Cannes sembra Berlino. Star, poster, presenze e atmosfera, molto è mancato, ma non tutto è perduto. Bon courage!

In Italia boom polizze se le nozze saltano

Avete presente quel film del 1999, Se scappi, ti sposo, interpretato da Julia Roberts e Richard Gere, in cui lei è famosa in città per essere “quella che scappa sempre davanti all’altare”? Se i futuri sposi della Roberts avessero potuto stipulare una polizza assicurativa prima delle nozze, di certo lo avrebbero fatto, almeno per non subire il danno, vista la beffa.

E questo è quello accade, per i motivi più disparati, negli ultimi anni in Italia. Posto che il giro d’affari legato ai matrimoni è da sempre un’occasione succulenta per stilisti, fotografi, cerimonieri e ristoratori – si stima intorno ai 15 mila euro di media –, un’analisi del portale assicurativo Facile.it dice che intorno a questo business ne sta montando uno che potrebbe valere oltre 40 milioni di euro, e riguarda proprio i contratti di copertura sugli eventi avversi alle nozze. Costano anche poco: il portale ha calcolato circa 400 euro per le voci principali.

La rassegna sulle polizze per i matrimoni parte con l’evento topico per eccellenza, ovvero la richiesta di uno dei due partner di annullare tutto. Lo sposo, all’ultimo minuto, ci ripensa? I giuristi si esercitano da sempre su cosa sia risarcibile e cosa no. E ora, con una polizza, si possono avere i rimborsi per le spese sostenute, a seguito del recesso anticipato dai servizi già prenotati per la celebrazione: “Sono coperti dalla polizza, ad esempio, i costi legati a fotografo, location, ristorante, catering, torta nuziale, abiti, bomboniere, partecipazioni, fiori, auto noleggiata e artisti ingaggiati per l’intrattenimento. Ma attenzione a franchigie ed esclusioni; quando l’annullamento è legato alla volontà di uno (o entrambi) gli assicurati, il rimborso potrebbe essere parziale”, dice una nota di Facile.it.

Diverso invece se tutto salta per altre ragioni, indipendenti dalla volontà della coppia: ti si rompe una gamba proprio mentre stai salendo sulla carrozza nuziale? Un meteorite si abbatte sulla casa della sposa proprio mentre lei scende le scale per andare in chiesa? Quindi: se per impossibilità fisica di uno dei due partner di raggiungere il luogo delle celebrazioni, a seguito, ad esempio, di gravi calamità naturali, o in caso di gravi infortuni, malattie o decessi, anche dei familiari più stretti, in tutti questi casi è più facile che i rimborsi arrivino al totale dell’importo.

Ci sono poi altre forme di copertura: con la garanzia responsabilità civile si coprono gli sposini da tutte le richieste di risarcimento per danni involontariamente causati a terzi durante i festeggiamenti, dalla scivolata improvvisa con frattura in giù. “Attenzione però perché, in alcuni casi, non tutti i partecipanti sono inclusi nella copertura: se, ad esempio, le vittime dell’incidente sono i figli o i genitori della coppia, nonché gli stessi sposini l’assicurazione potrebbe non risarcire”.

Da ultimo, una volta superata la celebrazione, ci sono gli aspetti del “post” da garantire. Una decisiva impennata per le polizze assicurative è stata registrata nella categoria “viaggio di nozze”. Si è visto come i neo sposi siano molto più preoccupati della luna di miele che del ricevimento. Per vivere sereni la prima vacanza insieme, magari in un mare esotico, oltre alle tradizionali polizze viaggio ci sono garanzie speciali come quella per assicurare gli anelli nuziali da furti o smarrimenti, cosa che invece non è coperta da rimborso se, ad esempio, il paggetto o il cane incaricati di portare le fedi alla cerimonia, decidano di scappare. In quel caso nessuna copertura. Molte assicurazioni propongono poi una garanzia di assistenza e offrono supporto in caso di malattie o infortuni, e ai danni domestici – come la rottura di tubi dell’acqua o un malfunzionamento degli interruttori della luce. Lodovico Agnoli, responsabile del business di Facile.it, ha raccontato anche richieste originali: “C’è stato chi, a fronte della voce copertura per danni domestici ha chiesto se fosse possibile essere assicurati anche in caso di tradimento della moglie con l’idraulico che si era presentato a casa per riparare il tubo dell’acqua. Ecco, l’assicurazione in quel caso non paga”.

“C’è più gente che all’insediamento di Trump”. Polemiche

BBC Three, il canale più irriverente e soltanto online dell’augusta emittente britannica, ha scatenato una mini-polemica transatlantica. Ha postato su Twitter una foto dall’alto dell’insediamento di Donald Trump a confronto con la folla assiepata lungo il passaggio della carrozza reale con sopra Harry e Meghan dopo il matrimonio.

All’epoca sulla presenza di pubblico sul Mall di Washington fu lo stesso Trump a scatenare la prima bagarre della sua presidenza, accusando i media di “fake news” per aver sostenuto che le presenze al suo insediamento erano state inferiori a quelle del predecessore Barack Obama. Aggiunto al fatto che Trump al matrimonio di Harry e Meghan non è stato invitato (come nessun altro politico, salvo John Major), il dispetto di BBC Three non è andato a genio alla galassia trumpiana. Al grido di “fake news” i sostenitori del presidente sono insorti sui social, mentre l’agenzia Reuters dava loro ragione stimando in centomila persone il pubblico arrivato a Windsor per il matrimonio, meno cioè delle stime di 300-600 mila che assistettero sul Mall alla cerimonia per Trump.

Il posto vuoto al primo banco: “È per Diana”

Un posto vuoto al primo banco nella cappella di St. George, durante il matrimonio fra il principe Harry e Meghan Markle: alle spalle del fratello William, testimone di nozze, e accanto al padre dello sposo, Carlo. Un caso o una scelta voluta? Kensington Palace non conferma nulla e probabilmente si è trattato solo di una misura di sicurezza, come affermano fonti di polizia al Mail. Ma il “Daily Mirror”, tabloid fedele alla memoria di lady Diana, vuole credere a qualcos’altro e ipotizza che si possa essere trattato di una decisione deliberata dello stesso Harry e di William, di una sorta di messaggio in codice per evocare in qualche modo la presenza della madre assente.

Sia come sia, alcuni fan reali ci vogliono credere e sui social media è già un rincorrersi di richiami emozionati alla storia del “posto vuoto per Diana”. Quel posto vuoto che i due fratelli del resto non hanno mai negato di avere nel cuore.

Ma il “segno” di lady D. ieri si è incarnato anche nel bouquet della sposa, un omaggio a Diana: i “non ti scordar di me” erano il suo fiore preferito, ha spiegato Kensington Palace.