Una festa per le Markle di periferia che una volta sognavano la pelle bianca

Sotto gli occhi del mondo, gli invitati attraversano il prato del castello di Windsor, verso la cappella di St. George. È una sfilata di privilegiati: la vecchia aristocrazia, quella anacronistica dei nobili di sangue, e la nuova, i Clooney, i Beckham, Elton John. Cappellini stravaganti, abiti pastello, completi esclusivi, la sicurezza ereditata da generazioni o conquistata grazie al successo.

Dall’altra parte delle transenne, la gente comune. Fan della monarchia, o della serie Suits di cui Meghan Markle era una star. Alle domande rispondono con l’entusiasmo generico dei turisti. Per capire di più di questo matrimonio bisogno chiedere ai pochi presenti di colore.

“Io sono qui perché Meghan è nera” chiarisce Stephanie, venuta dalla Florida con la compagna Yukka. “A strong black woman, e siamo qui per sostenerla. Hanno detto cose dure su di lei”. Buttati in un angolo, morti di noia, ci sono i due figli adolescenti di Johanna, nigeriana di Tottenham. “Per loro è una lezione di storia. E per me… mi dà speranza. Anni fa, uno dei miei figli ha detto che avrebbe tanto voluto essere bianco. Questo matrimonio non cancellerà le discriminazioni, ma almeno il mondo vedrà che le cose stanno cambiando perfino per la famiglia reale inglese”. Tottenham è una metafora delle condizioni dei neri britannici: minoranza etnica sotto-rappresentata in politica e nelle professioni, maggioranza negli indici di povertà, criminalità giovanile, disagio sociale.

Quando l’austera cappella si riempie, per lunghi minuti l’immagine sugli schermi è il trionfo della tradizione britannica, con la famiglia reale al completo, l’arcivescovo di Canterbury, i piccoli cantori del coro. Poi arriva Doria Ragland, la mamma di Meghan. Venerdì, a Brixton, quartiere simbolo della comunità afro-caraibica londinese, Nouna, 52 anni, ci aveva detto: “Doria è una discendente di schiavi africani, come me. È una assistente sociale, e io sono un’infermiera. È come se nella famiglia reale ci entrasse mia figlia”. Meghan entra in chiesa da sola, seguita dai paggetti. Poco dopo prende la parola il reverendo Michael Curry, primate della Chiesa Episcopale americana. Per venti minuti, Windsor diventa Chicago, l’omelia un sermone pieno di riferimenti alla cultura americana, e nel cuore della monarchia britannica irrompe, per due volte, il nome di Martin Luther King: “Dobbiamo scoprire il potere dell’amore, il potere di redenzione dell’amore e se facciamo questo il vecchio mondo diventerà un mondo nuovo, perché l’amore è l’unica via”. Di sicuro, sposando una americana, divorziata e di razza mista, Harry esce dalla tradizione. Ma quando Curry grida When Love is the way con una veemenza incompatibile con l’educazione britannica, e la regina scuote per tre volte le spalle, anche lo sposo resta paralizzato, Lady Zara Phillips spalanca la bocca incredula, i presenti sogghignano. “Noi britannici ridiamo quando siamo imbarazzati” spiega l’esperto di protocollo reale William Hanson. “Ma – sottolinea – la regina ha approvato ogni dettaglio di questa cerimonia” e quindi la foga del predicatore, l’esecuzione di Stand by me e il gospel che conclude la cerimonia diventano messaggi politici alla comunità nera nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Africa. È il segreto della sopravvivenza dei Windsor sotto Elisabetta II: la capacità di essere più avanti anche del proprio establishment.

Il messaggio arriva forte e chiaro a Johanna: “Per la prima volta, un matrimonio reale è stato anche per me”. Se la monarchia è pronta, lo è anche la Gran Bretagna più profonda? Rachel e Nathalie, pelle chiarissima, cinquantenni, sono arrivate dalla Cornovaglia alle 6 di mattina, la Union Jack perfino sulle unghie. E sono piene di rabbia: “Il sermone è stato inopportuno, ci siamo sentiti tutti in imbarazzo. Meghan ci era piaciuta fino a quel momento, ma ha voluto strafare e penso che le costerà caro. Non siamo a Hollywood. Dovrà rimediare se vuole i britannici dalla sua parte.”

Il “Royal acchiappo”: la rivoluzione pop fa scena ma è per finta

È l’America che prende al laccio l’Inghilterra. Ecco cos’è questo Royal Wedding celebrato nel sabba social di ieri e ormai diventato canone globale con la californiana Meghan Markle – una vera e propria Venere Nera – che va a diventare Duchessa di Sussex, dunque elegante e felice moglie del principe Harry, il figlio di Carlo e perciò nipote di Sua Maestà britannica.
Una sorta di “effetto Bergoglio”, ieri, per l’intero Commonwealth. La sposa arriva nella navata della cappella St.George in femministica solitudine.

La giovane signora in bianco, già divorziata e chissà da dove arrivata si fa forte di sorriso e cammina. Tra le mura fiabesche di Windsor – che sono tali e quali a quelle dei mattoncini Lego – tra le ali di dame col cappellino e gentleman, tutti del vecchio Mondo, l’attrice di un solo telefilm guadagna il palcoscenico mondiale. Eccola. A ogni passo, col velo di un abito Givenchy – ma tale e quale a quello di Cenerentola nell’ultima scena del cortometraggio di Walt Disney – sembra convocare intorno a sé i topini, le tinozze, gli stracci e l’acqua fetida di troppe scale di rivendicazione sociale. Ed è l’America quando riadatta la fiaba alla narrazione irresistibile per tutto il genere umano.

Eccola, è la sposa che arriva tutta sola. Nel suo incedere, sotto lo sguardo di Doria Ragland – la mamma, la cui famiglia è fatta di bisnonni con le catene alle caviglie – tra le alte volte pavesate di bandiere, tutte nobili, con quel nasino tutto di dispetti Meghan, a ogni passo, fa risuonare la memoria degli schiavi e l’epopea degli afroamericani. Eccola. E quel che neppure a Michelle Obama, simbolo superato, riuscì – l’istituzione repubblicana è come lo yogurt, ha una scadenza – sta riuscendo a lei: una principessa è per sempre.

La duchessa di Sussex, col suo colpaccio, prende Harry sotto braccio, innesta l’incarnato terragno nella favola della monarchia e si ritaglia un ruolo come neanche l’altra sua pedina mangiata – giusto Hillary Clinton cui una Meghan appena dodicenne scrisse una lettera per proclamarla regina di tutte le regine – potrà mai avere.

Quando un’altra attrice americana – Grace – sposa un altro sovrano, Ranieri di Monaco, ci va in forza di charme di Sua Biondità. Oggi tutto volge in Arcobaleno.

Eccola, appunto: adesso è lei, Venere nera, la sovrana di tutti e, soprattutto, degli ultimi.

Lei, così contemporanea, proclamata – a furor di social – custode del carisma invincibile da cui deriva ogni emancipazione, qualunque traguardo civile, ogni diritto. Ovviamente è tutto per finta. Ma tant’è, come per il femminismo, così per la negritudine, per non dire della formula nuziale – “in ricchezza e in povertà…” – ed è lo storytelling della esibita modestia che va a magnificarsi in superbia.

Eccola, appunto. E’ la figlia con la tiara addosso. Ha, infatti, un parentato acquisito tutto di servizi segreti, scorte, protocolli e doveri di Stato.

E’ una complicazione romantica e sentimentale, quella di diventare principessa.

La mamma, la signora Doria, innaffia con la discrezione di un poco di pianto la figlia ormai in dote alla Casa d’Inghilterra, Sua Maestà – deliziosamente compiaciuta – attende lo svolgersi, in un’ora di mondovisione, lo show della tradizione capovolta: cori gospel, contaminazioni pop nel repertorio classico e – con tutta la pletora di celebrità hollywoodiane – il solito George Clooney, ma fresco di lifting, tra gli invitati.

Tutto è finto, dunque tutto è pop. La predica del reverendo Michael Curry, capo della Chiesa episcopale americana, scelto apposta per fare una cosa fica è in verità stucchevole. Ed è la solita America degli sceneggiatori di bocca buona. Ovviamente rimbalza di post in post in tutti i social e il prete, furbissimo, rimirandosi sull’Ipad collocato sul leggio se la gode. Spruzza citazioni di Martin Luther King ed è – toc, toc – lo Spirito del Tempo che fa da convitato inesorabile.

Non è certo il sangue africano di Meghan a portare eccentricità nella monarchia meno regale di tutti i tempi. Anzi. L’albero genealogico della Regina Elisabetta – per tramite di Zaida di Siviglia, sposa di Riccardo di Conisburgh – trova radice in Abu al-Qasim Muhammad ibn Abbad, sovrano andaluso, discendente in linea diretta con Muhammad, il Profeta dell’Islam.

Le vie del sangue sono sempre sorprendenti – è una dinastia orgogliosamente barbarica e corsara quella degli attuali regnanti – ma quel che fa testo nel matrimonio del secondogenito di Carlo d’Inghilterra è l’ingresso a corte di una statunitense, con le suggestioni d’obbligo, è il contrappasso. Di attraversare il mondo da un capo all’altro – secondo la legge di Lord Brummel – senza farsi notare, non riesce più a Londra.

Novità per novità, gli toccherà – agli inglesi – di tornare cattolici. E mettersi sotto la protezione pop di Papa Francesco.

Il “fratello” sciita che l’Iran vuole boicottare

Le elezioni del 12 maggio hanno fatto segnare un’astensione record, pari al 44,52% degli aventi diritto.

A una settimana di distanza dunque dalle prime elezioni legislative irachene dopo la sconfitta, in buona parte del territorio, dello Stato Islamico, il risultato suggerisce che la bassa percentuale di aventi diritto al voto andata alle urne ha voluto punire il primo ministro uscente, Haider al-Abadi e la sua lista.

Del resto tutti gli analisti avevano sottolineato che più che di elezioni si sarebbe trattato di un referendum sul politico strappato all’arte dello street food. L’ex venditore di polpette in Gran Bretagna , catapultato al potere dagli Stati Uniti data la sua malleabilità, è risultato solo terzo. A sorpresa è balzato in pole position il controverso religioso sciita Muqtada al-Sadr, che avrà ora il compito di provare a formare il nuovo esecutivo. In seconda posizione si è piazzata un’alleanza di milizie sciite guidata da Hadi al-Amiri – uomo forte della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei – a Baghdad. La vittoria di una formazione sciita era scontata perché la maggior parte degli iracheni è di religione islamica sciita, ma la sorpresa è l’affermazione della lista “Marcia per le riforme”, alleanza inedita tra al Sadr e i comunisti. A loro vanno 54 seggi del nuovo Parlamento, al gruppo “La Conquista” (Fatah) 47 deputati. Alla “Alleanza per la Vittoria” di Abadi, solo 42 seggi.

La lista di Muqtada al-Sadr non è comunque certa di poter assicurare un governo al Paese per i prossimi quattro anni. L’Iran, di cui l’Iraq è diventato di fatto un’appendice, ne è contrario e pertanto farà di tutto per boicottarlo. Non è un caso che sia arrivato da giorni a Baghdad l’influente generale Qassem Suleimani. È il militare e agente dei servizi più potente dell’Iran, a capo della divisione più influente dei pasdaran iraniani, al Quds ( Gerusalemme in arabo e farsi), agli ordini diretti di Khamenei. A lui la Guida Suprema ha dato il compito di riunire a ogni costo le forze sciite conservatrici e opporre il loro veto ad ogni alleanza di governo con al Sadr.

Chierico sciita, 44 anni, Sadr è diventato noto in tutto il mondo nelle settimane successive all’invasione americana dell’Iraq, nel 2003, per i suoi veementi sermoni del Venerdì contro l’occupazione guidata dagli Stati Uniti. I suoi seguaci formarono il cosiddetto esercito del Mahdi, autore di efferati attacchi contro i militari britannici, smantellato nel 2008.

Figlio del grande ayatollah Mohammad Sadeq al-Sadr, assassinato nel 1999 durante il periodo della dittatura del sunnita Saddam Hussein, Muqtada ha sfruttato a lungo la rete creata dal padre per ottenere sostegno finanziario tra gli sciiti del confinante Iran e non solo. I suoi rivali lo avevano soprannominato il “bandito”.

Giá quattro anni prima di sciogliere il Mahdi, si era però trasformato in un punto di riferimento per gli strati più poveri non solo della comunità sciita irachena e con gli anni, iniziando a proporsi come il fautore del dialogo interreligioso, dell’unità nazionale in un paese dilaniato e nel caos. In veste di ayatollah si è discostato spesso dalle posizioni politiche ufficiali delle Hawza (scuole religiose) di Najaf e di Qom (Iran), il ‘Vaticano’ sciita, contrariando la Guida Suprema iraniana che ora farà di tutto per impedirgli di governare.

Durante l’assedio americano alla città sunnita di Fallujah quattordici anni fa, Muqtada aveva fornito aiuti ai residenti, e i suoi supporter cantavano slogan come “né sunnita, né sciita. Siamo tutti iracheni”.

Stragi nelle scuole: Netflix è sensibile, Trump meno

Per la strage al liceo di Santa Fe, Netflix ha cancellato la serata di gala, con tanto di red carpet e party, per il lancio della seconda stagione della serie drammatica per teenager 13 Reasons Why: un atto di sensibilità, anche perché, dopo che la prima stagione s’era conclusa con il suicidio di una delle protagoniste, Hannah, e con l’immagine di un altro teenager, Tyler, con un mucchio di armi, nella seconda stagione c’è un episodio in cui uno studente progetta un attacco, sventato, a una scuola di danza.

Alla serata di gala, dovevano esserci le star della serie e la produttrice Selena Gomez. La sensibilità di Netflix non è arrivata fino a rinviare il lancio della seconda stagione, che è disponibile online.

Per non essere da meno dell’azienda che distribuisce contenuti d’intrattenimento, il presidente Trump ha ordinato bandiere a mezz’asta sino al 22 maggio, alla Casa Bianca e su tutti gli edifici pubblici americani, in segno di “solenne rispetto” per le vittime della sparatoria di Santa Fe (quella in Texas, non la più famosa in New Mexico).

I morti sono stati almeno 10, fra cui un’insegnante supplente e nove studenti, e i feriti altrettanti. Lo sparatore, Dimitrios Pagourtzis studente d’origine greca che, nell’abbigliamento, s’era ispirato agli studenti killers del liceo di Columbine, non s’è suicidato né è stato abbattuto: arrestato, ora rischia la pena di morte.

La strage, a due mesi da quella – ancora più grave – del liceo di Parkland in Florida era stata la 22° sparatoria scolastica nell’Unione dall’inizio dell’anno, secondo le statistiche concordi dei media Usa. Ma ora siamo già a 23, perché, venerdì sera, una persona è morta e un’altra è rimasta ferita in un sparatoria al termine di una cerimonia per la consegna dei diplomi nel campus della Mt. Zion High School di Jonesboro, a sud di Atlanta, in Georgia.

Ci sarebbe stata una lite tra persone che raggiungevano le loro auto e poi gli spari. Tempo una settimana e di sparatorie nelle scuole nell’Unione non sentiremo più parlare: non perché Trump o la sua Amministrazione abbiano fatto qualcosa, a parte, ovviamente, promettere che non accadrà mai più e convocare la commissione per il controllo delle armi creata dopo la strage di Parkland; ma perché le scuole chiuderanno, fino al Labor Day, lunedì 3 settembre.

Di toccare il II Emendamento della Costituzione Usa, quello del ‘libere armi in libero Stato’, non si parla; e di controlli più stretti sull’acquisto delle armi si parla, ma non si decide nulla. Trump, che ha appena assicurato ‘fedeltà’ alla lobby delle armi, la Nra, al congresso di Dallas, proprio in Texas, mostra invece la consueta efficacia nel tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o propongono l’aborto: un’altra promessa elettorale mantenuta.

L’obiettivo è evitare che i contribuenti finanzino aborti. L’attenzione dei media, e degli inquirenti, si concentra sullo sparatore taxano, 17 anni: sui suoi social, una sua foto con una t-shirt con la scritta ‘Born to kill’ (nato per uccidere) e altre immagini con una lunga palandrana verde con simboli nazisti. Il ragazzo giocava nella squadra di football della scuola ed era membro della squadra di danza della locale chiesa greca ortodossa: secondo il WP, sarebbe stato ‘bullizzato’ da compagni di classe e da un suo allenatore.

Pagourtzis è comparso in tribunale, apparentemente calmo e tranquillo. Il giudice gli ha, ovviamente, negato la libertà su cauzione.

Agli inquirenti lui ha raccontato d’avere agito da solo – altri due studenti che erano stati fermati dopo la strage sono risultati estranei all’accaduto -; e di avere risparmiato compagni e insegnanti che gli piacevano perché potessero raccontare la sua storia.

Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

La decisione dei vescovi cileni di rassegnare in blocco le dimissioni dai loro incarichi al papa è clamorosa. Segnala la consapevolezza di una responsabilità collettiva dell’episcopato cileno per i gravi crimini commessi da membri della Chiesa in quel Paese. Il gesto giunge dopo decenni di insabbiamenti ed è la conseguenza di un drastico cambiamento di linea di Francesco nel contrasto alla pedofilia clericale in Cile.

Sino al gennaio di quest’anno e cioè al suo viaggio nel Paese andino, Francesco non sembrava scontento di come andavano le cose nella chiesa cilena. Nel 2015, aveva promosso, nominandolo vescovo, Juan Barros, un “allievo” e amico del pedofilo abusatore Don Fernando Karadima. Quando Francesco lo ha nominato vescovo sul capo di Barros pendeva già l’accusa di aver assistito impassibile alle violenze che Karadima infliggeva ai minori.

Proprio durante quel viaggio, Francesco aveva reagito con fastidio alla domanda di chi gli aveva chiesto conto del suo sostegno a Barros rispondendo che della complicità di quel vescovo con i crimini di don Karadima non c’erano riscontri certi e quindi, fino a prova contraria, quelle contro di lui erano calunnie. Quelle parole parvero l’ennesima manifestazione della complicità vaticana con gli abusatori e suscitarono la reazione indignata di molta parte dell’opinione pubblica, non solo cilena.

È a quel punto che il papa fece mostra di esser pronto a cambiar linea, ammise di essersi sbagliato nel giudicare la situazione cilena, dichiarò di essere stato male informato e di voler andare finalmente a fondo della questione. Mandò un Cile un suo investigatore che acquisì nuove informazioni, poi convocò i dirigenti cileni a Roma e ottenne le loro dimissioni. Adesso gli toccherà procedere alle necessarie epurazioni, cioè al licenziamento di massa dei vescovi cileni. Se ciò non avvenisse, se il papa prendesse tempo e nel frattempo la vicenda venisse dimenticata dai media, ci troveremmo dinanzi a una sceneggiata sulla pelle delle vittime. In una lettera indirizzata ai vescovi cileni che doveva rimanere riservata (e di cui alcuni giornali hanno pubblicato stralci) Francesco ammette che i problemi in Cile vanno ben al di là del caso Karadima-Barros, che nella chiesa cilena si sono verificati nel tempo abusi e mancanze di tutti i generi, che sono stati distrutti documenti che compromettevano alcuni preti, coperti e protetti o trasferiti precipitosamente da una parrocchia all’altra e subito incaricati di occuparsi di altri minori. Le accuse hanno riguardato anche le istituzioni formative, i seminari, colpevoli di non aver arrestato la carriera di preti che già da studenti mostravano chiari segni di un comportamento patologico nella sfera sessuale e affettiva. Il problema è “il sistema” ha concluso il papa.

Ed è verissimo. Il punto è: quale sistema? A meno di non voler credere che la chiesa cilena abbia sviluppato patologie tutte peculiari, che fosse una sorta di associazione a delinquere fuori controllo e a meno di negare che fenomeni identici a quelli descritti dal papa nella sua lettera si sono verificati ovunque nel mondo bisogna ammettere che il sistema è la chiesa stessa nella sua attuale forma organizzativa. Il problema è cioè un’organizzazione strutturata intorno alla supremazia di una casta clericale tutta maschile e celibe formata intorno ai valori della fedeltà assoluta e della disciplina di corpo all’interno di istituzioni totali e claustrofobiche come i seminari e poi investita del monopolio assoluto nella gestione del sacro, della competenza esclusiva di tutti gli aspetti cruciali della vita dell’istituzione.

Se il pontefice vuole davvero combattere fino in fondo il sistema e debellarlo, perché non prende tutti in contropiede e assume l’iniziativa di avviare una grande riflessione collettiva e pubblica, eventualmente attraverso un sinodo straordinario, sul tema della responsabilità dei funzionari e delle istituzioni cattoliche nei tantissimi casi di abusi sui minori commessi dai membri della Chiesa nella sua storia recente? E perché non invita a farne parte anche quegli studiosi che da anni sostengono che il problema degli abusi sessuali da parte del clero cattolico va affrontato mettendo in conto l’eventualità di dover smantellare la tradizionale strutturale clericale che da secoli, e senza alcuna discontinuità sino al presente, governa la Chiesa ai quattro angoli della terra? Questo sì che sarebbe l’inizio della rivoluzione.

A Maduro piace vincere facile. Ma il voto è valido solo per lui

Nicolas Maduro è sicuro di vincere le elezioni presidenziali (anticipate, erano previste a gennaio 2019) in programma oggi in Venezuela. Ma il rischio, per l’uomo scelto dal presidente Hugo Chávez (1999-2013) per proseguire la politica sociale del chavismo, è di ritrovarsi da solo, con pochi fidi, in un paese disperato.

I mesi che hanno preceduto le elezioni sono stati drammatici e la situazione non è cambiata. Il Venezuela ha l’inflazione più alta del mondo: secondo le stime dell’International Monteray Fund (FMI), l’iperinflazione raggiungerà il 13 mila % quest’anno. Il petrolio non porta valuta straniera in cassa, la conseguenza è che mancano cibo e generi di prima necessità, gli ospedali sono senza scorte e le donne che devono partorire, se possono, emigrano in altri paesi. Le foto che mostrano la massa che passa la frontiera con la Colombia ricordano gli sfollati di una guerra.

Eppure, la macchina del chavismo per certi versi funziona, e osservatori internazionali calcolano che almeno il 30% della popolazione sia fedele al presidente. Intanto, per una fiducia di sponda; se Maduro è stato scelto da Chávez – e quest’ultimo resta un mito in Venezuela – allora non può essere così incapace. Poi, lo stesso Maduro ha cercato consensi con alcune iniziative, come il Carnet de la patria; 17 milioni di persone hanno accesso a generi alimentari a prezzi speciali. Si tratta di poca cosa, ma quando c’è fame, anche una mossa del genere assume importanza.

Per quanto la capitale Caracas sia stata e resti terreno di scontri violenti e l’opposizione denunci persecuzioni e pestaggi nelle carceri speciali, Maduro non teme la sconfitta; con l’Assemblea costituente il presidente ha di fatto tagliato fuori le Camere e ritiene deboli gli avversari politici. L’opposizione che si era raggruppata nella Mesa de la Unidad Democrática arriva al voto spaccata; Primero Justicia, dell’ex candidato Henrique Capriles, Accion Democratica, Voluntad Popular e Un Nuevo Tiempo invitano al boicottaggio. Henri Falcón, ex consigliere di Capriles si è candidato ed è stato espulso dal MUD. Il terzo incomodo (il quarto candidato è l’ingegnere Reinaldo Quijada) è il pastore evangelico Javier Bertucci: punta sulla forza della Chiese Pentecostali.

Sul voto pesano il pericolo dei brogli – l’impresa incaricata della gestione del software elettorale, in occasione del voto elettronico per l’istituzione dell’Assemblea costituente, nel luglio 2017, ha denunciato la manipolazione di “almeno un milione di voti” – e la decisione di molte nazioni di non riconoscerne il risultato. Oltre ai paesi del Gruppo di Lima (Argentina, Brasile, Messico, Colombia, Cile, Perù, Paraguay, Panama, Honduras, Costa Rica, Guatemala, Canada, Guyana e Santa Lucia) hanno così deciso anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

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Chi teme per la democrazia non conosce le regole

È bene ricordare che per modificare la Costituzione o singoli articoli della stessa occorre il voto dei due terzi del Parlamento, salvo, nel caso di maggioranza assoluta, dover ricorrere al referendum. Allora non è il caso di allarmarsi per coloro che pensano che la nascitura maggioranza vuole distruggere la Costituzione, ma non è nemmeno il caso di declamare con enfasi da parte di altri che alcuni punti del cosiddetto contratto di governo saranno realizzati. Dopo i voli pindarici di questi giorni, a breve bisognerà mettere i piedi per terra.

Enzo Stalteri

 

Io fedele lettrice del Fatto non voglio l’affetto di Brunetta

Desidero esprimere il mio ardente e immenso, grandissimo rifiuto per l’affetto dichiarato dal signor Brunetta nei confronti dei lettori del Fatto, fra le lettere di venerdì. Poiché sono orgogliosa di appartenere alla categoria, prego il medesimo predetto signore di rivolgere il suo affetto altrove: in particolare alle truppe cortigiane del suo padrone.

Ritengo che, al momento, ne abbiano un gran bisogno. Per quanto riguarda i lettori del Fatto, stanno bene molto bene così, senza necessità di amorevoli affetti. Velenosi.

Susanna Di Ronzo

 

I populisti vogliono più diritti contro l’Europa delle banche

Quando entrammo in Europa credevo finisse quel paragone che era sempre stato a nostro sfavore nel confronto con altri Paesi europei, come tasse, stipendi e consumi. Le leggi europee pur essendo uguali per tutti sono diverse dalle leggi interne di ogni Paese, tanto che la nostra situazione interna, politica, finanziaria e sociale è peggiorata e il popolo italiano viene strozzato da tasse, stipendi al limite della sopravvivenza e pensioni da fame, per stare alla pari di chi ha leggi e governi migliori dei nostri.

Con la scusa del populismo pensano già di alterare quella sovranità espressa il 4 marzo che ci viene negata da anni. Chiamare populista chi pretende i diritti fondamentali della carta costituzionale come l’uguaglianza e l’alternanza non nasconde la volontà di chi vuole continuare a fare i propri interessi con l’approvazione del governo europeo che probabilmente non conosce bene la nostra situazione. L’Europa unita la faranno i popoli non le banche.

Omero Muzzu

 

Facciamo la vera rivoluzione: applichiamo la nostra Carta

Avete sempre invidiato il benessere sociale e il livello di civiltà dei Paesi del Nord Europa?

Provate allora a immaginare di vivere in un Paese dove tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge; dove sono rimossi tutti gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’eguaglianza; dove si realizza il pieno sviluppo della persona umana ed è garantita la partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale; dove ogni cittadino ha il diritto e il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un lavoro che concorra al progresso materiale e spirituale della società; dove si promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca; dove si tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico; dove si dà asilo alle persone straniere a cui siano negate le libertà democratiche; dove si ripudia la guerra; dove i lavoratori sono tutelati e professionalmente formati e gratificati; dove l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana; dove i lavoratori hanno il diritto di collaborare alla gestione delle aziende; dove tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva secondo criteri di progressività.

Sarebbe bello vero? Ebbene, in questo Paese già ci viviamo, è l’Italia. O meglio, è come sarebbe l’Italia se la sua Carta fondamentale, la nostra bella Costituzione nata dalla Resistenza al nazi-fascismo, fosse applicata. Vogliamo fare dell’Italia un Paese migliore, dove veder crescere felici i vostri figli? Facciamo la rivoluzione: pretendiamo l’applicazione della Costituzione!

Gaspare Bisceglia

 

Quella volta che a Sanremo sì cantò delle morti sul lavoro

Sono andato a riascoltare una vecchia canzone cantata da Anna Identici al Festival di Sanremo del 1972. Raccontava del dolore di una madre davanti al proprio figlio, morto sul lavoro in giovane età. Il video è commovente, insieme al coraggio della cantante di affrontare un tema sociale così forte in quel contesto molto perbenista e borghese, abituato più alle rime amore-cuore e rose.

La cosa che più mi inquieta, è che sono passati quasi cinquant’anni da quella canzone, ma ancora ci sono troppi morti sul lavoro, e la colpa va distribuita a noi tutti che non facciamo abbastanza.

Dario Folcarelli

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri, nella titolazione dell’articolo sul “toto palma” a Cannes, abbiamo attribuito al regista Lee Chang-dong la nazionalità cinese e non quella coreana, come correttamente riportato, invece, nel pezzo. Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

No, dai, l’hanno presa bene… Pacate reazioni a Berlino e dintorni

L’hanno presa bene, va detto. In Germania aspettano il nuovo governo rispettosi del voto popolare e con animo improntato a leale collaborazione. Ecco l’economista Daniel Gros, direttore di un think tank a Bruxelles, su Repubblica: “Il solo fatto che qualcuno abbia pensato di inserire nel programma assurdità come ‘l’auto-perdono’ di 250 miliardi di debito, anche se poi se l’è rimangiato, aleggerà per sempre come una cappa inestinguibile (sic) sul vostro Paese”. Poi c’è Clemens Fuest, direttore del prestigioso Ifo e vicino alla Cdu, citato dal Telegraph: “Le autorità Ue non possono stare pigramente a guardare se i neo-anarchici (sic) del M5S e gli euroscettici della Lega vanno avanti con le loro politiche rivoluzionarie”. E cioè? “La Bce dovrebbe buttare fuori la Banca d’Italia dal sistema Target 2 (…) portando la crisi al punto critico”. Ma per un po’ di deficit in più, Francia e Spagna lo fanno da anni? “Se iniziano a violare le regole fiscali, la Bce, pur riluttante, dovrà agire. Sarà come la crisi greca: l’Italia dovrà introdurre controlli sui capitali e sarà costretta a uscire dall’euro”. Il suo predecessore all’Ifo Hans Werner Sinn: “Non c’è soluzione. La catastrofe sta accadendo. Questo porterà alla distruzione dell’Europa”. L’esperto della Merkel, Lars Feld: “È il momento di delimitare il rischio Italia”. Che meraviglia “l’Unione sempre più stretta” in cui se dici cultura forse non mettono più mano alla pistola, ma se dici Keynes elettrificano la recinzione e sciolgono i cani lupo (sì, gentili amici, qualcosa di inestinguibile effettivamente c’è…).

Più che il fascismo preparano le elezioni (europee) del 2019

 

“Il prossimo premier dovrà essere un amico del popolo”.

Luigi Di Maio

 

“Così cominciano le dittature”.

Antonio Tajani

 

Calma con gli amici del popolo. Calma con le dittature. E calma con la troppa enfasi sul “contratto” M5S-Lega. Che a noi pare, soprattutto, un efficace manifesto-spot elettorale, a futura (prossima) memoria. Intanto, brevi cenni sui “pericoli per la democrazia”, di cui molto si legge in questi giorni. Ci sono espressioni che andrebbero adoperate con parsimonia e in casi eccezionali. Invece di “rischi per la democrazia” si parla così spesso (e a sproposito) che nessuno ci bada più. Un intercalare automatico che ricorda la favola del pastorello che gridava senza motivo ‘al lupo al lupo’. Sappiamo come andò a finire… Forse siamo degli incoscienti a non riconoscere nel Salvimaio le fattezze del nuovo fascismo. O forse la democrazia repubblicana ne ha viste di peggio. Sere fa, in tv, il presidente emerito della Consulta Ugo De Siervo ricordava che, a metà degli anni ’60, il primo centrosinistra nacque su un corposo programma che precedette il conferimento dell’incarico di governo. Niente di nuovo sotto il sole. Ma quella svolta politica (che prevedeva una cosuccia come la nazionalizzazione dell’energia elettrica) fu preceduta da uno scontro epocale tra la Dc e il Vaticano. E fu seguita dal tentativo di colpo di Stato del generale De Lorenzo. Allora rumor di sciabole, oggi qualche Facebook di troppo. Con questo non diciamo che la strana coppia di governo Di Maio-Salvini non andrà osservata con grande attenzione (e un po’ di ansia). Ma giudicata atto per atto questo sì. A condizione che gli atti poi prendano forma. Un po’ ne dubitiamo alla luce della vaghezza degli impegni presi. Che per trasformarsi da libro dei sogni in leggi avranno bisogno: a) della non ostilità del Quirinale. b) delle relative e sostanziose coperture di spesa. c) di una maggioranza parlamentare, che oggi al Senato è piuttosto striminzita. Perciò pensiamo che il Salvimaio, in fondo, possa accontentare tutti. Mattarella che potrà dire di avere dato seguito alla volontà popolare e di essere riuscito ad evitare l’orrido voto estivo e autunnale. Il partito del popcorn (Berlusconi, Renzi e i perfidi eurocrati) che aspetterà comodamente di veder sfracellare i due spericolati. I due spericolati che in caso di fallimento potranno sempre additare al pubblico ludibrio il partito del popcorn fonte di tutti mali. Per poi acconciarsi allo spareggio elettorale. Già previsto in qualche modo dal contratto, là dove si legge che “i contraenti competono in modo corretto nelle varie competizioni elettorali, sia in quelle europee – nel rispetto delle loro appartenenze ai diversi gruppi – sia alle elezioni amministrative e regionali”. Un modo implicito per fissare da qui a un anno il prevedibile orizzonte del nascente esecutivo: le Europee del maggio 2019. Infine, del prevedibile (imperdibile) populismo pirotecnico potrebbero giovarsi le copie dei giornali e gli ascolti dei talk show. E chi scrive che avrà molto da raccontare.

Lo Spirito continua la rivelazione di Gesù e ci svela la Verità

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà (Giovanni 15,26-27.16,12-15).

Dopo i cinquanta giorni (Pentecoste) che seguono la Pasqua, la liturgia prepara i credenti a ricevere il dono promesso da Gesù Risorto all’umanità: lo Spirito Santo vivificante che introduce nella vita divina ogni uomo che crederà nell’Inviato del Padre. Tutto ciò che dà, lo trae da Gesù, così come questi riceve dal Padre le sue parole e le sue opere: tutto ciò che è del Padre appartiene al Figlio. Lo Spirito continua la rivelazione di Gesù immettendo il credente nella crescente comprensione della Verità, espressione dell’unità della rivelazione del Padre, del Figlio e dello Spirito.

Lo Spirito è chiamato da Gesù il Paràclito: colui che è inviato per prestare aiuto, per assistere come avvocato, testimone, consigliere. È lo Spirito che preserverà i discepoli dallo scandalo quando la loro fede sarà drammaticamente contestata. Di fronte all’odio del mondo, i cristiani sono esposti allo scoraggiamento, al dubbio, alla minaccia della vita: lo Spirito difenderà la loro fedeltà, dispiegando in essi la forza e la gioia di essere suoi discepoli. “Egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza”. Verrà donata una nuova e vera comunione inaugurata dallo Spirito Santo, la koinonìa.

Nel dirci che “mentre si trovavano tutti insieme, venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa” (2,1-4), gli Atti degli Apostoli ci istruiscono circa la natura di questo Spirito. Promesso dall’Alto, non è prevedibile sebbene atteso, colma di Sé ogni cuore e ogni casa diviene il cielo di Dio.

I discepoli erano riuniti insieme dalla paura, mentre arriva su di loro un vento di libertà che rianima le loro esistenze. “Apparvero lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”. Su ciascuno di loro, senza preferenza ed esclusione, lingue di fuoco illuminano persone diverse sviluppando una vocazione, un’interiorità che mette in movimento la vita di ciascuno. Gli apostoli escono per la comune missione a loro affidata dal Signore Gesù. Il fuoco che Gesù aveva detto di portare sulla terra (Lc 12,49) è ora disceso sui Dodici. Essi come le dodici tribù del Popolo di Dio possono rappresentare tutta l’umanità. Ma l’accento è sempre su Dio! È Lui che si rivela in modo nuovo per formare la nuova e autentica umanità.

Lo Spirito viene con il suo modo di consolare, ricostruisce sempre con il suo perdono la speranza in coloro che non vedono futuro, rende sempre più forte il nostro debole modo di amare tanto da divenire capaci di dare la vita per amore. L’apostolo Paolo scrive ai Galati: “Camminate secondo lo Spirito … lasciatevi guidare dallo Spirito” (5,22). I cristiani sanno di appartenere a un progetto sempre aperto, hanno la grazia di vivere nella logica del dono, affidano gioiosamente la profondità della loro coscienza a Colui che sa convertire ogni cosa in Bene e in frutto di Vita, dello Spirito: “Amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, mitezza, dominio di sé”. Gesù vive nel suo Spirito, nella sua Chiesa, fra di noi, per sempre.

*Arcivescovo di Camerino–San Severino Marche