Contratto, il partito del cemento ha già trionfato

Cinquanta giorni fa in questa rubrica avevamo avanzato il timore che il “parliamo di programmi e solo dopo di persone” nascondesse un rischio: belle parole generiche avrebbero assunto con i nomi dei ministri una concretezza tutta da scoprire. L’esempio scelto era quello del ministero delle Infrastrutture: ci andrà un pentastellato rigorosamente schierato contro le grandi opere inutili o un leghista amico del cemento? La domanda era mal posta. Se nascerà il governo pentaleghista non ci sarà bisogno di attendere il nome del ministro. Basta leggere il “Contratto per il governo del cambiamento” sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini: il partito del cemento ha già trionfato.

Il capitolo 27 (“Trasporti, infrastrutture e telecomunicazioni”) è dedicato per metà ai mezzi di trasporto privato e alla promozione di auto ibride e elettriche, car sharing e piste ciclabili. Ottimo. Ma non si parla di grandi opere, quelle contro cui il M5S ha combattuto per anni le sue battaglie. Non si parla della rendita delle concessionarie autostradali, anzi la parola autostrada non compare mai. L’unica opera nominata è il Tav Torino-Lione. Dopo anni di opposizione dura, il M5S consegna alla storia questo grido di battaglia: “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. C’è da sperare che chi ha prodotto la formula sappia esattamente quali spazi di ridiscussione integrale consenta l’accordo tra Italia e Francia. Colpisce comunque che un programma di governo che propugna la “ridiscussione dei Trattati dell’Ue” consideri intoccabile l’accordo bilaterale per un’opera inutile.

Il sospetto che gli interessi cementizi abbiano trovato ospitalità nel “contratto” si fa più forte leggendo le poche ambigue righe dedicate, senza nominarlo, al Terzo valico, la ferrovia che dovrebbe collegare il porto di Genova alla città di Voghera. Costo previsto per i contribuenti: 6,2 miliardi di euro per 56 chilometri. Il contratto Di Maio-Salvini contiene un inno alla più inutile delle opere inutili, come il M5S l’ha sempre definita. Promemoria: parliamo di un’opera talmente inutile che per 20 (venti) anni Intesa Sanpaolo non ha avuto il coraggio di finanziarla. Appena il capo della banca Corrado Passera è diventato ministro ha mollato il conto da pagare allo Stato: è stata la prima decisione del governo Monti, addirittura precedente alla legge Fornero. Uno scandalo che il governo pentaleghista perdonerà. Il curriculum del Terzo valico non è brillante. Il direttore dei lavori Stefano Perotti è stato arrestato nel 2015, ha preso il suo posto Giandomenico Monorchio che è stato arrestato nel 2016 insieme a Michele Longo, uomo Salini Impregilo e presidente del consorzio costruttore Cociv.

Saranno tutti innocenti, per carità, ma è difficile credere che in quei cantieri miliardari regni la trasparenza. A tutto questo il “contratto” dà la sua risposta a pagina 49: “Senza un’adeguata rete di trasporto ad alta capacità non potremmo mai vedere riconosciuto il nostro naturale ruolo di leader della logistica in Europa e nel Mediterraneo. È necessario inoltre favorire lo switch intermodale da gomma a ferro nel trasporto merci investendo nel collegamento ferroviario dei porti italiani”. Sembra la propaganda del Berlusconi con la lavagna da Bruno Vespa. È esattamente la retorica del ferro con cui da decenni il partito del cemento assalta e spolpa le casse dello Stato. Una pluridecennale porcheria alla quale la Lega ha partecipato organicamente mentre il M5S protestava. Speriamo bene.

Lega e M5S, la notte prima degli esami

Avvertenza: non dipende dai gazebi e da Rousseau se Salvini e Di Maio sono arrivati fin qui. È bene non confondere le manifestazioni di partito con la formazione di un di un governo. A noi, e ai popoli di gazebi e piattaforme, hanno assicurato che c’è un “contratto” ferreo e inoppugnabile. Ma su cosa? Ma fra chi? Cerchiamo di osservare attentamente il paesaggio italiano oggi, adesso.

I frammenti sconnessi del “contratto” fra i due partiti che dovrebbero governare sono caduti sul Paese come cadono i meteoriti: ti colpiscono a caso, o ti schivano o finiscono non si sa dove. Nessun italiano, indipendentemente dal grado di scolarizzazione o di informazione, sarebbe in grado in questo momento di spiegare a un’altra persona che cosa stia succedendo. Si può provare a riassumere ciò che è accaduto prima di adesso, non le vicende inspiegabili e le immagini che sono venute dopo. Proviamo. Prima ci sono le elezioni. I due partiti vincenti sono, nell’ordine, i Cinque Stelle (una formazione politica nuova, appena alla seconda prova nazionale, che esiste per cambiare tutto, che ottiene una grande affermazione politica per la sua promessa) e la Lega, vecchio partito di governo, con un brutto passato, partito di processi per corruzione, partito del “Tricolore al cesso”, partito di Calderoli (che ha partecipato alla trattativa con i Cinque Stelle, noto per avere chiamato “orango” la signora Kyenge, ministro afro-italiano di un governo italiano), partito di Borghezio, che ha dato fuoco ai giacigli di immigrati sotto i ponti della Dora a Torino (sentenza definitiva), un partito che va in pochi anni dalla secessione del Nord dall’Italia al blocco di tutte le frontiere nazionali. Accade dunque che il partito più nuovo, immune da tutto il male che ha segnato la politica italiana, e il partito più vecchio, che ha governato sempre, partecipando o creando tutte le avventure politiche e giudiziarie che hanno segnato e sfregiato l’Italia, abbiano deciso che, insieme, sono il futuro. Dunque governeranno insieme. Perciò, loro dicono, ci vuole un contratto. Precisano: un “contratto tedesco”. Ma Il vero “contratto tedesco” è avvenuto fra due grandi partiti, entrambi di governo, con una struttura organizzativa solida e simile e una lunga esperienza di alternanza nelle istituzioni e nel governo. Confonde le idee, in Italia, la parola “contratto” data la diversità, sia organizzativa che morale che contrappone i due eventuali contraenti. Però qualche richiamo c’è e complica di più le cose. Uno è un partito che dipende in tutto dalla approvazione finale di un privato di nome Casaleggio. L’altro non è autonomo. A quanto pare gode di eccellenti sondaggi, ma il suo pacchetto di voti veri è ipotecato da una coalizione (detta “il centrodestra”) che fa capo a Berlusconi riabilitato. La Lega è solo un pezzo. Dentro quel pezzo tutto (anche le spese) dipende dai legami e sostegni avuti dal capo dei capi appena rientrato alla grande (secondo lui) in politica. Perciò entrambi i contraenti non sono abilitati a firmare nulla, perché, nonostante i voti, sono sotto padrone. Uno dei padroni, quello di Salvini, risulta di recente molto irritato con il contraente spericolato. L’altro, il vice di Casaleggio nella guida di Cinque Stelle, tace ma si sa che ha le sue idee e quando è necessario le fa valere nei dibattiti. Uno dei due popoli ratificherà il contratto inesistente al gazebo. L’altro ha votato nella mitica “piattaforma Rousseau”, controllata solo dall’alto. L’esito sono i numeri di un circolo privato, che non corrispondono alle dimensioni del successo elettorale.

I Cinque Stelle stanno andando via o pensano che tutto il circo del “contratto” non conta e serve solo a prendere tempo? Ma se questi sono i contraenti e questa la forma privata di approvazione, sigillata da una firma tra personaggi non si sa quanto rappresentativi, per stabilire le nuove, rivoluzionarie idee che cambieranno e guideranno l’Italia e il nostro futuro, cosa dice il contratto? I media (tutti, amici e nemici degli uni o degli altri) non sono in grado di raccontarlo, se non per brevi riassunti, che dicono poco e spiegano niente. Emerge una rete rada di punti che non rispondono a nessun popolo e a nessun ceto o classe sociale, e alla Costituzione, e mancano sempre o di spiegazione (il riguardo per Putin) o di ragionevolezza (aumentare il debito e abbassare le tasse) o di copertura (non restituire i debiti). Dunque da una parte non ci sono contraenti validi, dall’altra c’è un Popolo in attesa, ma di altre cose e con altre ansie (la sanità? Il lavoro? la scuola?). E in mezzo non c’è alcun documento valido. “Abbiamo lavorato molto, più di così non si poteva fare” ha detto esasperato Salvini su qualche social network. Vero. Lo dicono anche i ragazzi ansiosi la notte prima degli esami. Non è detto che sia una buona ragione per essere promossi. E non c’è traccia di qualcuno che accetti il progetto, ne diventi il capo e lo guidi.

I Dem e la loro base elettorale vanno in direzioni opposte

Assistiamo a una grave crisi di rappresentanza che riguarda i rapporti del Pd con i gruppi sociali e i territori dove è più forte e più cresciuto il disagio sociale, e che dovrebbero avere nel principale partito del centrosinistra il loro referente. Come è potuto accadere?

Scarterei spiegazioni che tendono a sottovalutare la crisi di rappresentanza. Una di queste si limita a sottolineare che in Italia si sia semplicemente manifestata una tendenza già presente in altri Paesi europei: l’indebolimento dei principali partiti socialdemocratici, che perdono quote significative della loro base elettorale tradizionale (soprattutto operai e nuovi salariati dei servizi) a favore delle nuove formazioni di critica radicale al sistema politico. La tendenza si manifesta anche da noi, ma non sembra in grado di spiegare da sola la rapidità e la portata della crisi di rappresentanza del Pd. Non solo i principali partiti socialisti europei, con l’eccezione della Francia, non si sono indeboliti in modo paragonabile, ma nella loro base restano ancora componenti ben più elevate di operai e di salariati dei servizi, e anche di nuovi ceti medi, specie di quelli dipendenti più legati al settore pubblico.

Nella tornata elettorale del 2013 si manifesta un calo dei votanti del Pd legati alla base tradizionale del partito, in particolare salariati dell’industria e dei servizi. È probabile che soprattutto nei mesi precedenti alle elezioni, caratterizzati dagli interventi di emergenza del governo Monti, sia cresciuto il malcontento. Il nodo forse più rilevante è costituito dall’intervento drastico sul sistema pensionistico (la legge Fornero). Può essere utile il confronto con un’altra grave fase di emergenza finanziaria, quella della prima metà degli anni Novanta, con gli interventi intrapresi dai governi, anch’essi “tecnici”, di Amato e Ciampi. In quell’occasione prese forma una manovra pesantissima, con inasprimenti fiscali e compressione dei salari che fu però condivisa e negoziata con le organizzazioni sindacali. Le più drastiche misure prese dal governo Monti non vedono invece il coinvolgimento e l’accordo delle organizzazioni sindacali, mentre il Pd sostiene il governo e le sue proposte. In questo caso, dunque, i costi percepiti dai lavoratori dipendenti, salariati e impiegati, sono probabilmente apparsi non solo elevati, data la sensibilità al tema delle pensioni, ma anche non efficacemente negoziati dal partito che avrebbe dovuto rappresentare i loro interessi e che sosteneva il governo dall’esterno.

Nella legislatura che si apre nel 2013 e si conclude con le elezioni del 4 marzo il problema non solo non viene affrontato, ma sembra aggravarsi. A pochi mesi dall’insediamento della compagine governativa, con Matteo Renzi il Pd coglie un importante successo alle elezioni Europee superando gli undici milioni di voti: un risultato che si può leggere come una larga apertura di credito al giovane leader che mostra impazienza nei riguardi degli equilibri e delle liturgie interni al partito e manifesta forte determinazione a realizzare senza indugi le riforme capaci di imprimere una svolta al Paese. La parola chiave è “rottamazione”: la promessa di Renzi di liberare il partito dalla vecchia classe dirigente che lo bloccava. Il successo alle elezioni del 2014 è probabilmente il segno che questa prospettiva critica e polemica e l’impegno a favore delle primarie come strumento per formare una nuova classe dirigente incontra il favore di una vasta area dell’elettorato. La nuova leadership del Pd sembra dunque avere inizialmente successo proprio perché promette di affrontare i problemi di rappresentanza che investono il partito e insieme di allargarsi fuori dal perimetro tradizionale d’influenza.

Tuttavia, la strategia di affermazione all’interno del partito condizionerà anche le politiche condotte dal governo e le modalità di relazione con l’elettorato. La linea seguita per rafforzarsi all’interno si può definire di tipo maggioritario, avversa a intese e a compromessi tra le varie componenti (i “caminetti”). Le leadership si formano attraverso le primarie, sono dunque decise dall’elettorato con una forte personalizzazione che ne legittima il ruolo. Il leader, una volta scelto, deve poter decidere senza intralci.

Questa nuova prospettiva allontana anche il Pd dai modelli organizzativi prevalenti tra i grandi partiti socialdemocratici europei (con l’eccezione della Francia), che non utilizzano le primarie “aperte” e continuano a valorizzare il ruolo organizzativo del partito. Il nuovo modello che si prospetta guarda più al Partito democratico americano. Non a caso al modello di democrazia maggioritaria si ispira anche il disegno di riforma costituzionale proposto da Renzi e il correlato costituito dalla legge elettorale (Italicum), poi bocciata dalla Corte Costituzionale.

La democrazia maggioritaria configura una modalità di economia di mercato in cui il dinamismo convive con maggiori disuguaglianze sociali. Un modello molto diverso da quello adottato dalle democrazie negoziate o concertate nelle quali si muovono i principali partiti socialdemocratici sperimentando appunto pratiche di concertazione delle politiche con le organizzazioni di rappresentanza del mondo del lavoro e delle imprese.

Se il partito deve essere guidato in una prospettiva maggioritaria, non c’è spazio per negoziazioni e compromessi con un’area interna che è tradizionalmente più vicina alla rappresentanza di gruppi sociali e territori più disagiati, e che in genere è anche più legata alle organizzazioni sindacali (in particolare alla Cgil).

Accanto a rottamazione l’altra parola chiave è dunque “disintermediazione”: anche a livello di governo occorre puntare a un drastico ridimensionamento della negoziazione delle politiche con le organizzazioni di rappresentanza degli interessi. La “disintermediazione” ha contribuito a isolare il governo dalle domande di protezione sociale provenienti dai gruppi sociali e dai territori più disagiati. E l’attenzione negata si è presto trasformata, per alcune parti dell’elettorato del partito, come la classe operaia tradizionale, in aperta ostilità, specie in occasione di provvedimenti come il Jobs Act.

Quanto al consenso per il Pd, esso va cercato appunto in un’ottica maggioritaria, puntando ad attrarre non solo gli imprenditori, ma anche settori del ceto medio tradizionalmente più interessati a Berlusconi e Lega. Una volta ripartito lo sviluppo, sarà poi possibile ricostruire e rinsaldare un rapporto anche con settori del tradizionale elettorato di sinistra scontenti delle politiche del Pd al governo, ma che è necessario al momento contenere con la disintermediazione proprio per far ripartire la crescita. Così, sul terreno dello sviluppo, il governo a guida Pd è parso affidarsi al motore dell’industria del Nord come traino per portare il Paese fuori dalla crisi, sostenendolo con interventi centrati sulla creazione di condizioni più favorevoli dal lato del mercato del lavoro e del costo del lavoro, ma anche con misure di sostegno agli investimenti.

Da tutto questo è risultata una crisi di rappresentanza di grande portata che colpisce il Pd e con esso il tentativo di costruire un partito capace di legare insieme i ceti più dinamici e innovativi ma anche quelli più deboli in un disegno condiviso. Non è solo un problema per il Pd, ma per la democrazia italiana e per la sua capacità di rafforzarsi coniugando sviluppo e coesione sociale.

Adunata radicale per il generale Mori

Nessuno tocchi Caino e va bene. Ma l’assemblea del Partito radicale di questa mattina, nella storica sede di Torre Argentina, è una celebrazione dei Caini della Trattativa Stato-mafia più Gasparri (e non si capisce proprio perché, con Gasparri non si capisce mai perché) senza contraddittorio e senza imbarazzo a quanto pare. Titolo: “Per la Giustizia Giusta – Il Caso Mori”. Nella convocazione dell’assemblea è annunciata la prima uscita pubblica dell’ex generale Mario Mori, già capo del Ros dei carabinieri e del Sisde, condannato a 12 anni in primo grado per concorso in minaccia a un corpo politico dello Stato. Parteciperà anche l’ex colonnello Giuseppe De Donno, condannato a 8 anni. Ci sarà certo il professor Giovanni Fiandaca, da sempre “negazionista” rispetto ai reati commessi per portare avanti la Trattativa Stato-mafia, ma la bella compagnia è completata da Renata Polverini, Fabrizio Cicchitto e, appunto Maurizio Gasparri. Solo politici già berlusconiani e ancora tali, a parte gli esponenti del Partito radicale come Maurizio Turco. Ci saranno anche i direttori del Tempo Gian Marco Chiocci e del Dubbio Piero Sansonetti. Davvero una bella ghenga.

Difesa Ue, l’Italia prende le poltrone sbagliate

Nella scelta dei ruoli che l’Italia vuole svolgere nelle organizzazioni internazionali di cui fa parte, e in particolare dell’Unione europea, il criterio principale dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Si dovrebbe valutare quanto una determinata posizione può essere utile al Paese e, su quella base, decidere se presentare e poi sostenere una candidatura italiana. Quando si tratta di incarichi personali, bisogna disporre di un candidato adeguato al ruolo anche per evitare di esporci a brutte figure, come invece è qualche volta avvenuto.

Nel campo della difesa europea operano due principali organismi: il comitato militare dell’Unione europea, costituito nel 2000 e formato dai capi di stato maggiore della Difesa degli Stati membri con compiti di coordinamento e di consulenza, e l’Agenzia europea della difesa (Eda), costituita nel 2004 con il mandato di sviluppare le capacità europee nel campo della difesa e della sicurezza.

L’Italia ha avuto la presidenza del comitato militare dal 2004 al 2006 con il Generale Rolando Mosca Moschin, e, alla fine dello scorso anno, dopo la bocciatura alla guida del Comitato Nato, è stato designato come compensazione, a partire dal prossimo novembre, il nostro capo di stato maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano. L’Italia non ha, invece, mai avuto la Direzione dell’Eda, arrivando solo alla vice direzione dal 2007 al 2010.

Nel nuovo quadro europeo caratterizzato dall’accelerazione dell’integrazione della difesa europea attraverso la Pesco e del rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali europee attraverso il Fondo Europeo per la Difesa, il ruolo dell’Eda assumerà una maggiore importanza. Diventerà uno degli attori, insieme agli Stati membri più impegnati nella difesa e alla Commissione, che contribuiranno a individuare i nuovi programmi europei di collaborazione da sviluppare. Questi nuovi programmi dovrebbero ricevere un significativo finanziamento (1.500 milioni di euro all’anno per sette anni, in grado di mobilitarne probabilmente altri 1.000 da parte degli Stati membri). L’Unione europea diventerà così uno dei principali singoli contributori europei nel campo della difesa e della sicurezza.

Per l’Italia, quindi, avere la direzione dell’Eda, a partire dal febbraio 2020, dovrebbe costituire un importante obiettivo. Ma, ovviamente, l’Italia non può avere nello stesso tempo altre posizioni al vertice della difesa europea. A questo fine si deve presupporre sia stata presa la decisione di non candidare nessun italiano la scorsa estate per l’incarico di vice Direttore dell’Eda. E fino all’ultimo momento nessuna candidatura per la presidenza del Comitato Militare. Che poi è arrivata per iniziativa personale e senza alcun approfondimento a livello politico. Il brillante risultato è che col cambio dell’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, dopo le elezioni europee del 2019, l’Italia non starà nella stanza dei bottoni.

In compenso starà nel salotto buono dove non si decide niente.

Stop alla riforma dello Sport: la farà il nuovo governo

Palazzo Chigi stoppa il Coni. La riforma degli statuti di tutte le Federazioni e della giustizia sportiva, tanto cara a Giovanni Malagò, deve attendere: l’ufficio per lo Sport ha deciso di congelare i nuovi principi informatori che al Foro Italico davano per approvati, fino a quando il testo non sarà completo (manca infatti una seconda parte di norme). Il via libera è almeno rimandato: i tempi della totale sintonia tra Malagò e il ministro Lotti sembrano lontani. E al Coni sono preoccupati dall’arrivo del nuovo governo.

Il contrattempo, che nessuno si aspettava, è che i principi informatori riscritti ad aprile non sono ancora entrati in vigore. Parliamo della riforma dei regolamenti delle Federazioni sportive. Le varie discipline hanno sempre seguito logiche tutte proprie, spesso cervellotiche, quasi sempre a favore dei soliti noti: basti a pensare a Tiro a volo e pattinaggio, dove i presidenti Luciano Rossi e Sabatino Aracu (anche ex senatori), sono in carica ininterrottamente dal 1993; oppure a ciclismo e canottaggio, dove le schede bianche e nulle sono state conteggiate in maniera differente.

Così, dopo le polemiche dell’ultima tornata elettorale, il capo del Coni aveva promesso di mettere ordine. Lo scorso mese giunta e consiglio hanno approvato la prima parte della riforma. Non tutta, perché su alcune modifiche (in particolare i voti plurimi, o la riduzione dei consiglieri federali) mancava l’accordo. Fra quelle passate, però, ci sono almeno un paio di norme a cui Malagò tiene particolarmente (tanto che si era deciso di procedere in due fasi, così da portare subito a casa il risultato più importante): ad esempio la revoca del diritto di voto agli arbitri (fondamentale per la FederCalcio, dove i fischietti di Marcello Nicchi sono spesso stati decisivi), la nomina dei consiglieri federali in assemblea elettiva, e per quanto riguarda la giustizia sportiva il rafforzamento degli organi centrali e del Collegio di garanzia presieduto dall’amico Franco Frattini (che ora avrà competenza diretta sui contenziosi elettorali). Sembrava fatta, è tutto rinviato.

Per legge, il governo aveva 20 giorni per dare il suo parere: il tempo è scaduto, tanto che al Foro Italico erano convinti che le nuove regole fossero acquisite. Invece l’Ufficio per lo sport ha bloccato la decorrenza, riservando al testo completo le sue eventuali osservazioni (c’è chi dice che ce ne saranno). Per i detrattori si tratta di una bocciatura, da Palazzo H assicurano che “è solo una questione formale, non ci sono motivi ostativi”. Di sicuro i tempi si allungano: la seconda tranche non potrà essere approvata prima di luglio (quando è convocato il consiglio nazionale). Ma soprattutto la prossima volta che il testo sarà trasmesso, a Palazzo Chigi ci sarà un nuovo esecutivo, ritenuto meno benevolo se a guida M5s-Lega. Nel contratto di governo c’è la volontà di “rivedere le competenze del Coni”, “controllare l’assegnazione e la spesa delle risorse” e rendere “più autonoma” la società Coni Servizi: una sorta di “commissariamento”, più o meno credibile (alcune proposte sono impossibili da attuare senza la creazione di un vero Ministero con portafoglio, altre rischiano di violare il principio di autonomia dello sport sancito a livello internazionale). Anche senza arrivare a tanto, però, di certo un eventuale esecutivo giallo-verde non farà sconti a Malagò. A partire dai principi informatori.

Le prime conseguenze riguardano la Figc, dove è in corso un braccio di ferro con i “ribelli” guidati dai Dilettanti di Cosimo Sibilia e la Lega Pro di Gabriele Gravina, che chiedono di eleggere al più presto un nuovo presidente (nello specifico, il vecchio Giancarlo Abete). Se l’adeguamento dello statuto e l’attesa delle nuove regole poteva essere un cavillo per rimandare il voto al 2019, ora il commissario Fabbricini potrebbe non avere scuse ed essere costretto a concedere l’assemblea elettiva ad agosto (con le vecchie regole, arbitri compresi). Specie nel caso in cui la riforma dovesse slittare di diversi mesi.

L’altro fronte caldo è la Lega calcio: martedì a Milano è convocata un’assemblea decisiva (anche per i diritti tv e il caso MediaPro). In qualità di commissario, Malagò deve far passare la nuova governance: per il ruolo di amministratore delegato è sempre in corsa Marzio Perrelli, manager-banchiere di Hsbc e membro del Comitato della Ryder Cup di Golf. Per evitare brutte sorprese il capo del Coni potrebbe replicare l’anomalo voto per acclamazione (con tanto di schede mai aperte e secretate), già adottato e contestato per il presidente Gaetano Micciché. Anche qui qualcuno ha chiesto un intervento di garanzia, ma in questo caso Malagò ha avuto più fortuna: l’organo vigilante della Lega è la Figc, commissariata dal Coni. Ovvero, da se stesso.

Su Sekret lo Speciale sulla Trattativa

Sekret – Speciale Trattativa Stato-mafia è una video-inchiesta giornalistica esclusiva firmata da Marco Lillo per la piattaforma Loft. Gli utenti potranno vedere in chiaro, prima su ilfattoquotidiano.it e poi sul sito www.iloft.it (oltre che sulle pagine social delle due piattaforme), l’anticipazione della prima puntata della serie dedicata alle indagini sul patto scellerato tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra con documenti, interviste, intercettazioni e verbali inediti. Scoop e approfondimenti riservati solo agli abbonati alla App Loft che potranno seguire puntata per puntata il lavoro di ricerca del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano.

Dal 1994 in carcere al 41bis

Fu arrestato a Milano, assieme al fratello Filippo, nel 1994, che aveva 31 anni. Inseguito da un mandato di cattura che lo vedeva mandante dell’omicidio di don Pino Puglisi. Erano loro i reggenti mafiosi di Brancaccio, il quartiere nel quale il parroco provava a levare braccia a Cosa Nostra. Poi il capo del clan di Brancaccio venne accusato di essere tra i mandanti dell’omicidio Lima e delle stragi che tra il 1992 e il 1993 insanguinarono la penisola. I pentiti lo accusano di essere stato protagonista dell’organizzazione e forse dell’esecuzione della strage in via D’Amelio dove perse la vita il magistrato Paolo Borsellino. Il pentito Gaspare Spatuzza ha riferito le confidenze ricevute da Giuseppe Graviano al bar Doney nel 1994 sulle garanzie che il boss sosteneva di avere avuto grazie a Marcello Dell’Utri da Berlusconi. Grazie a loro a suo dire avevano “il paese nelle mani”.

Fiammetta Borsellino nel 1992 aveva 19 anni

Nel luglio del ‘92, quando suo padre Paolo fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio, Fiammetta aveva 19 anni. E per 25 anni non ha mai parlato in pubblico di quella strage di mafia. Ha trovato le parole, parole pesanti, nell’anniversario di Capaci del 2017. Lì, 25 anni prima, aveva perso la vita Giovanni Falcone, collega e amico di suo padre. Disse: “Credo che con forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità. Non una verità qualsiasi o una mezza verità ma una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime, come mio padre le ha definite, che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi due reali servitori dello Stato”. Qualche settimana dopo, assieme ai fratelli maggiori Lucia e Manfredi, scrisse al Csm per chiedere conto di “uno dei più grandi depistaggi del secolo, l’ennesimo scempio fatto sul cadavere di mio padre. Chi sa deve parlare”.

E Graviano parlò di B. alla figlia di Paolo Borsellino

Giuseppe Graviano ha citato Silvio Berlusconi nel suo colloquio con Fiammetta Borsellino, mentre parlava del periodo della sua latitanza a Milano nel ‘93 insieme al fratello Filippo. Il boss, condannato all’ergastolo proprio con il fratello Filippo per le stragi del 1992 e 1993, ha fatto questa affermazione (tutta da interpretare e da riscontrare) nel corso del colloquio straordinario nel carcere di Terni, avvenuto con la figlia minore del magistrato ucciso dal suo gruppo di fuoco nel luglio 1992. Fiammetta ha incontrato nello stesso giorno anche Filippo nel carcere di L’Aquila ma il fratello maggiore non ha fatto alcun cenno a Berlusconi e ha avuto un atteggiamento meno spavaldo e ciarliero.

Le registrazioni dei due colloqui sono state immediatamente trasmesse in gran segreto a tutte le procure che indagano sulle stragi del 1992, 1993 e 1994 e sulla Trattativa Stato-mafia per una valutazione della rilevanza soprattutto delle parole di Giuseppe. Il boss è furbo, dice e non dice. Dopo aver detto che in quel periodo a Milano e nel nord Italia era latitante ma vedeva molte persone rispettabili, il boss butta lì: “Lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi” e poi subito aggiunge: “Più che io era mio cugino che lo frequentava”. Il boss di Brancaccio non ha mai parlato nei processi di questi argomenti sensibili.

Al dibattimento di appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, nel dicembre del 2009 si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il fratello Filippo quel giorno negò i rapporti con il leader di Forza Italia facendo felice Dell’Utri che ebbe per lui parole di apprezzamento. Giuseppe invece se ne uscì con una formula sibillina: “Per il momento le mie condizioni di salute non mi permettono di sostenere un interrogatorio. Quando il mio stato di salute lo permetterà sarò io stesso a informare la signoria vostra come ho detto già ai pm di Firenze”, che indagano sulle stragi del 1993.

Nel maggio del 2011, proprio al dibattimento di Firenze dichiarò: “Ho dei processi in corso e sulla politica mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Stessa scena al processo Trattativa nell’ottobre del 2017 nonostante in carcere pochi mesi prima avesse detto al compagno di detenzione che, se lo avessero convocato, stavolta avrebbe parlato “senza remissione”.

Il boss ora sceglie proprio il colloquio con la figlia del magistrato ucciso 26 anni fa dai suoi uomini per fare questa pesante allusione alla sua frequentazione con Berlusconi.

Fiammetta ha incontrato in carcere Giuseppe e Filippo Graviano il 12 dicembre 2017 grazie a un via libera straordinario del ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha emanato un decreto per derogare al regime dell’isolamento del 41 bis. Entrambi i boss hanno accettato la richiesta di colloquio: Giuseppe con l’atteggiamento del boss che non ha niente da farsi perdonare, Filippo con modi più garbati. Condannati entrambi per le stragi del 1992 a Capaci e a via D’Amelio e per quelle del 1993 a Firenze, Roma e Palermo oltre che per l’attentato a Maurizio Costanzo e per l’omicidio di don Pino Puglisi, sempre nel 1993, non si sono mai pentiti.

Fiammetta ieri ha fatto pubblicare una lettera su Repubblica nella quale spiega la ragione della sua richiesta di incontrare i boss con “la necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia ma alla società intera”. Fiammetta ha chiesto ai due boss “un contributo di onestà” e gli ha ricordato che “soltanto contribuendo alla ricerca della verità i figli potranno essere orgogliosi dei padri”.

Fiammetta ha cercato di portare un messaggio profondo in cella sia a Giuseppe Graviano che al fratello Filippo. A entrambi ha raccontato la storia della sua famiglia e del dolore inferto a sua madre e ai suoi fratelli Lucia e Manfredi da chi ha fatto saltare in aria suo padre sotto gli occhi di sua nonna. La reazione dei due è stata molto diversa. Giuseppe Graviano quando sente Fiammetta che parla di stragi, di un prete ucciso o di un bambino sequestrato e poi ucciso, si innervosisce.

Graviano sa che Fiammetta sta parlando delle sue condanne e le dice a brutto muso “Lei sta parlando con la persona sbagliata”. Il boss si professa innocente e dice di essere stato condannato per le accuse false dei pentiti. A Fiammetta ricorda i depistaggi, da lei tante volte denunciati, del processo Borsellino.

Lei ribatte che le colpe della giustizia non liberano Graviano dalle sue colpe. Ma il boss è un fiume in piena: “A me dispiace per la buonanima di suo padre ma anche a me hanno ucciso mio padre”. Arriva a paragonare Michele Graviano, ucciso nel 1982 dagli uomini vicini a Stefano Bontate nella guerra con i corleonesi, a Paolo Borsellino. Fiammetta non replica a questo oltraggio e chiede invece al boss della sua famiglia. Finalmente lui si rilassa. Parla con orgoglio del figlio, uno studente universitario modello. Arriva a chiedere che lei lo incontri fuori dal carcere. Lei gli fa notare che è grazie all’esempio di uomini come Paolo Borsellino, se il figlio di Graviano è cresciuto bene con modelli positivi. Poi chiede a Graviano cosa facesse al nord quando era latitante visto che è stato arrestato a Milano. Il boss si dilunga sull’ultima estate di libertà nel 1993 quando andava a Forte dei Marmi con il fratello e racconta che frequentava i teatri di Roma e Milano. Effettivamente quando è stato arrestato il 27 gennaio del 1994 aveva in mano i biglietti per ‘Aggiungi un posto a tavola’, in programma quella sera al Manzoni, il teatro milanese di Berlusconi. Graviano sarebbe andato lì con il fratello Filippo, le fidanzate e un favoreggiatore salito a Milano per accompagnare il figlio undicenne a fare il provino al Milan, dove in precedenza era stato raccomandato da Marcello Dell’Utri.

Il nome di Berlusconi salta fuori proprio quando Graviano sta raccontando la sua Dolce Vita nella Milano da bere. Graviano, le racconta che era latitante ma incontrava tanta gente insospettabile che non conosceva il suo profilo criminale: avvocati, giornalisti e imprenditori. In quel contesto dice: “Lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi” Poi aggiunge “più che io era mio cugino”. Il boss quindi dice e non dice. Allude distrattamente. In realtà sa di essere registrato ed è consapevole del peso delle sue parole in quel momento. Il 12 dicembre 2017 Berlusconi è in campagna elettorale e quel giorno appare nei telegiornali, che Graviano in cella può vedere, per dichiarare: “Forza Italia è al 17 per cento, siamo l’unica diga contro il M5S”.

Se la notizia uscisse potrebbe avere un impatto sulle elezioni e poi sulla trattativa per il Governo. Erano già uscite sui giornali le intercettazioni in carcere nelle quali Graviano, secondo i pm, parlava di Berlusconi con il suo compagno di detenzione definendolo un “traditore”. Due mesi prima del colloquio con Fiammetta, il boss si era avvalso della facoltà di non rispondere al processo Trattativa proprio su quelle conversazioni.

Nessuno sa perché Graviano dica quella frase su Berlusconi a Fiammetta. Nessuno sa se voglia depistare o ricattare. Nessuno sa chi sia il cugino. Solo lui può sciogliere i dubbi e sembra mirare proprio a questo effetto.

Agli atti risulta un cugino che gestiva per conto del boss una pompa di benzina a Palermo e un altro che è stato arrestato nel 2009. Nessuno di loro però è mai stato avvistato a Milano. Men che meno in contatto con Berlusconi. L’avvocato Nicolò Ghedini al Fatto dice: “Nessuno ci ha mostrato questa conversazione. Se esistesse bisognerebbe ascoltarla per verificare le reali parole di Graviano. Comunque lui sapeva di essere registrato e potrebbe avere depistato. A me non risulta nessun incontro di Berlusconi con Graviano o con qualcuno legato direttamente o indirettamente a lui. Tanto meno con un suo cugino noto. Poi se Graviano, parlando per assurdo, ha un cugino di Vipiteno che fa il prete, che ne possiamo sapere?”.

La trascrizione del colloquio con Fiammetta è stata spedita alla Procura di Firenze che ha iscritto Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per concorso in strage a seguito delle conversazioni intercettate in carcere tra Graviano e il detenuto Umberto Adinolfi nelle quali il boss – per la Dia – parla di Berlusconi e Dell’Utri. Gli audio dei colloqui con i Graviano sono giunti anche a Palermo, ai pm della Trattativa; a Caltanissetta, che indaga sulle stragi del 1992; alla Direzione Nazionale Antimafia e alla Procura di Reggio Calabria, che sta processando Graviano per l’uccisione dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, massacrati a colpi di mitraglietta il 18 gennaio del 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Fiammetta Borsellino potrebbe anche essere chiamata dai magistrati come persona informata dei fatti. Per più di 20 anni ha mantenuto un rigoroso silenzio e si è disinteressata delle indagini, fidandosi dello Stato. Poi ha scoperto che lo Stato, per il quale il padre e i cinque agenti di scorta avevano dato la vita, ha nascosto la verità sulla strage e i suoi reali protagonisti. Allora ha cominciato a interessarsi e nel 25esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’amelio ha rilasciato dure dichiarazioni sui depistaggi di Stato a Fabio Fazio e poi a Sandro Ruotolo per Fanpage e a Nello Trocchia, per Nemo. In quel periodo ha chiesto il permesso di incontrare i fratelli Graviano.

Fiammetta non vuole commentare le parole di Giuseppe su Berlusconi. Questi incontri, come ha scritto nella sua lettera, per lei sono “un fatto strettamente personale e chiedo che tale debba rimanere”. Un desiderio difficile da esaudire. Quando un boss che ha fatto le stragi allude ai rapporti della sua famiglia con il politico più importante degli ultimi 30 anni è difficile girarsi dall’altra parte. Anche se è e resta un fatto personale dal punto di vista di Fiammetta. E basta vedere la sua reazione alla frase ambigua del boss per capire la logica diversa che animava i due interlocutori. A Graviano che le parla di Berlusconi, la figlia del magistrato non chiede nulla sul leader di Forza Italia o sul cugino del boss. La sua replica è: “Chi era il suo prete di riferimento?”. Sarebbe difficile immaginare un dialogo in cui emergono più chiaramente le differenze tra il bene e il male.

Fiammetta non è lì per fare domande da pm o da giornalista. È solo una vittima che vuole sapere se c’è un varco per entrare nell’anima di chi ha fatto uccidere suo padre. Non è interessata al boss ma all’uomo.

Quando gli agenti avvertono che il tempo è scaduto, tira un sospiro. È esausta ma non ha finito. Risale in automobile e appena due ore dopo è già nel carcere di L’Aquila, di fronte al fratello maggiore: Filippo Graviano, 56 anni, l’uomo dei conti nella cosca.

La scena è completamente diversa. Filippo è rispettoso del suo dolore anche se dice alla figlia di Borsellino che lui è cambiato dentro in questi 24 anni ma non può cambiare il suo destino. Lei cerca di dirgli che ciascuno è padrone della sua vita. Il boss gli ribatte che non è così. Dopo i colloqui del 12 dicembre, Fiammetta non ha chiesto di incontrare Giuseppe che parla di Berlusconi ma solo Filippo che sembra più consapevole del dolore provocato con le sue azioni.

La richiesta del colloquio con Filippo pende da mesi al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Tutte le Procure interessate per un parere (Caltanissetta, Firenze, Palermo, Reggio Calabria e la Direzione Nazionale Antimafia) hanno sconsigliato al Dipartimento un nuovo colloquio in carcere. Qualcuno ha fatto notare che ci sono anche rischi per l’incolumità della figlia di Paolo Borsellino. Fiammetta però nella sua lettera insiste: “ora è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni”.