L’Unità, i contratti renziani nel 2015 col giornale a picco

La vicenda del glorioso quotidiano fondato da Antonio Gramsci e oggi scomparso dalle edicole e col prezioso archivio non utilizzabile si arricchisce di un altro particolare non proprio commendevole. Tra i creditori del giornale infatti – la scoperta è del quotidiano La Verità – risultato anche due nomi dell’inner circle renziano, destinatari di due bei contratti proprio mentre l’Unità se ne andava a picco, nel 2015, con le vendite precipitate sotto le 10mila copie. Il primo nome è uno dei misteri gaudiosi della figura di Matteo Renzi: Tiberio Barchielli, paparazzo fiorentino portato a Palazzo Chigi come fotografo di corte durante quelli che a Rignano chiamano “i mille giorni”. Lo studio di Barchielli e del suo socio Carlo Brogi ora ha chiesto il pignoramento di beni per 155mila euro alla fu Unità, che smise dopo due mesi di pagare i 12.500 euro mensili più Iva concordati nel luglio 2015. L’altro contratto, sempre datato luglio 2015, è una consulenza da 120mila euro l’anno e porta il nome di Angelo Di Cesare, ex responsabile della distribuzione del gruppo Messaggero: un manager che ha collaborato per quasi vent’anni con Tiziano Renzi e dal 2017 ne è diventato socio.

Fischi, rabbia e ribellioni: il Pd non decide e implode

Non decidere: alla fine di una giornata convulsa e sbrindellata, l’Assemblea del Pd raggiunge quest’obiettivo. Traduzione per i non appassionati di Pd: dopo i ballottaggi delle amministrative ci sarà un’altra Assemblea che dovrebbe far partire il congresso in autunno o forse all’inizio del 2019 (con quale guida del frattempo? chissà); Martina rimane reggente (cioè un mezzo-segretario); Renzi conferma le “dimissioni irrevocabili”, ma nel vuoto di potere formale resta segretario ombra. L’Assemblea di ieri certifica un dato, anzi due. Uno: nessuno sa chi ha la maggioranza. Due: il partito – a forza di non decidere – è imploso tra ribellioni, rabbia, sfoghi.

 

Ore 11 e 15. L’Assemblea sarebbe convocata alle 10 e 30, ma la trattativa è in corso. Girano due documenti: uno dei renziani, che chiedono il congresso in autunno, con il partito gestito da Matteo Orfini. L’altro che vuole eleggere Martina segretario fino al congresso, entro l’anno. All’entrata dell’hotel Ergife si materializza Simona Malpezzi, senatrice “premiata” da Renzi con ben 6 pluricandidature, trolley rosso e tacchi a spillo. Sepolta dalle telecamere.

 

Ore 11 e 50. Le note dell’Inno nazionale aprono la riunione. Gentiloni, Minniti, Orlando, Martina, Franceschini, Boschi cantano stralunati. Le telecamere a circuito chiuso inquadrano Renzi sui versi “Siam pronti alla morte”.

 

Ore 12. Orfini illustra un documento, sul quale c’è l’accordo dei big per modificare l’ordine del giorno. Non parlare del segretario, ma della situazione politica. La platea fischia. “Anche basta”, dice lui, in versione capoclasse: 397 sì, 221 no, 6 astenuti. I big alzano le deleghe, tra i no i seguaci di Andrea Orlando.

 

Ore 12 e 15. Caccia al ribelle. Chi ha votato no, contravvenendo alle indicazioni di tutto il gruppo dirigente? “Sono state le anime calde delle varie tifoserie, visto che l’accordo è arrivato tardi”, dice un alto dirigente dem. La giornata porterà chiarezza: il “no” è stato un afflato spontaneo della platea, davanti all’ennesima non decisione, riconducibile a tutte le componenti. Con il lasciar fare dei big, tanto per continuare la guerra.

 

Ore 12 e 30. Gruppi di delegati furibondi iniziano a defluire. “Che ci hanno chiamato a fare?”, la domanda. “Con un voto come questo, che dice no a un documento della presidenza, è morta una classe dirigente”, commenta Katia Tarasconi, consigliera Pd in Emilia Romagna. Nel frattempo, Martina fa l’intervento introduttivo. “Rilanciare un centrosinistra nuovo, alternativo a M5S, Lega e a FI”. Platea distratta. “Se tocca a me, tocca a me”, rivendica. Con ovazione. “Si è portato la claque. Hanno convocato gente apposta”, commentano i delegati tra di loro.

 

Ore 13 e 45. Renzi si fa qualche selfie e se ne va senza aver neanche sfiorato il palco: altro che relazione per spiegare la sconfitta. “Se parlo sbaglio, se non parlo sbaglio”, si lamenta coi suoi. Ma poi: “Ho stravinto”. La conta l’ha evitata, a che serve questa vittoria si vedrà. Prima di lui era scivolato via Minniti. Poi se ne va Gentiloni. Franceschini insiste per votare la relazione di Martina. “L’accordo non era questo”, i renziani iniziano ad andarsene.

 

0re 14 e 15. I renziani si attribuiscono il 58% dell’Assemblea, Franceschini & C. si annettono i voti negativi al documento di mediazione e si vedono maggioranza.

 

Ore 14 e 30. L’intervento di Roberto Giachetti segna un “rompete le righe” psicologico. “Quando sento Orlando che dice ‘abbiamo sbagliato a non approvare la legge sull’ordinamento penitenziario’, mi viene da chiedere abbiamo chi? Tu eri il Guardasigilli e Gentiloni il premier”, dice. Fischi, urli, boati. Gente incredula in sala. Orlando replica: “La riforma dell’ordinamento penale l’avete tenuta ferma un anno perché c’era la campagna per il referendum. Ecco, ora l’ho detto”. Intanto Cuperlo delinea le due strategie per due Pd: “Ricostruire nella società un’alleanza”, oppure “creare una union sacrée delle forze europeiste alla Macron”.

 

Ore 15 e 50. Marcucci dà il via libera al voto per Martina dei renziani rimasti. Retropensiero: sempre un semi reggente resta. Risultato: 294 a favore, 8 astenuti.

 

Ore 16.00. La delegata di Tor Bella Monaca, Pina, lancia la tessera verso la presidenza e incarna il pensiero di molti: “Al congresso nun me chiamate più”.

 

16 e 20. Strategie. Defilato, in un angolo, c’è Nicola Zingaretti. Lo aspettano tutti come candidato per il futuro congresso. Anche Gentiloni (che non parla con Renzi da due mesi). Lo stesso ex premier s’immagina di portargli il suo pacchetto di voti. Extrema ratio. Ma è solo questione di tempo: uno dei due Pd resterà e uno uscirà. Ammesso che resti qualcosa.

“Questo governo allarma, ma parla al nostro mondo”

“Non c’è una visione sociale. Le disuguaglianze richiedono politiche diverse”. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, ha seguito con crescente preoccupazione i negoziati sul contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle. Ed è rimasta stupita soprattutto dall’assenza di misure specifiche per il Mezzogiorno: “La Svimez dava già un giudizio duro sul Movimento votato al Sud che non propone politiche per il Sud. La Lega, nel diventare forza nazionale, non ha perso le sue caratteristiche che l’hanno portata a inventare una questione settentrionale, il risultato è che la zona più fragile del Paese viene di nuovo dimenticata”.

Segretario Camusso, reddito di cittadinanza e flat tax possono stare nello stesso programma di governo?

Si contraddicono violentemente. L’idea che tagliando le tasse le persone hanno più soldi in tasca e sale la domanda aggregata è falsa. Il problema non è aumentare i consumi del singolo, ma una domanda aggregata che aiuta a mantenere il tessuto sociale e collettivo del Paese. La tassa piatta per i ricchi farà aumentare quel rancore sociale che tutti citano come spiegazione del voto del 4 marzo.

Dicono che così si combatte l’evasione.

Possibile che per contrastare i comportamenti scorretti bisogna sempre offrire dei premi a chi ha evaso? Se il problema è una tassazione sul lavoro troppo alta, si riduca il cuneo fiscale. Stanno per replicare l’errore degli 80 euro: dare soldi a chi già li ha e ignorare la fascia più bassa dei redditi da lavoro, i più provati da crisi, distorsioni del mercato, lavoro sottopagato.

Il Jobs Act viene confermato e tornano i voucher. Qual è la valutazione della Cgil?

Allarme rosso. I Cinque Stelle erano stati al nostro fianco nella campagna per il referendum contro i voucher, suggerivano soltanto qualche eccezione per il lavoro domestico. Anche se per i collaboratori familiari c’è un contratto facile da applicare ed economico. I voucher non sono neppure la risposta alla Gig economy: sarebbero, invece, la certificazione che si possono comprimere all’infinito diritti e retribuzioni in nome del profitto. E comunque i contratti brevi sono usati in maggioranza per periodi 1-30 giorni. La flessibilità c’è. Ma il contratto a tempo determinato costringe a retribuire tutte le ore lavorate, il voucher no.

Ci sono interventi sull’agricoltura.

Le misure nel contratto sulla Politica agricola comunitaria sono a beneficio delle grosse aziende del Nord. Al Sud non andrà nulla. Sembrerebbe un rifarsi leghista per le multe europee sulla violazione delle quote latte. Non c’è una parola sul lavoro in agricoltura, perché parlarne vorrebbe dire porsi la questione dei diritti dei migranti. Nei campi ci sono prevalentemente loro. E questo il senatore Salvini dovrebbe saperlo bene, visto che il suo collegio di elezione è quello di Rosarno.

Molti tra gli iscritti della Cgil si sono rivolti ai Cinque Stelle dopo la frattura col Pd renziano. Come reagiranno al contratto Di Maio-Salvini?

Non voglio interpretare l’opinione di tutti, ma i tanti che incontro sono iscritti a una organizzazione che ha mantenuto un consolidato sistema di valori e di idee. Di fronte al conflitto con quei valori e quelle idee, soprattutto sulla centralità del lavoro, molti hanno guardato ad altre esperienze come i Cinque Stelle. In molti casi lo hanno fatto per arginare la destra. In Emilia si osserva il passaggio dal Pd all’astensione e poi ai Cinque Stelle, ma sono le stesse persone che a Bologna votano Virginio Merola, del Pd, per fermare l’ascesa della Lega. Ma non mi nascondo che alcune parole d’ordine di quest’alleanza tra Salvini e Di Maio al nostro mondo parlano.

Quali?

La riforma della legge Fornero, per esempio: il nostro mondo l’ha vissuta come una profonda ingiustizia. L’idea che si possa superare colpisce chi da anni sente solo un coro unanime sull’importanza di contenere la spesa per le pensioni. Anche il reddito di cittadinanza è importante: trasmette il messaggio che, dopo i tagli agli ammortizzatori sociali del Jobs Act, c’è di nuovo una politica sociale a sostegno del lavoro povero e per affrontare la discontinuità nell’occupazione. E l’acqua pubblica è un tema di un’area di movimenti cui appartiene anche la Cgil.

La pensione di cittadinanza a 780 euro fa presa?

Non c’è dubbio, sono in tanti con la pensione minima. Ma va in contraddizione con un lungo lavoro che abbiamo fatto con lo Spi (il sindacato pensionati della Cgil, ndr) per evitare che i contributi versati non vengano valorizzati e che i costi delle misure assistenziali non siano caricati sulla spesa previdenziale. I Cinque Stelle, però, prendono i voti tra i giovani e al Sud, le pensioni vanno agli anziani e soprattutto a chi vive al Nord.

Ancora non si da dove arriveranno le risorse.

Noi abbiamo sempre ragionato della necessità di abbassare le tasse ai redditi bassi grazie a un aumento del carico su quelli alti e sui patrimoni, mentre Lega e M5S vogliono tagliare ovunque dal lato delle entrate. Anche la parte di lotta all’evasione sembra solo la prosecuzione della lotta di Salvini contro Equitalia. Io penso che sia sbagliato il pareggio di bilancio in Costituzione ed è legittimo usare il deficit per gli investimenti. Qui invece si prospetta una grande spesa che ridurrà le possibilità di spesa future, riducendo il gettito.

C’è stato un tentativo di ricucire i rapporti con il Pd dopo il disastro elettorale?

Ci sono cose che abbiamo apprezzato: il segretario reggente del Pd Maurizio Martina ha partecipato al nostro primo maggio dedicato alla sicurezza sul lavoro. Non succedeva da anni. Ma l’orgoglio con cui molti esponenti hanno difeso il Jobs Act mi lascia perplessa, significa non aver capito l’origine della rottura con il loro elettorato, prima che col sindacato.

Gli incidenti sul lavoro di questi giorni raccontano una strage.

Abbiamo chiesto alla presidente del Senato Alberti Casellati di fare una seduta straordinaria sulla sicurezza del lavoro: l’abbiamo trovata attenta e lo proporrà ai capigruppo. Nei prossimi giorni vedremo anche il presidente della Camera Fico a cui rivolgeremo lo stesso invito. Da Di Maio e Salvini, sugli incidenti, è arrivato solo qualche tweet. Nel programma il tema non è citato. Eppure basterebbe poco: mai più un euro di incentivi a chi ha incidenti mortali in azienda e non ci possono essere lavoratori non assicurati contro gli infortuni, questo sarebbe un messaggio forte anche per gestire i problemi della Gig economy.

Tav, il leader grillino: “Diremo ai francesi che non serve più”

Mentre Luigi Di Maio a Ivrea conferma la contrarietà del Movimento all’alta velocità Torino-Lione (“Diremo alla Francia che è un’opera inutile. Poteva valere 30 anni fa, ma oggi non serve più”), i No Tav tornano a sfilare in Valle di Susa. Al corteo ha partecipato anche la deputata grillina Laura Castelli (nella foto): “Il contratto impegna a riaffrontare l’intero progetto nelle more dell’accordo italo francese, un accordo che finora in due punti specifici non è stato rispettato e che quindi contiene in sé la possibilità di giungere a uno stop”.

Il popolo No Tav però rimane diffidente nei confronti del patto Lega-5Stelle: “Nessuno si offenda – ha detto Alberto Perino, leader storico del movimento della Val di Susa – ma non esistono governi amici. Ci possono essere governi meno ostili, che perseguono i nostri stessi obiettivi. Ma i governi hanno dei vincoli che il movimento non ha. Noi quindi continueremo per la nostra strada, chiedendo all’esecutivo di proseguire nella nostra direzione e di non buttare i soldi dei contribuenti in opere inutili. Il TAV è un’opera inutile e il Terzo Valico è un’opera inutile”.

Valle d’Aosta, seggi aperti fino alle 22. Dieci liste in corsa

Oggi si torna al voto in Valle d’Aosta per le elezioni regionali. Primo appuntamento dopo la grande sorpresa del 4 marzo, quando il Movimento 5 Stelle ha eletto la prima parlamentare donna – e non candidata in un partito autonomista – nella storia della Regione. I valdostani chiamati alle urne per il rinnovo del consiglio regionale sono 103.117. Si vota dalle 7 alle 22 in 151 seggi, lo spoglio inizia lunedì mattina. Un mini test nazionale nella Regione più piccola d’Italia: anche qui – dopo la valanga in Friuli – la Lega conta di avanzare sensibilmente (alle politiche ha raccolto il 17,4%). E corre separata da Forza Italia. Il sistema elettorale è un proporzionale con premio di maggioranza per la lista o la coalizione che dovesse raggiungere il 42%. Vista l’estrema frammentazione – oltre dieci liste non federate – è difficile che la soglia possa essere raggiunta. È molto probabile dunque la formazione di un governo regionale di coalizione. E non si può escludere la nascita della prima alleanza anche a livello locale tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Timperi: “Felice che nel contratto ci sia l’affido condiviso, ne parlai con Salvini”

Nel contratto di governo di Lega e 5 Stelle c’è anche una parte che riguarda le politiche della famiglia in cui si parla di “bigenitorialità” e “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli”. Pertanto, si legge nel testo, “l’interesse materiale e morale del figlio minorenne non può essere perseguito se non si realizza un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali (…), valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del fenomeno dell’alienazione parentale e rivalutando anche il sistema di mantenimento in forma diretta”.

Si vuole dunque rivedere la legge sull’affidamento condiviso del 2006 che disciplina i rapporti tra genitori separati e minori: “È un’iniziativa sacrosanta. La legge attuale è demagogica, scritta male e applicata peggio, lascia troppa discrezionalità al giudice, che decide quasi sempre in favore delle madri”, osserva Tiberio Timperi, giornalista e conduttore televisivo protagonista di una dolorosa storia da padre separato.

Nel 2010 denunciò pubblicamente la difficoltà a vedere suo figlio dopo il divorzio con una lettera su Panorama che suscitò molto scalpore. E sulla proposta grillo-leghista Timperi rivela un particolare: “Ne ho parlato con Matteo Salvini giusto un anno fa. L’ho incontrato nella sede Rai di via Teulada e mi era parso molto interessato. Ma non è stato l’unico: negli ultimi anni ho trovato interlocutori attenti anche in Luca Lotti e Maria Elena Boschi, cui ho detto che le pari opportunità non devono valere solo per le comunità Lgbt, ma anche per i figli minorenni”, racconta il giornalista.

Quanto al merito, spiega, “la quantità del tempo costruisce la qualità del rapporto. Qualsiasi genitore ha diritto al giusto tempo da passare col proprio figlio. Adesso equilibrio non c’è: c’è il genitore di serie A e quello di serie B. Inoltre non si può pretendere che un assegno di mantenimento resti uguale pure se non si hanno più le stesse condizioni economiche. Alle mense della Caritas è pieno di padri separati”, dice Timperi, che in questi anni ha collaborato alla realizzazione di case per padri separati a Roma e Firenze.

“L’ideale sarebbe introdurre i patti prematrimoniali, che sono un atto di civiltà. Purtroppo in Italia c’è questa ipocrisia che due genitori debbano andare d’accordo anche dopo la separazione, ma nella realtà non accade. Per questo occorre una legge chiara, moderna e il meno interpretabile possibile”.

Centrodestra, ancora scintille: “Zero possibilità che Matteo torni a casa”

Continua l’acceso dibattito nel centrodestra sullo stato di salute del centrodestra. Per il Giornale di casa Berlusconi l’alleanza ormai è in cantina e ci sarebbe già un accordo tra Salvini e Di Maio per le Regionali del 2019 in Piemonte. Ieri ha aperto il fuoco per primo il leghista Lorenzo Fontana, vicepresidente della Camera, ospite de L’intervista di Maria Latella su SkyTg24. “Sono ridotte a zero le possibilità che Salvini torni a casa, da Berlusconi”. Fontana ha poi provato a rassicurare l’ex Cavaliere sulle intenzioni del futuro governo gialloverde: “Penso che Berlusconi possa fidarsi della Lega, mi auguro che possa capire che non deve temere alcunché, anzi potrebbe cercare di cooperare”. Per i forzisti ha risposto Renato Brunetta: “Salvini ha tradito gli impegni che il centrodestra aveva preso con 12 milioni di elettori. Un programma, il nostro, che va in netto contrasto con il contratto di governo sottoscritto con il M5S. Ripeto le parole che il nostro presidente Berlusconi ha detto ieri a Matteo Salvini: “Torna a casa Matteo”. Infine, ha parlato lo stesso leader leghista: “Il centrodestra è più vivo che mai. La coalizione esiste a livello comunale, regionale, e anche nazionale per quel che mi riguarda, visto che è stato Berlusconi a dire ‘partite, andate, facciate cose buone’. Se poi Berlusconi cambia idea, chiedete a lui. Vuole fare il premier? La prossima volta si candiderà”. L’ultimo pensiero è per Giorgia Meloni, che ha confermato di non voler votare il governo che sta per nascere tra Lega e M5S. “Ho parlato tanto con la Meloni e ci parlerò ancora”, garantisce Salvini.

Ai gazebo danno i numeri: “100mila voti”

Roma, largo dei Colli Albani. Di fronte al McDonald e a fianco della vecchia cabina telefonica c’è un tavolino di plastica bianco quadrato, con una bandiera “Salvini presidente” che ne copre il perimetro. A presidiare uno dei dieci gazebo della Lega capitolina c’è Massimiliano Metalli, già militante missino, poi nell’Udeur di Mastella, infine presidente di un club di Forza Italia a Roma. Oggi salviniano. “Abbiamo organizzato tutto di corsa, mi hanno chiamato ieri sera…”.

I gazebo per la Lega sono l’ultimo atto prima del Quirinale: domani è il giorno decisivo per la nascita del governo. Prima però c’è la benedizione degli elettori. Si chiede di dire “Sì” o “No” a 10 punti del programma di governo: sono quelli prediletti dal Carroccio, dalla legge Fornero alla Flat tax al rimpatrio dei migranti irregolari (il reddito di cittadinanza, per dire, non è citato nella “scheda elettorale”, un foglietto tascabile bianco).

L’operazione è inevitabilmente rudimentale: gli oltre mille gazebo in tutta Italia sono stati organizzati in pochi giorni, alcuni in poche ore. Quelli di Roma e di Palermo, per esempio, fino a venerdì sera non risultavano nemmeno nell’elenco sul sito del partito. Malgrado lo stato di semiclandestinità, il banchetto gestito da Metalli non va deserto: a metà pomeriggio si sono già affacciate una sessantina di persone. Giulio, funzionario di polizia locale, è il più entusiasta dell’alleanza: “I 5Stelle hanno le idee chiare. E così almeno ci stacchiamo un po’ dal Berlusca… Il premier? Vanno bene tutti”.

Lo scrutatore Metalli non è propriamente inflessibile: non solo può votare chiunque, a prescindere dalla fede politica, ma qui non viene chiesto nemmeno un documento d’identità. È tutto fatto in casa: sui numeri finali dell’operazione gazebo, insomma, bisognerà fidarsi.

La Lega come prevedibile racconta già una partecipazione eccellente. I bollettini si susseguono nel corso del pomeriggio: “4.500 voti per il Sì in Liguria”, “buona affluenza ai gazebo di Ancona”, “alta adesione in Toscana”, “grande entusiasmo a Catanzaro”, “oltre le aspettative la risposta a Roma” (6mila voti nella Capitale secondo il deputato Claudio Durigon, e quasi 10 mila nel Lazio). E così via.

L’obiettivo non dichiarato era fare meglio dei 5Stelle. Non impossibile: venerdì sulla piattaforma web Rousseau hanno votato 44.796 iscritti di M5S, il 94% dei quali si è espresso a favore del contratto di governo. Al termine del primo giorno di gazebo, la Lega diffonde una cifra più che doppia rispetto a quella degli alleati. La dichiara Matteo Salvini su Twitter: “Più di 100.000 persone oggi sono venute ai gazebo della Lega, in tutta Italia, per portare idee, consigli e proposte. GRAZIE, siete unici! E domani altri gazebo in altre piazze. Cambiare si può, non da soli ma insieme”.

Il capo della Lega ha votato al centro commerciale del Portello a Milano poco prima delle 18. Sul governo però non si è sbilanciato: “O parte il nostro o parte quello di qualcun altro, ma qualcosa la prossima settimana parte”. E ha aggiunto: “Il centrodestra è più vivo che mai”.

I dioscuri insistono sul “tecnico”: sempre che il Colle dica sì

Questa mattina si rivedranno, a Roma. E sarà il punto finale prima della salita al Colle, con ogni probabilità domani. Quello per i dettagli, sarebbe da supporre: perché dalla pancia del Movimento continuano a giurarlo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono già d’accordo sul nome del premier. Una figura terza, non eletta. “E se fosse stato uno dei due leader l’altro avrebbe avuto grandi problemi a reggerlo con la sua base”, come confermano anche due fonti di alto livello della Lega.

Però nel sabato in cui Di Maio gira come una trottola per banchetti e comizi elettorali tra il Piemonte, l’Emilia Romagna e le Marche, mentre Salvini si manifesta tra i gazebo della sua Milano, i due capi diffondono verità che stridono tra loro. Perché il segretario del Carroccio suona e risuona la stessa nota: “Il premier sarà una figura che vada bene a entrambi con esperienza professionale incontestabile e che condivida e abbia contribuito alla stesura del programma” (caratteristica invocata anche dal costituzionalista Michele Ainis sul Fatto, ieri). Ergo, “è chiaro che non saremo né io né Di Maio”.

Poi però c’è proprio lui, Di Maio, che prima (ri)parla di “un premier che sarà amico o amica del popolo”. E poi in serata rilancia: “Non so se sarò premier o nella squadra di governo”. Insomma, una bella differenza con le parole di Salvini. Con cui si punge a distanza sul reddito di cittadinanza: il leghista rivendica di aver fatto mettere nel contratto di governo un limite di due anni al totem del M5S, mentre per Di Maio “parlare di limite è un’interpretazione totalmente sbagliata”.

E allora è lecito chiedersi se sia solo una cortina fumogena per coprire il vero nome o se la quadra per Palazzo Chigi sia davvero ancora da perfezionare. Certo, è evidente come il profilo descritto da Salvini possa coincidere con quello di Giuseppe Conte, l’avvocato e docente universitario che Di Maio aveva voluto come ministro alla Pubblica amministrazione nella squadra presentata prima delle Politiche.

L’unico vero nome finora messo sul tavolo dal M5S, non presentato al Quirinale lunedì scorso (almeno ufficialmente) perché bocciato dalle perplessità di Salvini un paio di ore prima di salire al Colle. Di Maio non lo ha mai messo da parte definitivamente. Ma anche dentro il M5S sanno che potrebbe essere troppo leggero per il Quirinale. E in assoluto l’essere stato svelato giorni fa su tv e giornali non aiuta Conte. Quindi i sussurri che dal Movimento parlano di un’altra figura terza già trovata, di cui nessuno ha mai parlato, hanno senso. Però c’è sempre il Di Maio che non si decide al passo indietro pubblico. E che così alimenta un sospetto: ossia che speri in un assist magari indiretto di Sergio Mattarella, che potrebbe bocciare il tecnico e affidare comunque l’incarico al leader del Movimento con 11 milioni di voti, cioè a Di Maio. Congetture, forse.

Di sicuro però nel M5S sperano ancora che il capo ce la faccia all’ultimo miglio. E quella sua dichiarazione, “non so se andrò a Palazzo Chigi”, è stata accolta da molti parlamentari come un gol. Di Maio lo sa e nell’attesa si prende tutto il tempo che gli resta per chiudere la tela. Anche sui ministri, perché diverse caselle ballano ancora. A partire da quella per la Giustizia, per cui rimane comunque favorito il dimaiano doc Alfonso Bonafede. Mentre per le Infrastrutture salgono le quotazioni della grillina Laura Castelli e la Lega insiste per avere il ministero dello Sviluppo economico. “Ci stiamo sentendo al telefono con Salvini, oggi e domani saranno decisivi”, spiegava ieri il leader del M5S.

Agenda alla mano, nel pomeriggio Di Maio dovrebbe essere a Teramo e poi in serata a Silvi Marina, sempre in Abruzzo. Ed è un altro indizio del fatto che la quadra almeno sul premier potrebbe già esserci. Perché in caso di grave stallo difficilmente i due leader si sarebbero lasciati solo un margine di poche ore per vedersi, dopo due giorni di contatti solamente telefonici. Però l’identità del presidente del Consiglio rimane per ora un mistero, per nulla buffo. “Il nome lo diremo solo a Mattarella”, giurano Salvini e Di Maio. Comunque pokeristi, fino all’ultimo secondo.

7 giorni al tavolo di governo: duelli, vaffa e i saluti di Bossi

Ealla fine apparve Umberto Bossi. “Pensate ai giovani” ha raccomandato il leader del Carroccio in una delle ultime riunioni del tavolo per il contratto di governo tra M5S e Lega. Il testo che è il programma del futuro esecutivo, scritto in una settimana di incontri fiume e affannate revisioni notturne.

Di fatto, anche un modo per misurarsi tra probabilissimi alleati, con piccole liti, bozze diffuse di straforo e dichiarazioni incrociate. Una partita che inizia giovedì 10 maggio alla Camera, con i 5Stelle rappresentati da Alfonso Bonafede, Laura Castelli e Vincenzo Spadafora, tutti deputati e dimaiani doc. In aggiunta c’è il responsabile della Comunicazione Rocco Casalino. Mentre la Lega parte con Roberto Calderoli, Claudio Borghi, Armando Siri, Gianmarco Centinaio e Nicola Molteni. Con loro c’è anche il numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti.

O meglio ci sarebbe, perché Giorgetti si vede poco, visto che è alle prese con l’altro tavolo, quello sul premier e sui ministri. Così nelle riunioni parla raramente. Mentre sono molto loquaci Castelli, l’esperta del Movimento sui temi economici, e Siri. Ma interviene molto anche Roberto Calderoli, che di tavoli in carriera ne ha frequentati parecchi, tra riforme costituzionali e leggi elettorali. Sta di fatto che il primo giorno si va abbastanza spediti, elaborando una prima bozza. Però i problemi affiorano già dalla seconda riunione, quella di sabato a Milano, nella pancia del Pirellone. In mattinata, prima della seduta, Matteo Salvini arriva e raduna i leghisti per una riunione di partito. Il Carroccio lo spiega così: “Non siamo ancora tutti e dobbiamo fare il punto”. Ma i grillini lo prendono come un brutto segnale. E si preoccupano ancora di più quando vedono tornare i leghisti assieme a un Di Maio piuttosto corrucciato. “Abbiamo avuto paura che stesse saltando tutto” confida un 5Stelle. Invece il lavoro prosegue, con Salvini e il capo del M5S che continuano a parlare anche d’altro, a parte. Però i nodi, come le tensioni, non mancano. Tanto che volerà pure qualche vaffa.

Discutendo di immigrazione, ad esempio. Se ne parla anche sabato, quando Calderoli scandisce: “Chi commette reati gravi va espulso immediatamente, scriviamolo”. Ma i 5Stelle frenano, invocano un’altra formula. E il leghista non gradisce: “Allora scriviamo che va cacciato a calci nel culo”. Segue qualche parola colorita. E alla fine nel testo compare il passaggio invocato dall’ex ministro: “Occorre prevedere specifiche fattispecie di reato che comportino, qualora commessi da richiedenti asilo, il loro immediato allontanamento”.

Ma i toni si alzano anche sulla giustizia. Perché il Movimento vuole inserire lo stop alla prescrizione a partire dal rinvio a giudizio, ma la Lega fa muro: “I tempi del diritto devono essere certi”. La discussione va avanti per giorni, fino alla soluzione mediana: “È necessaria una efficace riforma della prescrizione dei reati, parallelamente alle assunzioni nel comparto giustizia”.

E si balla anche sul Tav, soprattutto tra mercoledì e giovedì. La Lega ottiene di togliere il riferimento alla “sospensione dei lavori esecutivi” dell’opera. Ma i 5Stelle – con la No Tav Laura Castelli in prima fila – invocano la contropartita: “Allora togliamo l’impegno a completare il Terzo Valico”. E Salvini, nell’ultima seduta con Di Maio, dice di sì.

Ogni tanto passa anche qualche “esterno” in visita. E martedì ad apparire per qualche minuto è Umberto Bossi. Saluta, giura che l’idea del tavolo gli piace molto ed esorta: “Dovete pensare innanzitutto a giovani e imprese”. Ma c’è pure chi storce la bocca perché è rimasto fuori. Come la capogruppo alla Camera del M5S, Giulia Grillo, che però riesce a partecipare all’ultima seduta. E dal Movimento lo fanno notare, anche per frenare le critiche al tavolo con una sola donna. Dopo giorni di lavoro però su alcuni punti manca ancora la quadra. E Calderoli propone: “Sui temi in bilico decidano i due capi”.

Così giovedì mattina la palla passa a Salvini e Di Maio, accompagnati da Giorgetti e Spadafora. E dalla loro mediazione si arriva a una nuove stesura: solo in apparenza definitiva, perché in serata il tavolo riapre informalmente, tra paure e richieste dell’ultimo minuto. Nella notte il contratto si dilata di diverse pagine, con nuovi paragrafi (come quello, molto generico, sul Sud). Venerdì gli iscritti del M5S approvano il testo con il 94 per cento dei voti. Mentre stasera arriverà il responso dei gazebo della Lega. “La gente ci ripete sempre lo stesso invito: fate le cose”, racconta Calderoli, che giura: “Io di tavoli ne ho fatti tanti, ma questo era diverso. Lavorando con i 5Stelle mi sono convinto che il reddito di cittadinanza sia una buona cosa, che aiuta la crescita”.