Senti chi parlava

“Fanno il Daspo ai tifosi, va fatto il Daspo ai politici che prendono le tangenti: mai più” (7.5.2014). Chi l’ha detto? I giustizialisti grilloleghisti che hanno firmato il contratto di governo? No, Matteo Renzi, lo stesso che ora tuona contro i “giustizialisti” che vogliono il Daspo per i politici corrotti.

“Se la vicenda Eternit è un reato ma prescritto, vuol dire che bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione: non ci deve mai più essere l’incubo della prescrizione” (20.11.2014). Chi l’ha detto? I manettari Di Maio&Salvini che vogliono fermare la prescrizione al rinvio a giudizio? No, Matteo Renzi, lo stesso che ora strilla contro il “giustizialismo” di chi vuol farla finita con la prescrizione.

“È da troppo tempo che stiamo aspettando una riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi, la riduzione delle spese di Camera e Senato e naturalmente una legge sulla corruzione che sia più dura” (12.10.2012). Chi l’ha detto? I populisti lega-stellati che hanno inserito questi punti nel contratto? No, Matteo Renzi, lo stesso che ora annuncia opposizione dura su tutti i fronti al governo populista.

“La Tav rischia di essere un investimento fuori scala e fuori tempo… Iniziative come la Torino-Lione non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male… Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili”(maggio 2013). Chi l’ha detto? I cavernicoli del M5S e della Lega che vogliono bloccare il Tav Torino-Lione e altre grandi opere ciclopiche inutili e costose? No, Matteo Renzi nel suo libro Oltre la rottamazione: lo stesso che ora difende il Tav dalle minacce dimaian-salviniane.

“Sui migranti rischiamo l’esplosione per colpa dell’Unione europea” (16.9.2016). “I numeri dell’immigrazione oggi non sono sostenibili” (27.6.2017). “Ci dev’essere un numero chiuso di arrivi, non ci dobbiamo sentire in colpa se non possiamo accogliere tutti… I migranti aiutiamoli davvero a casa loro… C’è un limite massimo di persone che puoi accogliere, è impensabile che tu possa accogliere tutti” (7.7.2017). “Noi non abbiamo il dovere morale dell’accoglienza: sarebbe un disastro etico, politico e sociale…” (2.9.2917). Chi l’ha detto? I razzisti lepenisti e orbaniani che han siglato il contratto? No, Matteo Renzi, scavalcando preventivamente a destra il governo Salvimaio.

“Il rimpatrio non è un tabù. Chi ha diritto all’accoglienza dev’essere accolto, ma l’Italia non è il Paese dei balocchi… Occorre trovare una giusta via tra la paura e la superficialità e il cedimento strutturale al buonismo. Guardo alla sinistra di quest’aula: non possiamo avere più paura del concetto di rimpatrio” (24.6.2015). Chi l’ha detto? Sempre gli xenofobi giallo-verdi? No, Matteo Renzi alla Camera, anticipando la linea Minniti del 2017 che ora ispira il contratto M5S-Lega sui rimpatrii degli irregolari previsti non solo alla Bossi-Fini, ma anche dalla Turco-Napolitano e da tutta la giurisprudenza europea.

“Difendiamo l’Europa dall’assalto della tecnocrazia, dei banchieri e dei burocrati” (5.7.2014). “In Europa non vado a dire ‘per favore ascoltateci’ col cappello in mano. Non vado a Bruxelles a farmi spiegare cosa fare” (4.11. 2014). “Se restiamo fermi, prigionieri di regolamenti e burocrazie, l’Europa è finita” (6.7.2015). “Il centrosinistra, per cacciare Berlusconi, ha fatto leva anche sull’Europa, permettendole di entrare in casa nostra… Non accetto che l’Italia sia trattata come una studentessa indisciplinata da rimettere in riga. È un atteggiamento che fa male all’Europa, che, da speranza politica, diventa guardiana antipatica” (9.7.2017). Chi l’ha detto? Un irresponsabile sovranista che vuol farci cacciare dall’Ue e annetterci alla Russia di Putin? No, Matteo Renzi, lo stesso che prima levò la bandiera dell’Europa dal suo ufficio a Palazzo Chigi, fra gli applausi del Front National della Le Pen, poi si coalizzò con “+Europa” e ora difende la Ue dagli assalti degli antieuropeisti lega-stellati.

“L’Italia ha smesso di crescere quando ha abbracciato la filosofia, tipicamente europea, del rispetto di parametri” (28.7.2015). “Basta con i professionisti europei dello zero virgola! Se vogliono aprire una procedura contro l’Italia, facciano pure: noi andiamo avanti!” (1.2.2016). “C’è un pregiudizio di alcuni dirigenti europei, come il presidente dell’Eurogruppo, che alle elezioni ha preso il 5%, nei confronti dell’Italia: bisogna rendersi conto che di Fiscal Compact e di austerity l’Europa muore” (10.7.2017). “L’avvento scriteriato del Fiscal compact nel 2012 fa del ritorno agli obiettivi di Maastricht (deficit al 3% per avere una crescita intorno al 2%) una sorta di manifesto progressista. L’Italia deve porre il veto all’introduzione del Fiscal compact nei trattati e stabilire un percorso a lungo termine… via libera al ritorno per almeno 5 anni ai criteri di Maastricht col deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione almeno 30 miliardi nei prossimi 5 anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita… Abbiamo bisogno di abbassare le tasse. Punto” (9.7.2017). Chi l’ha detto? La folle maggioranza Salvimaio che, per le sue demenziali riforme economiche senza coperture, vuole ridiscutere i trattati Ue e minaccia di sfondare il Fiscal Compact fino al 2,9% di deficit-Pil? No, Matteo Renzi, che ora si oppone alle sue idee solo perché gliele copiano gli altri. Sarà mica diventato un rosicone geloso?

Internazionali sogno infranto

Terminano ai quarti di finale gli Internazionali d’Italia di Fabio Fognini. Il tennista azzurro, numero 21 al mondo, è stato sconfitto da Rafael Nadal, n. 2 del ranking mondiale. Dopo un primo set vittorioso, in cui è riuscito a ribaltare un doppio break vincendo 6-4, Fognini ha subito il ritorno dello spagnolo nel secondo (1-6) e nel terzo (2-6) set. Solo applausi, dunque, ma niente semifinale per l’atleta ligure.

Ultimo giro di boa, tra divorzi e western

Siamo all’ultimo giro di roulette. Se cercate l’euforia velata di malinconia, consiglio lo Stadium per Juventus-Verona: dal sabba del settimo scudetto alla cerimonia degli addii non c’è che l’imbarazzo del fazzoletto. Buffon, uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, “divorzia” a 40 anni. Ma non lascia il calcio, forse. In attesa della sentenza Uefa, auguri, complimenti e grazie. Chi scrive era a Parma la domenica del suo esordio: 0-0 con il Milan, 19 novembre 1995. Aveva 17 anni. Ne valse la pena. Se viceversa amate l’atmosfera western, fiondatevi all’Olimpico: c’è Lazio-Inter con vista Champions. Inzaghi può pareggiare, Spalletti deve vincere. All’andata terminò 0-0 e, in generale, la Lazio è stata più brillante dell’Inter, ma il calcio è misterioso: una partita, una sola, può ribaltare una stagione. E la partita è questa. Secca ed esplosiva come una finale. Inzaghi ha quattro titolari in bilico: Immobile (il più recuperabile), Luis Alberto e Parolo (in forte dubbio) più De Vrij, che ha già firmato per l’Inter. Il caso dell’olandese è delicato. Credo nella sua professionalità, anche se capisco l’imbarazzo che lo tortura e l’inquietudine che lo circonda. Personalmente, lo impiegherei. Spalletti, lui, ripresenta Miranda e conferma il trio Candreva-Rafinha-Perisic. L’ordalia ruota attorno al duello tra Immobile (29 gol) e Icardi (28) per lo scettro di capocannoniere. Di solito, i calcoli – e Inzaghi può farli – complicano i piani: e allora, occhio all’Inter. C’è poi la lotta salvezza. Rischia grosso il Crotone di Zenga. Lo aspetta, al San Paolo, un Napoli deciso ad abbattere il muro dei 90 punti. E dal momento che la Spal ospita una Sampdoria sazia, alla banda Simy potrebbe non bastare addirittura la vittoria.

Viviani vince ancora. E oggi per la truppa c’è il temuto “Mostro”

Con furente progressione Elia Viviani ha vinto ieri a Nervesa della Battaglia la sua terza tappa in questo Giro partito da Gerusalemme ed approdato in terra di Prosecco: il campione olimpico veronese ha stritolato in volata il rivale irlandese Sem Bennett che aveva trionfato giovedì a Imola e lo tallonava nella classifica a punti. Ha poi scagliato rabbioso la bici per terra, e polemizzato con chi l’aveva dato prematuramente per “cotto”. Giovedì non aveva disputato lo sprint, aveva preso freddo, dimenticando di indossare una mantellina. Per qualcuno è bastato: Viviani ormai non è più quello d’Israele, dove aveva dominato. Si è accontentato… Certi giudizi affrettati e superficiali l’hanno imbufalito: “Ci vuole un po’ di calma, prima di giudicare: mi davano in crisi, hanno esagerato. Hanno detto cazzate. È vero, ho avuto giorni difficili, i momenti ‘no’ vanno vissuti e vanno battuti. Questo è lo sport. Questo è il ciclismo”.

Il Giro vive spesso di piccoli veleni, soprattutto nei giorni di stanca. Di solito anticipano le grandi paure: quando il gruppo si avvicina alla resa dei conti. Quella dello Zoncolan, per esempio. Il totem di oggi: lo spartiacque del Giro 2018. Che ricomincia, stavolta sul serio, dalle sue pendici. La corsa rosa, infatti, s’infila nella ruvida ma splendida Carnia e affronta la gran madre di tutte le salite: l’implacabile Zoncolan che i corridori chiamano il Mostro mentre i cicloturisti friulani – nostalgici dell’Impero asburgico – lo riveriscono (e lo temono) da provinciali sudditi delle strade che s’impiccano al cielo: è il “nostro Kaiser”. A pochi metri dalla vetta e dal traguardo c’è il monumento al ciclista. Lassù l’immonda fatica annebbia la vista: ti sembra piuttosto una lapide dei caduti.

E tuttavia, a vederlo l’infido Zoncolan, non intimorisce. Non per l’altezza: appena 1750 metri. Ma scalandolo dal versante di Ovaro, è micidiale. I friulani lo vantano come la salita per bici più dura d’Europa, altro che Mortirolo o Colle delle Finestre. Non senza ragione: sino al punto di valico è un inferno lungo 10,1 chilometri per 1200 metri di dislivello e pendenze che sono mortali sentenze: una media del 12 per cento, punte del 22 e un picco del 24. Spaventosi i sei chilometri centrali, senza tregua, mai sotto il 17 per cento, una rampa infinita. I tifosi hanno già sistemato striscioni che inneggiano alla grappa: il doping per affrontare freddo e mitigare gli incubi. La salita è l’essenza del ciclismo, la sconcia fatica dei corridori è passione, ma diventa pure spettacolo: oggi lo Zoncolan sarà come un immenso Maracanà del pedale, 100mila tifosi in delirio.

Chi vuole vincere il Giro non può perdere allo Zoncolan. Non bastano più le sfide degli sguardi, o gli scatti da furetto, come quelli del britannico Simon Yates, maglia rosa da otto giorni, primo sul Gran Sasso e a Osimo. Lo bracca l’olandese Tom Dumoulin, il vincitore del Giro 2017, staccato di 47 secondi: un diesel tenace, poderoso a cronometro (è campione mondiale). Yates è assai più leggero di Dumoulin che invece è più potente. Quando la strada s’impenna, volano i pesi leggeri, en dansant. Yates, per noi, è ancora un’incognita. Dumoulin è cocciuto e sa resistere.

Gli altri? Sornione, il francese Thibaut Pinot, terzo in classifica a un minuto e 04, non ha scialato energie, come Yates. Ha più classe. È un tipo da meditazione: come il nobile Pinot noir padre dei più grandi cru di Borgogna. La differenza che il Pinot corridore lo si degusta tra i tornanti. Gli altri? Fabio Aru paga 3’10”, il divo Chris Froome leggermente peggio: 3’20” addolciti dai 2 milioni di ingaggio.

Il giorno del giudizio: la sfida è Cina-Italia

È sempre difficile stilare un toto Palma, ma quest’anno di più. La variegata e indecifrabile giuria, per input della presidenta Cate Blanchett, vorrà preferire una donna? Ben venga, noi abbiamo Alice Rohrwacher con il valente Lazzaro felice. A sparigliare le previsioni è un Concorso di buon livello, però senza nessun primus inter pares buono per ammazzare la concorrenza. Oddio, a dar retta alle stelline dei critici radunati da Screen, questo titolo ci sarebbe: Burning di Lee Chang-dong, che con un coefficiente di 3.8 su un massimo di 4 totalizza il più alto punteggio nella storia del daily a Cannes. Non vuol dire poi tanto, perché tra giornalisti e giurie le convergenze sono al più parallele, ma qualcosa sì: il triangolo lui povero, lei povera e l’altro ricco del regista coreano ha conquistato anche e soprattutto i palati più esigenti, perché a un primo livello thriller se ne aggiunge un altro metacinematografico, volto a dipanare i rovelli creativi, le debolezze “caratteriali” e gli aneliti drammaturgici del mestiere di scrittore e, più in generale, di artista. Non ruberebbe nulla Burning, ci sarebbe da plaudire, ma al di là del campanilismo gli preferiamo Dogman di Matteo Garrone.

Già nelle nostre sale, vi rimarrà com’è giusto che sia, giacché la richiesta di sequestro preventivo avanzata da Vincenza Cornicella, la madre del pugile Giancarlo Ricci seviziato e assassinato nel 1988 dal Canaro Pietro De Negri, è stata rigettata dalla Procura di Roma. Del resto, Garrone ha sempre sconfessato simmetrie stringenti e analogie palesi, parlando di mera ispirazione. E non potrà che portar bene, alla cerimonia di premiazione di questa sera al Grand Théâtre Lumière, il trofeo già messo in bacheca dal cast canino: sintesi perfetta di cinefilia e cinofilia, la Palm Dog è stata ritirata sulla Croisette dal chihuahua in rappresentanza dell’alano e gli altri quattrozampe toelettati da Marcello Fonte.

Ecco, se il voto dei critici di Screen a Dogman non va oltre il 2.3, Fonte è il più forte candidato al prix d’interprétation masculine: il suo “amooree” è già cult, la prova di una umanità così profonda, comicità così tenera e dolenza così empatica da sovrastare i rivali. Per scaramanzia, ne indichiamo tre: il John David “Figlio di Denzel” Washington diretto da Spike Lee in BlacKkKlansmann, il connazionale Andrew Garfield di Under the Silver Lake e, temibile, il Vincent Lindon di En guerre di Stéphane Brizé.

Sul versante femminile, le meglio piazzate sono Joanna Kulig, ovvero l’innamorata ballerina nel Casablanca polacco Cold War di Pawel Pawlikowski, e la cinese Zhao Tao di Ash Is Purest White del marito Jia Zhang-ke. Accanto al già ricordato war movie in fabbrica di Brizé, anche questi due titoli fanno sul serio per la Palma, e buone chance hanno il truffaldino e familiare Shoplifters del nipponico Kore-eda Hirokazu e – deve ancora passare – il turco The Wild Pear Tree di Nuri Bilge Ceylan.

Per amor di cinema, la prospettiva da scongiurare è la vittoria di Capharnaum della libanese Nadine Labaki: un melodramma nella guerra e nella miseria mediorientale furbescamente addossato sulle spalle dei due bambini protagonisti, usati senza troppi scrupoli quali esche emotive. Un tot di stampa in visibilio, applausi copiosi quasi come le lacrime, e qualcuno che tira fuori l’exemplum dei nostri film postbellici: a sproposito, questo “Cafarnao” è NeoIrrealismo.

Infine, per il riconoscimento alla regia alza la manina Jean-Luc Godard con il montato, di nome e di fatto, Le livre d’image, eppure non può non dare nell’occhio l’assenza del più meritorio Lars von Trier: l’ipocrisia e la paraculaggine festivaliera hanno tenuto fuori dalla competizione il suo The House that Jack Built, ma poche storie è il vincitore (im)morale.

Già assegnati i premi delle parallele Semaine de la Critique, vinta da Diamantino, e Quinzaine des Réalisateurs, dove c’è gloria per Troppa grazia di Gianni Zanasi (Label Europa Cinema), il secondo concorso di Un Certain Regard laurea miglior film Gräns di Ali Abbasi, mentre Donbass di Sergei Loznitsa si distingue per la regia: a bocca asciutta il pur meritorio Euforia di Valeria Golino. Fuori concorso e ora, eccetto che per la gestazione lunga quasi tre decenni, anche dalla storia del cinema The Man Who Killed Don Quixote, diretto e faticosamente portato sulla Croisette da Terry Gilliam: progetto sfigatissimo, da ultimo pure fratricida (Gilliam e il produttore Paulo Branco hanno litigato, c’è voluto il giudice), più gli avrebbe giovato rimanere una grande incompiuta, con tanto di bel documentario ad hoc (Lost in La Mancha, 2002), che risolversi in un guazzabuglio di arte-vita, scena-backstage, verità-finzione convulso, fesso e puerile. Il povero Sancho Panza Adam Driver più che recitare si rassegna, il donchisciottesco Jonathan Price si sbatte senza requie né quid, Olga Kurylenko è solo bella, tal Joana Ribeiro da Palm Dog anche lei: macché Cervantes secondo l’ex Monty Python, sembra l’Albero Azzurro sotto acido, ma nemmeno troppo.

 

Regeni, al Cairo la polizia anziché i suoi assassini arresta i legali della famiglia

Guardare, ma non toccare. La Procura di Roma che segue le indagini sulla morte di Giulio Regeni sta presenziando le operazioni di recupero delle immagini della metropolitana del Cairo, linea 2, dalle 19 alle 21 del 25 gennaio 2016. Due ore in cui gli inquirenti sperano di notare la figura del ricercatore italiano inghiottito in un buco nero da dove è rispuntato cadavere nove giorni dopo, ai bordi della Desert Road.

I magistrati italiani si limitano a osservare l’operazione di recupero dei fotogrammi che dovrebbe terminare entro l’ultimo fine settimana di maggio. Una volta in possesso del materiale si passerà alla seconda fase, ossia l’analisi dei circa 36 hard disk.

A quasi due anni e mezzo da quella sera in cui Regeni sparì, sono in molti a dubitare sul reale contenuto registrato dalle telecamere. Mentre pm e tecnici sono chiusi dentro una stanza dell’intelligence a Nasr City, fuori continuano gli arresti.

Da quattro giorni non si avevano notizie di Ahmad Abdallah, il leader di Ecrf, la Commissione egiziana per i diritti e la libertà, l’organizzazione che segue legalmente la famiglia Regeni in Egitto. Lo stesso Abdallah ha inviato una lettera ai genitori di Giulio e all’avvocato Alessandra Ballerini, in cui ha ricordato gli arresti di Ibrahim Metwaly a ottobre, quello di Amal Fathy, la moglie del suo braccio destro, Mohamed Lotfy, una settimana fa: “Durante l’interrogatorio ad Amal – scrive Abdallah – il Procuratore per la sicurezza dello Stato le ha chiesto ininterrottamente notizie su di me. Ciò significa che sto correndo il rischio di essere arrestato a mia volta per attentato alla sicurezza. Le stesse persone che dovrebbero far luce sulla morte di Giulio, stanno arrestando chi cerca di far emergere la verità. Vi sto parlando ora mentre mi nascondo dalle forze di sicurezza, dormo fuori casa perché ho paura facciano del male alla mia famiglia. Vogliono creare una verità ‘conveniente’ su Giulio, vogliono eliminare tutti i partner egiziani che lavorano per aiutare la sua famiglia. Vi assicuro però che noi non smetteremo di cercare la verità per Giulio e sono certo che ci riusciremo”.

Il Papa spazza via i vescovi colpevoli del silenzio

I 34 vescovi che formano la Conferenza episcopale cilena hanno presentato giovedì in blocco in Vaticano le loro dimissioni affinché Papa Francesco “possa decidere liberamente di ognuno di noi” . Questo dopo un incontro durato ben tre giorni con il Santo Padre, convocati a seguito dello scandalo di abusi sessuali che è stato il motivo principale del fallimento della visita di Bergoglio due mesi fa nel Paese andino.

Difatti dopo aver attaccato duramente quanti gli contestavano la convocazione di vescovi implicati nel caso alle funzioni ufficiali celebrate nell’evento, già durante il viaggio di ritorno a Roma il Papa aveva chiesto perdono alle vittime degli abusi, promettendo di indagare a fondo sulla questione. Anche perché le ripercussioni dello scandalo sono costate alla Chiesa la perdita di moltissimi fedeli.

Viene immediatamente inviata in Cile una commissione di inchiesta di cui fanno parte l’arcivescovo di Malta, monsignor Scicluna e il notaio ecclesiastico della dottrina della fede, monsignor Jorde Bartomeu, che alla fine delle loro indagini producono un documento di 2.300 pagine, contenente 66 interviste che in pratica confermano non solo la copertura degli abusi ma anche una serie di complicità e protezione di cui hanno goduto i responsabili , minimizzando le accuse e trasferendoli in altre diocesi nelle quali avevano un contatto quotidiano e diretto con minori. Insomma un rimedio peggiore del male.

I 4 vescovi che hanno presentato la loro rinuncia sono considerati discepoli di Padre Fernando Karadima, autore come altri degli abusi, e vengono accusati di aver coperto i crimini: primo fra tutti l’arcivescovo di Osorno Juan Barros, accusato di essere presente agli abusi, poi Horacio Venezuela, arcivescovo di Talca, Tomislav Koljatic, di arcivescovo di Linares e l’ausiliare Santiago Andrés Arteaga.

A seguito delle indagini Francesco ha prodotto una lettera, diffusa tre giorni fa, che costituisce non solo il più duro attacco prodotto dalla Chiesa nei confronti del fenomeno, ma promette sanzioni mai attuate in precedenza.

Fonti vaticane interpellate dal Fatto hanno confermato quanto la misura sia colma e soprattutto di come Bergoglio si sia sentito preso in giro da prelati di cui nutriva la più profonda fiducia.

Dopo il clamoroso gesto delle dimissioni di massa, Papa Francesco ha deciso di operare una profonda riforma nell’episcopato cileno, misura che, con ogni probabilità , comporterà l’allontanamento di altri 12 vescovi.

Il terremoto sulla questione, di cui secondo molti osservatori è ancora agli inizi, dovrà produrre un cambiamento non solo facendo riferimento e indagando su episodi simili accaduti in altri Paesi (ricordiamo che nel mondo occidentale un minore ogni 5 sarebbe vittima di abusi) ma anche instaurando una fattiva collaborazione tra la Chiesa e le varie organizzazioni create da vittime di questo fenomeno che chiedono a gran voce di poter unire le proprie forze per sconfiggere una piaga che investe non solo il clero ma la società intera.

Profughi, polizia insegue un furgone proiettile uccide bimba curda di 2 anni

Il proiettile l’ha raggiunta a una guancia, uccidendola. Una bambina curda di 2 anni, che viaggiava su un furgone con una trentina di migranti, è stata uccisa da un colpo di pistola durante un lungo inseguimento della polizia nella notte tra mercoledì e giovedì, sull’autostrada che collega Namur a Mons, nella regione Vallona, sud del Belgio.

La certezza che la bimba abbia perso la vita a causa del proiettile è stata confermata ieri dai magistrati, dopo i risultati dell’autopsia anche se il procuratore di Mons, Frederic Bariseau, si è detto “prudente” sull’ipotesi che ad esplodere il colpo sia stata la polizia. Tutto è ancora da accertare”. Di certo il ministro dell’Interno Jan Jambon si schiera con gli agenti: “Questo avvenimento dalle conseguenze drammatiche – ha scritto su Twitter – mette di nuovo in evidenza le tristi circostanze in cui prospera il traffico di esseri umani”. E un suo portavoce aggiunge: “Jambon difende la sua polizia. Prova empatia verso le vittime, ma anche per i poliziotti che hanno fatto il proprio lavoro, e che ogni giorno devono lottare contro il traffico di esseri umani”.

I partiti di sinistra polemizzano con il ministro, mentre la dinamica della tragedia lascia attoniti. I migranti sul furgone sono fuggiti per settanta chilometri lunfo la E42. Secondo alcune ricostruzioni, i fuggiaschi avrebbero mostrato una bambina da uno dei finestrini, per dissuadere la polizia dal proseguire l’inseguimento. Il furgone è stato poi fermato l’altezza di un parcheggio di Mons: a bordo 26 adulti e quattro bambini, tutti curdi. Il colpo di pistola sarebbe stato esploso da una pattuglia della polizia di Mons. I curdi sono stati sottoposti a fermo: l’inchiesta parla di omicidio volontario, ribellione armata e tratta di esseri umani.

“Born to kill”: dopo l’esercitazione anti-strage spara ai compagni, 10 morti

Dimitrios Pagourtzis, studente di 17 anni, sui suoi profili nei social media mostra una foto con una maglietta con la scritta Born to kill (nato per uccidere); in altre indossa una giacca verde con simboli nazisti. Basta questo per il ritratto di un disadattato? Dimitrios giocava con la squadra di football della High School di Santa Fe, in Texas, ed era membro del team di danza della chiesa greca ortodossa. Ieri lo studente, prendendo alla lettera il messaggio della sua t-shirt, ha atteso che si concludesse l’esercitazione dedicata a come reagire in caso di sparatorie, e poi ha aperto il fuoco: bilancio, 10 morti (nove alunni e un professore) e 10 feriti.

Uno degli agenti che ha cercato di fermare il killer è rimasto ferito, così come il responsabile, arrestato; la polizia ha fermato una seconda persona. Gli artificieri hanno recuperato tubi con esplosivo. A poche ore dalle polemiche suscitate dalla foto pubblicata dalla studentessa Kaitlin Bennett, 22 anni, della Kent University in Ohio – ha scelto di recarsi alla sua laurea armata di fucile d’assalto come sostenitrice del secondo emendamento e di portare armi anche nei campus universitari – l’eccidio di Santa Fe allunga la statistica negativa: è la ventiduesima sparatoria a scuola dall’inizio dell’anno.

Le marce degli studenti dopo la strage di Parkland (14 febbraio, 17 morti) avevano fatto sperare il movimento pacifista su una collaborazione col presidente Trump e il congresso. Ma The Donald è ambivalente; ieri ha affermato: “Questo va avanti da troppo tempo. La mia amministrazione è determinata a fare tutto quel che è in suo potere per proteggere i nostri studenti”.

Ma è lo stesso presidente che al meeting a Dallas della Nra, ai primi del mese, ha rassicurato la lobby delle armi: la sua amministrazione non toccherà il secondo emendamento. L’idea di base resta la stessa: per fermare un cattivo con la pistola serve un buono con la pistola. A Santa Fe, come l’assassino si sia procurato l’arma per uccidere i coetanei non è chiaro; dai primi accertamenti non risultano acquisti a suo nome.

“Divorziata e mulatta per svecchiare i reali”

“Meghan è una donna moderna e di successo, impegnata a fare la differenza fin da quando era giovane. Sono convinto che la sua forza morale si dimostrerà importantissima per la famiglia reale”. Nel 1992 con Diana: Her true story in her own words, il giornalista Andrew Morton rivelò i dettagli del matrimonio infelice tra il principe Carlo, eterno erede al trono, e l’aristocratica inglese Diana Spencer. Ventisei anni dopo, l’attenzione di Morton si concentra sull’ex attrice americana, a cui ha dedicato la nuova biografia (Meghan, la sua vera storia, Piemme), che oggi alle 12, nella cittadina di Windsor, sposa il principe Harry, ovvero il secondogenito di Lady D.

Il precedente royal wedding, quello tra William e Kate Middleton fu celebrato nell’aprile 2011 nella cattedrale di Westminster in un contesto decisamente più formale – anche perché si trattava delle nozze del secondo in linea di successione alla corona.

Contrariamente ad allora, il 66% dei britannici si dice non interessato al matrimonio di Harry e Meghan e il 60% afferma che passerà un fine settimana come tutti gli altri, stando al sondaggio YouGov reso noto all’inizio di questa settimana. Apatia o giusto equilibrio verso un evento sopravvalutato?

Di sicuro la figura di Meghan Markle introduce diversi elementi di novità nella storia della famiglia reale.

Il fatto che sia divorziata non rappresenta da solo un dato rivoluzionario, come poteva essere invece alcuni anni fa. Quello che la rende unica è, oltre a essere una donna divorziata, anche l’essere di origini afro-americane (per parte di madre). Il suo ingresso nella Casa reale permette ai Windsor di apparire al passo con i tempi e in contatto con l’aspetto multietnico e multiculturale della Gran Bretagna di oggi.

Un’attrice poi, figuriamoci, una come lei che ha posato anche nuda…

Appunto. E pensare che ad Andrew (terzogenito di Elisabetta e fratello di Carlo, ndr) fu impedito di sposare proprio un’attrice, anche lei statunitense, come Koo Stark, solo per alcune scene di una pellicola che oggi definiremmo blandamente sexy come Emily Sweet Emily (1976). Acqua passata, evidentemente. Adesso le scene di Suits (la serie di cui Meghan è stata una delle protagoniste, ndr), possono andare bene anche alla Regina. Un altro segno di come a corte la morale sia cambiata.

Dall’inizio della relazione con il principe Harry, si accosta la figura di Meghan a quella di Lady D. Vede delle somiglianze o si tratta solo di una suggestione, dato che un paragone simile si è fatto in precedenza anche con Kate Middleton?

No, esiste realmente qualcosa di simile tra loro. Il tratto in comune è che entrambe provengono da famiglie tormentate e hanno sviluppato una sensibilità per le cause umanitarie, anche se quella di Lady D era di più vasta portata. Caratterialmente sono invece molto diverse: la madre di Harry non poteva nascondere la propria timidezza, la moglie al contrario ama essere al centro dell’attenzione mediatica.

La monarchia sembra a molti un’istituzione nel migliore dei casi opaca, nel peggiore sorpassata e incomprensibile. Per questo c’è chi guarda al Royal wedding con distacco, se non addirittura con ostilità. Messa da parte la pregiudiziale “repubblicana” – che una parte dei sudditi di Elisabetta condivide – veniamo alla politica: che ruolo avrà la nuova arrivata all’interno della famiglia reale?

Meghan entra a far parte con Harry, William e Kate dei Fab Four. Insieme a loro, contribuirà a plasmare l’immagine della monarchia negli anni a venire. Non è un compito da poco.