Tom Wolfe non era un lupo della steppa, era un lupo in ghette e abito di lino da vecchio colonialista, sembrava l’Uomo del Monte, però lui non diceva sì. Diceva no. Da fuoriclasse del giornalismo, era sempre nel posto sbagliato al momento giusto; alla fine degli anni 60 nei salotti della borghesia progressista di Manhattan, che si scoprì radical-chic per l’eternità; negli anni 80 tra gli yuppies reaganiani, che rispetto ai radical-chic volevano altre cose con gli stessi mezzi (molti mezzi); ma ha avuto un occhio di riguardo anche per i radical-chic e gli yuppies della cultura, si trattasse dell’ascesa delle archistar o dell’evoluzionismo degli “immortali” Chomsky e Darwin. Non distingueva tra fiction e non fiction grazie a uno stile fiero della propria barocca parzialità, agli antipodi dai canoni del giornalismo anglosassone, altro idolo infranto. Per Wolfe non c’erano immortali, e se c’erano bisognava ucciderli prima degli altri. Un talento naturale per il politicamente scorretto esercitato prima della silente e spietata dittatura della political correctness. Oggi siamo in pieno neopuritanesimo; basta un ganascino di troppo per scatenare legioni di imbecilli o semplici webeti. Ma ci sono anche quelli che la sparano grossa proprio perché sanno che così li si nota di più. Dai radical-chic agli haters-trash. Per il re del politicamente scorretto era arrivato il momento giusto di togliere il disturbo; peggio dei benpensanti ci sono solo le imitazioni scadenti.
La cuoca di Lenin e il vecchio conflitto di Berlusconi
“Ma il corso della storia è inesorabile, e come volete che non si realizzasse la geniale previsione di Lenin che un bel giorno sarebbero state le cuoche a dirigere lo Stato?”
(da “Il cacciatore capovolto” di Kirill Chenkin – Adelphi, 1982 – pag. 114)
Riabilitato e quindi candidabile. O meglio, ricandidabile. Ma tuttavia ineleggibile. Non è un gioco di parole. È il paradosso giuridico e terminologico che riassume quell’insanabile conflitto d’interessi da cui è affetto Silvio Berlusconi, come una tara ereditaria o un vizio congenito.
Non vorremmo infierire su una persona di età così avanzata, se non fosse per una ragione tanto semplice quanto grave. E cioè che Berlusconi detiene una concessione con lo Stato e in quanto tale, appunto, non è eleggibile. Lo stabilisce una legge del 1957, tuttora in vigore, escludendo “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica”. Per dimostrare la sussistenza del conflitto d’interessi, basterebbe ricordare l’epurazione che l’ex Cavaliere ha disposto recentemente nelle sue televisioni, da Maurizio Belpietro a Paolo Del Debbio e Mario Giordano, accusati di aver impresso un “taglio” populista alle loro trasmissioni, favorendo il successo di Lega e Movimento 5 Stelle.
Quello di Berlusconi, dunque, è un conflitto d’interessi speciale. Non deriva dall’incompatibilità fra l’attività politica e quella imprenditoriale, bensì dallo “status” di concessionario pubblico. Solo che formalmente Sua Emittenza non risulta titolare della licenza che è intestata, invece, a R.T.I. (Reti televisive italiane), una società che fa parte del gruppo Mediaset e di cui il figlio Pier Silvio è presidente e amministratore delegato.
Sarebbe bastato inserire due righe nel testo del ’57 per estendere l’ineleggibilità anche all’azionista di riferimento, ma né il centrosinistra né tantomeno il centrodestra l’hanno mai fatto. E c’è da temere che non lo farà neppure la futura maggioranza composta dal M5S e dalla Lega: quest’ultima, per ovvi motivi di appartenenza all’ex coalizione con Forza Italia; i Cinquestelle, perché altrimenti bisognerebbe applicare la nuova legge sul conflitto d’interessi anche alla Casaleggio Associati, la società che cura le strategie di comunicazione del blog di Beppe Grillo e dello stesso Movimento, presieduta da Davide Casaleggio che attraverso la “piattaforma Rousseau” (non ancora sicura, secondo il Garante della privacy) controlla e gestisce la democrazia online pentastellata.
Non sappiamo al momento se Berlusconi cederà alla tentazione di presentarsi alle prossime elezioni politiche. O magari, approfitterà di quelle Provinciali in programma il 21 ottobre in Trentino, per tornare in Parlamento ove si liberasse un seggio uninominale per il turno suppletivo: tutti i candidati alla presidenza della Provincia di Trento sono parlamentari in carica e quindi il neo-presidente, una volta eletto, dovrebbe dimettersi. Tanto, come dice l’impareggiabile Toni Servillo nel film Loro 2 di Sorrentino, gli italiani rieleggerebbero l’ex Cavaliere anche da morto.
Sta di fatto che le convulsioni del governo giallo-verde sono riuscite a rimetterlo in pista, offrendogli l’occasione per rifarsi una verginità europeista. Ora, per riprendere la citazione iniziale di Lenin, potrebbero essere le “cuoche” a governare. Quella non era una previsione paternalistica, bensì un auspicio per la semplificazione e l’efficienza del sistema.
La piazza nera che sfida i Gialloverdi
Per capire i dilemmi anche morali che dovrà affrontare il nuovo governo Lega-Cinque Stelle bisognava essere in piazza Plebiscito a Napoli ieri mattina: migliaia di persone – pare 10.000 – sedute in silenzio sulle scalinate ad ascoltare chi parla dal microfono al centro, un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ in francese. Tutti neri, tutti immigrati, quasi tutti senza permesso di soggiorno. Una manifestazione di rara compostezza, inedita per dimensione e per la quasi totale assenza di italiani, con tre richieste: tempi più rapidi per concedere i permessi di soggiorno, regolarizzazione di chi è in Italia da anni, lavora e non ha alcun Paese dove tornare o in cui essere rimpatriato a forza, e l’estensione del reddito di inclusione anche ai migranti.
Una folla muta di persone arrivate da tutta Italia, dagli inferni di Castel Volturno, dalle campagne di Caserta (dove oggi si replica), da Roma, dai campi di pomodori di Foggia. Coraggiosi fantasmi senza documenti che sfilano in corteo in mezzo a quei poliziotti che – stando alla legge – dovrebbero fermarli e contestare loro di essere arrivati su un barcone, di lavorare in nero, di non avere diritto a rimanere in Italia. I pochi che prendono il microfono per parlare chiedono di poter contribuire a una società che sentono la loro: finché restano nell’ombra dell’irregolarità sono costretti a usare i loro miseri compensi per remunerare qualche caporale o a pagare affitti in nero.
Le associazioni come il centro sociale “ex Canapificio” di Caserta che hanno promosso l’evento di ieri e l’appello “Reddito e diritti per tutte e tutti – Nessuno escluso” hanno un obiettivo molto concreto: permettere agli immigrati di accedere al reddito di inclusione (Rei), il sussidio anti-povertà introdotto dal governo Gentiloni che è quasi identico al reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle, anche se di importo più basso. Queste associazioni hanno scoperto che la legge è abbastanza ambigua da lasciar intravedere anche ai migranti in Italia per ragioni umanitarie da almeno due anni la possibilità di accedere al Rei (che oggi arriva quasi a 900.000 persone per un importo medio di 297 euro al mese) e le Regioni hanno alcuni margini di flessibilità per aggiungere risorse a quelle nazionali ed estendere la platea dei beneficiari. Stanno quindi trattando con la Campania di Vincenzo De Luca e pare ci sia qualche spiraglio, visto che la Regione già ha sperimentato il coinvolgimento di migranti in lavori di pubblica utilità. Secondo l’Istat, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie del Mezzogiorno di soli italiani era nel 2016 il 7,5 per cento, tra quelle di soli stranieri del 29,7 per cento.
La piazza napoletana di africani di ieri dimostra che molti degli argomenti avanzati dai Cinque Stelle sono fondati: soltanto un sussidio universale e non più legato alle categorie di appartenenza può garantire davvero di uscire dalla trappola dell’indigenza e di avere abbastanza libertà da opporsi al reclutamento dei caporali e partecipare da cittadini alla vita democratica. Peccato che, proprio ieri, mentre quei ragazzi africani attraversavano Napoli, i Cinque Stelle firmassero un contratto di governo con la Lega che si è impegnata a rimpatriare quasi tutti i presenti al corteo. E se non riuscirà a rimpatriarli, complicherà loro la vita in ogni modo possibile (si prevede l’espulsione per i richiedenti asilo che commettono reati, a prescindere dal loro diritto a rimanere) per compiacere le richieste securitarie di un elettorato spaventato più dai talk show che dal contatto diretto con i migranti.
Non sarà facile tenere insieme la maggioranza gialloverde che sarà presto attraversata da dilemmi laceranti. I manifestanti di Napoli farebbero bene a non farsi troppe illusioni.
I nuovi barbari: chissà da chi hanno preso
Aleggere i giornali democratici di questi giorni sembrerebbe che Salvini e Di Maio abbiano firmato una riedizione giallo-verde del Mein Kampf. Una deliziosa cronachetta di Repubblica ritrae Nigel Farage, CasaPound e Putin (manca il mostro di Milwaukee perché deceduto) che, all’unisono come a una veglia di Pasqua, “sperano”, anzi “plaudono” al contratto appena chiuso. Stando ai più valorosi tra i nostri cani da guardia del potere, c’è davvero di che allarmarsi per la democrazia: si va dai “deliri securitari e carcerari pretesi da Salvini” (Repubblica) a un inquietante “approccio giustizialista” (Corriere), da un’allarmante “stretta su moschee e imam” (La Stampa) a un pericoloso “populismo penale” (Bonino).
Ma è proprio così? Vediamo. Nel capitolo “Sicurezza”, il contratto introduce la psicotica idea di costruire nuove carceri, piuttosto che continuare a inzeppare i detenuti, come hanno fatto tutti governi dei competenti, dentro istituti fatiscenti e sovraffollati.
Dopo un noiosissimo riferimento alla cyber security e al cyber bullismo (sulla cui base Salvini dovrebbe essere il primo a vedersi chiuso l’account Twitter), c’è la misura di nuove assunzioni nelle forze dell’ordine, la regolamentazione del gioco d’azzardo, lo sgombero di edifici occupati abusivamente, il superamento dei campi Rom “in coerenza con l’ordinamento Ue”. Certamente, il pacchetto può essere criticato. Stupisce però che a farlo, coi toni allarmati che si riservano a un imminente regime, siano gli stessi che negli ultimi anni devono essere stati colti da afonia e paralisi delle falangi. Nessuno mosse un sopracciglio quando il ministrissimo dell’Interno Minniti dedicava un decreto alla nostra sicurezza, insidiata da “grave incuria o degrado e da pregiudizio del decoro”, ingiungendoci peraltro, con una circolare pubblicata da Repubblica, di non dire che era di destra. Sulla base di uno degli slogan più dementi del renzismo (“non lasciamo la sicurezza alla destra”), c’era una corsa a riportare la novità sbarazzina dello sgombero degli edifici occupati e della misura diversamente di sinistra della cacciata di poveri, prostitute e ubriachi da musei e stazioni, dove attentavano alle delicate rètine dei clienti club Frecciarossa. Però, si dirà, il governo dei pistoleri prevede l’introduzione della legittima difesa senza condizioni. È il caso di ricordare che l’anno scorso i buontemponi del Pd con gli alfaniani vararono una legge sulla legittima difesa che stabiliva che si può sparare in casa propria “in tempo di notte”, anche se non si è aggrediti, minacciati o ingannati, oppure si può farlo di giorno se sussistono queste condizioni (cioè, presumibilmente, se il ladro si introduce in un’abitazione precisando al padrone di casa che lo sta ingannando).
Quanto ai migranti, è vero: i “barbari” vogliono rimpatri più rapidi degli irregolari e il superamento del trattato di Dublino. Quanto basta per far gridare i sinceri democratici all’orbanismo, al trumpismo, al lepenismo, e giammai al renzismo, visto che fu proprio il leaderino toscano a dire di voler “cambiare senza polemiche Dublino” e a rilanciare nel suo libro l’idea protoleghista dell’“aiutiamoli a casa loro”. E il decreto Minniti (in linea con la Bossi-Fini tanto cara alla sinistra che non l’ha mai toccata e alla Turco-Napolitano del 1998) prevede proprio “procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari”.
L’accordo che Minniti fece coi capi-tribù libici per trattenere alle amorose cure del regime persone disperate, purché non approdassero sulle nostre coste, non denotava affatto fascismo, anzi: era integrazione illuminata.
Quanto alla giustizia, da decenni il giornalismo (ex) antiberlusconiano e attento alla “società civile” auspica l’uso di agenti provocatori e il “daspo per i corrotti” (altra scemenza coniata da Renzi, finita nel contratto Lega-M5S). Ma adesso, di fronte alla “certezza della pena” per chi compie reati contro la pubblica amministrazione, si grida al giustizialismo. E non lo fa solo, comprensibilmente, il pregiudicato di Arcore, che prende le distanze dal suo alleato (non sia mai venir preso per uno che s’è redento); ma anche Renzi, che nel giorno dell’anniversario della morte di Enzo Tortora twitta tutta la sua preoccupazione per il “giustizialismo” e i “linciaggi mediatico-giudiziari” (Cicero pro babbo suo).
Eh, si dirà, ma qui c’è la pubblicità dei finanziamenti alle moschee e la chiusura di quelle radicali, nonché un registro per gli imam, e questa è islamofobia. Peccato che fu Minniti a sottoscrivere un patto con l’islam italiano che stabiliva che le moschee fossero luoghi pubblici, che fosse noto il nome degli imam, che le prediche fossero in lingua italiana (cosa che Lega e 5S non impongono) e che i finanziamenti fossero pubblici. Insomma, nemmeno una traccia di Casapoundismo: semmai, la critica da muovere ai barbari è di avere in alcuni punti copiato il Pd.
Mail box
Nessun livore contro Salvini, ma è stato ambiguo e ondivago
Gentile direttore Travaglio, ma non Le sembra che il suo livore nei confronti di Salvini provenga dal fatto che mentre Salvini riesce nel suo intento Lei invece resta dove sta? Sarebbe il caso che la smettesse di insultare e offendere, perché, vede, quando qualcuno offende Lei subito mette mano alla querela.
Marco Cesaro
Caro Cesaro, non nutro alcun livore contro Salvini. Se davvero si sgancerà da Berlusconi, gliene renderò merito. Finora è stato ambiguo e ondivago e l’ho criticato per questo, oltreché per molti punti del suo programma e per molte sue “sparate” che (a dir poco) non condivido.
M.Trav.
Quell’articolo sull’Alzheimer che mi ha tanto colpito
Ho letto oggi l’articolo di Selvaggia Lucarelli “Alzheimer, l’eterno presente che risucchiò la mia nonna”, apparso su Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio scorso (lo so, sono un po’ strano, di solito leggo i quotidiani con mesi di ritardo).
Mi viene da pensare, cara Selvaggia, che, quando umoristi come Lei o come Stefano Disegni scrivono seriamente di cose dolorose, lasciano proprio il segno nella coscienza dei lettori. Lei è una delle mie firme preferite su Il Fatto Quotidiano, soprattutto per la Sua verve umoristica e polemica. Ma questo è il suo articolo che finora amo di più, per la descrizione incisiva del male, per il pudore e la compostezza nell’esprimere i Suoi sentimenti, per la prosa lieve e scorrevole.
Se Le avessi scritto in passato, la clausola sarebbe stata “con simpatia”. Oggi mi permetto di chiudere con affettuosa simpatia.
Paolo Zecchinato
Noi giovani di Pineto indignati per le dipendenti assenteiste
Siamo un gruppo di giovani di Pineto e vorremmo fare una riflessione a voce alta. Abbiamo letto a dicembre su alcuni giornali locali che due dipendenti del Comune di Pineto, sono state condannate a 18 mesi di carcere per aver sistematicamente attestato la propria presenza in ufficio in maniera falsa. Oggi sono ancora al loro posto.
Come mai il sindaco tace ancora? Il suo omologo di Assisi di fronte a una situazione analoga condannò subito pubblicamente i responsabili.
Il nostro sindaco invece… ha la sciato la palla al segretario comunale (lo stesso che fino a poco fa era nei bar e nei ristoranti con le due dipendenti). E non solo. Tace anche il Pd di Pineto! Eppure è lo stesso Pd che con la Madia vuole punire i furbetti del cartellino.
La solita ipocrisia. Cambierà mai questa Italietta?
Un gruppo di giovani di Pineto
I “contratti” italiani non sono uguali a quelli dei tedeschi
Scrivendo sulle trattative per la formazione del governo in corso tra M5S e Lega, avete sostenuto che “a Roma si sta replicando quel che è appena accaduto a Berlino: con la non indifferente differenza che a Berlino si sono (ri)uniti i partiti che governavano anche prima, mentre a Roma si stanno unendo per la prima volta due forze che negli ultimi sette anni erano state all’opposizione. Eppure nessuno si è scandalizzato se la Merkel, dopo le urne, ha aperto due forni opposti: prima l’alleanza con i liberali e i verdi e poi, fallita quella, l’alleanza con l’Spd” (Il Fatto Quotidiano del 15 maggio).
Non sono d’accordo. I forni aperti in Germania non erano opposti come quelli italiani; tra i liberali, i verdi e i socialdemocratici tedeschi non ci sono le differenze notevoli che esistono tra il Pd e la Lega.
In Germania il Partito popolare, di destra moderata, ha aperto una trattativa sia con due partiti di centro (come i liberali e i verdi) sia con un partito di sinistra moderata (come l’Spd). In Italia un movimento politico sostanzialmente di centro, come il M5S, ha aperto contemporaneamente una trattativa sia con un partito di sinistra moderata come il Pd sia con un partito di destra estrema come la Lega.
Mi sembra molto più contraddittorio il comportamento di Luigi Di Maio che quello di Angela Merkel.
Franco Pelella
Mentre cresce l’inquinamento superiamo le cattive abitudini
Dati sempre più allarmanti come il recente Rapporto Ispra (Istituto Superiore Ricerca e Protezione Ambientale) confermano la crescita dell’inquinamento chimico nelle acque, ma aria e cibi non sono da meno. Molte persone cercano un rinnovato rapporto con la natura per una migliore qualità della vita. Ma spesso i buoni propositi si scontrano con le cattive abitudini.
Abbiamo sviluppato una vera fobia per ogni forma vivente: insetti, ragni, pipistrelli, persino uccelli ed erbe che crescono sui marciapiedi. E questo si riflette nell’aumento continuo di vendite di pesticidi, insetticidi, diserbanti, lumachicidi, talpicidi, dissuasori chimici e tantissimi altri prodotti utili a uccidere o allontanare la vita selvatica anche in quelle stesse case di campagna dove abbiamo scelto di vivere per “ritrovare la natura.”
Fermiamoci! Anche questi prodotti contribuiscono a devastare il quadro ambientale e sanitario generale. Impariamo a vivere assieme a piante spontanee e animaletti. Impariamo a conoscerli, a non temerli e dove serve a tenerli a bada con metodi naturali alternativi che esistono e fanno bene alla salute e alla tasca.
Francesco Maria Mantero
Matrimonio reale Dio ce ne scampi. La morbosità mediatica eredità di Lady D
Guardo la tv, leggo i giornalie quello che più balza all’occhio è questo voyeurismo sfrontato e anche un po’ morboso verso le nozze di casa Windsor. Prima con la storia della multirazzialità della sposa, poi con il precedente matrimonio finito male. E a seguire: quale abito indosserà, quali scarpe, quali le abitudini alimentari. Fino ad arrivare alle dinamiche familiari. Siamo davvero così interessati a guardare nel buco della serratura per capire chi realmente sia Meghan Markle? Abbiamo davvero bisogno di conoscerne gli aspetti più intimi? Ma soprattutto: è il 2018, abbiamo ancora bisogno di principesse?
Valentina Benedicenti
“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” sentenziava l’anticonformista Bertolt Brecht nella Germania di meno di un secolo fa. Ora di bisogni reali ce ne sono davvero pochi, ma urgenze virtuali si moltiplicano senza posa nel nostro Occidente in espansione regressiva. Una principessa in più o in meno non ci cambia nulla e si è liberi di non occuparsene, così come di invadere Windsor dove avverrà la pomposa cerimonia e dormire sui marciapiedi per assicurarsi un punto di vista privilegiato al passaggio del corteo nuziale. Siamo liberi di annegare nelle nostre libertà liofilizzate espresse nella Rete. Opporsi alla vacuità è esercizio velleitario, potendo ignorare ciò che tanto interessa a un moltitudine o maggioranza del momento che sia. Una volta soddisfatti i bisogni primari, essersi doluti per le ingiustizie del mondo, postato foto di parenti o amici sui social e commentato le mediocrità che i personaggi pubblici propinano, in fondo a tutto ciò ognuno di noi potrà appassionarsi o meno ad amenità proposte dai media. Si chiamano contenuti, e la società infarcita di cultura di cui facciam parte (non si discute della qualità, praticamente tutto fa parte del consumo culturale: la musica che non ascolterete mai, le immagini che mai sceglierete di vedere, le frasi più o meno sconnesse rimandate dai social) ne macina migliaia al giorno pro-capite. Si dice che ogni dì un quotidiano pubblichi la quantità di informazioni che un uomo istruito del XVII secolo metteva una vita a raccogliere: difficile siano tutte di qualità e tutte interessino tutti. D’altronde l’esplosione globale del gossip (nelle comunità più disparate la funzione del pettegolezzo era, e resta, esercitare una forma di controllo sociale) è avvenuta con la madre dello sposo: Lady D (difficile che un qualsiasi lettore sia riuscito a snobbarla dall’inizio alla fine della sua saga). Per quel che riguarda la nonna: nessuno tocchi la regina Elisabetta!
Stefano Citati
Non piace ai fascisti: all’Ateneo di Verona salta il convegno Lgbt
Casapound e forza nuovaprotestano e il convegno su richiedenti asilo e il loro orientamento sessuale viene annullato. Succede all’Università di Verona, la giornata di studi era prevista per venerdì. Gli attivisti di estrema destra hanno distribuito volantini, con scritte come “No rifugiati gay a Verona”. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, il rettore dell’ateneo, Nicola Sartor, ha deciso di annullare l’appuntamento. Ha poi incontrato i rappresentanti di Arcigay, rassicurando che la giornata di studi comunque si farà, ma in una data ancora da decidere: “L’evento è ormai uscito dall’ambito scientifico per diventare terreno di contrasto e soprattutto di ricerca di visibilità per diversi attivisti di varia estrazione – ha spiegato il rettore –. L’Università non può prestarsi a strumentalizzazioni da parte di soggetti estranei al mondo scientifico”. “Evidentemente le intimidazioni hanno avuto l’esito sperato, – ha replicato Laura Pesce presidente di Arcigay a Verona – le dichiarazioni del rettore sono un goffo tentativo di nascondere dietro alla strumentalizzazione la vera ragione dell’annullamento, e cioè la violenza della propaganda dell’estrema destra che a Verona dilaga ed è incontenibile”.
Muore bimba lasciata in auto: sui seggiolini legge al palo
È andato al lavoro alle otto di mattina e ha lasciato la figlia di 11 mesi in macchina, dimenticandosi di portarla all’asilo. Dopo più di sette ore la drammatica scoperta della madre: la bimba è morta, probabilmente di asfissia, nella macchina parcheggiata appena fuori dallo stabilimento industriale Continental di San Piero a Grado (Pisa) dove lavora il padre. La piccola Giorgia, che tra pochi giorni avrebbe compiuto un anno, si era addormentata sul seggiolino posteriore.
L’allarme è scattato intorno alle 15 quando la madre ha scoperto che la figlia all’asilo non ci era mai arrivata e i soccorritori, una volta arrivati sul posto, non hanno potuto fare altro che accertare la morte della bambina. Il padre, un ingegnere quarantenne che era stato trasferito a Pisa da Grosseto, è in stato di choc dopo la tragedia e adesso è indagato dalla Procura di Pisa che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.
Dal 2008 a oggi sono stati almeno sette i bambini ad aver perso la vita in macchina dimenticati dei genitori, l’ultima un anno fa in provincia di Arezzo. La tragedia probabilmente sarebbe stata evitata se il Parlamento avesse approvato la legge che obbligava di munire i seggiolini di sensori anti-abbandono. La proposta di legge era stata lanciata da Luca Albanese, padre di un bimbo di due anni morto nel 2013 perché lasciato otto ore sotto il sole. La norma, presentata anche sotto forma di emendamento della Legge di Stabilità 2018, era stata approvata a dicembre dalla Commissione Trasporti ma poi era saltata per inammissibilità in Commissione Bilancio (la materia non era inerente). Il nuovo seggiolino auto, equipaggiato con un dispositivo in grado di dare l’allarme ai genitori della presenza a bordo di un bambino, esiste sul mercato ma per renderlo obbligatorio bisognerà attendere.
Torino, il grattacielo costruito e mai nato
Nel 2015 a Changsha, in Cina, un grattacielo di 57 piani è stato costruito in 19 giorni. Nello stesso anno tutti gli uffici della Regione Piemonte dovevano essere trasferiti nella Sede unica di 41 piani e 205 metri di altezza progettata da Massimiliano Fuksas e in cantiere dal 30 novembre 2011. Costo previsto: 208 milioni di euro.
Ad oggi, dopo ricorsi, processi e fallimenti, c’è una struttura vuota, con molti lavori da rifare, opere da completare e soldi (pubblici) da pagare. Gli operai sono tornati in cantiere a metà aprile, dopo un lungo stop dovuto al fallimento della CoopSette, capogruppo della Torre Regione Piemonte (associazione temporanea di imprese). Devono terminare gli impianti. Poi ci sarà il completamento della posa dei vetri delle facciate e il recupero di molti lavori sbagliati.
“Hanno costruito il mio grattacielo ‘a mia insaputa”, ha detto giovedì Fuksas ai giudici del tribunale di Torino, testimone in un processo che vede imputati a vario titolo per corruzione, falso in atto pubblico e abuso d’ufficio l’ex presidente Psi della Regione (dal 1980 al 1983) e poi imprenditore Ezio Enrietti, sua moglie ed ex direttrice regionale del Patrimonio Maria Grazia Ferreri, i funzionari regionali Claudio Savasta e Luigi Robino e poi Paolo Rosa, procuratore della Trp. Secondo la procura, in cambio della variante proposta dai costruttori, che volevano risparmiare circa 56 milioni sui lavori, l’azienda di Enrietti ha ottenuto un subappalto da 4,8 milioni di euro. Di quella variante, secondo il testimone Fuksas, non ce n’era bisogno. Per lui è stato fatto “tutto al ribasso”: “Questo era un progetto tutto in acciaio, il modo più rapido per costruire – così ha spiegato il cambiamento più dannoso –. Invece col cemento si perdono migliaia di metri quadrati e l’edificio non è più flessibile”.
L’archistar, che voleva avere la direzione artistica dei lavori (motivo di contenzioso con la Regione finito con un accordo), ha contestato il ruolo dei funzionari che hanno permesso di stravolgere in molti aspetti una delle opere più importanti e costose d’Italia: dai pavimenti in cemento anziché in legno, alle vetrate tanto sottili che 1.270 vetri sui 2.873 posati sono “fallati” e dovranno essere montate di nuovo con ulteriori aggravi.
Il conto non è finito: serviranno gli arredi nuovi e manca la bonifica dei terreni: “Era a carico della società esecutrice – spiegava a marzo l’assessore al Bilancio Aldo Reschigna –. Nella transazione seguita al fallimento, sono stati versati nelle casse regionali 6,9 milioni. Tuttavia si stima che i costi complessivi siano almeno triplicati rispetto alle previsioni”. E il conto sale ancora.
Per i 29 morti di Rigopiano. D’Alfonso accusa dirigente
Un conto è il politico, un altro il burocrate. E se c’è un responsabile, per non aver realizzato la “carta valanghe”, non è certo lui, il governatore- senatore Luciano D’alfonso. È l’ex direttore generale della Regione Abruzzo. E così, nel fascicolo d’indagine sulla tragedia dell’hotel Rigopiano – che ipotizza reati di omicidio, lesioni e disastro colposi – arriva un’ulteriore indagata: Cristina Gerardis. L’ex direttore generale, nonché avvocato dello Stato per il processo sulla mega discarica di Bussi sul Tirino (Pescara), è stata coinvolta nell’indagine sul disastro che nel 2017 vide morire ben 29 persone direttamente da D’Alfonso. Lo stesso D’Alfonso che la volle al suo fianco, nel 2015, dopo averla vista in azione nel processo chiuso con la condanna, in secondo grado, di 19 dirigenti della ex Montedison per disastro ambientale e avvelenamento delle acque.
Cronometro alla mano, il governatore-senatore coinvolge Gerardis poche ore prima d’essere lui stesso indagato – al pari degli ex presidenti di Regione Gianni Chiodi e Ottaviano Del Turco – depositando una memoria nella quale ha evidenziato “la distinzione tra l’organo politico (indirizzo) e le competenze degli organi amministrativi… con particolare riferimento al ruolo del Direttore Generale”. “Il Direttore della Regione”, ha spiegato, “cura l’attuazione concludente del programma di governo, di piani e direttive generali dell’organo di direzione politica”. La Procura valuterà se Gerardis ha delle responsabilità nella tragedia di Rigopiano.
A rigor di logica, dovremmo aspettarci che ora anche Chiodi e Del Turco chiamino in causa i loro direttori generali. Al momento, però, non pare abbiano adottato la stessa linea difensiva. Gerardis vuole essere sentita al più presto dai pm per chiarire la sua posizione: “D’Alfonso si difenderebbe addossando su di me le responsabilità che risultano essergli contestate. Credo che una persona, come lui, chiamata dagli elettori a ricoprire un ruolo di così primaria importanza, non possa sottrarsi a spiegare compiutamente le sue ragioni, per di più in una situazione tanto dolorosa per l’intera comunità, evitando di rifugiarsi in un sorprendente quanto inappropriato ‘scarica barile’ di responsabilità. Avrò modo di spiegare all’autorità giudiziaria quale fosse il mio ruolo in Regione e quali i reali rapporti tra la burocrazia e la politica”. Già, i “reali rapporti tra la politica e la burocrazia” nella regione Abruzzo. A sentire i dirigenti in Regione, non sembrano poi così scissi, come sostiene D’Alfonso. Solo pochi giorni il sindacato dei dirigenti ha denunciato, con un comunicato, la “evidente menomazione del principio della separazione tra indirizzo politico e attività gestionale”.
Sullo sfondo della tragedia di Rigopiano, insomma, s’intravede uno scontro durissimo tra D’Alfonso e Gerardis. E pansare che lui la scelse chiedendo un parere al presidente della Corte d’assise di Chieti, Camillo Romandini, che nel processo sulla discarica di Bussi la vide in veste di avvocato dello Stato. Dagli atti del fascicolo – poi archiviato – a carico di Romandini: “Ho incontrato Romandini nel corso di una cena svoltasi in una casa privata”, dice D’Alfonso ai pm, “avendo programmato di nominare Gerardis direttore generale… chiesi a Romandini… quale opinione se ne fosse fatto durante il processo. Mi disse che era stata molto brava”. Fosse finita lì. D’Alfonso dice che Romandini espresse un giudizio anche sugli avvocatidegli imputati e i pm (che decisero di non ricusarlo). Gerardis sostiene, a sua volta, dinanzi a parecchi testimoni, che D’Alfonso le ha riferito di un giro di soldi sul processo di Bussi (finito con le assoluzioni in primo grado). Notizia pubblicata dal Fatto, smentita da D’Alfonso e mai da Gerardis.
I due nel frattempo sfilano insieme, come testi, nel processo disciplinare sul giudice Romandini per le vicende di Bussi. Poi la separazione: lei ora lavora per il ministero dell’Agricoltura. Infine D’alfonso la chiama in causa per la tragedia di Rigopiano. Gerardis vuole spiegare ai pm “i reali rapporti tra la burocrazia e la politica”. Li spieghi: le famiglie di 29 vittime chiedono giustizia. Meritano verità. E rispetto.