Farah, la ragazza pachistana residente a Verona, portata con l’inganno dalla famiglia in patria e fatta abortire, è stata liberata e si trova in compagnia di rappresentanti delle autorità italiane. La ragazza sarebbe stata liberata nella zona di Islamabad grazie a un intervento delle forze di polizia pachistane. Farah, si apprende da fonti di polizia italiane, è in buone condizioni di salute. È al sicuro, in un luogo non ancora comunicato. L’operazione che ha portato alla sua liberazione ha visto il coinvolgimento, assieme alla Farnesina, del Consolato italiano a Islamabad e della Questura di Verona. “È una bella notizia la liberazione di Farah, speriamo possa rientrare al più presto in Italia, soprattutto per riprendere il percorso che aveva iniziato con noi, nel ‘progetto Petra’, perché ricercava una libertà non solo fisica, ma anche psicologica, da tanti condizionamenti”. Così l’assessore ai servizi sociali del Comune di Verona, Stefano Bertacco”. La ragazza era riuscita ancora giovedì a mettersi in contatto via Whatsapp con il fidanzato e con una compagna di scuola, raccontando di essere stata tenuta legata per otto ore prima di abortire.
Scrisse: “Di Matteo complice di Riina”. Sgarbi dovrà pagare 40 mila euro
Definire sul Giornale il pm Nino Di Matteo “complice di Totò Riina’’ è costato una condanna a sei mesi di carcere a Vittorio Sgarbi, ex assessore regionale alla Cultura in Sicilia ed oggi deputato di Forza Italia, accusato di diffamazione, e tre mesi al direttore Alessandro Sallusti per omesso controllo: entrambi sono stati condannati dal giudice monocratico di Monza Francesca Bianchetti anche a pagare 40 mila euro di provvisionale “immediatamente esecutiva’’ al magistrato del pool Stato-mafia, difeso dall’avvocata Roberta Pezzano. E nella sentenza questa volta il giudice non ha concesso loro la sospensione della pena, probabilmente per l’attitudine dei due imputati, entrambi pluri-pregiudicati, a diffamare.
In questo caso le frasi ritenute ingiuriose erano state pubblicate nella rubrica “Sgarbi quotidiani’’, sotto il titolo “Quando la mafia si combatte solo a parole”, nel gennaio 2014: “Gli unici complici che ha Riina sono i magistrati che diffondono i suoi pensieri – scriveva il critico d’arte –. Se Riina è reso inoffensivo dallo Stato che lo ha arrestato, perché dobbiamo ritenerlo pericoloso e potente anche in carcere? Perché dobbiamo alimentarne la leggenda? Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice. Ne garantisce il peso e la considerazione”. E alla fine, ignorando i rischi corsi dal pm per il suo lavoro, sosteneva: “C’è qualcosa di inquietante nella vocazione al martirio (del pm, ndr)”.
La rubrica era stata pubblicata in coincidenza con le frasi di Riina, che nel carcere di Opera, parlando con il suo compagno di cella Alberto Lorusso, aveva minacciato di morte Di Matteo: “Questo pubblico ministero di questo processo, che mi sta facendo uscire pazzo – diceva il boss – per dire, come non ti verrei ad ammazzare a te, come non te la farei venire a pescare, a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti? Minchia… perché me lo sono tolto il vizio? Me lo toglierei il vizio? Inizierei domani mattina”. E poi ancora. “E allora organizziamola questa cosa. Facciamola grossa e dico e non ne parliamo più”.
Per Sgarbi “Di Matteo ha tratto beneficio dalle minacce di morte ricevute dal carcere da Totò Riina. Ha cavalcato l’onda per fare il martire”; il deputato si spinge ad attaccare tutti i pm del processo della Trattativa sostenendo che !il Tribunale di Palermo non può processare lo Stato” e che nel loro comportamento “ci sono profili eversivi”. È finito, in primo grado, con la condanna degli imputati.
Accuse a Montante nel 2016: l’Antimafia non mosse un dito
Prima la preoccupazione: “Noi abbiamo molta paura perché i sistemi criminali sono variegati in Sicilia e presenti, tutti legati con le famiglie mafiose dei vari territori da quello che abbiamo potuto vedere con le informative antimafia e le interdittive atipiche che sono arrivate’’. Poi i nomi: “…Messina Denaro e Virga a Trapani, le varie famiglie mafiose della nuova mafia agrigentina ad Agrigento, gli Ercolano a Catania… in Sicilia la mafia è presente in tutti gli ambiti”. Infine il focus sul “freno a mano’’ dello sviluppo dell’isola: “Il cuore del problema in Sicilia sono le aree industriali, che rappresentano il cuore della mafia”.
Davanti alla Commissione antimafia, il 13 dicembre 2016, in un’audizione in un primo tempo secretata, è l’ex assessore regionale, Marco Venturi, grande accusatore di Montante, a togliere la maschera al paladino di “un’antimafia di facciata” e al suo cerchio magico, definito un “intreccio” di “cinismi, legami e affari condotto da una classe dirigente incurante del danno irreparabile arrecato alla Sicilia e dall’inaccettabile offesa procurata all’impegno vero, coraggioso e genuino dell’antimafia sociale nato dopo le stragi”. Montante lunedì scorso è finito ai domiciliari, ma allora l’appello di Venturi (“Bisogna allontanare Montante dalla presidenza della Camera di commercio, da Unioncamere e da tutti i ruoli istituzionali che ricopre, perché costituisce un allarmante rischio di condizionamento per le istituzioni”) era caduto nel vuoto, al punto che oggi Claudio Fava, neo presidente dell’Antimafia regionale, mette in cima all’agenda della Commissione proprio Montante e il suo governo parallelo: “La prima cosa da fare – dice Fava – è capire come sia potuto accadere tutto questo, in nome e per conto di chi, per garantire privilegi e guadagni a chi, la Regione sia stata svuotata delle sue funzioni e delle sue responsabilità istituzionali’’, proponendo di “sbarazzarci della parola antimafia, viatico di carriere, con troppi berretti a sonagli pieni di pennacchi visti in testa a molta gente’’.
Titolare della Sidercem (un’azienda che si occupa di servizi di ingegneria) a Caltanissetta, Venturi viene nominato assessore regionale alle Attività produttive nel governo di Raffaele Lombardo proprio in quota Confindustria. Dopo la fuga di notizie sull’inchiesta per concorso in associazione mafiosa a carico di Montante, nel febbraio 2015, Venturi si sente usato e comincia ad avere paura. E quando viene a sapere che l’industriale di Serradifalco ha fatto installare un sistema audio-video per spiare le attività nella sede di Confindustria del centro Sicilia, quella cioè guidata da lui, decide di prendere definitivamente le distanze. Lo fa il 16 settembre 2015 con un’intervista a Repubblica e al suo fianco si schiera Alfonso Cicero, che alla guida dell’Irsap aveva avviato un’incisiva azione di legalità nelle aree industriali dell’isola, denunciando dirigenti e funzionari corrotti, e alla fine era stato allontanato dall’incarico. Il giorno dopo l’intervista, Venturi e Cicero si recano nella procura nissena, che già indaga su Montante, e cominciano a riempire decine di pagine di verbali.
In Sicilia si ricomincia, dunque, dai silenzi e dalle omissioni, per comprendere se è vero, come ha denunciato Venturi, che dopo le dimissioni di Alfonso Cicero dal vertice dell’Irsap, il nuovo commissario, Maria Grazia Brandara, sia stata nominata “su input di Montante’’, allora già indagato: “Una nomina del tutto illegittima per carenza di requisiti della Brandara – ha aggiunto Venturi –. L’unica cosa che lei fece è stata quella di interrompere completamente le richieste di informative antimafia, di riposizionare negli 11 consorzi i dirigenti e i funzionari che Cicero negli anni aveva allontanato”.
Per Venturi il lavoro di Cicero, commissario straordinario delle Asi di Enna, Caltanissetta e Agrigento, aveva prodotto “quaranta procedimenti penali, ventisei inchieste in fase di indagine contro soggetti collusi con ambienti mafiosi, politici, burocrati, amministratori e anche ex amministratori dei consorzi Asi, e dieci procedimenti sono già giunti al processo’’. Quando Cicero si dimise “produsse tutte le carte all’allora assessore regionale alle Attività produttive Vancheri e al presidente Crocetta, ma non successe assolutamente nulla. Si voltarono dall’altra parte – continua Venturi – quindi nel successivo ricorso al Cga (Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, ndr) si sono restituiti i lotti, le revoche sono venute meno e si è ridato tutto in mano a quelle aziende e a quelle persone che avevano informative prefettizie atipiche o interdittive’’. E cioè alle aziende mafiose.
Per Varoufakis a Roma, Pizzarotti e De Magistris
Il sindaco di NapoliLuigi De Magistris e i rappresentanti della lista del sindaco di Parma Federico Pizzarotti saranno oggi e domani a Roma per il primo Congresso nazionale di DiEm25, il movimento lanciato nel 2016 dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. La forza politica – il cui nome per intero è “Movimento per la democrazia in Europa 2025” – ha sedi e iscritti in tutta Europa. In Italia è guidata da Lorenzo Marsili, fondatore della ong European Alternatives.
Negli ultimi due mesi in Italia si sono tenute 20 assemblee territoriali che hanno eletto altrettanti coordinamenti regionali. Secondo i promotori, gli iscritti italiani sono già 10 mila, mentre sono 100 mila in tutta Europa. “In Italia stiamo assistendo a una svolta storica tutta a destra – dice Marsili – Occorre ora una strategia coordinata a livello europeo, nazionale e municipale, per affrontare le crisi del nostro tempo, puntando su una profonda democratizzazione dell’Unione Europea che parte dal ripensamento sistemico delle sue istituzioni”.
All’appello hanno risposto De Magistris e Pizzarotti. Il sindaco di Napoli interverrà in apertura del congresso.
Mondadori nel pantano: maxi-esuberi e cessioni
La Mondadori è con l’acqua alla gola. Conquistata a forza da Silvio Berlusconi più di un quarto di secolo fa dopo mesi di battaglie con Carlo De Benedetti, la gloriosa casa editrice ora presieduta dalla figlia Marina inanella un risultato negativo dopo l’altro e per tentare di raddrizzare la baracca i suoi capi non trovano di meglio che preparare una maxi-espulsione di dipendenti: almeno 600 persone su un totale di 2000 nel giro di due-tre anni. I dati economici del primo quadrimestre 2018 confrontati con lo stesso periodo dell’anno precedente sono impietosi: ricavi scesi da 271 milioni di euro a 253 (meno 6,7 per cento), in caduta il risultato netto, meno 13,6 milioni, con un peggioramento di circa 4 milioni e mezzo. E poi i licenziamenti: 5 dall’inizio dell’anno, a sfatare la leggenda che nel gruppo Berlusconi nessuno resta mai a spasso. L’ultimo è avvenuto a metà maggio e ha fatto inalberare i sindacati che per protesta hanno abbandonato il tavolo della trattativa sul contratto avviata all’Assolombarda. Anche i giornalisti hanno reagito e dopo un’assemblea giovedì hanno dichiarato sciopero fino a lunedì della prossima settimana.
A infiammare gli animi ci sono anche i dati sulle retribuzioni dei dirigenti che stridono con la miseria della crisi. Si tratta di cifre sorprendenti: mentre crescono le difficoltà, al numero uno della casa editrice, Ernesto Mauri, manager alle dirette dipendenze di Marina Berlusconi, la Mondadori ha dato più di 4 milioni e mezzo di retribuzione nel 2017, 1 milione e 100 mila di stipendio e 3 e mezzo di bonus, incentivi e premi, tra cui l’Mbo, il premio di risultato. Il capo della finanza, Oddone Pozzi, prende complessivamente circa 600 mila euro, il responsabile dei negozi Mondadori, Mario Resca, si ferma a 200 mila. Pure il truppone dei 300 capi non di prima fascia viene beneficiato con 4 milioni e mezzo complessivi di premio di risultato. E la maggioranza dei dipendenti che resta a bocca asciutta e trema per la paura di perdere il lavoro si chiede per quali lusinghieri risultati capi e capetti siano premiati se la Mondadori sta finendo nel pantano. Mauri è stato confermato da poco alla guida dell’azienda da Marina Berlusconi, ma ha 72 anni e presumendo sia prossimo a lasciare, alle sue spalle si sta scatenando una guerra di successione combattuta sulle macerie.
Dai libri ai negozi, tutti i rami di Segrate appassiscono, ma quello che proprio si sta seccando è il settore dei periodici dove un tempo brillava la gemma di Panorama. A metà degli anni Ottanta del secolo passato, quando Berlusconi non aveva ancora esteso il suo dominio su Segrate e al posto ora occupato da Mauri c’era Franco Tatò, soprannominato Kaiser Franz per i modi bruschi e la germanofilia, la testata considerata la corazzata della casa editrice faceva ogni numero il pieno di vendite e pubblicità e stava puntando al milione di copie settimanali tra edicole e abbonamenti. Da diverso tempo anche Panorama è invece diventato un’enorme grana, con le vendite a picco e i bilanci in disordine. Stando ad autorevoli fonti aziendali il settimanale Mondadori negli ultimi quattro anni è riuscito a perdere la bellezza di circa 30 milioni di euro. Alla guida, come direttore, c’era Giorgio Mulè che alle ultime elezioni è stato candidato da Forza Italia e ora è il portavoce del partito di Berlusconi alla Camera. Nei primi 4 mesi dell’anno i ricavi del settore periodici italiani Mondadori sono scesi da 81,2 milioni a 70,2, con un tonfo del 13,6 per cento. Stessa brutta sorte per i periodici francesi della casa di Segrate, comprati con molto ottimismo alcuni anni fa, ma che stanno finendo nelle secche: nel quadrimestre appena concluso i ricavi dei periodici transalpini sono calati del 6,3 per cento, da 80,7 milioni a 75,6.
Di fronte a questo cataclisma editoriale, i capi della Mondadori stanno impugnando il machete e mentre la Rcs di Urbano Cairo si rafforza e compra, la casa di Segrate vuole vendere tutto il settore periodici. L’acquirente di cui si parla, almeno per la parte italiana, potrebbe essere una vecchia conoscenza di Berlusconi, Antonio Angelucci, eletto il 4 marzo per l’ennesima volta deputato di Forza Italia. Nel frattempo già due periodici stanno uscendo dal perimetro mondadoriano: TuStyle e Confidenze. Li sta comprando il gruppo European Network del serbo Angelo Aleksic che in Italia già pubblica giornaletti di gossip come Eva Tremila, Mio e di oroscopi come Astrella. Secondo i dati della Camera di commercio, Aleksic ha un solo dipendente.
Salvini che fai, salvi i processi?
Querelare o non querelare, questo è il problema. Matteo Salvini si trova nelle mani una patata bollente: deve decidere se ‘graziare’ Francesco Belsito. La Lega ha tre mesi di tempo per querelare il suo ex cassiere nel processo genovese sui soldi in Tanzania. Parliamo degli scandali avvenuti durante il regno di Umberto Bossi. Se Salvini rinuncerà alla querela e al ‘parricidio’ politico, allora il caso sarà chiuso. Ieri sera, però, il segretario della Lega ha lasciato intendere che potrebbe presentare una querela che spezzerebbe in due la Lega: passato contro presente. “Se ci sono le condizioni, e se davvero la Lega è danneggiata, allora compirò azioni legali. Garantito”. La verifica di queste parole nei prossimi 90 giorni.
Tutto nasce dal decreto legislativo che qualcuno ieri in aula a Genova maliziosamente ha definito “Salva-Lega”. La norma del 10 aprile è entrata in vigore proprio la settimana scorsa, a una manciata di giorni dall’appello. Il decreto prevede nuovi limiti alla procedibilità d’ufficio di alcuni reati. Tra quelli baciati dalla nuova norma c’è proprio l’appropriazione indebita (scelta che diversi magistrati criticano e giudicano non molto comprensibile). Senza querela, tutti a casa.
Ma andiamo in aula: a Genova in Corte d’Appello è appena cominciato il processo. In primo grado Umberto Bossi era stato condannato a 2 anni e sei mesi mentre Belsito a 4 anni e dieci mesi (14 mesi per appropriazione indebita, è l’unico condannato per questo reato). I tre ex revisori dei conti – Diego Sanavio, Antonio Turci e Francesco Aldovisi – erano stati condannati rispettivamente a due anni e otto mesi, due anni e otto mesi e un anno e nove mesi. Cinque anni erano andati agli imprenditori Paolo Scala e Stefano Bonet che, proprio ieri, hanno chiesto di patteggiare una condanna a due anni concordata con il procuratore Enrico Zucca.
Lo scandalo era scoppiato nel 2012 e aveva portato alle dimissioni di Bossi. L’appropriazione indebita contestata all’ex cassiere leghista riguarda 5,7 milioni. Belsito, secondo i pm, li avrebbe presi dai conti della Lega e li avrebbe fatti viaggiare tra Cipro e la Tanzania. Ma senza querela della Lega – che finora non si è nemmeno costituita parte civile – questo filone del processo cadrebbe. Rimane la parte dell’inchiesta che riguarda la maxi truffa ai danni dello Stato per 48 milioni di rimborsi. I pm ritengono che Bossi e Belsito abbiano truffato il Parlamento. Finora sono stati recuperati poco più di due milioni.
Ma la vera partita è un’altra: la norma “Salva-Lega” potrebbe avere effetti ben più importanti nel processo milanese dove in primo grado, oltre a Bossi e Belsito, è stato condannato anche Renzo, figlio del Senatur. Tutti accusati di appropriazione indebita. I pm lombardi parlarono di 208mila euro usati da Bossi senior e di 145 mila che Renzo avrebbe utilizzato per una laurea in Albania e un’auto. Ora la prescrizione incombe. E grazie alla nuova norma senza una querela di Salvini non si andrebbe avanti.
Lotta alle baronie per docenti “eticamente ineccepibili”
Se il programma sulla Scuola pubblica è molto definito e in linea con le aspettative degli insegnanti, quello sull’Università è più generico ma comunque improntato al filo rosso del contratto di governo: incrementare le risorse. Si propone, come per i passati governi, di implementare il ruolo dell’Università con il sistema economico e culturale, e tramite la Banca degli investimenti dovranno essere fornite risorse per incrementare l’innovazione. Punto centrale ruota attorno ai docenti che dovranno essere “all’altezza delle aspettative, eticamente ineccepibili”. Quindi niente “baronie” ma criteri meritocratici (ma non si spiega quali). Si potenziano gli enti di ricerca “assicurando adeguate condizioni lavorative e superando la precarietà”, si pensa a rafforzare gli strumenti di verifica sull’operato dei docenti, a ridisegnare il ruolo dell’Anvur e del Cun, e a creare un’Agenzia nazionale della Ricerca.
Più Europa sociale, ma solo per difendere gli interessi nazionali
In fondo all’elenco, rigorosamente in ordine alfabetico, c’è un capitolo che rappresenta un riposizionamento politico. Sull’Unione europea, infatti, il contratto sceglie di non attaccare frontalmente ma di farlo mettendo in luce i valori fondativi di quella che è stata definita Europa sociale e rintracciabili sia nel Trattato di Maastricht sia di Lisbona. Il capitolo quindi impegna il governo a battersi perché siano applicate le linee guida di “un progresso sociale equilibrato e sostenibile”, di addomesticare lo Statuto della Bce, di “affermare l’identità europea sulla scena internazionale” sganciata dalla supremazia “di uno o più Stati-membri” (leggi Germania, ndr) di rafforzare la centralità del Parlamento europeo “in quanto unica istituzione europea ad avere legittimazione democratica diretta”. Lotta quindi al dumping interno alla Ue, ridiscussione del bilancio comunitario, superamento di direttive come la Bolkestein, contrasto a trattati come il Ceta o il Ttip
Voglia di ministero e Web tax contro le agenzie online
Come nella Cultura, ma stavolta con qualche ragione in più, anche per il Turismo si punta a massimizzare i guadagni. A parte lo svarione di cifre – il settore viene indicato al 12% del Pil, ma vale il 4,2 – la proposta centrale è quella di istituire nuovamente il Ministero del Turismo. In due fasi: la prima con l’istituzione del Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio e poi, “attraverso passaggi legislativi graduali e oculati” “si potrebbe creare il Ministero con Portafoglio dedicato”. Si pensa alla “Web tax turistica” per contrastare le Agenzie online del mondo intero, che fanno concorrenza letale agli operatori italiani del settore e all’abolizione della tassa di soggiorno. Prevista una decontribuzione per l’assunzione di giovani, partendo dal riordino della professione di guida turistica e arrivando a una piattaforma nazionale digitale dedicata al turismo non solo come comunicazione, ma anche di e-commerce del prodotto culturale.
Auto elettriche à go-go, ma sul Tav una decisione a metà
Itrasporti parlano il linguaggio della mobilità sostenibile e quindi della “riduzione di autoveicoli con motori alimentati a diesel e benzina”. Saranno contenti all’Enel, un po’ meno all’Eni. Auto elettriche, con contributo al seguito, car sharing, applicazione del principio europeo “chi inquina paga”, reti ciclabili urbane e bike-sharing, questa è la ricetta.
Per i porti si propone di potenziare i porti “gateway” (come Genova, ndr), invece di quelli di “transhipment” (come Gioia Tauro, ndr) mentre il trasporto strategico resta quello ferroviario. Sia a livello regionale che ad “alta capacità” per vedere riconosciuto il nostro ruolo di leader della logistica nel Mediterraneo.
Il Tav Torino-Lione va ridiscusso ma nel quadro dell’accordo tra Italia e Francia. Una posizione più moderata di quella iniziale che prevedeva la sospensione. Sulla Rai ci si limita a dire basta alla lottizzazione.