Anche per il cavallo di battaglia dei Cinque Stelle si prevedono poche, pochissime righe. Le misure sono in realtà già note e vengono semplicemente elencate. Il primo punto relativo ai costi della politica, riconduce “il sistema previdenziale (dei vitalizi o pensionistico) dei parlamentari, dei consiglieri regionali e di tutti i componenti e i dipendenti degli organi costituzionali (a partire dalla Corte costituzionale, ndr) al sistema previdenziale vigente per tutti i cittadini”. Con un’aggiunta: “Anche per il passato”. Quindi con retroattività. Come realizzarlo a leggi e Costituzione vigenti non è chiaro, ma questo è l’intento. Poi si passa a “razionalizzare l’utilizzo delle auto blu e degli aerei di Stato” oltre che delle scorte personali. Infine, il taglio delle pensioni d’oro, individuate in quelle superiori ai 5.000 euro netti mensili, “non giustificate dai contributi versati”. Il tutto, fa notare Carlo Cottarelli, dovrebbe fruttare circa 500 milioni. Una goccia, ma simbolica.
Stavolta il Mezzogiorno è tutto un programma
Potrebbe trattarsi del classico caso di excusatio non petita, accusatio manifesta. Il punto sul Sud è stato infatti inserito nell’ultima bozza dopo le tante polemiche di chi aveva notato la sua mancanza nelle bozze precedenti. E quindi si scrive che, “contrariamente al passato, con riferimento alle Regioni del Sud, si è deciso di non individuare specifiche misure con il marchio ‘Mezzogiorno’, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste nel presente contratto” sono orientate a uno “sviluppo economico omogeneo per il Paese”.
In effetti nel contratto c’è, più di tutte, la misura del reddito di cittadinanza, poi le misure relative alle pensioni, la stessa Banca degli investimenti che ricorda la Banca del Mezzogiorno istituita da Tremonti, le assunzioni nella scuola, nella Difesa e nella Polizia che vanno nella direzione di tranquillizzare l’elettorato meridionale. Saranno però le misure concrete a confermare questo giudizio.
Il governo consiglia: fate moto, fa bene alla salute
Nel programma fa bella mostra il capitolo sullo Sport anche se non vengono indicate cifre e interventi concreti. L’introduzione è dedicata all’importanza della pratica motoria e sportiva per la qualità della vita, la prevenzione delle malattie e quindi la riduzione della spesa sanitaria.
Si pensa di aumentare il monte ore dedicato alla disciplina introducendo la figura del laureato nella scuola primaria (ma non si spiega se al posto o accanto alle attuali maestre).
Si introduce l’Anagrafe degli impianti sportivi per effettuare interventi concreti e si prevede la riforma del Coni riportandolo sotto il pieno controllo del governo fatta salva l’autonomia tecnico sportiva. Previste le agevolazioni fiscali e contributive per le piccole associazioni dilettantistiche e anche un Fondo di garanzia a favore di queste strutture per realizzare ristrutturazioni di impianti sportivi.
Più poliziotti, sgomberi e chiusura dei campi Rom
Come in tutto il comparto pubblico, anche qui la strategia scelta è “aumentare i fondi a disposizione del comparto per prevedere il potenziamento degli organici”. Oltre alle assunzioni, agli agenti verrà data in dotazione una videocamera sulla divisa “per filmare quanto accade durante il servizio”, ma non è previsto il codice di identificazione. “Stabilizzazione dei rapporti di lavoro” per i Vigili del Fuoco, mentre è prevista la lotta al “cyberbullismo con “sanzioni amministrative nei regolamenti scolastici”. Lotta al Gioco d’azzardo con il divieto assoluto di pubblicità e tessera personale per prevenire l’azzardo minorile. E poi, sgomberi delle occupazioni abusive “attraverso l’azione ferma e tempestiva qualora non sussistano le condizioni di necessità”. E sgombero dei campi Rom con la chiusura di tutti i campi irregolari, contrasto ai roghi tossici, obbligo di frequenza scolastica per i minori.
Buona scuola bye bye e fine dell’alternanza scuola-lavoro
Se sul Lavoro il programma è inferiore alle attese di molti, sulla Scuola ci sono meno esitazioni. La “buona scuola” di Renzi viene infatti superata “con urgenza” per “un necessario cambio di rotta”. Come parametro si decide di affrontare il problema delle “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica e delle graduatorie per l’insegnamento. Si guarda alla recente urgenza dei “diplomati magistrali” che rischiano il posto e anche qui, come in tutto il programma, si promettono “assunzioni”. Quindi, revisione del sistema di reclutamento, invocata da anni dai docenti precari, fine della “chiamata diretta” da parte dei presidi, “strumento tanto inutile quanto dannoso”, rafforzamento degli insegnanti di sostegno, formazione continua per i docenti e, per gli studenti, fine dell’alternanza scuola-lavoro, che si è trasformato “in un sistema inefficace” e che “non può che considerarsi dannoso”.
Dopo decenni non si taglia più, ma si assumono laureati
Nel solco del programma sociale del governo gialloverde, per la prima volta dopo decenni alla voce Sanità non sono previsti tagli. Almeno non apparentemente (potendosi nascondere sempre sotto ipotetici risparmi di sprechi). L’idea, invece, è di rifinanziare il servizio pubblico a tutela del principio universalistico su cui si fonda la legge del 1978. Si propone di modificare il sistema di nomina di dirigenti generali e sanitari, di “ridurre al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini”, di rafforzare “strutture a bassa intensità di cura” per alleggerire ospedali e Pronto soccorso, assumere medici, addirittura rivedere il numero chiuso alle facoltà di Medicina e aumentare le borse di studio per gli specializzandi. Ha fatto molto discutere, ma occupa solo una parte residua, il capitolo vaccinazioni che stabilisce “il giusto equilibrio tra il diritto all’istruzione e il diritto alla salute”. Di fatto, eliminando il divieto di ingresso a scuola dei bambini non vaccinati.
Vincolo di mandato, Cnel ma anche un po’ di Roma Capitale
Ricco e abbondante il proposito di riforme istituzionali, alcune delle quali prevedono cambiamenti costituzionali. Si parte dalla riduzione del numero dei parlamentari a 400 deputati e 200 senatori, si continua con “forme di vincolo di mandato” per arginare “il sempre più crescente fenomeno del trasformismo”. I grilloleghisti invocano la Costituzione portoghese e il regolamento dei gruppi parlamentari in Spagna. In ogni caso andrebbe modificato l’articolo 67 della Costituzione. Come Renzi, si propone l’abolizione del Cnel e la modifica del referendum (art. 75 Costituzione) con l’abolizione del quorum e l’introduzione del referendum propositivo. Meno esplosiva è la modifica dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio che prevede, ora, “una maggiore flessibilità dell’azione di governo”, mentre si rilancia fortemente l’autonomia delle Regioni. Previsto infine anche il progetto di Roma Capitale come auspicato da Virginia Raggi.
Un costo di 17 miliardi per un assegno da 780 euro mensili
Dopo i fiori all’occhiello di Salvini, ecco quello di Di Maio: il Reddito di cittadinanza. C’è ed è rivolto a coloro “che versano in condizione di bisogno”. L’ammontare è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà e l’ammontare è calcolato in 780 euro mensili per persona singola. L’erogazione presuppone un impegno attivo del cittadino a cercare lavoro e cessa se, nell’arco di due anni, vengono rifiutate tre proposte dai centri dell’impiego. I quali vengono rafforzati con un finanziamento di 2 miliardi per potenziarli su tutto il territorio nazionale. Ai fini della copertura il piano prevede un “dialogo nelle sedi comunitarie” al fine di garantire l’utilizzo del 20% “della dotazione complessiva del Fondo sociale europeo” per istituire un reddito di cittadinanza. Accanto al reddito è prevista anche la pensione di cittadinanza, portando a 780 euro gli assegni previdenziali inferiori a quella cifra.
Più assegni di maternità ma niente asili per gli immigrati
Si legge Famiglia e si traduce in politiche per le donne. Ma solo se sono madri. Il welfare familiare, infatti, è descritto come la possibilità per le donne “di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati”. Quindi, innalzamento dell’indennità di maternità, un premio a maternità conclusa per le donne che tornano al lavoro e sgravi contributivi alle imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli. C’è anche spazio per la “Iva zero” sui prodotti neonatali (i pannolini di Salvini). Le uniche madri che non vanno bene sono quelle straniere a cui è precluso l’asilo nido gratuito riservato alle sole famiglie italiane.
Nel diritto di famiglia si dispone l’equilibrio tra le figure genitoriali nell’affidamento dei figli con obiettivi di “tempi paritari tra i genitori” e con norme di contrasto al fenomeno “dell’alienazione parentale”, la crisi cioè dei padri separati.
Con 5 miliardi e quota 100 si supera la legge Fornero
Poche, pochissime righe per uno dei pezzi forti della propaganda elettorale leghista e fiore all’occhiello di Matteo Salvini. L’abolizione della legge Fornero, che abolizione non è ma riforma, viene descritta in quattro capoversi. Il primo stanzia 5 miliardi di euro “per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie a oggi escluse”. La somma non consentirà esodi di massa, ma ristabilisce una prospettiva per migliaia di lavoratori che dal 2011 sono senza speranze. Per uscire dal lavoro si stabilisce la “quota 100” come somma dell’età e degli anni di contributi portando poi l’età pensionabile a 41 anni di anzianità contributiva (comunque un numero enorme, si pensi a chi inizia a lavorare a 30 anni). Si ipotizza la separazione tra previdenza e assistenza nella contabilità Inps e si prolunga la misura sperimentale “opzione donna” che consente alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in pensione.