Più fondi, più indennità e una cultura dell’attenzione

Il ministero per le disabilità era una delle proposte di Matteo Salvini in campagna elettorale. E ora finisce nel programma con un punto apposito. In generale prevede il rafforzamento dei fondi sulla disabilità e la non autosufficienza assicurando “l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione”. Si propone di escludere i trattamenti indennitari, comprese eventuali carte di debito, dal calcolo dell’ISEE e si propone di innalzare l’indennità di invalidità civile adeguandola alla pensione sociale (da 282 euro circa a 373). Si passa poi a “una migliore specializzazione degli insegnanti per il sostegno” nella scuola e al contrasto “ai pregiudizi sulla disabilità”. Si prevedono misure di housing sociale per favorire l’accesso delle persone con disabilità ad abitazioni di recente costruzione. Si pensa anche all’istituzione di un Garante regionale per monitorare inadempienze e violazioni dei diritti. Un fiore all’occhiello o una svolta vera?

Aumento delle pene, Daspo e, forse, l’ agente provocatore

Trattandosi di due partiti legalitari e interpreti dell’indignazione popolare, la lotta alla corruzione nel programma di governo ha uno spazio minimo ma molto preciso. Si parte dall’aumento delle pene “per tutti i reati contro la Pubblica amministrazione di tipo corruttivi” e si introduce il Daspo per corrotti e corruttori, “ovvero l’interdizione dai pubblici uffici e la perpetua incapacità a contrarre con la Pubblica amministrazione”. Si progetta l’introduzione “dell’agente sotto copertura” e si mette “a valutazione” la contestata figura dell’agente provocatore, incaricato di far emergere i fenomeni corruttivi pur in assenza di reati. Si propone “il potenziamento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione” oggi guidata da Raffaele Cantone, e si punta a rafforzare le tutele per il “whistleblower”, il funzionario che denuncia i fenomeni corruttivi nel proprio posto di lavoro accettando i conseguenti rischi personali.

Salario minimo ma rimane il Jobs Act e tornano i voucher

Il capitolo sul Lavoro delude le attese di chi si aspettava la revisione del Jobs act e la reintroduzione dell’articolo 18. Il progetto-vetrina di Renzi è solo criticato, promettendo una iniziativa “di contrasto alla precarietà per costruire rapporti di lavoro più stabili”.

Una misura che non piacerà ai sindacati, ma può essere molto positiva l’introduzione del salario minimo orario nei settori “in cui la retribuzione minima non sia fissata dalla contrattazione collettiva”. Per converso rifanno capolino i voucher la cui “cancellazione totale ha creato non pochi disagi”. La proposta è di introdurre “un apposito strumento, chiaro e semplice, che non si presti ad abusi”, ma la logica è quella. Si punta a rafforzare i Centri per l’impiego, a riformare la formazione e a favorire una formazione secondaria superiore “di tipo tecnico professionale”. Ritorna l’idea di ridurre il cuneo fiscale, che però impatterà sui contributi previdenziali.

Rivedere Dublino, con più rimpatri e meno accoglienza

Il cuore del programma leghista è basato sulle espulsioni, senza spiegare come saranno fatte. Si comincia con il “superamento del Regolamento di Dublino” e, conseguentemente, si chiede “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Ue”. Le procedure per la verifica del diritto allo status di rifugiato devono essere più veloci e si progettano “specifiche fattispecie di reato” commessi dai richiedenti asilo per facilitarne l’espulsione (reggerà?). L’accoglienza deve passare alle Regioni e occorre vigilare sui fondi a disposizione delle società private, ma occorre prevedere “sedi di permanenza temporanea finalizzate al rimpatrio”. Ci sono 500 mila migranti irregolari e pertanto “una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria”. Per eseguirla la detenzione può durare fino a 18 mesi e le risorse finanziarie dell’accoglienza devono essere destinate “al Fondo rimpatri”.

Più pene per tutti e legittima difesa. Vaghezza sulle mafie

La Giustizia è un programma corposo, certamente non definibile come garantista e riassumibile in “più pene per tutti”. Si parte dalla riforma dell’elezione del Csm e dall’impossibilità per i magistrati che si candidano in politica di tornare indietro, al riempimento delle piante organiche e al ripristino di sedi giudiziarie. Gagliardetto leghista è la legittima difesa domiciliare a cui eliminare “gli elementi di incertezza interpretativa”, la revisione del rito abbreviato, l’inasprimento delle pene per violenza sessuale, femminicidio e stalker, l’inasprimento delle pene per i minori, l’inasprimento delle pene in genere contro la depenalizzazione di reati, più carceri invece dell’alleggerimento delle pene, maggiori assunzioni, espulsioni dei detenuti stranieri, e “rivisitazione sistematica di tutte le misure premiali”, inasprimento del 41-bis. Poco o nulla sulle mafie a eccezione di una “seria politica di confisca dei beni”.

L’Italia diventa un paradiso fiscale. L’idea dei mini-Bot

Se sul debito pubblico il faro è Keynes, sul Fisco si guarda a Milton Friedman e al liberismo sfrenato. Il progetto oltre a promettere la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento dell’Iva e l’eliminazione delle accise sulla benzina, punta a una doppia “flat tax” al 15 e 20% a dividere i redditi di 80 mila euro. Per le imprese si scende invece dal 24 al 15%. L’Italia si avvicina a essere un paradiso fiscale. Accanto a questo si punta a realizzare la “pace fiscale” condonando i debiti verso l’Erario per chi “dimostra difficoltà economiche”, si abolisce il redditometro e lo spesometro e in genere evitando “ogni forma di pressione tale da ingenerare uno ‘stato di paura’”. Proposta esplosiva: i mini-Bot, cioè la cartolarizzazione dei crediti verso lo Stato che molti indicano come una forma di doppia moneta interna. Prevista anche la tassazione “dei grandi capitali esteri”, ma non viene spiegato come (è la Google tax?).

Amici degli Usa e della Russia, ma il nodo è il Mediterraneo

La politica estera potrebbe far contento Silvio Berlusconi perché è all’insegna dello spirito di Pratica di Mare. Ricordate? L’idea di riappacificare Usa e Russia. Si conferma così “l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti quale alleato privilegiato” ma si chiede allo stesso tempo “il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”. Non si parla di Unione europea se non per ribadire che occorre “rifocalizzare l’attenzione sul fronte sud”. La Russia non è una minaccia, ma un partner, mentre “è nel Mediterraneo che si addensano più fattori di instabilità quali: estremismo islamico, flussi migratori incontrollati”. Un’idea coerente con la politica sulle migrazioni e che disegna un protagonismo militare verso la sponda sud del Mediterraneo. Il programma propone di rivedere il voto degli italiani all’estero e punta a “riorganizzare la rete diplomatica e consolare per garantire adeguati servizi” agli italiani che emigrano all’estero.

Revisione delle missioni estere e assunzioni per i generali

Il capitolo Difesa non prevede soluzioni particolari se non un piano massiccio di assunzioni che farà felici i generali italiani. In particolare si pone l’attenzione sul “ricongiungimento familiare”, a beneficio soprattutto delle famiglie meridionali (a riprova che in effetti l’attenzione al Sud c’è) che mal si concilia con le esigenze della Difesa attuale. Anche se, nella politica estera, il contratto pone il problema di affrontare l’esposizione mediterranea dell’Italia. In ogni caso, alle Forze Armate si chiede di utilizzare il proprio “know how in ambito non prettamente bellico” e quindi a fini civili come “la progettazione e costruzione di navi, aeromobili e sistemistica high tech”. Si prevedono “nuove assunzioni con aumento delle dotazioni e mezzi”. Pur rimanendo generico c’è il riferimento alla rivalutazione delle missioni internazionali, senza specificare quante e quali eventualmente ridurre e/o limitare.

Il ritorno a Keynes e alla spesa come motore di crescita

Con il capitolo 8 si procede alla riabilitazione di Keynes. La riduzione del debito pubblico, infatti, non avverrà più “per mezzo di interventi basati su tasse e austerità” bensì tramite la crescita del Pil sia con l’aumento della “domanda interna”, a opera dei maggiori investimenti e delle “politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie”, sia con l’aumento della domanda estera con il supporto alle esportazioni (vedi Banca degli investimenti). Alla Commissione europea si chiederà di “scorporare gli investimenti pubblici produttivi dal deficit corrente di bilancio” come ha fatto anche Renzi, mentre le coperture delle proposte del contratto si baseranno “sul recupero delle risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Delle tre voci l’unica chiara è quest’ultima, il deficit spending keynesiano. Scompare invece la proposta di sterilizzare 250 miliardi di debito pubblico detenuto dalla Bce.

Parola d’ordine: farla fruttare, anche con spettacoli dal vivo

Come ha fatto notare su queste pagine Tomaso Montanari, il capitolo Cultura è all’insegna della parola “sfruttamento”. L’idea di fondo è quella di “valorizzare a dovere” le risorse culturali puntando allo “sviluppo del turismo in tutto il territorio”. Lo Stato non deve limitarsi alla conservazione del bene, “ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile”. Infatti, “la cultura è un motore di crescita di inestimabile valore” che va quindi messo a profitto. Musei, siti storici, archeologici e dell’Unesco “devono tornare a essere poli di attrazione e di interesse internazionale”. Un accento particolare, invece, è messo sullo “spettacolo dal vivo” che viene limitato dall’attuale sistema di finanziamento regolato dal Fondo unico per lo spettacolo (Fus) che si propone quindi di riformare mettendo al centro “la qualità dei progetti artistici”. Non è escluso che si debba rimpiangere il ministro Franceschini.