Ampio e generico, tocca i sindaci ma non cita Silvio

Il conflitto di interessi è un punto del programma molto debole e non prevede misure chiare che possano riguardare il re del conflitto di interessi, Silvio Berlusconi.

Nella formulazione finale, intanto, rimane lo svarione della Giunta per le elezioni, organo parlamentare, definita come composta “essenzialmente” da politici (ovvio). Si propone di “cambiare l’ambito di applicazione della disciplina” estendendo l’ipotesi di conflitto “oltre il mero interesse economico”. Quindi anche “in assenza di un vantaggio immediatamente qualificabile come monetario” (magari un parente, un’assunzione, un interesse localistico, chissà). Vengono coinvolti anche coloro che non hanno incarichi di governo come “i sindaci delle grandi città o i dirigenti delle società partecipate dallo Stato” e che hanno il potere di influenzare decisioni politiche. Tutto giusto, ma da come si normerà dipenderà anche il funzionamento dello Stato. Intanto Silvio può stare tranquillo.

Il ritorno alla Cassa pubblica e l’eliminazione del “bail-in”

Altro che Maastricht e Bce, il capitolo 5 prevede la creazione di una Banca per gli investimenti, con “esplicita e diretta garanzia dello Stato” e sotto la supervisione del Mef e del Mise. Insomma, una banca pubblica, di quelle che non esistevano più. I suoi obiettivi sarebbero il “cofinanziamento delle piccole e medie imprese ” e in particolare l’aiuto all’export con un “credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di sviluppo”. Quanto al risparmio, si prevede di rivedere il sistema del “bail in”, salvaguardando i piccoli azionisti delle banche fallite, inasprendo le pene “per i fallimenti dolosi”, responsabilizzando management e autorità di controllo. È chiaro che si metteranno le mani sul Montepaschi, “ridefinendone la mission”, ma soprattutto si pensa a una legge che farebbe tornare ai tempi del Glass-Steagall Act che prevedeva la separazione tra banche di investimento e credito al pubblico. Se si facesse davvero sarebbe una rivoluzione.

L’economia circolare al centro L’Ilva potrebbe chiudere

Ampio e dettagliato il capitolo sull’Ambiente e collegato a una chiara visione: l’economia circolare. Il termine è ripetuto più volte, si fa riferimento a una eccellenza italiana rappresentata dalla Provincia di Treviso nota al mondo per l’esperimento di riciclaggio dei pannolini e comunque fiore all’occhiello di una sensibilità leghista al tema. L’economia circolare si basa sul principio che l’economia si rigenera da sé, evita gli sprechi, si basa sul riciclo. E quindi garantisce di “portare la questione ecologica al centro della politica”. Accanto a questo si propone di fermare “il consumo di suolo” attraverso la rigenerazione urbana. I palazzinari dovrebbero essere contrari, ma vedremo in pratica. Trova posto in questo capitolo la questione Ilva di Taranto per la quale si propone “la progressiva chiusura delle fonti inquinanti” con relativa bonifica e salvaguardia dell’occupazione. Una chiusura a metà che andrà precisata ancora.

Contro la Pac europea: il Made in Italy e le quote latte

Se nel capitolo sull’acqua pubblica si avverte la mano del Movimento 5 Stelle in quello sull’Agricoltura è più forte la scrittura leghista. Il capitolo ha una chiara vocazione nazionalista contro la Politica agricola comune (Pac) nei cui confronti il governo italiano “è stato storicamente remissivo”. Occorre quindi rimediare con una “nuova presenza a Bruxelles” per “riformare la politica agricola comune”. L’impegno prioritario è dunque quello di “tutelare le eccellenze del “Made in Italy” e quindi una base agricola di piccole e medie imprese che costituisce il nerbo del consenso leghista. Secondo obiettivo è quello di considerare i Trattati europei con i Paesi terzi come “misti” e quindi sottoposti a ratifica dagli Stati membri.

L’obiettivo più insidioso, però, sembra essere ancora quello relativo alle “quote latte”. A inizio anni 90 gli agricoltori padani produssero più latte di quanto consentito dalla Pac e incapparono nelle multe europee. Si stimano circa 1,3 miliardi di euro da pagare all’Agenzia nazionale per le erogazioni in agricoltura (Agea). E proprio la riforma dell’Agea è l’obiettivo del contratto. Oltre a essere l’ente destinatario delle multe, l’Agea eroga ogni anno circa 4-5 miliardi di euro provenienti dai fondi europei e destinati alle Regioni. Un obiettivo sensibile.

Il rispetto del referendum che fa imbestialire i privati

Sta già facendo infuriare i privatizzatori di tutta Italia l’articolo 2 del contratto di governo. Si intitola “Acqua pubblica” e rappresenta forse il capitolo più esplicito e chiaro del programma “gialloverde”, di chiara impronta grillina anche se la stessa Lega aveva sempre dichiarato di stare dalla parte del servizio pubblico.

L’articolo, infatti, dichiara di voler “investire sul servizio idrico integrato di natura pubblica applicando la volontà popolare espressa nel referendum del 2011”. Una bella giravolta per la Lega che in quell’anno faceva parte del governo Berlusconi contro cui si recò alle urne la maggioranza dell’elettorato infliggendo all’esecutivo una bella sconfitta. Ora si punta alla “costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua”, in sintonia con quella miriade di comitati che consentirono la vittoria al referendum e che costituisce uno spauracchio per le manovre che attorno a società come Iren o A2A presentano interessi più che forti e volenterosi di appropriarsi di un bene primario. Non è un caso che proprio su questo punto si sono accaniti, insieme al capitolo europeo, i principali giornali italiani.

Il capitolo prosegue con la volontà di “rinnovare la rete idrica, bonificare le tubazioni dalla presenza di amianto e piombo, ridurre al minimo le perdite”.

Comitato di conciliazione più sfumato, compatti nella Ue

Trattandosi di un patto a due, il Contratto per il governo del cambiamento siglato da M5S e Lega Nord inizia con la “cooperazione tra le due forze politiche”. Un gentlemen agreement che mira a “fornirsi tempestivamente informazioni” e a “non mettere in minoranza l’altra parte in questioni di fondamentale importanza”. Viene ridimensionato il contestato “Comitato di conciliazione” che in fondo era solo un modo per normare i vertici di maggioranza (fatti da tutti, spesso in segreto). Ora, la composizione del Comitato viene “demandata ad accordo tra le parti” (ma forse era meglio renderla esplicita). Riduce l’agibilità dei deputati il fatto di dover chiedere ai presidenti non solo del proprio gruppo ma anche dell’alleato il via libera alla calendarizzazione delle iniziative legislative (ma vige comunque il regolamento parlamentare). I due partiti decidono di presentarsi poi al “coordinamento politico con l’Europa” in “assetto compatto”, cioè concordando le linee guida che i vari ministri terranno nelle diverse formule del Consiglio europeo (sono dieci, dal Consiglio dei ministri esteri all’Ecofin, etc.). Viene infine previsto un “Codice etico dei membri del governo” basato sulla legge Severino, ma anche sul divieto di appartenere alla massoneria e sulla non sottoposizione a processi per reati gravi.

Salvimaio contratto double face

Il contratto è pronto. Quello che è stato definitivo un “ircocervo” rappresenta in effetti un documento double face in cui convivono un’anima liberista e una più sociale e con venature keynesiane. Il tutto condito da un ingrediente inquietante rappresentato dalle politiche nei confronti di migranti, Rom e stranieri in generale. Ammorbidite le misure più contestate nei giorni scorsi, come il Comitato di conciliazione e la richiesta alla Bce di sterilizzare 250 miliardi del debito interno acquistato dalla Banca centrale, si nota un rapporto più equilibrato nei confronti della Ue a cui si chiede di tornare alla propria natura “sociale”. Il reddito di cittadinanza convive con una “flat tax” che trasforma l’Italia in un paradiso fiscale, la Nato convive con la Russia, il condono fiscale con il “carcere vero agli evasori”. Misure chiare sulla corruzione, ma non sul conflitto di interessi, articolato il programma sulla giustizia, molto generico quello sulle mafie. Niente di significativo sul lavoro, ma sulla scuola si fanno contenti insegnanti e studenti. Per la prima volta si vede un programma che non prevede tagli a sanità e pensioni, ma sull’immigrazione si fa l’elogio delle espulsioni fino alla cattiveria degli asili nido gratuiti negati agli stranieri. Un programma double face che alla fine dovrà dimostrare una cosa su tutte: trovare le coperture per 100 miliardi.

L’Unità non va all’asta. Gli stipendi arretrati pagati ai giornalisti

L’unitànon andrà più all’asta. La società di Pessina e Stefanelli, ultimi editori della storica testata fondata da Antonio Gramsci, ha pagato gli stipendi arretrati ai giornalisti, compresi gli interessi e le spese legali. Così ieri il giudice Federico Salvati ha accolto la richiesta e ha annullato l’asta, che si sarebbe tenuta lunedì. I proprietari hanno liquidato la somma in un’unica soluzione: il Tribunale la distribuirà ai giornalisti, ma non ai poligrafici che non avevano aderito all’azione legale. “Per i lavoratori dell’Unità – dicono gli avvocati dei giornalisti Iolanda Giordanelli e Valerie Stella De Caro Giordanelli – è una grande vittoria. Grazie al pignoramento della testata giornalistica hanno ottenuto in brevissimo tempo il pagamento degli stipendi loro dovuti”. Il pignoramento ha effetto sino a fine ottobre.

“La storica testata non va più all’asta e rimane quindi nella piena titolarità di Unità s.r.l. – fa sapere l’editore Piesse – la società sta facendo e farà quanto necessario per mantenerne integro il valore”. Entro fine maggio uscirà un numero speciale dell’Unità: un provvedimento necessario per evitare la decadenza della testata, visto che la sua pubblicazione è cessata da un anno.

“Non sono barbari, ma rischiamo il default”

“Sono curioso, ma anche preoccupatissimo, perché l’Italia non può scherzare col fuoco. Dopo aver assaggiato pessime minestre, è comprensibile che gli italiani avessero voglia di provare una pietanza nuova”. Massimo Cacciari – filosofo, esponente di sinistra, ex sindaco di Venezia – guarda al nascituro governo Di Maio-Salvini senza pregiudizi, ma con notevole scetticismo.

Lega e M5S hanno chiuso il contratto. Cosa ne pensa?

Non voglio entrare nel merito dei singoli provvedimenti (guardo con favore al reddito di cittadinanza, sono contrario alla flat tax), ma in generale mi sembra una presa in giro. Si tratta di provvedimenti realizzabili solo con un mutamento radicale delle politiche economiche e finanziarie dell’Ue. Salvini e Di Maio hanno fatto un programma basato sulla mancia che ti dà il papà. Ma se poi i soldi che arrivano sono di meno o non ci sono per nulla? È un programma puramente elettorale, mentre ora bisognerebbe cercare di trovare soluzioni sic stantibus rebus.

Ci sarà un comitato di conciliazione in cui i leader risolveranno eventuali problemi.

I caminetti e le cabine di regia ci sono sempre stati, metterlo o no nel programma è indifferente. Il problema è un altro: realizzare progetti fattibili, non scrivere il libro dei sogni. Se perseguissero solo il 10% di ciò che prevede il contratto, finiremmo in default tipo Grecia nel giro di due settimane.

Cosa pensa delle reazioni internazionali, come quella di Macron?

L’Europa è preoccupata e ne ha motivo. Ma in Italia non stanno arrivando i barbari. E, nel caso, non mi dispiacciono le parole di Salvini: meglio barbari che servi. Un po’ di populismo è positivo, anche se per governare è inutile.

Dovremmo farci sentire di più?

Possiamo farlo solo se ci dimostriamo seri e affidabili. Poi sulle questioni internazionali, ad esempio i rapporti Usa-Russia, non contiamo nulla. Più stiamo zitti, meglio è.

Nascerà questo governo?

Sì, perché Di Maio e Salvini non vogliono suicidarsi. Però una cosa è conquistare il principato, altro è farlo durare. Su quanto possano andare avanti mi permetto di essere scettico.

Che idea si è fatto sui nomi in circolazione per la squadra?

Dei leader posso avere anche una certa stima, gli altri mi sembrano illustri sconosciuti. Chi sono, che storia hanno? Se non conoscono il funzionamento della macchina dello Stato finiranno per essere stritolati, come è successo a Renzi. Non ne faccio un problema di età: un leader può essere giovane, ma deve dotarsi di una squadra esperta e competente.

Tra Di Maio e Salvini chi sta vincendo la partita?

Senza dubbio Salvini, che ha dietro un partito vero, strutturato sul territorio, che governa in tante amministrazioni. Poi perché Salvini ha un piano B: se gli va male, tra un anno si presenterà alle elezioni alla guida del centrodestra. I 5 Stelle, invece, si giocano tutto. E hanno un elettorato volatile, molto sensibile ai temi etico-morali e ai compromessi della politica. Fossi Salvini non farei il ministro: starei fuori e lascerei fare il premier a Di Maio.

Pd, ultimo scontro al buio. E Renzi, nella conta, rischia

“Ciao, domani ce l’abbiamo il tuo voto?”. Matteo Renzi ieri ha chiamato i deputati, che sulla carta sarebbero suoi, ma che non è sicuro di controllare. In tutto, i suoi sarebbero 45 (su 67), mentre i senatori sono 33 (su 52). Stamattina all’Ergife il Pd si riunisce per l’Assemblea rimandata per 75 giorni, dopo le elezioni del 4 marzo. E per tutto il giorno si sono riunite le correnti e i caminetti, si sono incontrati gli sherpa (ovvero Lorenzo Guerini e Graziano Delrio, per Matteo Renzi con Dario Franceschini e Maurizio Martina) alla ricerca di una mediazione, che per l’ennesima volta permettesse al partito di non decidere e di andare avanti con una diarchia: Renzi da una parte, Martina, con dietro Franceschini, Orlando, Emiliano, dall’altra. Ciascuna fazione ha consultato il suo pallottoliere. Incerto. L’Assemblea è stata eletta un anno fa, si è riunita da allora una sola volta (il 7 maggio 2017) e poi mai più. In origine, la maggioranza del segretario eletto, ovvero Renzi, era schiacciante e in gran parte composta di fedelissimi. Per eleggere un Segretario in Assemblea – anche di transizione – servono i 2/3 dei componenti.

E nessuno sa davvero su chi può contare. A partire dai 300 eletti dalle Assemblee regionali: soprattutto sui territori, Renzi dopo la frattura dovuta alla composizione delle liste, non sa più se tiene il partito. E così, per tutto il giorno tutti hanno cercato una mediazione per potersi consentire di “non decidere”. Il segretario dimissionario ha fatto sapere di essere pronto a rinunciare ad aprire la riunione (nonostante avesse già scritto un intervento) e di lasciare la scena a Martina. In cambio di un rinvio: il voto, la prossima volta. In un’altra Assemblea da fare a luglio. In questa, solo una discussione politica. La motivazione ufficiale: nessuno avrebbe capito un Pd occupato a litigare, mentre Lega e Cinque Stelle fanno il governo. D’accordo con lui erano anche Paolo Gentiloni, Graziano Delrio, Marco Minniti. Ma Martina, riunito con Orlando, Franceschini e i suoi dalla mattina, voleva una legittimazione. Non sicuro dei numeri si sarebbe accontentato anche di una legittimazione a metà: e dunque, un ordine del giorno che gli conferisse il mandato di convocare il congresso entro l’anno e lo confermasse Reggente come vice segretario. Troppo per Renzi, che Martina non vuole legittimarlo. Anche perché sullo sfondo, c’è un fatto: chi regge il partito fa le liste. Il governo sembra stia proprio per nascere, allontanando le elezioni, ma non si sa mai. Il rischio è troppo alto. E dunque, in serata ha detto di no.

Nel frattempo, Lorenzo Guerini continua a mediare. Ma Renzi in prima battuta proverà a far convocare a Matteo Orfini direttamente il congresso. Peccato che lo stesso Orfini, l’ultima volta che ci furono dimissioni di un segretario, disse che a norma di Statuto prima di convocare le assise bisognava verificare la possibilità di eleggere un segretario. I martiniani, dunque, chiederanno lo stesso trattamento e presenteranno Martina. A quel punto, Renzi potrebbe schierare Guerini. Tutto diventa possibile. Potrebbe, insomma, finire oggi la situazione di confusione che va avanti dalle elezioni. Che vede un Renzi dimesso, ma non formalmente, e tuttora segretario ombra. Tanto che 24 intellettuali cattolici vicini al Pd hanno firmato una lettera per chiedere al proprio partito di riferimento: “Ora decidi chi sei”.

Riavvolgiamo il film e torniamo al 4 marzo. “Renzi si dimette domani”. “Matteo ci sta pensando”, si rincorrevano le voci durante la notte. “Nel primo pomeriggio annuncerà le dimissioni”. Le voci si rincorrevano, continue. Mentre l’allora segretario era riunito con il Giglio magico. Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi in prima fila a chiedergli di non lasciare. “Ovvio che mi dimetto”, ma “solo dopo la formazione del governo”, diceva quando alla fine appariva di fronte alle telecamere, nervoso e sbrigativo. E poi, il giorno dopo, costretto dai colleghi di partito, faceva sapere: “Non ci sono. Ho consegnato le mie dimissioni a Orfini. Faccio il senatore di Scandicci”. In questa presenza/assenza ha continuato a mantenere il Pd in (semi) pugno, riuscendo più che altro a bloccare le iniziative altrui (come il dialogo con i Cinque Stelle). Da parte loro, tutti gli altri non sono mai voluti arrivare alla conta definitiva e risolutrice. Tanto è vero che la prima Assemblea, prevista il 20 aprile, è stata rimandata per volere di Renzi.

L’ex premier dunque oggi aprirà. Un intervento battagliero, in cui accuserà gli altri di aver vissuto in questi anni alle sue spalle. Poi, si potrebbe votare. Sarebbe la prima volta nel Pd dell’era Renzi che si arriva allo scontro frontale.