Il pubblico ministero di Cagliari Marco Cocco ha chiesto otto anni di carcere per Mario Diana, l’ex consigliere regionale imputato con l’accusa di peculato aggravato nell’ambito dell’inchiesta sull’uso dei fondi ai gruppi della massima assemblea sarda. L’ex capogruppo di An e Pdl, presente in aula, ha ascoltato in silenzio. “La tesi di Diana – ha detto Cocco – è che fosse al centro di una gigantesca truffa da parte degli altri consiglieri regionali imputati”. A Diana la Procura contesta spese illecite per circa 200 mila euro che arrivano a 600 mila con quelle che avrebbe avallato per altri consiglieri del gruppo. È la pena più alta chiesta nei processi per le “spese pazze” dei consiglieri regionali, aperti in quasi tutta Italia: Franco Batman Fiorito, l’ex capogruppo Pdl nel Lazio inquisito nel 2012 e accusato di distrazioni per 750 mila euro utilizzati anche per l’acquisto di auto, in appello è stato condannato a tre anni. L’avvocato Pierluigi Concas che difende Diana ieri ha fatto una lunga arringa citando le sentenze che in Italia hanno mandato assolti altri politici accusati di peculato, evidenziando che l’inchiesta avrebbe trasformato in testimoni dell’accusa persone che, secondo il legale, sarebbero invece dovute essere indagate.
“Lavoro, Sud, fisco: vince la destra, mi tiro fuori”
Non ce l’avrei fatta né a fare un governo con la Lega, né ad accettare che dei cavalli di battaglia del Movimento, come restituire la dignità ai lavoratori, non fossero nel programma”. Pasquale Tridico si sfila. Il docente di Economia del lavoro a Roma Tre, indicato da Di Maio come ministro del Welfare, lo dice con voce sofferta. “Sono state notti insonni e cariche di tensione, un conflitto interiore. Io ci credevo nel fare qualcosa di utile dopo 20 anni in cui il lavoro è stato massacrato da riforme neo-liberiste. Speravo di invertire la tendenza con politiche redistributive. Invece hanno fatto un compromesso che non posso condividere. È comprensibile, ma siccome non sono un politico posso anche accettare di non starci”.
Cosa l’ha spinta a sfilarsi?
Differenze programmatiche e scelte peggiorative.
Cos’è peggiorato nel contratto rispetto a quanto fatto dal Pd sul lavoro?
Il riferimento ai voucher. Non mi piace proprio. Vediamo come verrà declinato, ma noi pensavamo che fossero da evitare. Poteva reggere la scelta di lasciare il sistema dei “Presto” con cui il governo Gentiloni li ha sostituiti, ma certo non quella di ritornare alla vecchia misura, che aveva fatto esplodere il lavoro accessorio: oltre 130 milioni di ticket venduti nel solo 2016.
Quali sono invece quelle programmatiche?
Non c’è nessuna misura per risolvere i problemi del mercato del lavoro: il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18, il decreto Poletti che ha liberalizzato ancora i contratti a termine… Noi eravamo per tornare indietro rispetto a queste scelte che hanno fatto aumentare ulteriormente la precarietà. Nel contratto non ce n’è traccia: solo un vago accenno a tutelare la stabilità del lavoro.
Questo dietro front che effetti ha?
Erano scelte chiave per ridare dignità al lavoro: era lo slogan del programma che avevamo pensato per riequilibrare i rapporti di forza dopo 20 anni in cui il lavoro ha perso lo scontro con il capitale.
Cos’altro manca?
Non c’è nulla sul patto per la produttività e soprattutto nulla sul Sud. Questo è molto grave. Nel programma del M5S c’era la proposta di vincolare il 34 per cento delle risorse ordinarie al Mezzogiorno e di ripristinare un ministero per il Sud.
Hanno inserito un capitolo in extremis in cui spiegano che “contrariamente al passato, si è scelto di non individuare specifiche misure con il marchio Mezzogiorno”.
Significa ignorare la “questione meridionale”, che il M5S aveva avuto il merito di riportare alla ribalta. Serve un grosso piano di investimenti e infrastrutture al Sud che produca lavoro, anche per dare credibilità al reddito di cittadinanza, altrimenti è una misura che nasce monca.
Il reddito di cittadinanza però è un punto portato a casa dai 5Stelle.
Vero, però viene scritto che è solo “per gli italiani”, mentre nella proposta di legge del M5S si parlava anche degli stranieri residenti da 2 anni in Italia. Anche il pacchetto di welfare per le famiglie è solo “per gli italiani”. Non va bene: puoi imporre il requisito di residenza, non di italianità.
Cosa pensa della flat tax?
È inaccettabile. È l’ultima cosa che si dovrebbe fare in un Paese dove sono aumentate le diseguaglianze. Al massimo serve aumentare le tasse ai redditi alti, non certo ridurle, cosa che invece fa la flat tax.
Le sue sono tutte idee per un programma vicino alle istanze di sinistra, ma il Pd renziano ha chiuso all’idea di rivedere il Jobs act.
La responsabilità di quanto sta avvenendo è del Pd: ha spinto verso questo accordo e abbandonato il tema del lavoro, che però poteva essere il punto di partenza anche per una trattativa con la destra. Così non è stato.
Cosa si augura adesso?
Di Maio ha fatto una scelta di responsabilità e spero che prenda la guida del governo. Conosco la sua sensibilità verso i temi del lavoro, della precarietà e della povertà. Penso sia sincero e spero che questi temi tornino nell’agenda di governo.
Dopo il patto, i plebisciti: ieri Rousseau, oggi gazebo
Dopo la faticosa stesura del contratto, il plebiscito è iniziato ieri. Gli iscritti a Rousseau, la piattaforma del Movimento 5 Stelle per le votazioni online, hanno dato il loro assenso al contratto di governo con la Lega con percentuali bulgare. L’ha annunciato in serata Luigi Di Maio con un messaggio sul blog: “Più del 94% degli iscritti del MoVimento 5 Stelle hanno detto sì al Contratto per il Governo del Cambiamento! C’è stata una grande partecipazione durante tutta la giornata. Come certificato dal Notaio che ha garantito la regolarità del voto hanno partecipato alla votazione su Rousseau 44.796 persone che ringraziamo una a una. 42.274 hanno votato sì e 2.522 no”.
L’affluenza, per così dire, non è esaltante: i numeri di Rousseau non sono pubblici, ma la stima ufficiosa è di 170 mila iscritti. In pratica avrebbe votato solo uno su quattro.
Ora tocca alla Lega. Oggi e domani Matteo Salvini chiama a raccolta gli elettori in un migliaio di gazebo allestiti in fretta e furia (e non in tutta Italia). Dovranno rispondere a questa domanda: “Sei d’accordo sulla sottoscrizione di un contratto di governo con il MoVimento 5 Stelle per perseguire e realizzare, tra gli altri i seguenti punti?”. La selezione è peculiare: i 10 punti elencati sulla scheda sono le parti del contratto più gradite al Carroccio. Ovvero: 1. Eliminazione della legge Fornero; 2. Blocco degli sbarchi e rimpatrio degli immigrati irregolari; 3. Flat tax e taglio delle accise sulla benzina; 4. “Pace fiscale” e stralcio delle cartelle di Equitalia; 5. Potenziamento delle forze dell’ordine; 6. Legittima difesa; 7. Salario minimo e lotta al precariato; 8. Autonomia e risorse agli enti locali; 9. Ridiscussione dei trattati europei; 10. Asili nido gratuiti e sostegno alla natalità. Non c’è traccia del reddito di cittadinanza, o delle misure per il Sud, o delle proposte per la lotta alla corruzione; ognuno nel contratto ci vede quello che vuole.
Salvini è convinto di aver stravinto la partita della trattativa: “Amici, il 90% delle idee della Lega trova spazio nel programma comune di governo scritto coi 5 Stelle”. L’ha detto in altri termini ieri durante il consiglio federale di Via Bellerio – che ha votato all’unanimità a favore della linea del segretario – e l’ha ripetuto in serata su Twitter: “Domani e domenica (oggi e domani, ndr) vi aspetto ai gazebo in mille piazze italiane, potrete dire la vostra! E con il sì, #andiamoagovernare”.
Nel seggio leghista di Jesolo (Venezia) hanno anticipato le operazioni di un giorno e hanno già comunicato i primi risultati. Anche qui schiaccianti: vince il “sì” 107 a 7. Nel resto del Paese si parte stamattina, con l’elenco dei seggi ancora in allestimento. E con una serie di buchi notevoli. A Roma per esempio non c’è nemmeno un gazebo: gli unici due nella provincia capitolina sono a Fiumicino. Neanche un’urna nemmeno a Palermo e in tutta la Sicilia; in Sardegna invece ce ne sono solo 4, tutte a Sassari, in Calabria 2 (a Vibo Valentia). Al Sud insomma Salvini comincia a prendere i voti ma non ha ancora una struttura. “Abbiamo fatto tutto in pochi giorni”, spiegano dall’ufficio comunicazione leghista “con risultati eccellenti. Alcune amministrazioni però non ci hanno dato l’autorizzazione, chiedevano un preavviso di 15 giorni”. Così – paradosso – il patto tra Lega e M5S non si potrà votare nella città di Virginia Raggi.
Lo spread sale ancora. In Borsa giù le banche
Lo spread sale ancora, e i titoli delle banche italiane chiudono in rosso. I mercati continuano a lanciare segnali negativi verso l’Italia in vista del probabile governo tra Lega e M5S. E il primo è sempre lo spread, con il divario tra Btp e Bund tedeschi che ieri sera è salito a 165 punti, con un rendimento in leggera salita al 2,22%, il livello toccato l’ottobre scorso. Numeri che hanno avuto una ripercussione immediata anche sulla Borsa di Milano, dove i titoli delle banche italiane sono tutti scesi, alcuni sensibilmente. La peggiore è Ubi banca, che perde a fine seduta il 7,8 per cento.. Non c’è tregua nemmeno per Bper (-6,6%), Banco Bpm (-6,3%), Creval (-5,7%) e Mps (-3,5%), di nuovo al centro delle vendite dopo il crollo di oltre otto punti percentuali registrato ieri. Perdite anche per Mediobanca (-3,1%), Intesa sp (-2,4%) e Unicredit (-2,7%), che risentono dell’incertezza insieme a Poste (-3,4%) e Tim (-3,4%). Insomma, un venerdì in rosso, per cui ovviamente viene accusata la possibile intesa di governo tra 5Stelle e Carroccio. Uno spauracchio, per alcuni.
Coincidenze: Francia rifinanzia il Tav e complica la revisione
Dire di no al tavcosterebbe “più di 2 miliardi” da restituire a Unione europea e Francia. Lo dice Paolo Foietta, commissario per la nuova ferrovia ad alta velocità Torino-Lione. Mentre nel contratto Lega-M5S c’è un parziale dietrofront sull’opera (si dice che il progetto verrà “ridiscusso integralmente”), ieri la Francia ha finanziato il programma di appalti per il 2018 per la stessa tratta ferroviaria. L’accordo garantisce la prosecuzione dei lavori preparatori e definitivi dell’opera, come lo svincolo di Chiomonte e la ricollocazione dell’autoporto sulla A32. Ma soprattutto complica ulteriormente un’eventuale revisione del progetto.
Tanto che Foietta spiega come l’opera sia “un enorme cantiere in corso, in cui sono già stati investiti oltre 1,4 miliardi in studi, progetti e opere finanziati al 50% dall’Ue e per la parte rimanente suddivisa tra Francia (25%) e Italia (25%)”. “L’Europa – aggiunge Foietta – ha inoltre già assegnato una prima tranche di 813 milioni di euro di finanziamenti. Il caso di una sospensione definitiva dei lavori costituirebbe un precedente assolutamente nuovo nelle relazioni europee e avrebbe effetti inediti e costi enormi, difficili da quantificare”.
“A guidare il governo deve essere uno degli autori del contratto”
“Questo contratto è un programma di governo, quindi per rispettare la Costituzione il presidente del Consiglio dovrà essere uno di coloro che l’hanno scritto. Chi siede a Palazzo Chigi non può essere un mero esecutore di un programma preparato da altri, e su questo la Carta è molto chiara”. Il costituzionalista Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’Università di Roma Tre, sfoglia il contratto appena redatto da Lega e Cinque Stelle. E si sofferma sulle parti più strettamente giuridiche.
Che impressione le fa il testo?
Il punto centrale è che rappresenta il programma del futuro governo. Ed è un’inversione della sequenza temporale prevista dall’articolo 92 della Carta, secondo cui il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e i ministri. Se ne desume che, una volta raccolta una maggioranza di governo, il presidente scriva un programma e su questo ottenga la fiducia in Parlamento.
Il motto di Lega e M5S invece è “prima i temi, poi i nomi”.
E questo è un primo punto problematico. Non sono affezionato alle prassi e trovo bello partire dalle cose da fare. Però il presidente del Consiglio non può essere un mero esecutore del programma, come mi pare qualcuno abbia detto (Luigi Di Maio, ndr), visto che l’articolo 95 della Costituzione prevede che “diriga la politica generale del governo”. Ovvero, che ne sia il motore.
Quindi?
Per restare nel quadro costituzionale, il presidente del Consiglio potrà essere solo qualcuno che abbia concorso a scrivere il programma, ossia il contratto. Quindi Salvini, Di Maio o uno degli altri che erano al tavolo. Il programma non può essere un menu da consegnare a un esterno.
E se uno dei due contraenti non rispettasse il menu, ossia il contratto? L’altro potrebbe citarlo in giudizio?
No, questo è solo un atto politico. Se uno dei due si sentisse tradito si aprirebbe una crisi di governo.
Ha colpito molto la previsione di un comitato di conciliazione, che dovrebbe dirimere i conflitti tra i due partiti. Alcuni l’hanno descritto come incostituzionale, perché è un ulteriore organo di governo.
Così com’è descritto è un nome nuovo per una cosa vecchia, il vertice di maggioranza. Ma in una prima versione coincideva in buona parte con il consiglio di gabinetto, quello usato dai governi negli anni ‘80 e ‘90, di cui facevano parte il presidente del Consiglio e i ministri più importanti. Un organo previsto da una legge, la 400 del 1988,
Nella versione del contratto stride con la Carta?
Il problema si porrebbe se ne facessero parte anche persone esterne al governo, perché a quel punto si affiderebbe anche a loro decisioni sull’operato dell’esecutivo.
Nella prima stesura era composto anche dai due capi di Lega e M5S e dai capigruppo.
La composizione peggiore sarebbe proprio la via di mezzo, una creatura anfibia con membri del governo ed esterni.
I parlamentari dovranno concordare con i capigruppo dei due partiti la calendarizzazione delle proposte di legge. Ma non limiterà la loro autonomia?
Direi di no. A decidere della collocazione nel calendario in fondo è proprio la conferenza dei capigruppo.
Però l’introduzione del vincolo di mandato in Costituzione sarebbe una bella limitazione.
La parte che lo riguarda è scritta in modo un po’ generico. E comunque la riforma del regolamento del Senato voluta da Pietro Grasso ha già previsto l’obbligo di iscriversi al gruppo misto per l’eletto che lasci il suo gruppo originario. Piuttosto, in questo paragrafo manca il recall, un istituto di cui pure i 5Stelle hanno sempre molto parlato, e che sarebbe uno strumento di democrazia diretta molto più efficace, tramite cui gli elettori valutano il lavoro dei parlamentari.
M5S e Lega vogliono anche togliere il quorum al referendum abrogativo e tagliare il numero dei parlamentari.
Scrivere di voler ridurre i parlamentari è come dire che la mamma è bella… Mentre l’abolizione del quorum è un mio vecchio pallino. In generale apprezzo che non vogliano cambiare massicciamente la Costituzione. L’intenzione, leggendo tra le righe, pare quella di fare ogni riforma una per volta, come è nello spirito dell’articolo 138.
E il conflitto di interessi?
Su questo punto nutro dubbi. Loro scrivono che bisogna estendere l’area del conflitto d’interessi con la gestione della cosa pubblica a vantaggio di qualunque tipo, non solo di carattere economico. Ma se un pm apre un’inchiesta per acquisire notorietà ed essere eletto è conflitto d’interessi?
Forse sì.
La formula usata è troppo larga, cerca di dare forma all’impalpabile.
Invece è molto palpabile il no ai massoni nel governo. La loggia del Grande Oriente è già insorta: “Incostituzionale”, protestano.
È una scelta politica, contestabile ma legittima.
B. tenta di riprendersi il centrodestra e spodesta Matteo: “Sei tu il traditore”
Al mattino traditori, di sera nuovamente “amici della Lega”.
In campagna elettorale ad Aosta, dove domani si vota per le Regionali, Silvio Berlusconi comincia il suo riposizionamento in vista del governo gialloverde. E i toni sono durissimi, al punto da paventare una rottura tra Lega e Forza Italia (che non ci sarà, almeno per il momento) in una telefonata di fuoco tra i due leader, B. e Matteo Salvini. Quello che è certo, è che Forza Italia voterà contro l’esecutivo del “Pup”, acronimo che sta per Partito unico populista.
Tutto comincia, quando di mattino, appunto, l’ex Cavaliere non solo consiglia Salvini di “tornare a casa” ma di fatto gli dice che non è più il capo del centrodestra: “Salvini parla solo per conto della Lega”. Allo stesso tempo, Berlusconi, rinvigorito dalla riabilitazione per la condanna Mediaset, si “propone” al capo dello Stato per un incarico come premier del centrodestra, “forte della sua esperienza di 9 anni” a Palazzo Chigi.
Qualcosa che va oltre la provocazione. Nella Lega si parla pubblicamente di “tradimento” berlusconiano e la telefonata tra i due, l’Ottuagenario Silvio e il Giovane Matteo – smentita dai rispettivi staff ma confermata al Fatto da varie fonti autorevoli – non stempera le tensioni. Anzi. È una telefonata che ne completa un’altra, sempre accesa, nei giorni scorsi a Sofia, dove B. si trovava per un vertice del Ppe.
Così a un Salvini che gli chiede conto delle sue parole, “Silvio ma che c…. hai detto?”, Berlusconi non fa che replicare l’esplosione di rabbia provata alla lettura del contratto tra M5S e Lega, martedì scorso: “Ma ti rendi conto in che cosa ti sei cacciato? Il programma è quasi tutto grillino, compresa la giustizia. Eppoi dove trovate i soldi per fare quello che vi proponete? Sei tu che stai tradendo”.
Con Salvini, Berlusconi giustifica i suoi toni anche in senso strategico: “Parecchi dei miei sono incazzati neri, e a quanto mi risulta anche tra i tuoi qualcuno comincia a pentirsi e a pensare che stai subendo troppo Di Maio. In questa situazione tocca a me, e solo a me, tenere la guida della coalizione e confermare che siamo un fronte moderato e liberale”.
Il riferimento ai “pentiti” tira in ballo, innanzitutto, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e sherpa salviniano. Appena dieci giorni fa era stato proprio Giorgetti l’artefice del passo di lato “gelido” dell’ex Cavaliere. Oggi invece sarebbe il primo a essere consapevole del pasticcio in cui si è “buttato il Carroccio”.
Solo che tutti pensano, da Berlusconi al capofila dei “pentiti”, che ormai la Lega sia arrivata a un punto di non ritorno nella trattativa con i grillini. “Difficile, se non impossibile tirarsi fuori dopo quello abbiamo sottoscritto”. Questa la risposta a Berlusconi di quanti, tra i leghisti, hanno giocato di sponda con lui per stroncare l’intesa gialloverde.
In ogni caso, per l’ex premier”, è solo “questione di tempo”. Lo ha detto anche ieri sera in un comizio ad Aosta rivolgendosi ai leghisti come “amici”. B. è convinto che, senza coperture, questo governo “andrà a sbattere” contro l’Europa.
Una speranza che serve a esorcizzare anche un timore. Cioè, la vera paura che si vive in queste ore dentro Forza Italia: il rischio che il governo gialloverde diventi di legislatura mandando in frantumi il centrodestra. Ecco perché Berlusconi farà leva su tutte le contraddizioni che nasceranno tra la maggioranza sovranista e l’elettorato di centrodestra. Su sicurezza, migranti e tasse.
Il piano di B., partendo dal probabilissimo no in sede di fiducia al governo Di Maio-Salvini, è di poter riorganizzare Forza Italia e il centrodestra e arrivare al voto anticipato nel 2019, in primavera, assieme alle elezioni europee. Anche in questa chiave vanno decifrate le parole di zucchero rivolte in serata agli “amici” leghisti: “Saranno un freno all’agire del Movimento 5 Stelle”.
Colle: il premier somiglia a Di Maio. Ma lui ha il “terzo”
Il terzo nome c’è. È l’uomo (o la donna) che può tenere insieme Lega e Cinque Stelle, la persona che può rispondere al requisito principe chiesto dal Quirinale: avere il peso e la competenza per potersi sedere al tavolo europeo con Merkel e Macron. Ecco, al settantacinquesimo giorno di trattative, giurano, l’hanno trovata. Sulla sua identità, vige il massimo riserbo. Luigi Di Maio annuncia da Aosta che “a breve” ci saranno notizie. E che il prescelto sarà “un amico o un’amica del popolo”. Fuori dall’ufficialità, trapela solo un indizio: sarà un premier Cinque Stelle, ma non siede in Parlamento. Sulla carta risponde al curriculum di Giuseppe Conte, che il Movimento immaginava ministro alla Pubblica amministrazione. Ma è solo una suggestione, probabilmente già bruciata, e nemmeno all’altezza delle richieste del Quirinale.
L’obiettivo è quello di tenere la carta coperta fino a lunedì quando, comunque vada, l’intensa telenovela grilloleghista finirà davvero. Il capo dello Stato ha dimostrato una pazienza infinita, da arbitro magnanimo, ritenuto persino, a torto o a ragione, una sorta di tutore di uno dei due leader populisti all’opera, quello grillino.
Cosa accadrà dunque lunedì 21 al Quirinale? In base alle valutazioni del capo dello Stato non ci saranno innanzitutto nuove consultazioni. L’ipotesi era tenuta in conto per sondare ufficialmente le altre due forze del centrodestra sul governo gialloverde. A partire da Forza Italia e dal riabilitato Silvio Berlusconi. Ma le ultime evoluzioni, al limite della rottura, tra Lega e azzurri hanno già chiarito il quadro, rendendo superfluo ogni “supplemento d’indagine”. A questo punto Sergio Mattarella riserverà, come lunedì scorso, uno “spazio” ai partiti destinati a essere alleati. In pratica, altri due colloqui: uno con la delegazione del M5S guidata da Luigi Di Maio, l’altro con quella della Lega di Matteo Salvini. E anche se il contratto è stato definito, il presidente della Repubblica inizierà la sua ricognizione finale dal padre di tutti i nodi di questa estenuante trattativa: il fatidico nome del presidente del Consiglio.
Se davvero, come assicurano, l’accordo è stato trovato, i due leader comunicheranno al Colle l’intesa.
Ovviamente Mattarella non deve dare suggerimenti che potrebbero essere considerati di parte, ma Di Maio e Salvini non potranno imporre un nome secco, senza discussione, per fargli ottenere l’incarico. Questo perché, giova ricordarlo, è l’articolo 92 che dà al Quirinale il potere di nomina di premier e ministri, come specificato una settimana fa dallo stesso presidente nel suo discorso di Dogliani, per l’anniversario del giuramento di Luigi Einaudi da capo dello Stato. Ma, certo, molto dipenderà da chi si cela dietro questo “amico o amica del popolo”. L’azione “preventiva” sul potere di nomina del premier, finora, è stata rivolta in particolar modo all’ipotesi, per nulla convincente, di un nome “terzo” proveniente dalle seconde se non terze file del M5S. Già durante la settimana la girandola di voci sui vari Fraccaro, Bonafede e Carelli è stata accolta al Colle con grandissimo scetticismo.
La Lega, nei giorni scorsi, ha perfino lanciato il nome di Vito Crimi. Ma nel Movimento sanno che tutti riceverebbero un garbato ma glaciale “no”. La ragione è tutta politica. Il Colle sta affrontando una crisi del tutto inedita in 70 anni di Repubblica. E il Rosatellum gli ha consegnato un partito, il M5S, arrivato primo con la logica proporzionale, e una coalizione, il centrodestra, che invece rivendica il primato in base a un criterio maggioritario. Per di più, non avendo un baricentro di Sistema (né il Pd, né Forza Italia), il capo dello Stato ha svolto un paziente lavoro maieutico per “estrarre” dai risultati del 4 marzo “un governo politico”.
Premesso questo, “un’alleanza tra due forze rivali in campagna elettorale” deve offrire “solide garanzie politiche” nella figura di colui che guiderà il governo. Insomma, il Colle punta a un premier forte. E Luigi Di Maio, ora, gli promette che lo avrà.
Sa, Di Maio, che al Colle ritengono che sia lui – capo del Movimento più legittimato dal consenso popolare – il profilo più indicato. Ma sa anche che sarebbe un boccone troppo amaro da far digerire all’alleato. Le agende dei due, al momento, non prevedono incontri, né oggi né domani. Segno ulteriore che i nodi più importanti sono stati sciolti. Dal premier poi discenderà il programma. Al di là dei contratti, per Mattarella farà fede solo il documento che l’eventuale premier leggerà in Parlamento per ottenere la fiducia.
Dimmi chi hai contro
Si può dire tutto del contratto (finalmente) definitivo presentato ieri dalla maggioranza giallo-verde che si accinge (se troverà un premier) a fare il governo, oggi riassunto dal Fatto in un inserto che ne analizza i pro e i contro, tema per tema. Ma va riconosciuto a Di Maio di aver portato a casa quasi tutti i punti qualificanti del programma storico dei 5Stelle e a Salvini di aver dato prova di un certo pragmatismo, concentrandosi sulle cose più fattibili o meno impossibili e lasciando le sparate da Cazzaro Verde alla campagna elettorale e resistendo – almeno finora – alle minacce del Delinquente. Chi parla del “governo più a destra di sempre”, magari dopo aver chiuso gli occhi su governi infinitamente più destrorsi (tipo i tre governi B., il Monti, il Letta-B. e il Renzi-Alfano-Verdini), dovrebbe spiegare cosa ci sia di reazionario nel reddito di cittadinanza, nella riforma della Fornero col pensionamento anticipato a “quota 100”, nel tetto minimo ai salari, nella legge sull’acqua pubblica, nelle norme anti-corruzione, anti-prescrizione (che, com’è noto, è un’amnistia per ricchi e potenti), anti-mafia, anti-evasione e anti-conflitti d’interessi, nel ridiscutere opere pubbliche inutili, inquinanti e costose come il Tav Torino-Lione. E pure nell’annuncio della costruzione di nuove carceri, unico antidoto serio al sovraffollamento e alla promiscuità che impediscono la funzione rieducativa della pena.
Ovviamente nessuno può sapere se questi impegni verranno mantenuti, ma bollarli come premesse al fascismo fa semplicemente ridere. Di pari passo col bicchiere mezzo pieno, c’è ovviamente – come in ogni compromesso fra partiti opposti o molto distanti – il bicchiere mezzo vuoto. Gli asili nido riservati ai bambini italiani è una vergogna che si spera resterà sulla carta, il ritorno dei voucher e la scomparsa del ripristino dell’articolo 18 è una sconfessione delle campagne contro il Jobs Act. Ma scrivere – come fa su Repubblica il nostro amico Massimo Giannini – che “c’è da temere per le sorti della democrazia” è davvero fuori dal mondo. Se la nostra povera democrazia è sopravvissuta a chi – Craxi, Bicamerale D’Alema, Berlusconi e Renzi – voleva cestinare mezza Costituzione, se la caverà anche col Salvimaio che si accontenta di cambiare due o tre articoli (per giustamente abolire il Cnel e ridurre il numero dei deputati e dei senatori e per ingiustamente ingabbiarli nel vincolo di mandato). Certo, è sempre meglio un bicchiere tutto pieno. E forse lo sarebbe più di questo, se il Pd avesse cambiato leadership e linea dopo la batosta elettorale, sedendosi al tavolo coi 5Stelle.
Anziché spingerli fra le braccia di Salvini per poi godersi il presunto spettacolo coi pop-corn. Resta il fatto che in questi 25 anni, salvo rare parentesi, il bicchiere è sempre stato vuoto. Altrimenti non si spiegherebbe il trionfo elettorale delle sole due forze politiche rimaste all’opposizione degli ultimi quattro governi, che han fatto più danni di Attila fra gli applausi dei giornaloni e dei retrostanti padroni. Chi ha sposato il Sì alla controriforma costituzionale che trasformava il Senato in un dopolavoro per partitocrati inquisiti paracadutati dai Comuni e dalle Regioni, cioè dai partiti, chi non ha alzato un sopracciglio per le Camere esautorate a suon di decreti, fiducie, canguri e tagliole, e ora lancia l’allarme democratico, fa scompisciare dal ridere. “La voglia dei vincitori di saltare le regole” (quali? boh), si allarma sul Corriere Aldo Cazzullo, pretendendo “una squadra di prim’ordine” che non ricordiamo di aver sentito invocare quando diventavano ministri gli Alfano, le Boschi, le Fedeli, le Madia, e nemmeno i Previti, i Gasparri e i Giovanardi (più i leghisti bossiani). “Frenata sul Comitato-politburo, ma il Parlamento resta a rischio”, titola – restando seria – la Repubblica, terrorizzata dal putribondo “comitato di conciliazione”, previsto in una bozza del contratto e poi cancellato da quella definitiva, per dirimere le controversie fra gli alleati non previste dall’accordo programmatico: una roba che è sempre esistita fin dalla notte dei tempi, chiamata ora “vertice di maggioranza”, ora “consiglio di gabinetto”, ora “verifica di coalizione”, senza che nessuno vi scorgesse l’anticamera del Gran Consiglio del Fascismo (peraltro benemerito, visto che nel ’43 sfiduciò il Duce).
Non c’è giornale che, giustamente, non interroghi gli aspiranti governanti sulle misteriose coperture finanziarie alle costosissime riforme economiche. Oddio, questi vogliono spendere 65 miliardi senza dire dove li prendono! Saggia preoccupazione, se non venisse dagli stessi che non batterono ciglio quando Renzi gettò 4 miliardi per sospendere l’Imu sulla prima casa ai ricchi, ne bruciò 12 in incentivi alle imprese che assumevano senza art. 18 (con risultati miserrimi) e altrettanti in bonus da 80 euro che non spostarono i consumi di un millimetro, per non dire delle decine di miliardi regalati agli amichetti banchieri e confindustriali. Silenzio, peraltro, facilmente spiegabile: banche e Confindustria sono padrone dei giornaloni, i pensionati e i disoccupati no.
Ricapitolando: questo governo, sempreché veda mai la luce, è legittimo almeno quanto gli altri (forse anche di più, visto che ha una maggioranza vera in Parlamento e nel Paese, non finta e drogata come quelle figlie del Porcellum). E, se farà bene o male, lo giudicheremo quando e se farà qualcosa. Senza pregiudizi. E Dio sa quanto sia difficile liberarsi dal pregiudizio positivo che sorge spontaneo alla vista dei più schiumanti rosiconi, quasi tutti neofiti dell’opposizione: B., Ferrara, Sallusti, il rag. Cerasa, Renzi & C., Cicchitto, Confindustria, i giornaloni e perfino Macron. Dimmi con chi non vai e ti dirò chi sei.
Il nuovo Linus di Igort: la rivista di fumetto e cultura pop che mancava
Linus è l’unica rivista sopravvissuta di una stagione di fermenti culturali che passavano dall’edicola e dal fumetto. Ha avuto mille vite, nelle ultime gestioni – sotto la proprietà Baldini & Castoldi – si era caratterizzata per essere una strana fusione di comics a striscia e articoli, di attualità o di cultura, a seconda dei direttori. Con il numero ora in edicola inizia una fase tutta nuova: l’editore è ora La Nave di Teseo e il direttore uno dei fumettisti italiani più celebri, Igort, che ha fondato prima la Coconino Press e ora Oblomov. Linus si presenta intanto come un oggetto da collezione e non più come un periodico da edicola, brossura elecante, copertina spessa, ottima carta e, a parte i Peanuts ineliminabili perché danno il nome alla rivista, spazza via tutte le strisce che hanno accompagnato i lettori in questi anni. È un peccato perdere Dilbert, Doonesbury e tutto il resto. Però Igort ha una linea chiara che si vede già da questo primo numero: portare su rivista le innovazioni che ora nel fumetto passano invece dalla libreria, dai graphic novel, e ripescare i grandi classici (ci sono storie del 1906) che i nuovi lettori non conoscono. Ci sono i fuochi d’artificio da numero uno – con l’inedito di Michel Houellebecq e la copertina di Art Spiegelman – ma c’è anche un progetto culturale ambizioso che rende Linus una rivista da leggere per chi vuole stare alla frontiera della cultura, anche ma non solo pop (negli articoli c’è grande attenzione alle serie tv, come principale veicolo delle innovazioni nell’immaginario). Nessuna delle storie brevi selezionate è banale: dalla vita quotidiana di Seth raccontata in vignette prodotte da timbri a inchiostro al racconto inedito di Suge, un autore di gekiga (i manga seri). Questo Linus è una rivista di cui, si capisce subito sfogliandolo, avevamo bisogno.