Anne Frank, una lettura istruttiva e sempre attuale

Anne Frank è una bambina di religione ebraica nata a Francoforte che viveva con la sua famiglia ad Amsterdam. Nel 1942 Anne all’età di tredici anni iniziò a scrivere un diario. Pagine e pagine in cui raccontava la sua vita insieme ai suoi cari nascosti in una stanza segreta costruita nello studio del padre. Questo perché era in corso la seconda guerra mondiale e gli ebrei venivano perseguitati dai nazisti. Un giorno Anne, tradita da qualcuno, venne catturata con i suoi parenti e portata nel terribile campo di Auschwitz. Non aveva però mai smesso di scrivere sul suo diario durante gli anni nei quali si era nascosta. Della sua famiglia riuscì a salvarsi solo il papà, Otto Frank. Fu proprio lui a scoprire le pagine scritte da sua figlia e dopo qualche anno volle pubblicare un libro dal titolo “Il diario di Anne Frank”. Ben presto noto in tutto il mondo e in tantissimi ancora oggi lo comprano e riescono a venire a conoscenza dei sogni di questa bambina, tra i quali quello di diventare una grande scrittrice. È triste sapere che alla fine Anne ci è riuscita, ma senza averlo mai saputo. Un libro scorrevole, e di facile comprensione, che mi ha emozionato tanto perché mi ha fatto tanto riflettere su come hanno vissuto tantissime persone durante la guerra e che dovrebbe entrare nei programmi di tutte le scuole. Per ricordarci sempre che le persecuzioni razziali e religiose non debbano più accadere in qualsiasi parte del pianeta.

 

I 28 corpi di Mannelli (col pubblico)

Cosa succede se Riccardo Mannelli – artista e firma del Fatto – crea un’occasione per confrontarsi, per vedere il proprio lavoro compiersi sotto lo sguardo e lo stimolo di un occhio esterno, “che può essere quello di un collezionista, abituato all’arte, o semplicemente quello di un curioso?”

Succede che prende vita la mostra 28 corpi di Mannelli. Inaugurata nella giornata di ieri, la grande parata di opere dell’artista, il cui disegno è il suo “respiro animale”, sarà aperta al pubblico fino al 31 maggio alla Tricromia Illustrator’s International ArtGallery di Roma. L’allestimento ripercorre in modo trasversale la ricerca artistica del disegnatore toscano, attraverso tre raccolte: Dieci minuti di…, Dal vero, e Ritratti . Mannelli propone alcuni dei suoi lavori principali, e iconici per lo stile grafico che da sempre lo contraddistingue, ma ci sono anche tante opere incompiute, e sarà lì che entrerà in gioco lo spettatore: l’idea, in questo caso, è di dedicare uno spazio della galleria a un’opera che può nascere dal genio di Mannelli ma che troverà compimento con il coinvolgimento del pubblico che così diventerà parte dell’opera stessa. “Ogni tanto lo faccio. Ogni tanto mi piace trasferire il mio studio in galleria, o almeno una parte. Mettere in mostra il mio quotidiano, i miei lavori in fieri, le mie indecisioni, gli entusiasmi di mezz’ora rimasti tali, i dubbi, i “boh..?”. Per non mostrare sempre la sicurezza dell’opera compiuta, che a volte mi risulta tronfia e un po’ prepotente. È un alleggerirsi. Come una camminata in montagna: arrivato in vetta, l’aria rarefatta ti scombussola e cambi sguardo sulle cose.”. Corpi, volti, amori, politica e attualità sono i temi centrali della mostra. Un appuntamento per conoscere a fondo la carriera del tagliente vignettista che così una volta definì il suo lavoro: “Faccio un mestiere per cui è normale che le persone reagiscano, i disegni possono anche offendere”.

Tricromia di Roma, fino al 31 maggio

Cadaveri tra le rovine di Roma antica: il serial killer in cerca della propria identità

Un musicista affermato, una settantenne ancora vergine, un giudice impazzito e diventato un clochard (che però sopravvive per miracolo). Sono le tre vittime di un assassino che colpisce tra i ruderi archeologici di Roma antica, nel pieno centro della Capitale. La tecnica del serial killer è raffinata e cruenta: ricostruisce le scene legate storicamente a quelle rovine, indi sevizia e amputa i poveretti. Qual è il filo comune che tiene insieme gli omicidi?

A distanza di due anni dall’esordio con È così che si uccide, Mirko Zilahy conclude la trilogia del commissario Enrico Mancini, profiler “sensitivo” formatosi a Quantico, il quartier generale dell’Fbi, e mai ripresosi dalla morte dell’amata moglie Marisa. E c’è da dire subito che Zilahy – tra i nuovi talenti del thriller italiano – ritrova la vena felice dell’esordio dopo il secondo e deludente La forma del buio. L’annuncio che la trilogia è finita, “è arrivata la fine del gioco”, è innanzitutto un grande atto di coraggio. Da queste parti ci si era affezionati alle vicende di Mancini e dei suoi amici-colleghi, in una Roma tratteggiata con feroce tenerezza, ma la decisione di Zilahy merita solo complimenti, in un ambiente in cui le serie dei detective più riusciti vengono “consumate” all’infinito per motivi esclusivamente commerciali (e i primi due volumi della trilogia non solo hanno avuto successo ma sono stati tradotti in tutta Europa).

Poi c’è la trama di questo terzo atto conclusivo. Dentro un tragico gioco di specchi sia l’assassino sia il commissario di Montesacro cercano la propria identità in un sapiente meccanismo introspettivo. Insomma, un thriller anche psicologico, ma nel senso migliore del termine.

 

Per sopravvivere basta non respirare

La specie umana sopravvive grazie a un gene chiamato PHOX2B. Situato sul cromosoma 4, il suo compito è quello di regolare la respirazione automatica gestendo lo scambio fra ossigeno e anidride carbonica, portando benzina al cuore. Sbadati come siamo, l’evoluzione ha fatto in modo che ciò accadesse automaticamente mentre altri mammiferi – come i delfini – se la devono sbrigare da soli.

Eppure, quando Giuliano sceglie di dedicarsi all’apnea con la ferma intenzione di sbaragliare tutti i record, toccherà al suo allenatore – l’inflessibile e stimato Maurizio – fornirgli un compito arduo quanto necessario: “Giuliano, dimentica di respirare”. Proprio il mondo delle apnee è al centro del secondo romanzo di Kareen De Martin Pinter, autrice bolzanina classe ’75 che firma Dimentica di respirare, edito da Tunué (nella collana curata da Vanni Santoni) e presentato in anteprima alla 31esima edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Giuliano sceglie la disciplina dell’apnea sin dalla tenera età, lanciandosi in ardite sfide con il fratello che fanno disperare la madre, dimostrando che scordarsi di inalare ossigeno bloccando l’istinto naturale, è davvero possibile. Cosa ben diversa dalla maledizione che – secondo la leggenda germanica – cadde sull’uomo mortale che tradì la ninfa Ondine, ricevendo in cambio questa amara punizione. L’autrice segue da vicino Giuliano alle prese con la sua rigida tabella di allenamento a caccia di un nuovo record estremo, a corpo libero verso il nero degli abissi. Kareen De Martin Pinter riesce così a portarci a fondo con Giuliano che mentre scende giù a piombo verso il fondale, combatte con il proprio corpo, lo spinge sempre più verso il punto di non ritorno con i timpani che esplodono e il cuore che cerca l’ossigeno necessario per continuare a pompare. Non è mai facile dar conto al lettore delle sensazioni fisiche ma l’autrice riesce a trascinarci dalla poltrona sin dentro l’acqua, giù nel buio violento delle profondità, popolato da bestie germinate dalla fantasia, forse persino immuni alle spinte evolutive. Scendiamo metro dopo metro, seguendo il rigido controllo che la mente esercita per allenare e domare il respiro; ma quando la superficie e il fondale fatalmente si capovolgono, nel momento in cui Giuliano perde l’orientamento – spia che qualcosa non va come dovrebbe – piomba nei recessi della memoria e nella sua infanzia macchiata dal dolore, trovando rifugio nei ricordi delle ama – le mitiche donne giapponesi pescatrici di alghe cui Fosco Maraini dedicò un libro alla fine degli anni ’50 . L’apnea viene celebrata nella sua purezza, vera e propria ricerca delle origini. L’immersione è una liberazione dai limiti del corpo, alla stregua dell’atto di volare. Eppure – una volta ottenuto l’ultimo record – Giuliano ormai cinquantenne e da tempo alle prese con un rivale più giovane e aitante, si troverà a far i conti con una diagnosi spietata che gli lascerà pochissimo margine d’azione. Da quel momento in poi, davanti alla fine certa opterà per una scelta coraggiosa, forse inevitabile, necessaria per non perdere il contatto con la natura, con se stessi, con la fluidità del mondo in cui ha scelto di vivere. E morire.

 

“La paura”: monologo splendido e persino ironico, dedicato all’orrore della guerra

S’intitola “La Paura” lo splendido monologo di un attore di cui sentiremo parlare (almeno si spera): l’italo-irlandese Daniel Dwerryhouse, che interpreta da solo per oltre un’ora al teatro Argot Studio di Roma (fino a domenica) un testo di Federico De Roberto ambientato in una delle tante trincee italiane mal protette della prima guerra mondiale finita 100 anni fa: quella sul Forte del Corbin. Dwerryhouse, ben diretto da Francesco Bonomo su una scena scarna fatta di sacchi di sabbia e brandine sfondate, “è” un intero plotone di fanti italiani che si alternano, al comando del tenente Alfani, con i loro dialetti variopinti e polifonici, dal milanese al romano, dal veneto al sardo, dal marchigiano al siculo. E vanno l’uno dopo l’altro a morire, inutili sacrifici umani bersaglio degli implacabili cecchini austroungarici mentre raggiungono la piazzola di vedetta. L’attore, incredibilmente somigliante a un Paolo Rossi giovane, riesce a moltiplicarsi in una miriade di personaggi che prendono vita grazie alle sue virtù trasformistiche, facendone rivivere i palpiti, le paure, lo sconcerto dinanzi alle direttive di resistenza sempre più assurde che piovono dagli alti comandi. Gli ordini sono ordini, ma Alfani in crisi di coscienza (e d’insonnia) comincia vieppiù a dubitare del dovere di obbedire, mentre i suoi uomini vengono falciati in serie in quei 50 metri maledetti verso “la porta dell’Inferno”. Il racconto di De Roberto, adattato a pièce da Bonomo per lo Stabile di Sardegna con inserti da “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, è del 1921: eppure pare scritto oggi. “Non è vero – scrive Lussu, spiegando la frenesia di alcuni alpini nell’andare al massacro – che l’istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita: ci sono momenti in cui la vita pesa più dell’attesa della morte”. Le lettere dei fanti alle fidanzate e alle mogli, i dialoghi serrati di quegli uomini a un passo dalla morte per mano di un nemico vicino ma invisibile, gli accenni all’odore del cognac sorbito dai due eserciti per trovare la forza di non fuggire, sono una denuncia non retorica, a tratti persino ironica, ma per questo ancor più efficace, dell’inutile orrore della guerra.

 

Un intrigo internazionale per Monica Bellucci

Monica Bellucci interpreterà il ruolo di una donna ambigua ed enigmatica al fianco di Ben Kingsley e Itay Tiran in Spider in The Web, uno spy thriller diretto tra Belgio e Olanda dall’israeliano Eran Riklis (“Lemon Tree”) e incentrato su un celebre e apprezzato agente segreto che a fine carriera scopre la vendita di armi chimiche a un dittatore del Medio Oriente e si ritrova al centro di un intrigo internazionale.

Guillaume Canet ha iniziato a girare nel dipartimento della Gironda, ad Arcachon, Nous finirons ensemble, sequel della sua commedia di successo “Piccole bugie tra amici” in cui ha riunito di nuovo il cast formato da sua moglie Marion Cotillard, Benoit Magimel, Francois Cluzet, Gilles Lellouche, Valérie Bonneton , Laurent Lafitte o Pascale Arbillot accanto alle new entry Clémentine Baert e José Garcia. Il sesto lungometraggio del regista francese mostrerà gli amici parigini riuniti dopo sette anni nella stessa villa al mare.

Ang Lee dirige in Georgia The Gemini Man, un thriller di fantascienza con Will Smith, Clive Owen e Mary Elizabeth Winstead (la lanciatissima attrice 34enne rivelata dalla terza serie della fiction Fargo) dove un maturo agente della Nsa che sta per ritirarsi scopre di essere finito sulla lista delle persone da assassinare e che a dargli la caccia è una versione più giovane di se stesso…

Gianni Morandi è tornato sul set per interpretare il maturo medico protagonista delle nuove puntate di L’isola di Pietro 2, la serie ambientata a Carloforte prodotta da Lux Vide e Mediaset e diretta da Giulio Manfredonia, dove accanto agli interpreti della prima edizione entreranno in scena anche Lorella Cuccarini ed Elisabetta Canalis.

 

Classe operaia sì ma un po’ confusa

Il titolo della pièce, come il film di Elio Petri del 1971, è La classe operaia va in paradiso, ma è un titolo fuorviante: il testo di Paolo Di Paolo, infatti, si ispira molto “liberamente” allo script originale, frammentandolo e inserendolo in una cornice più ampia, che affastella scene della pellicola ed elucubrazioni del regista e del cosceneggiatore (Ugo Pirro), citazioni letterarie e siparietti di vita odierna.

Si tratta insomma di un’operazione metalinguistica, di un’opera (teatrale) che si interroga su un’altra opera (cinematografica), tentando di chiarirne il senso alla luce – anche – del contesto contemporaneo: una “superfetazione”, per dirla con gli intellettuali di ieri, uno “spiegone”, per dirla con gli intellettuali di oggi. E infatti la recita dura due ore e quarantacinque minuti contro i 120 del film.

Prodotto da Emilia Romagna Teatro e in tour da gennaio, lo spettacolo è diretto da Claudio Longhi, che, nelle note, spiega di voler “riattraversare la vicenda con lo sguardo disilluso del presente… Se l’inferno della fabbrica cottimista appare ben lontano dai lindi uffici dei precari odierni, lo stesso non è del ritmo ossessionante e costrittivo di una quotidianità, allora e ancora oggi, alienata”.

Oltre al confronto storico-sociologico, che azzarda un parallelismo tra la classe operaia e il precariato, l’allestimento – sconfinando dalla quarta parete – si concede un dibattito sulla bontà artistica e politica del lungometraggio di Petri, che allora fu poco apprezzato in patria mentre all’estero vinceva premi come la Palma d’Oro e il Golden Globe per il Miglior Attore (Gian Maria Volonté).

Nei ruoli che furono di Volonté (Lulù Massa) e Mariangela Melato (Lidia) si cimentano sul palco i bravissimi Lino Guanciale e Diana Manea, affiancati dall’altrettanto intensa Donatella Allegro (Adalgisa) e da un cast non sempre omogeneo (Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo e Filippo Zattini, che firma anche le musiche e gli arrangiamenti). Le scene più riuscite sono indubbiamente quelle tra Lulù e le sue donne: impolitiche, sentimentali, umanissime, mentre quelle in fabbrica risultano talvolta farraginose.

Ma è il contorno a lasciare perplessi: gli interludi musicali; i molti finali; i video d’epoca e di cronaca, che tengono insieme gli sbarchi e Rischiatutto; i dialoghetti al cinema; gli excursus storici; i frame del film; le indicazioni in sceneggiatura; le note di Vivaldi; le schitarrate politiche; le tirate intellettuali di Petri e Pirro e, soprattutto, le snobistiche citazioni letterarie, da Pagliarani a Valéry a Esiodo.

In questo pastiche – sicuramente ben orchestrato e condotto – a rimetterci è proprio la riflessione (metaforica?) sulla contemporaneità, perché non basta dire qua e là “Ilva, Amazon e call center” per raccontarci l’inferno del presente.

 

C’era una volta Whitney, il tesoro dalla pelle fragile

 

Come per Amy (Winehouse), splendidamente ritratta post- mortem dal premio Oscar Asif Kapadia nel 2015, anche per Whitney (Houston), splendidamente ritratta post- mortem dal premio Oscar Kevin Macdonald, scendono lacrime e s’avanza una domanda: perché?

Perché queste vite spezzate, questi talenti (parzialmente) sprecati, ovvero, queste morti premature? Per la Winehouse le ragioni si sono accumulate ed esplorate, per la Houston meno, ma il documentario in anteprima a Cannes associa la tormentata esistenza della popstar a una rivelazione devastante: ancora bambina, Whitney sarebbe stata abusata sessualmente dalla cugina, la cantante soul Dee Dee Warwick, scomparsa nel 2008 e più grande di lei di 18 anni.

Ad avanzare l’accusa il fratello Gary Garland-Houston, che asserisce di essere stato anche lui violentato dalla Warwick (sorella della più celebre Dionne), a confermarla l’assistente Mary Jones, detta Zia Mary, cui la cantante avrebbe confidato di essere stata “molestata in tenera età da una donna”. Si può eccepire forse sul rapporto di causa (abuso) ed effetto (supplizi, alcool, droga e fine precoce), ma quando Mary suggerisce che lì allignerebbe la frustrazione della naturale inclinazione omosessuale e la volontà coatta di farsi una famiglia (il marito straighter than straight Bobby Bown e la figlia Bobby Kristina), beh, vengono i brividi.

La Houston è morta nel 2012 a 48 anni annegata in una vasca da bagno, Bobby Kristina l’avrebbe seguita con le stesse modalità nel 2015, ineluttabilità e meccanicità prendono il campo, ma liberano la domanda: nessuno poteva tracciare per lei, per loro, una strada diversa, quantomeno fermarla?

Pareva aver ritrovato una ragione per alzarsi la mattina recitando nel remake del prediletto Sparkle (2012), invece no: lasciava 170 milioni di dischi venduti, sette singoli di fila approdati in vetta alla classifica americana (record ineguagliato) e un precedente film, The Bodyguard (1992) al fianco di Kevin Kostner, che l’avrebbe catapultata nella “stratosfera”, garantendole un ruolo seminale nello sdoganare la parità razziale a Hollywood, il successo globale di I Will Always Love You (Saddam Hussein ne fece il proprio inno elettorale…), ma anche la gelosia e l’invidia del manesco e nocivo Bobby Brown.

Ci sono, della bella, sorridente e intelligente Whitney, le interpretazioni più memorabili, quali l’insuperato inno americano al Superbowl del 1991 e il concerto di beneficenza a Johannesburg di tre anni più tardi, e la disastrosa esibizione danese a fine corsa, sopra tutto, il senso e il sentimento di una stella cadente: Whitney per noi, Nippy per amici pochi e familiari troppi.

La madre Cissy le insegnò a cantare con testa, cuore e viscere, il padre truffaldino John le intentò causa per 100 milioni di dollari, lei avrebbe fatto tesoro e corazza: la seconda non ha tenuto, il primo è ancora intatto.

 

L’abisso del ’68 DI FABER. Il figlio: “Dipinto da eversivo, per le simpatie anarchiche”

Era seduto sull’orlo di un abisso chiamato Sessantotto. Lui, Faber, seguace di Bakunin, amante delle puttane di via Pré e di quelle uccise sulla riva dell’Olona, sognatore perduto nelle allegorie di una Madonna troppo umana, boicottatore poetico di un Potere dalle mille teste. Cinquant’anni fa De André studiava il suo tempo per trasfigurarlo nell’arte visionaria, e poi costringerci ad ammettere che stava decifrando proprio il mondo attorno. Quell’anno pubblicò due album antitetici: un concept ambizioso sull’agonia dell’anima, Tutti morimmo a stento, e un Volume III che riproponeva la forma canzone senza un fil-rouge a unire i 45 giri che raccontavano vicende da lui già cantate, l’atroce fine di Marinella e il soldato Piero, ma anche traduzioni da Brassens e incastonature musicali da Cecco Angiolieri. Il Sessantotto di Faber durò almeno cinque anni: giù giù per i long-playing a tema, dischi sontuosi come La Buona Novella dei Vangeli apocrifi, la Spoon River pivaniana di Non al denaro non all’amore né al cielo e quello che nel ‘73 fu accolto con la critica che arricciava il naso (pure Gaber parlò di “linguaggio di un liceale fermatosi a Dante”), la Storia di un impiegato senza nome che racchiudeva la protesta bombarola di un trentenne intrappolato nel lato oscuro dell’utopia.

Un disco incompreso: ora il figlio di Faber, Cristiano, lo porterà in tour dal 5 luglio a Roma (poi Milano, Genova, Venezia e via andare) dopo averlo trasformato in un’opera rock dagli arrangiamenti tutti nuovi. “Prima di morire mio padre mi affidò una sorta di eredità, chiedendomi di far rivivere le sue cose: così stavolta affronto Storia di un impiegato: quel personaggio siamo tutti noi, interrogati da un giudice che è il Potere stesso, da combattere con la Poesia. Quello di Fabrizio era il sogno libertario dell’anarchia, nel segno del pacifismo e della convivenza tra simili. Una visione attuale più che mai, in questo 2018 dove ci troviamo a isolare i presunti diversi, in una finta democrazia che non avrà luogo finché, come suggeriva Camus, ‘non ci sentiremo tutti colpevoli’. Decenni di berlusconismo hanno demolito il pensiero in cui si riconosceva papà. Al suo tempo, assurdamente, le simpatie anarchiche lo fecero dipingere come un eversivo: ne insinuarono un coinvolgimento in Piazza Fontana, Cossiga e i servizi sospettavano che la casa di Tempio Pausania fosse un rifugio per brigatisti. Ma sarebbe bastato riascoltare le sue vecchie cose, La guerra di Piero con il soldato che si rifiuta di sparare e viene ucciso dall’altro, che invece non coltiva dubbi”.

Il De André sull’orlo dell’abisso lo conobbe bene Franz Di Cioccio: “Ero nei Quelli, e Gian Piero Reverberi mi chiamò per convincere Fabrizio a usare la band nella Buona Novella. Noi eravamo ragazzi scapestrati, lui un elitario frequentatore di salotti”, ricorda il batterista della Pfm dall’Inghilterra, nuova tappa del tour di “Emotional Tattoos” dopo i trionfali live americani. “Era un cantautore immensamente evocativo, capace di riportare i morti nel mondo dei vivi, e sempre più tentato dall’avventura degli album concept: il bagno nelle acque del prog-rock lo travolse inesorabilmente. La narrazione delle vicende terrene di Maria e Gesù gli servì per simboleggiare la dolorosa rivoluzione del ‘68: accettò i nostri colori per arricchire i suoi versi. Nel ‘78 ci ritrovammo in modo più stretto. Con la Premiata avevamo un concerto a Nuoro, lui non aveva la patente e si fece accompagnare da un contadino. Ci invitò a casa e preparò un’insalata di funghi: gli dissi che non volevo morire avvelenato. Ci sfidammo: ‘Se mangi tu lo faccio anch’io’, era un segno di fiducia reciproca. Gli proposi l’idea folle di andare sul palco insieme. Il nostro rock estroverso e il suo intimismo lirico, davanti a due pubblici di opposte predilezioni. Funzionò, le sue canzoni trovarono nuova luce con la Pfm. Un anno dopo, d’estate, eravamo pronti per un secondo tour e un altro disco con lui, ma De André nicchiò: voleva badare alle vacche nella sua tenuta dell’Agnata. Una sera noi della Pfm ci preparavamo a esibirci alla Festa dell’Unità di Ravenna, nello stesso giorno in cui D’Alema fu scelto come segretario della Fgci. Arrivò la notizia che Fabrizio era stato rapito. Ci riabbracciammo solo anni più tardi, i nostri piani erano saltati per sempre”.

Ma De André ha lasciato una traccia anche nei cantautori delle nuove generazioni. Per Diodato (che riprende il tour il 15 giugno da Pistoia) Faber è “un maestro, lontanissimo dalla mia indole urgente, eppure necessario, inevitabile. Mi ha insegnato il potere dell’italiano nelle canzoni, mi ha mostrato come si può trattare la politica anche narrando d’amore, e nessuno come lui mi ha fatto sentire che stavo parlando di me stesso interpretando una sua cosa. Accadde con la mia cover di Amore che vieni amore che vai: un giorno mi misi a suonarla, senza precise intenzioni. Cambiai tonalità, la stravolsi. Ma la sua grandezza avvolse la mia anima, una volta per tutte”.

Casa delle donne caos e proteste in Campidoglio

L‘assemblea Capitolina ha approvato, con 27 voti favorevoli e 2 contrari, tra il caos delle proteste delle manifestanti e le richieste di rinvio da parte dei consiglieri di opposizione, la mozione del M5S a prima firma della consigliera Gemma Guerrini sulla Casa Internazionale delle donne. I consiglieri del Pd non hanno partecipato al voto. Dopo l’approvazione della mozione, il presidente dell’Aula Marcello De Vito è stato costretto a sospendere i lavori dell’Assemblea Capitolina. “La seduta è sospesa a causa dei disordini. Preciso che la sospensione del servizio è ascrivibile a questi disordini”, ha detto De Vito.

Nel documento, contestato dalle manifestanti, si prevede l’impegno per la sindaca e la giunta a “riallineare e a promuovere il ‘Progetto casa internazionale della donna’ alle moderne esigenze dell’Amministrazione e della cittadinanza, attraverso la creazione di un centro di coordinamento gestito da Roma Capitale e prevedendo con appositi bandi, il coinvolgimento delle associazioni”. “Vogliono liquidare il Progetto della Casa Internazionale delle Donne solo perché non riusciamo a pagare integralmente il canone onerosissimo di affitto”, protestano le attiviste.