Studentessa pachistana incinta costretta ad abortire

Un amore “occidentale” nato tra i banchi di una scuola di Verona e, per di più, una gravidanza. Inaccettabile. Con una scusa – il matrimonio del fratello in Pakistan – l’hanno portata via da Verona. E lì Farah, studentessa di 19 anni si è trovata segregata dai familiari che l’avrebbero costretta ad abortire. Dal Pakistan poi la disperata richiesta di aiuto della giovane: messaggi via WhatsApp alle compagne di classe per descrivere l’incubo, poi il silenzio e le indagini della Polizia.

Il bambino, il cui padre avrebbe dovuto essere un compagno di studi coetaneo conosciuto in un istituto superiore scaligero, sarebbe dovuto nascere in estate. Per facilitare il parto, i dirigenti scolastici avevano anche pensato di anticipare per la ragazza gli esami di maturità, per permetterle di portare a termine la gravidanza in modo sereno.

La famiglia di Farah vive a Verona dal 2008; il padre, proprietario di un negozio in città, era stato denunciato per maltrattamenti e a settembre la ragazza si era rivolta ai servizi sociali del Comune, che per qualche tempo l’hanno ospitata in una struttura protetta.

Il 9 gennaio, però, la svolta. La ventenne lascia la casa protetta dicendo di essersi riconciliata con i parenti. Poco dopo la partenza per il Pakistan.

Da quel viaggio però, non è più tornata, e alle amiche della classe sono cominciati ad arrivare messaggi in cui la ragazza descriveva un incubo: chiusa in camera, legata a un letto, sedata con pillole fino all’intervento di una dottoressa che le avrebbe procurato l’aborto. La rete scolastica si è attivata, a partire dalle compagne fino alla dirigenza, e da qui alla Digos della Questura scaligera, che ha anche attivato il consolato pachistano in Italia.

Il padre e il fratello sarebbero attualmente a Verona. Lo ha riferito l’assessore ai servizi sociali del Comune, Stefano Bertacco.

“Bianzino fu picchiato, il processo va rifatto”

Nuovi elementi possono portare alla riapertura delle indagini sulla morte di Aldo Bianzino deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia due giorni dopo il suo arresto. Il 44enne, falegname, incensurato, era stato fermato insieme alla compagna per una piccola coltivazione di marijuana nei dintorni del suo casolare umbro. Dopo due giorni di detenzione, Bianzino venne trovato morto nella sua cella di isolamento. Il decesso avvenne per emorragia cerebrale dovuta, secondo la Procura, a un aneurisma. Per questo motivo il processo per omicidio volontario contro ignoti venne archiviato nel 2009. A restare in piedi fu il procedimento nei confronti di un agente della polizia penitenziaria, Gianluca Cantoro, condannato a un anno per omesso soccorso.

Tante cose, però, non quadrano. E ora due perizie concluse nel novembre 2017 dai due medici legali di parte, Luigi Gaetti e Antonio Scalzo, ipotizzano una verità diversa da quella processuale. La famiglia, tramite gli avvocati Cinzia Corbelli e Massimo Zaganelli, il 28 aprile ha Presentato alla procura di Perugia un’istanza per la riapertura delle indagini per omicidio volontario, iniziativa illustrata ieri con una conferenza stampa in Senato.

Secondo le nuove perizie, l’emorragia cerebrale di Bianzino è incompatibile con l’aneurisma, mentre sarebbe dovuta a un evento traumatico, ossia a colpi ricevuti in testa. La vittima fu poi rinvenuta con il fegato gravemente lesionato. Secondo la Procura ciò fu dovuto al tentativo di rianimazione in cui i soccorritori gli avrebbero distrutto il fegato. Le nuove perizie, invece, dimostrano come le lesioni epatiche avvennero in contemporanea a quelle cerebrali, quindi prima del decesso. Poi sono state rinvenute anche lesioni alla milza. “Durante l’esame ho potuto constatare che parti del cervello di Aldo sono andate perdute o fatte sparire”, racconta Gaetti, anatomopatologo, ex senatore M5S. “Due giorni dopo l’arresto, mia madre, Roberta Radici, venne interrogata e le fu chiesto se mio padre, che in quel momento era già morto, soffrisse di problemi di cuore o svenimenti. Poi, dopo la scarcerazione, mia madre chiese: quando potrò rivedere Aldo? Sta male? La risposta fu: potrà rivederlo dopo l’autopsia. Ecco, così mia madre venne a sapere che il suo compagno era morto”, racconta il figlio Rudra Bianzino, 14enne all’epoca dei fatti. La madre Stefania morirà due anni dopo, nel 2009. Oggi è grazie alla perseveranza di Rudra che il caso potrebbe essere riaperto. “Non dobbiamo essere noi a sostituirci allo Stato e invece spesso tocca alle famiglie farsi carico di nuove indagini”, afferma Rudra Bianzino. “Nel processo le indagini sono state condotte all’insegna della sciatteria e del disprezzo della verità”.

L’Italia (del Nord) omofoba “Ai gay niente patrocinio”

Il più coerente è Attilio Fontana: aveva detto no quando era sindaco di Varese e lo ha ribadito ora che è presidente della Lombardia. Nella geografia d’Italia sono sempre di più le realtà dove i Gay pride – le manifestazioni dell’orgoglio omosessuale – non ottengono il patrocinio delle istituzioni: succede nel profondo Nord, a Novara, Genova, Trento e Varese. Il tutto mentre in Italia oltre 50 persone sono vittime di omofobia ogni giorno, secondo i dati diffusi ieri da Gay Help Line per la giornata contro l’omofobia.

Il caso emblematico è quello di Trento, dove il 9 giugno ci sarà la prima edizione del “Dolomiti pride”. La Provincia ha negato il patrocinio e il presidente Ugo Rossi – non un leghista, ma l’espressione di una coalizione di centrosinistra – ha detto che la parata è un evento di “folklore e di esibizionismo che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine”. Lo ha detto a Trento, la stessa città che ha appena ospitato – ovviamente con tutti i patrocini del caso – l’Adunata degli alpini. Con tanto di episodi di sessismo e piccole molestie (etero), denunciati dal comitato “Non una di meno”.

Ma i gay pridesono davvero solo esibizionismo? “No di certo” risponde Claudio Tosi, presidente di Arcigay a Genova. Nella sua città il sindaco di centrodestra Marco Bucci ha definito il Pride una “manifestazione divisiva”.

“Negli ultimi tre anni – replica Tosi – nella sola Genova ci sono stati quattro ragazzi che sono rimasti senza casa, cacciati dalle loro famiglie solo perché hanno fatto coming out e ammesso la loro omosessualità”. Ma cosa c’entra questo con i Gay pride? “Sono manifestazioni che aiutano chi si sente solo: così capiscono che ci sono associazioni pronte ad aiutarli. E chi è stato cacciato da casa con la sola colpa di essere gay, grazie al Pride capisce che in realtà non è colpevole”.

Ilaria Gibelli, che fa parte del comitato organizzatore del Pride ligure, ieri era in Regione per cercare di spiegare i motivi dell’orgoglio arcobaleno: “Sabato faremo a Genova una grande cena colorata per manifestare contro l’omofobia”. Con il patrocinio, questa volta? “No, lo hanno negato”.

L’Italia è alla posizione 32 su 42 nella classifica che valuta le politiche e le leggi a favore degli omosessuali. La graduatoria, diffusa ieri, è compilata da Ilga-Europe, l’organizzazione che riunisce le associazioni pro gay di tutta Europa. Il nostro Paese ha un punteggio del 27%. Nella classifica generale arriva dopo Albania, Kosovo, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Repubblica Ceca, Cipro e Slovacchia. I primi sono Malta, Belgio e Norvegia.

“È soprattutto nelle piccole realtà che si vive la discriminazione – spiega Giovanni Boschini, presidente di Arcigay a Varese, città che ha ottenuto il patrocinio del Comune ma non quello della Regione – Da noi c’è chi vive una doppia vita: nasconde l’omosessualità a Varese e la vive alla luce del sole a Milano, dove c’è più libertà. Sappiamo che c’è chi è costretto a osservare il Gay pride nascosto da una colonna. ‘Vorremmo partecipare, dicono, ma perderemmo il posto di lavoro’. Ecco, i Pride li facciamo soprattutto per loro”.

Ma se il coro di patrocini negati arriva in genere da zone governate dal centrodestra, in Trentino la giunta è di centrosinistra. Ma qui alle elezioni nazionali ha vinto per la prima volta la Lega e in ottobre ci sono le provinciali: “Forse l’omofobia istituzionale di Rossi è un calcolo politico– dice Paolo Zanella, coordinatore del Dolomiti pride – ma non si dovrebbero fare calcoli politici sui diritti delle persone”.

Il Pride sarà un mese dopo l’Adunata degli alpini. “Credo che la Provincia abbia adottato due pesi e due misure – spiega Zanella – eppure durante l’Adunata ci sono stati episodi di molestie e di sessismo contro le donne (come ha denunciato il comitato “Non una di meno”, ndr). Il Pride non è esibizionismo: vogliamo solo chiedere più libertà. I cittadini lo hanno capito, la Provincia no”.

Regione Piemonte, Fuksas in tribunale per il grattacielo

Le vicissitudini del nuovo grattacielo – ancora in costruzione dopo anni– che a Torino dovrebbe ospitare la sede della Regione Piemonte “sono emblematiche delle difficoltà italiane”. Lo ha detto l’architetto Massimiliano Fuksas prima di deporre in tribunale al processo contro sei fra imprenditori e dirigenti dell’Ente per le presunte irregolarità che fra il 2011 e il 2013 accompagnarono l’affidamento di alcuni subappalti. Fuksas ha affermato che il suo progetto iniziale è stato profondamente modificato; secondo la procura di Torino, in effetti, furono apportate delle varianti al solo scopo di favorire delle aziende. “L’involucro – ha spiegato l’architetto – è rimasto lo stesso. Ma dove avevo previsto l’uso dell’acciaio è stato utilizzato per due terzi il cemento armato. Io avevo pensato a una struttura leggera. Così invece è diventata rigida, con gli inconvenienti che ne conseguono. Peraltro sono lievitati i costi. Lo sanno tutti che il cemento è più costoso dell’acciaio. È stata una follia”. L’udienza è terminata con un battibecco con avvocato della Regione Piemonte (parte civile nel procedimento): “Fuksas ci ha dato dei ciarlatani”, ma l’architetto nega.

Da La Russa a Sallusti, ultimo saluto a Ligresti

Figli e figliocci, ieri a Milano per dare l’ultimo saluto a Salvatore Ligresti, morto tre giorni fa a 86 anni dopo una lunga malattia. Da tempo era, infatti, ricoverato all’ospedale San Raffaele. L’appuntamento era fissato ieri alle quattro del pomeriggio sul sagrato della chiesa di Santa Maria degli Angeli in via della Moscova nel pieno centro della città.

Per dare l’ultimo saluto a colui che alla storia è passato con il soprannome di “re del mattone”, ras dell’edilizia della Milano da bere e poi corsaro, discusso, della finanza, si è riunito parte del salotto buono del capoluogo lombardo. Figli e figliocci, dunque. A partire da primi con Jonella, Giulia e Paolo . Non è mancato anche il fratello Antonino, oltre ai nipoti. L’arrivo della bara, di legno chiaro, è stato accolto dalle note della colonna sonora del film il Galdiatore. Ad attendere Turi, come lo chiamavano i suoi compaesani della Sicilia, lui nato a Paternò il 13 marzo del 1932, molti politici e imprenditori che a Milano hanno trovato alterne fortune.

Non è mancato così, Ignazio La Russa, ex ministro e tra i fondatori del partito Fratelli d’Italia. Anche lui originario di Paternò, lo ha ricordato con affetto, chiamandolo, appunto, Turi. Fu proprio il padre di Ignazio, in qualche modo, il motore delle future fortune di don Salvatore. A La Russa senior, allora senatore missino, il merito di aver traghettato Ligresti nel mondo dell’alta finanza. Non è mancato all’appuntamento, anche Paolo Berlusconi. Indaffarato in diversi affari immobiliare, il fratello dell’ex premier si è presentato con occhiali scuri e giacca azzurra. Oltre a lui anche Diego Della Valle, immortalato in un abbraccio affettuosa con Jonella. Dopo l’imprenditore marchigiano, l’ex coppia di politica e giornali. Ovvero Daniela Santanché e l’attuale direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Dei vecchi tempi della Milano da bere, ecco anche l’ex sindaco di Milano, nonché cognato di Bettino Craxi, Paolo Pillitteri. A fare capolino pure Bruno Tabacci e l’imprenditore Beniamino Gavio.

Assente, invece, il mondo dell’alta finanza che negli Anni Ottanta tenne a battesimo gli esordi di Ligresti. Presenti, invece, alcuni manager storici di famiglia come Antonio Talarico e Fausto Marchionni. In chiesa hanno risuonato le note dell’Ave Maria di Schubert cantata da un soprano e accompagnata dall’arpa. Circa 400 le persone che hanno assistito alla messa.

“La generosità, l’altruismo, l’amicizia vera si vedono nei momenti difficili e non solo all’apice della carriera. E’ facile essere amici quando tutto va per il verso giusto, più difficile quando c’è qualche intoppo”, ha ricordato nell’omelia Padre Roberto mentre dai figli e dai nipoti, che hanno letto dei massaggi alla fine della funzione, sono arrivate parole di grande affetto e stima verso quello che hanno definito un “grandissimo uomo” e “un grande padre e imprenditore”. Si chiude così la lunga e discussa storia di Salvatore Ligresti.

Milano 4, l’affare dei Berlusconi nel mirino dei pm

Milano 3, Comune di Basiglio, tra i più ricchi d’Italia, e che oggi porta in dote uno degli affari edilizi più golosi del Paese. Sulla carta circa 300 milioni di euro. Costruisce Paolo Berlusconi. Il sogno, ambizioso, è quello di edificare Milano 4. E fino a qui tutto nella norma. Fatti futuri (le elezioni del prossimo 10 giugno) e circostanze attuali, però, collocano attorno al progetto personaggi e rapporti che sollevano alcune perplessità. A tal punto da incuriosire la Procura di Milano che sta lavorando su due fascicoli senza che allo stato nessuno di coloro che si occupano del progetto risulti indagato.

Il primo, recente, nasce da una bagattella locale a Basiglio. Una querela nei confronti di un blog per questioni di ambito scolastico. Fatti che, però, hanno attirato l’attenzione della Procura su altre vicende. Tra queste, l’iter del Pgt dentro al quale si sviluppa il progetto di Berlusconi. Oltre a ciò, non è sfuggita l’importante crescita imprenditoriale della famiglia Stilo, che dalla provincia di Vibo Valentia è arrivata a Basiglio ed è inciampata, con una propria azienda, in un’interdittiva antimafia per i controlli di Expo. Il provvedimento amministrativo, bocciato dal Tar ma confermato in via definitiva dal Consiglio di Stato, non li riguarda direttamente (gli Stilo non hanno precedenti per mafia), ma mette in evidenza la figura di un dirigente della loro azienda individuato in compagnia di figure influenti della cosca Mancuso di Limbadi. La curiosità degli inquirenti al momento non è andata oltre, non sono stati effettuati accertamenti specifici, sicché si tratta di un’ipotesi investigativa senza indagati. Più datato il secondo fascicolo che si avvia all’inizio del 2016, quando gli atti di un’inchiesta (poi archiviata) per un presunto abuso edilizio a Basiglio finiscono sul tavolo della Direzione distrettuale antimafia. In quei documenti è ricostruito, in parte, l’inizio del rapporto della famiglia Stilo con Basiglio e i loro contatti con un funzionario pubblico oggi ai domiciliari per un’indagine della procura di Pavia. Qui viene documentato, senza che nulla di penalmente rilevante sia stato individuato, l’ingresso degli Stilo nello storico Sporting club di Milano 3. All’epoca la struttura è in stato di abbandono. Oggi, sotto la loro guida, ha riconquistato i fasti degli anni Ottanta. Lo Sporting rappresenta lo strumento ideale per intessere rapporti. Paolo Berlusconi qui è di casa. Soprattutto durante le feste di Natale, alle quali fanno da sponsor l’Immobiliare Leonardo dello stesso Berlusconi e Banca Mediolanum. Dalle sale dello Sporting, poi, viene lanciata la lista civica Straordinaria Basiglio. A far da apripista un manager della security in rapporti con Mediolanum. Manager che poi si defilerà. Lo vedremo. Rimaniamo ora su Banca Mediolanum, o meglio, sul suo patron Ennio Doris e la consorte Lina Tombolato. Nel 2011, quando i rapporti poi ricostruiti nell’interdittiva antimafia ancora non sono noti, Lina Tombolato acquista da Rosaria Corrado, madre di Francesco Stilo, e nonna di Alex, Emanuele e Davide, una villa di 15 stanze a Milano 3. L’atto notarile viene redatto da Arrigo Roveda, storico notaio di Silvio Berlusconi. La villa, all’interno della residenza Sirio 22, vale circa 1,5 milioni di euro. Torniamo al progetto di Milano 4 e alle elezioni. La lista Straordinaria Basiglio è appoggiata da Forza Italia e Lega. Una sua vittoria piacerebbe a Berlusconi che ora vede il progetto frenato da un convenzione che gli consente di avanzare nei lavori solo dimostrando di aver venduto sulla carta già il 70% degli appartamenti. Il candidato sindaco non è più il manager della security, ma Simone Patera, 27enne figlio di un carabiniere della tenenza locale, attivo nell’ambito dei corsi per esami universitari. La sua società ha una sede allo Sporting. E che gli Stilo abbiano interessi (leciti) per questa candidatura, lo dimostra il fatto che lo stesso Patera, accompagnato da uno degli Stilo, ha bussato alle porte di Fratelli d’Italia per avere il simbolo. Richiesta negata.

Alla presentazione di Patera, molti erano gli amici dello Sporting. Tra questi Norberto Achille, ex presidente di Ferrovie nord condannato per peculato a 2 anni e 8 mesi (pende appello). Suo figlio Marco è stato anche socio degli Stilo in una immobiliare. Solo due giorni fa, poi, al banchetto della lista si è fatta vedere anche Mariella Bocciardo, ex moglie di Paolo Berlusconi ed ex parlamentare di Forza Italia. Gli Stilo così stanno dietro le quinte. Parlare di loro pubblicamente, però, non sembra cosa gradita nemmeno in area Pd. Poche settimane fa, a un convegno di Avviso Pubblico al presidente della Commissione antimafia di Milano David Gentili è stato cortesemente chiesto di non intervenire, promettendo un nuovo incontro (non ancora fissato), perché le sue parole sarebbero suonate come “un agguato” agli Stilo. Così vanno le cose al Nord.

Crocetta si difende: “Sono vittima di un sistema”

“Vengo messo in mezzo a una vicenda che non mi riguarda, la verità è che c’è stato uno scontro interno a Confindustria in Sicilia, ma sono fatti che attengono all’associazione non a me”. Lo ha detto l’ex governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, indagato per finanziamento illecito dei partiti e concorso in associazione a delinquere finalizzato alla corruzione nell’inchiesta Montante.

Crocetta si riferisce allo scontro tra Antonello Montante e Marco Venturi, uno dei testi chiave dell’indagine e grande accusatore dell’ex presidente di Sicindustria, dopo essergli stato per otto anni a fianco durante la “svolta” dell’associazione nella lotta alla mafia, che per i pm sarebbe stato un grande bluff messo in piedi da un “sistema di potere”. “Il video scabroso? Mi dipingono come una pornostar, come se fossi Rocco Siffredi. Ma dov’è questo video? La verità è che non esiste, è una bufala come al solito per denigrare la mia omosessualità”. Di “video scabroso” si fa cenno nell’avviso di garanzia notificato mercoledì pomeriggio a Crocetta; a impedirne la diffusione, secondo l’accusa, fu Montante.

Caso Woodcock, il Csm convoca Scafarto

Non sono bastate le testimonianze univoche e favorevoli di due uomini della Polizia giudiziaria per chiudere un filone del processo disciplinare ai pm di Napoli Henry John Woodcock e Celestina Carrano, accusati di aver ascoltato il 21 dicembre 2016 – come testimone e non come indagato (quindi senza difensore) – l’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni (poi indagato a Roma) sul caso Consip e di aver permesso la fuga di notizie che ha portato sotto inchiesta, tra gli altri, il ministro dello Sport Luca Lotti e l’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Ieri, la sezione disciplinare del Csm, su richiesta del sostituto pg Mario Fresa, ha deciso di ascoltare l’ufficiale del Noe Gianpaolo Scafarto, anche lui presente a quella deposizione e lo stesso Vannoni.

I due pm sono pure accusati di aver vessato Vannoni affinché dicesse da chi aveva saputo dell’indagine in corso in modo da avvertire l’ex ad di Consip Umberto Marroni.

In merito a questa accusa ieri è stato ascoltato il maresciallo dei carabinieri Carlo Brachetti. Come un mese fa il maggiore della Guardia di Finanza Sebastiano Di Giovanni, ha escluso che ci siano state pressioni per far parlare Vannoni. Brachetti ha detto, come altri testimoni, che Vannoni era “molto agitato”. Altro che maltrattamenti: “Mi preoccupai, gli offrii dell’acqua. Ricordo che anche la dottoressa Carrano gli chiese se voleva uscire un momento dall’ufficio per riprendersi ma lui rispondeva che aveva fretta”. Il sostituto pg Fresa ha chiesto se a Vannoni fosse stato fatto il nome di Matteo Renzi o se l’avesse fatto lui stesso quando racconta ai pm che l’ex premier gli avrebbe detto “stai attento a Consip”. Brachetti, più volte incalzato da Fresa, ripete che “Vannoni fece il nome di Renzi spontaneamente”. Stessa versione del maggiore Di Giovanni. Dunque, per due dei tre uomini della Pg presenti alla deposizione di Vannoni, Woodcock e Carrano si comportarono “correttamente”. Ma l’accusa vuole ancora approfondire, come i giudici del Csm che ritengono “indispensabili” le testimonianze di Scafarto e Vannoni, sia pure indagati.

Woodcock è accusato anche di scorrettezza nei confronti dell’ex procuratore reggente Nunzio Fragliasso e dei colleghi di Roma Paolo Ielo e Mario Palazzi per un articolo di Liana Milella su Repubblica che riportava suoi virgolettati non autorizzati. Già la giornalista, amica ventennale del pm, al processo ha avuto il coraggio di ammettere di aver “tradito” Woodcock. Ieri la pm Carrano, chiamata a testimoniare dalla difesa, ha confermato che Woodcock il giorno in cui uscì l’articolo era “molto amareggiato”. E quando Fresa le chiede se non si fosse risentita perché Woodcock non le aveva detto nulla, Carrano ha risposto: “Si trattava di una discussione privata. Invece, rimasi turbata per il tradimento che aveva subito. Personalmente ho pensato che Milella avesse dovuto scrivere per esigenze del suo giornale dettate o da interessi economici, cioè di tiratura, o politici”.

Talpe in Dna e in Antimafia: il sistema Montante a Roma

Ora è caccia alla talpa anche dentro gli uffici romani dell’antimafia giudiziaria (la Dna) e di quella politica (palazzo San Macuto). Pur di accaparrarsi informazioni sull’indagine per mafia che la Procura nissena aveva aperto nei suoi confronti, nella primavera del 2016 Antonello Montante spedisce “per tre volte” (il 10 marzo, il 29 aprile e l’8 settembre) Diego Di Simone, responsabile della sicurezza di Confindustria, negli uffici romani di via Giulia dove qualcuno sembra ben disposto a fornirgli informazioni. È quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche riportate nell’ordinanza del gip di Caltanissetta Maria Carmela Giannazzo, che in diversi passaggi non riesce a celare il proprio stupore per la pervasività del “sistema Montante”.

E se dagli uffici nisseni non arriva alcuna conferma di una trasmissione di atti alla Procura della Capitale l’esistenza di una “talpa” nel cuore della Procura nazionale emerge dall’esito del primo abboccamento, captato alle 17:14 del 10 marzo nella telefonata tra Di Simone e il suo capo. L’uomo della sicurezza esordisce dicendo di aver “sin da subito incalzato l’interlocutore, tanto, che a suo dire, questi era diventato paonazzo”. Poi riferisce a Montante di aver appreso dalla sua fonte che “l’obiettivo loro è di ‘struppiare (far male, ndr) in tutti i modi”, ma che “si trovano in una situazione di stallo, perchè non sanno più cosa inventarsi, non avendo nulla in mano”. Quindi Di Simone prosegue riferendo che c’è uno “scazzo”, un diverbio tra “operativi e mandanti”, i quali hanno “problemi fra di loro”. E che la questione, secondo la sua misteriosa fonte, si sarebbe risolta “quando si va a sedere”… A questo punto Montante al telefono blocca il suo fedelissimo: “Vabbè, va bene…”.

Perché il riferimento, chiosa il gip, è al futuro procuratore di Caltanissetta, dal momento che la Procura in quei giorni è in attesa della nomina del nuovo capo, dal quale evidentemente la “talpa” fa dipendere le decisioni sul procedimento che riguarda Montante.

Il 29 aprile alle 11:58 ecco la seconda telefonata, che segue di poche ore il nuovo incontro tra Di Simone e l’interlocutore della Dna. L’utenza del chiamante aggancia una cella telefonica ubicata a 170 metri dagli uffici di via Giulia, e Di Simone stavolta rassicura il manager siciliano dicendo che “in quel contenitore non c’è nulla… stiamo parlando di niente”.

Nell’ultima telefonata, alle ore 13:41 dell’8 settembre 2016, Di Simone, replicando a Montante che gli chiede: “Incontri?”, esclama: “Fatto! Fatto! Stamattina… tutto a posto”. Poi aggiunge che il suo interlocutore è stato un poco mutanghero (poco propenso ad aprirsi, ndr), ma che poi ha riferito due cose: la prima è che “la priorità sua è un’altra”, e la seconda è che “la stanno facendo vastasa (sporca, ndr)”, per cui lo prega di avere “anticchia di pacienzia”, un poco di pazienza.

L’allusione, spiega il gip, è all’avvenuta scadenza del termine di due anni delle indagini preliminari, nel giugno 2016. Alla fine Di Simone esorta il suo “capo” ad avere “calma e sangue freddo”, e conclude ottimista: “È una cosa abbastanza positiva… cioè me l’ha data per positiva, mi spiego?” Per monitorare le indagini della Procura nissena, comunque, l’ex leader di Sicindustria si muove su più fronti e anche in Commissione Antimafia una “talpa” avrebbe riferito a Montante il contenuto dell’audizione, secretata, dell’imprenditore Marco Venturi, l’ex amico poi diventato il suo più grande accusatore. È proprio Montante a sostenere di sapere cosa abbia detto Venturi all’Antimafia in una conversazione con l’assessore regionale alle attività produttive, Linda Vancheri, sua fedelissima, captata il 30 dicembre 2016 nell’automobile della donna: “Tutte le mie domande ha fatto”, dice l’industriale alla Vancheri, facendo intendere che può contare addirittura su qualcuno all’interno di San Macuto. Una frase che per il gip “lascia un po’ esterrefatti”.

Il Miracolo, un horror in crisi esistenziale

Bastano sessanta secondi per capire che non siamo in una telenovela di Canale 5, un altro minuto per esser certi che siamo alla larga dalle uniformi e dai sai di Raifiction, ultimo arrivato il miracoloso capitano di Vanessa Incontrada. Qui Il Miracolo è un altro, è il titolo della serie firmata da Niccolò Ammaniti (Sky Atlantic, martedì sera), che ha immaginato “qualcosa di straordinario, al limite con la farsa”: una madonnina di plastica che lacrima sangue umano, a litri, rinvenuta nel covo di un boss mafioso. Il poliuretano si è fatto carne? Se lo chiedono tutti (un prete ludopatico, un primo ministro fin troppo scettico, un generale che vorrebbe vederci più chiaro, una biologa sconvolta dalle sue stesse analisi), e tutti di fronte al prodigio vacillano, come se la loro vita fosse fatta di cartongesso. In questo debutto Ammanniti si è incontrato a metà strada con i canoni del genere: l’incastro degli enigmi, la moltiplicazione dei personaggi, la lentezza degli svolgimenti; e una mescolanza di generi dove prevale una sottile vena horror ma un horror filosofico, quello che nasce non dalla paura ma dal dubbio, un Dario Argento in crisi esistenziale. È la prova di come lo stile di un autore possa felicemente migrare nel genere narrativo più sopravvalutato di sempre, la serie Tv, e questo è già un mezzo miracolo. Qual è la metà mancante? Manca l’allegria, altro tratto dell’Ammanniti scrittore, ma quasi sconosciuta alle serie. Pazienza. Sarà per il prossimo miracolo.