Ora è caccia alla talpa anche dentro gli uffici romani dell’antimafia giudiziaria (la Dna) e di quella politica (palazzo San Macuto). Pur di accaparrarsi informazioni sull’indagine per mafia che la Procura nissena aveva aperto nei suoi confronti, nella primavera del 2016 Antonello Montante spedisce “per tre volte” (il 10 marzo, il 29 aprile e l’8 settembre) Diego Di Simone, responsabile della sicurezza di Confindustria, negli uffici romani di via Giulia dove qualcuno sembra ben disposto a fornirgli informazioni. È quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche riportate nell’ordinanza del gip di Caltanissetta Maria Carmela Giannazzo, che in diversi passaggi non riesce a celare il proprio stupore per la pervasività del “sistema Montante”.
E se dagli uffici nisseni non arriva alcuna conferma di una trasmissione di atti alla Procura della Capitale l’esistenza di una “talpa” nel cuore della Procura nazionale emerge dall’esito del primo abboccamento, captato alle 17:14 del 10 marzo nella telefonata tra Di Simone e il suo capo. L’uomo della sicurezza esordisce dicendo di aver “sin da subito incalzato l’interlocutore, tanto, che a suo dire, questi era diventato paonazzo”. Poi riferisce a Montante di aver appreso dalla sua fonte che “l’obiettivo loro è di ‘struppiare (far male, ndr) in tutti i modi”, ma che “si trovano in una situazione di stallo, perchè non sanno più cosa inventarsi, non avendo nulla in mano”. Quindi Di Simone prosegue riferendo che c’è uno “scazzo”, un diverbio tra “operativi e mandanti”, i quali hanno “problemi fra di loro”. E che la questione, secondo la sua misteriosa fonte, si sarebbe risolta “quando si va a sedere”… A questo punto Montante al telefono blocca il suo fedelissimo: “Vabbè, va bene…”.
Perché il riferimento, chiosa il gip, è al futuro procuratore di Caltanissetta, dal momento che la Procura in quei giorni è in attesa della nomina del nuovo capo, dal quale evidentemente la “talpa” fa dipendere le decisioni sul procedimento che riguarda Montante.
Il 29 aprile alle 11:58 ecco la seconda telefonata, che segue di poche ore il nuovo incontro tra Di Simone e l’interlocutore della Dna. L’utenza del chiamante aggancia una cella telefonica ubicata a 170 metri dagli uffici di via Giulia, e Di Simone stavolta rassicura il manager siciliano dicendo che “in quel contenitore non c’è nulla… stiamo parlando di niente”.
Nell’ultima telefonata, alle ore 13:41 dell’8 settembre 2016, Di Simone, replicando a Montante che gli chiede: “Incontri?”, esclama: “Fatto! Fatto! Stamattina… tutto a posto”. Poi aggiunge che il suo interlocutore è stato un poco mutanghero (poco propenso ad aprirsi, ndr), ma che poi ha riferito due cose: la prima è che “la priorità sua è un’altra”, e la seconda è che “la stanno facendo vastasa (sporca, ndr)”, per cui lo prega di avere “anticchia di pacienzia”, un poco di pazienza.
L’allusione, spiega il gip, è all’avvenuta scadenza del termine di due anni delle indagini preliminari, nel giugno 2016. Alla fine Di Simone esorta il suo “capo” ad avere “calma e sangue freddo”, e conclude ottimista: “È una cosa abbastanza positiva… cioè me l’ha data per positiva, mi spiego?” Per monitorare le indagini della Procura nissena, comunque, l’ex leader di Sicindustria si muove su più fronti e anche in Commissione Antimafia una “talpa” avrebbe riferito a Montante il contenuto dell’audizione, secretata, dell’imprenditore Marco Venturi, l’ex amico poi diventato il suo più grande accusatore. È proprio Montante a sostenere di sapere cosa abbia detto Venturi all’Antimafia in una conversazione con l’assessore regionale alle attività produttive, Linda Vancheri, sua fedelissima, captata il 30 dicembre 2016 nell’automobile della donna: “Tutte le mie domande ha fatto”, dice l’industriale alla Vancheri, facendo intendere che può contare addirittura su qualcuno all’interno di San Macuto. Una frase che per il gip “lascia un po’ esterrefatti”.