La corruzione del cemento

È morto a 86 anni, quasi in sordina o, per chi di questa dipartita si è occupato, indicato come un benefattore (Corriere del 16 maggio) Salvatore Ligresti uno dei grandi protagonisti del sacco edilizio di Milano.

Negli anni Ottanta, quelli della “Milano da bere” socialista, avevo preso l’abitudine, quando il lavoro stressante di inviato e insieme editorialista dell’Europeo me lo permetteva, di inforcare la bici, che a quel tempo quasi nessuno usava, ed evitando il più possibile il pericoloso traffico di Milano (la bici allora non era considerata), me ne andavo nella zona degli ippodromi che era rimasta intatta anche per una battaglia dei comitati di zona cui avevo partecipato sul Giorno e che avevamo alla fine vinto perché si era ritenuto che se non gli uomini almeno i cavalli avevano il diritto di respirare. Un pomeriggio vidi che sui terreni dell’antica scuderia De Montel erano stati costruiti, quasi da un giorno all’altro, sei edifici cilindrici, rosa, di sei piani ciascuno, del tutto incongrui, assurdi, in quel contesto quasi di campagna. Il caso volle che poco tempo dopo mi trovassi a colloquio, per un’intervista, con Carlo Tognoli, il sindaco di Milano. Gli dissi di quegli orrori. “Tognolino” abbassò gli occhi, poi rispose: “Vuol dire che il piano regolatore lo consente”. Sì, peccato che il piano fosse stato cambiato a uso del costruttore siciliano Salvatore Ligresti, con un trucchetto semplice semplice che raccontai, insieme ad altre truffe dello stesso genere, nel 1987 in un’inchiesta sull’Europeo diretto, da poco più di un anno, dal giovane Lanfranco Vaccari. Il titolo dell’inchiesta era I misteri di Ligresti e il sottotitolo chilometrico: “Da un paesino siciliano alla conquista della metropoli lombarda. Le scorribande edilizie e le varianti ai piani regolatori. I rapporti privilegiati con l’Amministrazione di Milano e le segreterie dei partiti. I legami con Ursini e Virgillito. L’ingresso nel mondo della finanza. Il rapimento della moglie. L’ombra della mafia. Ecco come una fortuna di cemento comincia a incrinarsi”.

Il “sistema Ligresti” era una variante di Tangentopoli. Il “trio di viale Helvetia” o “la banda di viale Helvetia” come veniva chiamata nell’ambiente dal nome della via dove c’erano gli uffici, era composto da Achille Cutrera, avvocato amministrativista, parlamentare socialista, Salvatore Ligresti, ingegnere e costruttore e Andrea Brenta, un altro costruttore. Molti proprietari di terreni vincolati a verde o a edilizia popolare si rivolgevano a Cutrera perché li aiutasse a svincolarli. Cutrera diceva: “Lei è un privato, non può farcela. Qui ci vuole un costruttore. Le consiglierei due nomi, quelli di Ligresti e Brenta”. Intanto Ligresti, che era ammanicato con gli uffici amministrativi del Comune, i cui funzionari erano socialisti, otteneva l’assicurazione che al terreno sarebbe stato tolto il vincolo una volta che fosse stato suo. Poi andava dal proprietario e gli diceva: “Quanto vale il suo terreno? Uno? Bene, io glielo compro a tre”. Il proprietario, tutto contento, vendeva. Peccato che in quel momento il suo terreno valeva dieci volte tanto. L’inchiesta fece molto rumore. Cutrera mi querelò. E questo è nella norma. Ma Cutrera era anche un importante consulente della Fiat, proprietaria della Rizzoli proprietaria dell’Europeo e chiese all’amministratore delegato, Giorgio Fattori, il mio licenziamento immediato. Fattori lo chiese al mio direttore Lanfranco Vaccari. Vaccari era in una posizione molto fragile, era diventato da poco direttore del giornale portandomi con sé come editorialista, inviato e “consigliori” (aveva sette anni meno di me e in un’altra stagione dell’Europeo, quella dei primi anni Settanta, quando il settimanale era diretto da Tommaso Giglio, lo avevo preso sotto la mia ala, gli avevo fatto, per dirla con Flaubert, un po’ di “educazione sentimentale”). Lanfranco mi chiese se avevo delle buone pezze d’appoggio. Risposi di sì ma lo premonii che non sarebbe stata una cosa semplice. Lanfranco ebbe il coraggio di resistere.

Il processo, che fu lungo, si presentava particolarmente difficile per me. Le mie “fonti”, gli architetti, gli urbanisti che mi avevano dato le “dritte” sui metodi della “banda di viale Helvetia”, si rifiutavano di testimoniare. Anche i proprietari truffati erano reticenti. Un po’ perché qualche guadagno lo avevano pur ottenuto e molto perché temevano il potere socialista che allora a Milano era fortissimo. Mi salvò, insieme alla preziosa collaborazione di un consigliere comunale di Democrazia Proletaria, Basilio Rizzo, che mi diede accesso a documenti riservati, una vedova di Lugano. Era la moglie di un certo Brambilla che possedeva un enorme terreno, vincolato, in piazzale Maciachini e dintorni. Più volte aveva chiesto lo svincolo al Comune, offrendo in cambio la costruzione, a sue spese, di tutte le infrastrutture, scuole, giardini, strade. Ma la risposta era sempre stata la stessa: niet. Quando si era fatto vivo Ligresti gli aveva ceduto il terreno. Poi si era ritirato a vivere in Svizzera, a Lugano. Un pomeriggio passando in macchina per quello che una volta era stato il suo terreno, dove a lui non era stato concesso di mettere nemmeno un bed and breakfast, vide che stavano costruendo a manetta, senza vincolo alcuno. “IMPRESA LIGRESTI” era scritto a caratteri cubitali. Gli venne un tale malestro che si ammalò di tumore e nel giro di due anni morì. La vedova, che aveva il dente avvelenato, mi fornì tutti gli elementi necessari per documentare la truffa. E quel caso, inequivocabile, fu il pilastro che avvalorava tutto ciò che avevo scritto sul “sistema Ligresti”. Fui assolto con formula piena nei primi anni Novanta quando il potere socialista si stava sgretolando sotto i colpi di maglio di Mani Pulite.

Ma denunciare negli anni Ottanta il malaffare del potere socialista, quando era al suo apice, era tutt’altro che facile, tant’è che quasi nessuno lo aveva fatto. Lo riconobbe qualche anno dopo il magistrato Livia Pomodoro, presidente del Tribunale dei minorenni di Milano, nell’intervento in un serissimo libro di documentazione scientifica sul “sistema degli appalti”: “Da segnalare, in particolare, le denunce di una illegalità diffusa nelle pubbliche amministrazioni di Milano e della Lombardia da parte del consigliere comunale Riccardo De Corato, e del giornalista Massimo Fini relativamente alla corruzione della classe politica… Solo successivamente quando sono andate affermandosi le istanze di cambiamento della politica italiana il sostegno dei partiti e dei media all’iniziativa della magistratura contro la corruzione politico-amministrativa è diventato rilevante”. Non erano poi tanti allora, prima di Mani Pulite, i giornalisti che denunciavano, documentandola, la corruzione politica, amministrativa e imprenditoriale. Solo dopo il ’92, come nota Livia Pomodoro, divennero legione e tutti antemarcia. Salvo innestare rapidamente la retromarcia quando, con l’avvento di Berlusconi, il clima cambiò di nuovo, i magistrati divennero i veri colpevoli, i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici.

Quasi inutile aggiungere che Basilio, un ragazzo di un’onestà cristallina, non farà carriera in politica, mentre Salvatore Ligresti, condannato in via definitiva nel 1997, continuerà a essere tranquillamente un “re del malaffare” sino all’arresto nel 2013 per falso in bilancio, per finire poi, oggi, quasi beatificato.

I troppi ritardi della politica pagati dai più giovani

Il Rapporto Istat 2018 ci consegna la fotografia di un’Italia vecchia, impoverita, immobile. Lavori sotto qualificati sempre più diffusi. Un saldo demografico sempre più drammatico. E, soprattutto, una famiglia sempre più funzionante da “agenzia di collocamento” per le giovani generazioni. Quando si parla di giovani, nel dibattito pubblico italiano, lo si fa quasi sempre con linguaggi e strumenti paternalistici, emergenziali o strumentali. I giovani italiani sono neet, choosy, bamboccioni. Insomma, “in ritardo”. Senza incanalare il dibattito in una diatriba “giovani-vecchi”, che rischia di produrre distorsioni, a giudicare anche dai dati appena pubblicati ci troviamo dentro uno scenario caratterizzato da scarsissima mobilità sociale e un forte livello di disuguaglianze intra e inter generazionali. Il tasso di trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza in Italia, il “coefficiente beta”, è pari al 50%. Questo significa che metà delle differenze di reddito da lavoro che sussistono tra genitori vengono trasmesse ai figli. L’economista Maurizio Franzini, a tale proposito, aveva già parlato di “disuguaglianze inaccettabili”, per declinare il fenomeno tutto italiano nel quale i maggiori sponsor economici e sociali dei giovani sono le famiglie e il capitale sociale ed economico di cui sono dotate. Guardando i dati Istat, è chiaro che questo scenario si sta aggravando. La nascita è sempre più una grande lotteria sociale e la politica ha abdicato al suo ruolo, cioè quello di ridurre il divario esistente nelle condizioni socio-economiche di partenza tra ricchi e poveri.

Oltre alla piramide demografica rovesciata, un altro dato della condizione giovanile in Italia colpisce. Rispetto alla media europea, infatti, i giovani italiani della fascia 25-34 che vivono con i loro genitori sono quasi il doppio della media europea. Questo ha concesso alla politica di parlare di “ritardo” delle giovani generazioni. Ma ad essere in ritardo sono i giovani o le politiche pubbliche? È tempo di analizzare le responsabilità che riguardano gli orientamenti e le scelte di policies degli ultimi decenni. Politiche abitative tra le più basse d’Europa: 0,1% del Pil, rispetto al 2,1 di Germania, al 2,6 di Francia e al 5,2 di Regno Unito. Politiche del lavoro inadeguate: dalla seconda metà degli anni Novanta, riforme interamente mirate alla contrazione simultanea di stabilità di reddito, contratto, diritti, tutele. Politiche pensionistiche inique: dalle baby pensioni degli anni Settanta alle riforme del 1992 e del 1995, caricate in larga misura sulle spalle delle giovani generazioni. La letteratura americana parla di youthanasia, cioé distruzione fiscale ed economica delle giovani generazioni compiuta nella maggior parte dei paesi a economia avanzata. In Italia la tendenza è drammatica: le politiche pubbliche hanno compiuto scelte in controtendenza rispetto al sostegno all’autonomia delle giovani generazioni, concentrandosi sulla conservazione degli interessi già consolidati. La politica non si è mai occupata in termini strutturali di giovani generazioni, ma si è sempre dotata di dispositivi emergenziali o imitativi del welfare di paesi europei dove i sistemi di sicurezza e protezione sociale funzionano (Garanzia Giovani ne è un esempio). È necessario che la politica torni a riscoprire il suo ruolo di mediazione sociale, mirando a costruire le condizioni affinché le aspirazioni di tutti i giovani possano trovare concrete possibilità di realizzazione. Intervenire sui fattori che riproducono le disuguaglianze tra e dentro le generazioni ponendo il tema di quali politiche sono necessarie all’autonomia economica e sociale dei giovani non è più rinviabile.

 

B. al Colle: un vulnus costituzionale

Credo che Mattarella abbia commesso – dal punto di vista del rispetto dei principi costituzionali – un grave errore e che lo abbia commesso proprio sul terreno, spesso assai sottile, ma importantissimo, che separa la politica dai comportamenti costituzionalmente rilevanti e costituzionalmente significativi. Mattarella certo non ignora che la nostra Costituzione vieta categoricamente che i parlamentari ubbidiscano a un mandato vincolante e che, nell’unica occasione in cui la Consulta se ne dovette occupare – quando la legge sulla nazionalizzazione dell’elettricità fu approvata solo dopo che moltissimi parlamentari democristiani avevano dichiarato di votare a favore soltanto per disciplina di partito e dalla relativa sentenza – la Corte lasciò intendere che non avrebbero dovuto farlo e avrebbero dovuto votare senza rispettare un vincolo esterno al Parlamento, sia pur dicendo tuttavia che questo non poteva rendere incostituzionale la legge, perché comunque attestata come votata da una maggioranza da parte dei rispettivi presidenti e quindi semmai affetta da vizi non suscettibili di essere rilevati dalla Corte costituzionale.

Mattarella parimenti non ignora che le maggioranze, in un regime elettorale di tipo maggioritario, si devono costruire in Parlamento. Ora – conoscendo questo preciso disposto della nostra Costituzione e ben sapendo come esso sia presente in tutte le costituzioni democratiche oggi vigenti – Mattarella avrebbe dovuto invitare alle sue consultazioni esclusivamente i capigruppo parlamentari eventualmente accompagnati da altri parlamentari del medesimo gruppo, ma non consentire che un gruppo parlamentare (quello di Forza Italia) fosse rappresentato da una persona del tutto estranea al Parlamento – non perché non votato, ma perché incompatibile per legge con la carica di parlamentare – e cioè Berlusconi, la cui presenza nello studio del presidente della Repubblica non poteva aver altro significato che quello di far presente a tutto il mondo che vi sarà un certo numero di parlamentari che si comporteranno e voteranno ubbidendo esclusivamente ai comandi di un signore che – costituzionalmente – non dovrebbe influire in alcun modo sui loro comportamenti e che quindi la legislatura si svolgerà in un contesto costituzionalmente illegittimo.

Queste consultazioni sono state dunque una formale e altissima consacrazione, proveniente dalla carica più alta dello Stato, di una partitocrazia che, finora, si era coperta almeno del fatto che tutti i leaders dei partiti – meno Renzi (e forse qualcun altro che mi sfugge) – erano anche parlamentari.

Tanto più grave appare la cosa se si considera poi che la persona esterna al Parlamento – che risulta essere il “mandante” di un folto gruppo di parlamentari, i quali sono dunque a loro volta gente che agisce solo per ubbidire a un vincolo esterno derivante da un mandato imperativo, e cioè in modo gravemente incostituzionale – è stata legittimata a tale ruolo dal sommo custode della legalità costituzionale, e che per giunta si tratta di un uomo che fino a pochi mesi fa era interdetto da qualsiasi pubblico ufficio (credo che le consultazioni lo siano) e che è considerato da alcune sentenze “finanziatore organico della mafia per un certo tempo”, e cioè della stessa organizzazione criminale che ha ucciso il fratello del nostro Presidente, e sicuramente truffatore di tutti gli italiani per somme assai cospicue (la frode fiscale non è che una truffa punita meno pesantemente per poter essere commessa anche dai ricchi) definito addirittura “delinquente naturale” dalla magistratura.

Se si dovesse tornare a parlare di riforme costituzionali io ne vorrei una che imponesse un governo fatto esclusivamente da finlandesi, o da islandesi, esclusi tutti i cittadini italiani.

Cialtroni e rosiconi, breve guida a uso Pd

È da un po’ che i renziani, denotando quella loro preparazione orgogliosamente rasoterra, dicono che “al Fatto stanno rosicando”. Intendono dire, con quel linguaggio a metà strada tra un concorrente particolarmente tonto del GF e una Peppa Pig che non ce l’ha fatta, che in questa redazione ci staremmo pentendo di aver tirato la volata al M5S (ohibò) per poi ritrovarselo al potere con la Lega. È anche il parere della statista Alessia Morani, che pure ieri ha cinguettato parole forti: “Giornalisti e commentatori che hanno determinato il successo dei cialtroni oggi scoprono che sono dei cialtroni #robadamatti”.

Morani e derivati fanno spesso anche i nomi, tutti riconducibili al Fatto. Anche se è bravissima a nasconderlo, la Morani non è antipatica. Ha pure una bella Triumph e vanta ottimi gusti letterari (infatti non si perde mai una mia riga). Venderebbe Nardella al Diavolo pur di essere stimata da chi la critica: invece, al massimo, racimola qualche plauso di contrabbando da Mario Lavia. Una vitaccia. Poiché però le vogliamo molto bene, desideriamo darle una volta per tutte alcune risposte.

– Ritenere i nemici così potenti da ritenerli responsabili di un esito elettorale, è un errore in partenza. Significa attribuire a firme sgradite un potere pressoché illimitato, accrescendone dunque il già bulimico ego. Tenete conto che, al Fatto, siamo così egocentrici che quando ci danno da mangiare lo fanno con la fionda.

– Morani & Renziani danno per scontato il nostro voto il 4 marzo: un’altra certezza sbagliata, tra le infinite ormai, degli adepti della Sciagura Indomita di Rignano.

– Concedere la fiducia elettorale a qualcuno non significa gradirne ogni aspetto o difenderlo a prescindere. Capiamo che per la Morani sia un concetto troppo hard da comprendere, ma stiamo (staremmo) parlando di politica: non di tifo.

– Fare le pulci a tutti, ancor più quando vanno al potere, non c’entra nulla col “pentirsi” (de che?): significa fare giornalismo, che vuol anche dire non far sconti a nessuno. Infatti Di Maio si è già indispettito: pazienza.

– Il concetto di “rosicare” è così puerile che non andrebbe usato neanche all’asilo. Peraltro la politica incide sul mio umore con la stessa veemenza che avrebbe Orfini se affrontasse in ciabatte Evander Holyfield. In ogni caso, l’ultima volta che ho rosicato è stata quando Rosario Dawson non ha fatto trampling con me ma con Edward Norton ne La 25ª ora. Ci rimasi male.

– Se le tesi renziane sono ormai supportate giusto dalla Meli, io qualche domanda me la porrei.

– Un Salvimaio di scopo può essere tollerabile (ma può pure fare schifo). Un Grillusconi sarebbe invece la morte della morte: quella stessa morte – stare a braccetto coi berluscones – che i renziani hanno goduriosamente accettato per anni. E riaccetterebbero all’istante (se solo avessero i numeri. Ops).

– L’obbrobrio dei governi passati è stato tale che, da solo, un punto del contratto Salvimaio (codice etico per i ministri) rischia di essere migliore di tutto quel che ha fatto Renzi.

– La storiella che, con la Lega al governo, avremo il ritorno del nazismo fa ridere. È un giochino che serve per provare a portare qualche voto al Pd: “O Renzi o l’Olocausto”. La Lega governa già in varie regioni, spesso pure benino, e non si registrano sospensioni della democrazia. Se solo Salvini osasse sul serio tramutarsi in Orban, il governo cadrebbe in un amen e il leader leghista verrebbe mandato a sculacciare i polli in Valdichiana. Agile.

– I renziani danno per scontato, non si sa su quali basi, che per gli italiani Renzi abbia “qualche difetto” ma sia indiscutibilmente preferibile a Salvini. In che mondo vive ‘sta gente? Costretti a forza, ci sono milioni di italiani – tutt’altro che di destra – che tra i due sceglierebbero il Matteo del Nord. Senza neanche pensarci troppo. E ancor più preferirebbero la classe dirigente leghista a quella renziana.

– Dubito oltremodo della resa di un governo giallo-verde, magari con Di Maio agli Esteri e Salvini agli Interni. Ho sogni diversi. Andrebbe però ricordato che, con Renzi al potere, agli Esteri e Interni c’era Alfano. E con lui Madia, Boschi, Lorenzin. Tutta gente diversamente preparata, che però per molta stampa assurgeva a Churchill.

– Se i “cialtroni” hanno stravinto, non è per colpa o merito del Fatto (anche se è egocentricamente sublime pensarlo). È perché prima di loro ci sono stati dei “cialtroni” inarrivabili, al cui confronto chiunque pareva migliore. Cara Morani, le do una notizia sconvolgente: a “determinare il successo dei cialtroni” siete stati voi. E sarà forse per questo che, per parafrasare il vostro lessico, da mesi “rosicate” come castori incazzosi in crisi d’astinenza.

Mail box

 

C’è uno scollamento evidente fra media e opinione pubblica

Il risultato delle recenti elezioni, premiando Lega e 5 Stelle, è stato chiarissimo. Gli italiani hanno votato per il cambiamento, a questo però si contrappone l’informazione giornalistica, tranne il Fatto Quotidiano, e radiotelevisiva. Come mai c’è questo scollamento tra l’opinione pubblica e i mass-media?

Pasquale Mirante

 

DIRITTO DI REPLICA

Vorrei fare alcune considerazioni a proposito dell’articolo del 7 maggio dedicato alla mancata approvazione del piano territoriale paesaggistico da parte della Regione Lazio, il Ptpr. La nostra categoria ha sempre richiesto ai rappresentanti regionali l’approvazione del Ptpr. Sembra, tuttavia, che il forte interesse per la sua definizione da parte di alcuni sia mosso più dall’esigenza di utilizzarlo come strumento per riconsiderare scelte pianificatorie già effettuate nel pieno rispetto delle regole vigenti, che, invece, utilizzarlo quale strumento di tutela del paesaggio.

Il Ptpr è stato adottato nel 2007 a seguito di una normativa statale (Codice Urbani) che nel 2008 ha subìto modifiche proprio sui contenuti del Ptpr che a tali nuove disposizioni non si è mai adeguato. La modifica all’articolo 134 ha circoscritto, rispetto al passato, il potere di vincolo conferito alle Regioni con il Piano, ancorandolo a tassative categorie di beni individuate all’articolo 136 del Codice Urbani. È pertanto necessario approvare il Ptpr, allineandolo al quadro normativo vigente.

Questa necessaria attività di riallineamento del Ptpr non ha alcun effetto sull’attività pianificatoria e programmatoria svolta sino ad oggi. Nel Comune di Roma il prg, infatti, è stato approvato in assoluta conformità ai Ptp vigenti ed al Ptpr adottato, salvaguardando le situazioni che secondo tali strumenti andavano tutelate. Il Ptpr è stato “costruito” su una base cartografica del 2000 che oggi non è in linea con l’evoluzione avuta dal territorio. La stessa Regione, con la legge sulla rigenerazione, richiama una cartografia più evoluta, aggiornata al 2014. Adeguare la cartografia non significa condonare in modo surrettizio lo stato dei luoghi, bensì lavorare con strumenti aggiornati.

Nicolò Rebecchini, Presidente Acer Associazione costruttori romani

 

Caro (si fa per dire) direttore, ho letto l’editoriale di ieri che Ella ha dedicato a due cose. Allo spread (alto) e alla mia statura (bassa). Come vede, cerco di prenderla spiritosamente, del resto la sua faccia mi aiuta. Sul primo tema ci ho scritto quattro libri, sul secondo potrei compilare un’enciclopedia su questa variante di razzismo, ne sono infatti destinatario da circa 60 anni. Mi limito a constatare che, evidentemente, i cretinetti delle scuole elementari mi inseguono ancora tramite il loro compare che ha fatto carriera: complimenti. Non insisto, ma ci sono interessanti spiegazioni freudiane sui complessi di chi si appiglia alla statura altrui per compensare altre misure insoddisfacenti. Quanto allo spread, che è argomento certo più rilevante, osservo che non ha alcun senso pretendere di sorprendermi in contraddizione. Lo spread del 2011 è tutta un’altra bestia, per origini, cause e finalità, di quello che si sta gonfiando in queste settimane. Allora partì una speculazione che prese avvio da una iniziativa della Deutsche Bank la quale, improvvisamente, si liberò di quasi tutti i titoli di Stato italiani, dando inizio alla tempesta perfetta. Come ho analizzato con precisione millimetrica nel libro che Lei cita ma non ha letto, all’inizio l’unico scopo era quello di ricavarne profitti. Su questo gorgo si innestò una spirale cospirativa che, in combinato disposto con le mire predatorie di grandi banche internazionali, provocò un innalzamento artificiale dello spread per far cadere un governo democraticamente eletto.

Ho fornito ampie prove di tutto questo, e sono scientificamente esposte alla falsificazione popperiana: una sfida che rinnovo. Stavolta lo spread in crescita non è dovuto ad alcuna manovra speculativa. Non stiamo assistendo a vendite massicce di nostri titoli di Stato. C’è, piuttosto, la legittima paura dei mercati dinanzi all’incertezza sul futuro politico, sociale, finanziario di un Paese in balia di un governo affidato a due forze populiste. Ciò che mi spinge a denunciare il pericolo dello spread è la difesa dei nostri risparmiatori.

Nessuna contraddizione dunque. Mi viene in aiuto anche Aristotele, allorché formulo il principio di non contraddizione: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Se non ci arriva da solo, l’aiuto. Non è il medesimo tempo, e non è il medesimo riguardo. So che le regole del gioco le lasciano l’ovvia replica: è casa sua. Ma sappia che mi riprometto di correggerla eternamente, per amore della verità e affetto per i suoi lettori.

Renato Brunetta

 

Caro (per così dire) onorevole (si fa per dire), la Sua repentina trasformazione in corazziere dell’Ue, dello spread e dei mercati deve averLe cagionato una improvvisa vertigine. Altrimenti si sarebbe accorto, dall’alto della Sua scienza economica, del fatto che lo spread è aumentato non solo nell’Italia proditoriamente colpita e affondata dal nascente governo orbo della Sua presenza. Ma anche – proprio nello stesso giorno – in Austria, in Spagna e in Finlandia. Paesi di tutto sospettabili, fuorché di voler mandare al governo i temibili grillo-leghisti. Questo sempre per amore della verità e affetto per i nostri lettori.

M.Trav.

Tav il tunnel del Brennero: pro e contro un’opera ciclopica (anche nei costi)

Questa volta tocca a Ferruccio Sansa scrivere di Tav. Bell’articolo, solita sintesi dei fatti e misfatti, ma ne manca sempre uno. Vi dimenticate sempre del traforo del Brennero BBT. Non è un’opera minore, non è un’opera che forse si farà. È lì con tutti i suoi cantieri, con tutti i suoi bei finanziamenti, anzi adesso stanno arrivando le talpe e si farà sul serio. Un solo piccolo neo: non serve. E non perché lo dice un qualsiasi pischello che vi scrive, ma perché il tutto finisce a Fortezza. Da qui mancano solo 200 km fino a Verona. Sono i 200 km che darebbero un senso al progetto, ma sono 200 km in una valle stretta, popolata e piena di frutteti. L’unica soluzione: altri 200 km di tunnel.

Sergio Fratucello

 

Il tunnel ferroviario del Brennero è un’opera ciclopica: quasi 60 chilometri di gallerie per collegare l’Austria a Fortezza, in Italia. Lavori e finanziamenti, come ricorda il signor Fratucello, sono andati molto avanti. Se non ci saranno intoppi, l’opera dovrebbe essere pronta per il 2026. Ma restano dubbi e polemiche: per i sostenitori dell’opera il traforo sarebbe essenziale per incrementare i traffici tra il Nord-Est italiano, fino al porto di Trieste, e il cuore dell’Europa: Austria, Germania e non solo. Nei progetti si parla di 250 treni al giorno contro gli attuali 120.

Le voci critiche invece sostengono che lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere alleggerendo il traffico verso il Brennero e spostandolo verso la Svizzera: oggi il rapporto è di due a uno, in pratica l’Austria – anche a causa del basso prezzo del gasolio – riceve il doppio dei tir rispetto ai vicini elvetici.

Difficile dare una risposta univoca. Vero, oggi i trasporti al Brennero sono fortemente sbilanciati: la gomma pesa per il 70 per cento, mentre le rotaie sono ferme a circa il 30 per cento. Bisogna capire, però, se davvero il traforo potrà risolvere la questione. Di sicuro non basta il solo tunnel (siamo intorno ai 9 miliardi di costo). Bisogna arrivare a Verona. Per questo sono in fase avanzata di progettazione il tratto da Fortezza a Ponte Gardena, per circa 30 chilometri. Si sta anche studiando il nodo di Bolzano, ma a Trento e Rovereto la situazione sembra più in alto mare. Se i treni, una volta superato il tunnel, si trovassero impantanati tra Alto Adige e Trentino i vantaggi della nuova struttura sarebbero in buona parte vanificati.

Il tunnel del Brennero è un’opera meno contestata del Tav. Ma molti interrogativi vanno ancora risolti.

Ferruccio Sansa

I pannelli infiammabili della strage di Grenfell restano in commercio

“Siamo addolorati e delusi”. I rappresentanti del gruppo Grenfell United, che riunisce le famiglie delle 72 vittime e i sopravvissuti del rogo della Grenfell Tower, (14 giugno 2017) non riescono a credere alle conclusioni del rapporto governativo sulla revisione della sicurezza nell’edilizia pubblica. Per Lady Hackitt, che ha coordinato l’inchiesta, è necessaria una riforma delle procedure ma non c’è urgenza di mettere al bando i pannelli di bassa qualità che, invece di bloccare il fuoco, finirono per alimentarlo.

“La paura che un rogo come quello di Grenfell possa capitare ancora ci tiene svegli la notte – ha commentato il presidente del gruppo, Shahin Sadafi – a Lady Hackitt avevamo chiesto un bando immediato dei pannelli. Non ha ascoltato né noi né gli esperti”. Per il presidente del Royal Institute of British Architects, Ben Derbyshire: “Poteva essere l’occasione per cambiare radicalmente le linee guida sulle costruzioni”.

L’indagine, ha ammesso Lady Hackitt, ha scoperchiato una “corsa al ribasso” nella scelta dei materiali e nell’applicazione delle norme di sicurezza, e l’ “ignoranza” e “indifferenza” dei responsabili. Malgrado questo, lei resta convinta che il bando di quei pannelli non sia la soluzione, perché a provocare il rogo è stata la mancata osservanza di regole esistenti. È stata subito sconfessata dal sottosegretario all’edilizia popolare, James Brokenshire: “Dopo aver ascoltato le critiche, il governo ha deciso di valutare l’ipotesi di vietare l’uso dei pannelli infiammabili”. Sono centinaia gli edifici che hanno fallito i controlli post Grenfell. Mercoledì scorso il primo ministro Theresa May aveva annunciato un fondo di 400 milioni di sterline per rimuovere pannelli considerati pericolosi dagli edifici di edilizia popolare. Ma Grenfell non è solo la perdita insensata di vite umane. È il simbolo delle disuguaglianze sociali e dei costi umani di una spinta speculativa che il governo non sa o non vuole arginare. A un mese dal primo anniversario, due terzi dei sopravvissuti non hanno ancora la sistemazione definitiva promessa.

Per questo la battaglia di Grenfell United va oltre il destino di quella comunità. Lo chiarisce ancora Sadafi: “Il problema non si ferma ai pannelli: è tutto il sistema ad essere corrotto. L’industria ha troppa influenza su procedure costruttive e controlli, il profitto viene prima della sicurezza e i residenti sono impotenti”.

L’armata dei delfini suicidi che rifiutano i nuovi padroni russi

Sono morti difendendo il paese. “Sono morti da valorosi patrioti. Non si sono piegati all’invasore russo, non hanno obbedito ai suoi ordini”, ha scandito commosso Boris Babin, inviato speciale per la Crimea del presidente Petro Poroshenko.
Non si riferiva ai soldati del suo esercito gialloblù che continuano a morire ogni giorno nelle trincee del Donbass, ma ai delfini da combattimento che hanno scelto lo “sciopero della fame” nazionalista piuttosto che piegarsi al tricolore russo.

Oltre diecimila vittime nella guerra dell’est, i treni dei soldati che partono per il fronte, la grivna al collasso. Ma ora c’è anche un problema di mammiferi armati nell’Ucraina centrale.

Dopo il referendum e l’annessione russa del 2014, i delfini ucraini, addestrati come soldati dai marines di Sebastopoli, sono rimasti nella flotta e nell’esercito di Mosca, come tutto quanto in Crimea. Kiev, insieme al resto del territorio, ha provato a reclamarli, ma la risposta dell’esercito russo è stata niet e ora sono morti.

In tv, alla radio, sui giornali: le antenne mediatiche tra Mosca e Kiev sono sintonizzate sul dramma dell’unità militare animale, caduta nella battaglia tra le due Capitali. Titoli slavi: l’armata dei delfini è morta. In Unione Sovietica questi mammiferi erano armi: venivano usati per missioni di sminamento, ricognizione, eliminazione delle navi nemiche che distinguevano da quelle sovietiche con i loro sonar, per il diverso rumore del propulsore, ha detto l’ex colonnello Viktor Baranets. Carichi di esplosivo, “i delfini killer compivano attacchi kamikaze”.

Al quotidiano Obozrevatel Babin ha riferito che i pesci di Sebastopoli hanno dimostrato più onore dei disertori “umani”, che sono passati alla flotta di Mosca nel 2014. I delfini “non solo si sono rifiutati di interagire con l’invasore russo, ma hanno rifiutato anche il suo cibo e ora sono morti. Quei delfini hanno dimostrato più coraggio di molti combattenti del paese”, ha continuato Babin, “molti soldati ucraini hanno preso meno seriamente di loro il giuramento di lealtà alla bandiera”.

Secondo la versione della Duma russa e del deputato Dimitry Belik “non è questione di patriottismo, i delfini da combattimento venivano usati per scopi commerciali”, per spettacoli per turisti ben prima del 2014, gli ucraini “non hanno nemmeno diritto a parlare” di quei mammiferi soldato. Da gloriose spie assassine della Guerra Fredda liquida, erano diventati clown a cui tirare patatine nei delfinari. I guerrieri con le pinne dal destino triste erano finiti al circo. E alla fame. Alcuni delfini erano stati, prima di Maidan e di questa guerra, venduti all’Iran perché non c’erano soldi per nutrirli. “Sarei stato un sadico a vedere i miei animali morire di fame”, ha detto il loro addestratore civile e militare Boris Zhurid, quando il cargo è partito per Teheran. Ma cosa avrebbero fatto i pesci nel Golfo Persico è rimasto un mistero.

Parte della stampa accanita sulla vicenda riferisce che nel 2016 cinque delfini da combattimento sono stati trasferiti a Mosca all’Utrish Dolphinarium. Secondo la Dolphin Conservation Society, dopo il collasso dell’Urss, per mancanza di fondi, molti ex delfini killer sovietici sono stati venduti agli acquari del mondo.

A scrivere l’ultimo capitolo della storia è intervenuto il politico ucraino Vladimir Oleinik, che ha ricordato che “nessuno ha prestato particolarmente cura ai delfini”, né russi, né ucraini, e ha concluso con un appello alle persone sane di mente.

Accusato di essere grottesco, Babin si è poi difeso in diretta tv al Chanal 112: il punto non era lo stress dei delfini, ma quello della flotta del paese, andata persa per due terzi nel 2014, e che ora Usa e Nato aiuteranno a ricostruire, secondo i piani di Kiev. Ma continuano a sventolare sulla stampa e sui social bandiere di guerra, commenti su mammiferi suicidi e politici slavi sul Mar Nero: per alcuni i delfini soldato sono gli ultimi eroi d’Ucraina, per altri Babin è qualcosa di non riferibile in un articolo.

Al voto, fra rivolte in carcere e manganellate

Da oggi scatta in Venezuela il silenzio elettorale in vista delle consultazioni presidenziali e legislative di domenica. L’atmosfera è drammatica: il baratro economico in cui è precipitato il paese si fa sempre più profondo.

Ben quattro milioni di persone hanno abbandonato il Paese negli ultimi due anni, ovvero da quando l’attuale presidente uscente Nicolas Maduro, così come la riottosa opposizione, sono arrivati al redde rationem e il Parlamento è stato di fatto esautorato in seguito alla deriva dispotica del successore di Chavez.

Ma le elezioni non sono al centro dei pensieri della maggior parte della popolazione stremata dalla fame e dalla repressione esercitata dalle forze dell’ordine. Per questo le autorità hanno avvertito che coloro che promuovono l’astensione saranno sanzionati. La tensione è testimoniata anche dalla rivolta carceraria avvenuta ieri nella sede centrale del Servizio Bolivariano di Intelligence (Sebin), a Caracas. Una delle carceri più blindate perché viene usata anche per imprigionare gli oppositori politici. In una serie di video diffusi sui social, i carcerati – fra i quali si trovano l’ex sindaco Daniel Ceballos e l’americano Joshua Holt, un missionario mormone accusato di trame golpiste – hanno detto che la rivolta è scoppiata a causa del numero di detenuti che non sono stati scarcerati o inviati in tribunale, malgrado fosse stato ordinato dalla magistratura. “Vogliamo vedere qualcuno, se esiste qualcuno capace di farlo, che venga a mostrare la sua faccia in questa prigione sotterranea dove uccidono la gente, dove si violano i diritti umani dei venezuelani, molti senza processo”, ha detto Ceballos in uno dei video.

Una foto di Gregory Sanabria, un manifestante oppositore in attesa di giudizio dal 2014, con il viso tumefatto dai colpi ricevuti, ha causato indignazione. Alfredo Romero, direttore dell’Ong Foro Penal Venezolano, ha detto: “Sappiamo solamente che c’è stata una situazione irregolare che ha scatenato risse all’interno del centro, e ci sarebbero stati arresti”, sottolineando che nella sede del Sebin ci sono 54 detenuti che la sua associazione considera prigionieri politici. L’arcivescovo di Caracas, il cardinale Jorge Urosa, si è detto pessimista: “La realtà della vita in Venezuela è miserevole. La mancanza di farmaci è estremamente grave, inclusa l’assistenza sanitaria negli ospedali. È drammatica la carenza di generi alimentari di prima necessità e l’elevato costo del cibo, il problema dei trasporti. Un chilo di carne costa l’equivalente di un salario minimo mensile”. Inoltre per Urosa “il voto anticipato del 20 è un affronto al popolo”.

A proposito delle possibili vie d’uscita dalla crisi, Urosa afferma che “la situazione difficilmente può essere modificata. Quale cambiamento può esserci quando il governo ha occupato ogni posizione delle pubbliche istituzioni? Abbiamo l’Assemblea Nazionale, ma è praticamente paralizzata e i partiti politici sono stati estromessi”.

Il risultato elettorale è scontato, anche per il boicottaggio di una parte dell’opposizione. Nonostante ciò sta prendendo quota un terzo candidato – assieme al presidente Nicolás Maduro e allo sfidante ufficiale Henri Falcón – che potrebbe sparigliare le carte: Javier Bertucci, il pastore evangelico di Caracas.

Russiagate e Fbi: un anno vissuto pericolosamente

In principio era ‘Crossfire Hurricane’, dal primo verso della celebre canzone dei Rolling Stones, Jumpin’ Jack Flash. ‘Crossfire Hurricane’ era il nome in codice dell’indagine dell’Fbi poi sfociata nel Russiagate, cioè l’inchiesta sull’intreccio di contatti tra la campagna di Donald Trump ed emissari del Cremlino, verso le elezioni presidenziali Usa 2016. La stampa americana ha ieri celebrato un anno da quando il Russiagate è affidato al procuratore speciale Robert Mueller (dopo il licenziamento del direttore dell’Fbi James Comey, cui il presidente aveva inutilmente chiesto di ‘andarci leggero’).

“I was born in a crossfire hurricane”, sono nato in un uragano di fuoco incrociato: nome adeguato, quello originale, per un’indagine che ha già messo sottosopra l’Fbi e il cerchio magico di Trump, ma che potrebbe ancora essere una marea montante. Il New York Times celebra l’anniversario del Russiagate con una dettagliata ricostruzione.

Tutto comincia nell’estate 2016 quando l’Fbi mandò una coppia di agenti a Londra per sentire Alexander Downer, l’ambasciatore australiano, che aveva saputo da George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, che il team del magnate era informato in anticipo delle interferenze russe. Il Washington Post si concentra sul procuratore Mueller, in carica dal 17 maggio 2017 e più volte a rischio d’essere licenziato dall’irascibile presidente. Mueller prende 8 in pagella dal WP: si comporta – recita un editoriale – con ‘”professionalità, integrità ed efficienza” e merita ‘”un maggiore sostegno da parte dei repubblicani in Congresso, sia a parole sia nei fatti”. Anche Trump celebra, a modo suo, un anno di Russiagate: “Congratulazioni America!, siamo nel secondo anno della più grande caccia alle streghe nella tua storia”, scrive su Twitter, ironicamente, il presidente. Che aggiunge: “E ancora non è emersa alcuna ostruzione della giustizia o collusione. L’unica collusione è stata quella dei democratici, incapaci di vincere le elezioni nonostante abbiano speso così tanti soldi”.

Come fa spesso, Trump manipola la realtà. La commissione intelligence del Senato ha di recente condiviso il giudizio delle agenzie di intelligence: la Russia interferì in Usa 2016, per danneggiare la democratica Hillary Clinton e favorire Trump.

Questo non vuol dire che i russi abbiano davvero influenzato il voto, ma che provarono a farlo; e neppure che la campagna di Trump ne fosse al corrente e cercasse di profittarne, o che il presidente abbia poi voluto insabbiare il caso. Ma la messa sotto accusa di numerosi collaboratori di Trump nella campagna (e successivamente alla Casa Bianca) e il licenziamento di Comey sono indizi di peso.

Mueller va avanti: potrebbe sentire il presidente, ma non prima del G7 di giugno e del Vertice con Kim (se si farà) il 12, a Singapore. Rudolph Giuliani, che da quando è diventato l’avvocato di Trump nel Russiagate non brilla per prudenza, assicura che il procuratore non incriminerà Trump: “Si limiterà a scrivere un rapporto”, che potrebbe però diventare la base di una procedura di impeachment al Congresso dopo le elezioni di mid-term, se i democratici conquistassero la maggioranza. Muller convoca nuovi testi a rischio incriminazione, tiene d’occhio i filoni collaterali dell’inchiesta: il flusso di soldi tra il presidente e l’avvocato Cohen, pagatore occulto di personaggi potenzialmente scomodi, fra cui la pornostar Stormy Daniels; e Cambridge Analytica, dove sono impastoiati l’ex stratega di Trump, Steve Bannon e l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.