L’annuncio della ripartenza di Ideal Standard arriva nel giorno in cui vi fa visita il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda: tre mesi fa l’intesa al Mise aveva salvato lo stabilimento di Roccasecca, in Ciociaria, portandolo nelle mani della Saxa Grestone (gruppo Saxa Gres di Anagni) placando la preoccupazione per il futuro di 330 lavoratori. Cinquanta operai sono già stati riassunti. “Il Paese riparte con il lavoro” ha detto Calenda. Nello stabilimento, che produce rubinetteria, accessori e sanitari per bagni, ora si punta alla riconversione per produrre sampietrini e pavimentazione per l’arredo urbano. “Qui – ha detto Calenda – abbiamo vinto una scommessa salvando i posti di lavoro. Le fabbriche non devono stare ferme”. L’accordo di programma, firmato anche da Regione Lazio e Invitalia, prevede investimenti per 29,5 milioni. Il numero uno di Saxa Gress ha confermato che saranno riutilizzati tutti i lavoratori dell’ex Ideal Standard. “Stiamo lavorando per raggiungere l’obiettivo nei tempi previsti. Entro il 2020 – ha dichiarato Borgomeo – contiamo di arrivare alla piena occupazione con trecento dipendenti“.
Guai e tribunali per l’infermiera con la passione del burlesque
Il burlesque dell’infermeria ha scatenato un can can. Pettegolezzi, segnalazioni, indagini, prelievi sugli stipendi e processi che forse porteranno a nulla, perché non è necessaria un’autorizzazione per dedicarsi a un’attività artistica fuori dagli orari di lavoro. È il caso di Elena Menegatti, strumentista di sala al Centro traumatologico ortopedico (Cto) con la passione per gli spettacoli di burlesque: tolto il camice, indossava bustini stretti, autoreggenti e tacchi per show comici. Per questa ragione alcune colleghe l’avevano segnalata al collegio degli infermieri: lei viene redarguita e, quando è in malattia, sottoposta a controlli e visite mediche fiscali, ma la situazione è peggiorata dopo la sua partecipazione, nel 2012, a Italia’s got talent. Oltre alle convocazioni di rito, qualcuno la denuncia alla Guardia di finanza che, al termine di un’inchiesta (con tanto di appostamenti di tre giorni fuori dalla clinica in cui si sospettava lei lavorasse) e approfondimenti sulle cartelle esattoriali, scopre che Menegatti ha guadagnato con i suoi spettacoli 8 mila euro in sei anni. L’azienda sanitaria decide di trattenere quella somma dallo stipendio, ma Menegatti non ci sta e si affida a un avvocato, Domenico Fragapane, che avvia una causa per riottenere quel denaro. Prima si rivolge al Tribunale del lavoro che però si dichiara incompetente: è materia contabile. Una prima udienza alla Corte dei conti non basta. Ieri la seconda udienza è stata chiusa in fretta dal vice procuratore generale Pia Manni con queste parole: “La procura ritiene che non sussistano elementi certi per affermare la responsabilità di Menegatti. È un’attività liberalizzata per la quale l’autorizzazione non è necessaria: è un’attività di espressione artistica – ha detto –. Infine parliamo di 8 mila euro nell’arco di sei anni, non di un cachet per un artista professionista”.
Sipario.
Licenziati per una fusione: via 361 corrieri
Quella di FedEx, azienda americana del trasporto merci, è la storia di una multinazionale che, da quando è arrivata in Italia, è stata considerata dai sindacati un esempio da seguire. Fino a quando, il 28 aprile, ha presentato il conto salato di un’operazione societaria conclusa nel 2016 con l’acquisizione della concorrente Tnt: un matrimonio che si tradurrà in una mazzata per i lavoratori, visto che porterà al licenziamento di 315 persone, quasi tutti corrieri.
I conti del colosso mondiale delle spedizioni sono perfettamente a posto e a vantarsene è la stessa proprietà statunitense. L’esigenza di “riorganizzare le reti di trasporto e rendere più efficiente l’organizzazione vendite” ha portato però i vertici italiani a imporre la chiusura di 24 filiali e il taglio all’organico. La fusione rafforzerà quindi la posizione nel mercato globale e locale, ma da noi sarà una mannaia sul piano occupazionale: oltre ai 315 messi alla porta da FedEx, saranno mandati a casa anche 46 dipendenti di Tnt, per un totale di 361 licenziati. Non è finita, perché 115 addetti delle due società saranno trasferiti di sede e questo, per i sindacati, potrebbe comportare altre perdite di lavoro.
Molti lavoratori, infatti, saranno costretti a rinunciare per non allontanarsi dalla famiglia. Contro il piano, ieri i sindacati dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil hanno organizzato scioperi nei magazzini e negli uffici sparsi in tutta Italia, azioni che saranno ripetute il 31 maggio e il primo giugno. Durante la mobilitazione, le organizzazioni hanno segnalato “il tentativo di utilizzare i lavoratori interinali per sostituire i dipendenti che hanno scioperato, violando le leggi del nostro Paese”. Pur sollecitate dal Fatto Quotidiano, le due aziende non hanno fornito la loro versione su quanto denunciato dai sindacati.
FedEx non è abituata alle protesta dei lavoratori, perché i sindacati l’hanno sempre definita un modello. “Nonostante operi nella logistica – afferma Maurizio Diamante della Fit Cisl – non si è mai servita di lavoratori in appalto esterno. Una pratica che spesso nasconde caporalato, lavoro nero, mal pagato e con scarsi diritti.
Al contrario, FedEx ha sempre assunto direttamente i suoi corrieri, applicando il contratto nazionale e riconoscendo buoni premi con l’accordo aziendale”. La filosofia dell’impresa è chiamata Psp: people – service – profit, per sottolineare che le persone vengono prima dei profitti.
Non si puòdire lo stesso di Tnt, il cui modello, spiegano i sindacati, ha previsto negli scorsi anni il ricorso a esuberi e a “una massiccia esternalizzazione di personale”.
Insomma, l’impressione è che, nell’unirsi, l’impresa più virtuosa si sia adeguata al metodo di quella meno virtuosa. Questo ha lasciato interdetti i lavoratori FedEx, che hanno scritto ai vertici americani chiedendo perché si fosse deciso di “abbandonare gli stessi principi che hanno contribuito a rendere il marchio così forte”. Ora la vertenza si sposterà al ministero dello Sviluppo economico, dove è fissato un incontro per il 25 maggio.
Ilva: a Roma si discute e a Taranto si muore
A Roma si discute e intanto a Taranto si muore. Ancora. Quasi come a Sagunto. Anche la città dell’Ilva appare bruciata, espugnata, distrutta dopo l’ultimo incidente mortale costato la vita ad Angelo Raffaele Fuggiano, il giovane operaio della Ferplast, ditta dell’indotto Ilva, morto ieri mattina dopo essere stato colpito violentemente da una fune mentre stava lavorando alla manutenzione di una delle gru sullo sporgente del molo, dove attraccano le navi che riforniscono lo stabilimento siderurgico di materie prime. Nella foto che campeggia sul suo profilo Facebook, Angelo tiene per mano uno dei suoi due figli e indossa la t-shirt di solidarietà promossa da Nadia Toffa e da un’associazione di Tamburi, il quartiere dove anche lui è nato e cresciuto, per sostenere i reparti ospedalieri in cui si curano gli ammalati di tumore del territorio ionico. Tutto questo mentre nella Capitale Lega e M5S trattano sul futuro del gruppo in amministrazione controllata.
Non aveva ancora compiuto 28 anni. Un cavo legato a una carrucola si è staccato e lo ha colpito: il giovane è morto poco dopo l’arrivo dei medici, tra i colleghi increduli e sconvolti. La Procura di Taranto ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia. Il vescovo di Taranto Filippo Santoro ha inviato la sua vicinanza alla famiglia dell’“operaio, poco più che un ragazzo” e ha tuonato contro le tragedie “in un impianto così complesso – ha osservato Santoro – non possono essere più imputate alla fatalità, ma a un sistema minato dalla precarietà che andrebbe radicalmente riformato per creare condizioni di sicurezza per la vita e la salute degli operai, che stanno pagando da troppo tempo il prezzo più alto”.
Condizioni precarie, soprattutto nell’indotto del siderurgico, ribadite dai sindacati che hanno bloccato le assemblee con i lavoratori sulla cessione dell’Ilva ad Arcerol Mittal e indetto uno sciopero immediato fino alle 15 di oggi. Astensione a rischio, però: il prefetto Donato Cafagna, su richiesta dell’azienda, ha chiesto ai sindacati di garantire la presenza di lavoratori in fabbrica per evitare problemi agli impianti ed eventuali emissioni nell’aria. Una richiesta che i sindacati hanno respinto spiegando che di fronte alla morte di un lavoratore non si possono scaricare sui sindacati le responsabilità che l’azienda ha evitato in questi anni.
All’incontro tra sindacati e prefetto ha partecipato anche il governatore Michele Emiliano, che ha proposto di affidare all’ingegnere Barbara Valenzano, già custode giudiziario della fabbrica, il compito di effettuare una valutazione sulle reali condizioni dello stabilimento.
La protesta, però, potrebbe durare ben oltre questa giornata: in una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil hanno sostenuto che di fronte al ripetersi di incidenti – mortali e non – “occorre intensificare la mobilitazione nel Paese” e hanno lanciato una campagna di assemblee in tutti i luoghi di lavoro, a partire dalla prossima settimana, per “definire piattaforme aziendali in materia di sicurezza, che le categorie potranno sostenere anche attraverso due ore di sciopero a partire dai settori più colpiti, come ulteriore forma di denuncia e mobilitazione”. Per i confederali la catena di infortuni sul lavoro “ormai va assumendo le dimensioni di una strage” e dal palco dell’assemblea dello Spi Cgil, Susanna Camusso ha rilanciato la proposta dello sciopero generale e si è detta “sconsolata dai silenzi di Confindustria e della politica”.
La morte di Fuggiano a Taranto è stata solo una parte del triste bollettino quotidiano (nel 2018 sono già 263 le vittime): il bilancio conta infatti un altro decesso a Torino e tre lavoratori feriti nelle Marche. Nel capoluogo piemontese un tecnico ascensorista di 50 anni è precipitato mentre stava facendo manutenzione in un palazzo di via Agnelli, invece in provincia di Ascoli Piceno tre operai sono rimasti feriti all’interno di uno dei cantieri dove sono in corso i lavori di ripristino della strada statale 685 “delle Tre Valli Umbre” danneggiata dal sisma tra Norcia e Arquata del Tronto. Da Padova, infine, è giunta la notizia di 7 indagati per l’incidente di domenica scorsa nelle Acciaierie Venete, dove la fuoriuscita di una colata di acciaio liquido aveva ustionato quattro operai, due dei quali gravi. Tra gli indagati i vertici dell’azienda, quelli della sicurezza e i rappresentanti legali di alcune ditte in appalto.
Mafia capitale, confisca milionaria per Buzzi & C.
Il tribunale speciale per le misure di prevenzione di Roma ha confiscato beni (finora sotto sequestro) per decine di milioni di euro nei confronti di alcuni dei principali indagati nel processo di Mafia Capitale, fra cui immobili, opere d’arte, terreni, conti correnti, quote sociali, veicoli, libretti di deposito, obbligazioni, fabbricati, auto e motoveicoli. Il provvedimento è stato emesso nei confronti dell’ex Nar Massimo Carminati, del suo braccio destro Riccardo Brugia, del ‘ras’ delle cooperative Salvatore Buzzi, degli imprenditori Cristiano Guarnera, Agostino Gaglianone, Giuseppe Ietto e di Roberto Lacopo, Fabio Gaudenzi e Giovanni De Carlo. Alla base del provvedimento, la pericolosità sociale dei soggetti, ritenuta ancora attuale. Il tribunale ha anche disposto la sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno a Roma per tre anni e la presentazione alla polizia giudiziaria un giorno a settimana per Lacopo, Guarnera, De Carlo, Gaglianone, Ietto e Gaudenzi, da applicarsi una volta espiata la pena definitiva. Stessa misura sarà poi valutata per Carminati, Buzzi e Brugia.
Tim, cura dimagrante al via: trattativa per 4.500 esuberi
Sistemato il nuovo assetto societario, Telecom Italia ha mosso il primo passo per sfoltire il personale in eccesso. Visti i 4.500 lavoratori dichiarati in esubero, a giugno sarà avviata la cassa integrazione straordinaria, che coinvolgerà una platea potenziale di 29.736 addetti e comporterà 26 giornate di stop per ogni lavoratore, nei prossimi 12 mesi.
Così ha deciso in modo unilaterale il nuovo consiglio di amministrazione Tim, ora guidato dal fondo americano Elliott. È da gennaio che si parla di un piano di restyling dell’organico; in quel mese sono stati proposti ai sindacati una serie di interventi. Si parlava di 6.500 uscite, da attuare senza licenziamenti ma tramite pre-pensionamenti e dimissioni incentivate. Contemporaneamente, Tim avrebbe assunto 2 mila nuovi addetti, finanziando l’operazione con la solidarietà espansiva. In pratica, ai dipendenti che restavano sarebbe stato ridotto di poco lo stipendio e accorciato l’orario di lavoro: con quei risparmi, Tim avrebbe reclutato i nuovi. Nel progetto era compresa anche la riqualificazione di altri 3.500 lavoratori. Tutte azioni, insomma, con l’obiettivo sia di tagliare i costi sia di dotarsi di personale con nuove competenze. Tim, azienda privatizzata a fine anni novanta, ha un organico molto pesante: in totale, i dipendenti sono circa 60 mila e di questi sono quasi 50 mila quelli che operano in Italia. A inizio anno l’ipotesi di sforbiciata è arrivata ai sindacati delle telecomunicazioni di Cgil, Cisl e Uil, che non si sono detti contrari a prescindere, anche perché le uscite non contemplavano licenziamenti drastici. I rappresentanti dei lavoratori hanno preso tempo per aspettare l’insediamento del nuovo governo e capire anche chi nel frattempo avrebbe assunto le redini della società. Di fatto, quindi, la trattativa tra azienda e sindacati su quel piano non è mai partita. “C’erano voci insistenti sul possibile cambio di azionista alla guida di Tim – spiega Salvatore Ugliarolo, segretario UilCom – e su questo volevamo garanzie”. Nelle ultime settimane, quelle indiscrezioni sono diventate realtà: prima l’ingresso ad aprile della Cassa depositi e prestiti nel pacchetto azionario; poi il consiglio di amministrazione del 4 maggio nel quale proprio la Cdp ha messo Telecom in mano al fondo Elliott (a scapito dei francesi di Vivendi). Il nuovo cda, quindi, ha ereditato lo stallo creato nei mesi passati e ha colto la palla al balzo per far scattare la cassa integrazione che consentirà, come detto dall’amministratore delegato Amos Genish, risparmi equivalenti al taglio di 2.800 dipendenti full time. “Tim – spiega l’azienda – ha avviato da gennaio un confronto con le organizzazioni sindacali per individuare le misure a sostegno del piano industriale DigiTim e definire un piano organici coerente con le finalità e i target annunciati, ma non è stato possibile raggiungere una soluzione condivisa e adeguata alle sfide di trasformazione dell’azienda”. Adesso la palla passa al ministero del Lavoro, dove Telecom Italia e i sindacati si incontreranno attorno al tavolo per tentare un accordo.
Molti impegni, zero coperture: neppure il deficit può bastare
I compromessi raggiunti da Lega e Cinque Stelle su temi come immigrazione, giustizia, conflitto d’interessi e costi della politica rischiano di essere vanificati da un dettaglio: l’intero pacchetto di misure economiche annunciate è privo di coperture. O meglio, nelle bozze del contratto di coalizione circolate finora non è indicata alcuna fonte di finanziamento.
Entrambi i partiti sono d’accordo sul finanziare alcune proposte in deficit, cioè con l’emissione di nuovo debito. Il senatore leghista Armando Siri parla di 24 miliardi di deficit aggiuntivo, circa la differenza tra il deficit nominale previsto per il 2018 (1,6 per cento del Pil) e la soglia obiettivo fissata dal Trattato di Maastricht, 3 per cento. Primo problema: non è quello il vincolo più stringente, dal 2012 l’obiettivo da raggiungere è il pareggio di bilancio strutturale (cioè tenendo conto del ciclo economico). L’Italia è inadempiente e la Commissione europea già ci contesta di non aver ridotto il deficit strutturale quanto promesso, cosa che richiederebbe una manovra correttiva da 5 miliardi.
Secondo problema: anche ignorando la Commissione, i 24 miliardi basterebbero appena per un paio delle misure nel programma. Fermare l’aumento dell’Iva che scatterà a gennaio 2019 richiede 12,5 miliardi il prossimo anno e 19,5 nel 2020. Il reddito di cittadinanza, voluto dai Cinque Stelle, ha un costo stimato di 17 miliardi più 2 miliardi per la riforma dei centri per l’impiego. Questi costi sono viziati da un errore che i Cinque Stelle ripetono da cinque anni: l’Istat stima un costo di 15 miliardi perché attribuisce un reddito fittizio ai proprietari di casa pari all’affitto risparmiato, così da equiparare inquilini e proprietari a basso reddito. Ma la proposta di legge dei Cinque Stelle non fa questa distinzione: o si cambia la proposta, e molte persone prenderanno meno del sussidio massimo pari a 780 euro, o i costi salgono a 30 miliardi.
La Lega ha messo nel programma una “quasi-flat tax”: due aliquote per i redditi delle persone fisiche, 15 per cento fino a 80 mila euro annui e 20 per cento sopra, e 15 per cento per le imprese. Soltanto la riforma dell’Irpef per le persone fisiche, stimano Massimo Baldini e Leonzio Rizzo su LaVoce.info, genera un mancato gettito di 50 miliardi il primo anno. Si può usare il deficit anche per finanziare questa riforma? Sì e no. Se si decide di violare ogni vincolo europeo, con le conseguenze inevitabili in termini di aumento dei tassi di interessi sul debito e sanzioni della Commissione, tutto è possibile. Ma la scommessa della flat tax è di stimolare l’economia e i consumi grazie ai risparmi per i contribuenti (concentrati nella parte alta del ceto medio, le famiglie con reddito annuo sopra gli 80.000 euro). Se però quei soldi in più derivano da un deficit e non da coperture vere, il contribuente avrà sempre il dubbio che presto o tardi gli verranno chiesti indietro con nuove tasse. Sulla carta si può tagliare la spesa o si possono mettere nuove tasse (intervenire su detrazioni e deduzioni, le cosiddette tax expenditures che i Cinque Stelle vogliono toccare significa questo). Ma il contratto di coalizione non chiarisce nulla su questo. L’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente sui conti pubblici, ha chiarito già a febbraio che la strada è stretta: la spesa sanitaria non può scendere senza cali sensibili della qualità del servizio, ridurre ancora gli investimenti in calo dal 2010 (che Lega e M5S vogliono aumentare) danneggerebbe la crescita, intervenire sulla spesa corrente – i famosi acquisti di beni e servizi della Pubblica amministrazione – consente limature, ma non tagli drastici e comunque non in tempi rapidi. Si potrebbe ridurre il personale dello Stato, sia pure con grande fatica, ma Lega e Cinque Stelle promettono invece nuove assunzioni a migliaia.
La bozza di contratto parla di finanziare gli interventi “attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato ricorso al deficit”. Come si possa usare il debito per generare risorse è un mistero. L’unico modo sembra essere non rimborsandolo, o rinegoziando le condizioni di rimborso per spostare le scadenze. Ma questo equivale a una bancarotta mascherata dello Stato sul modello della Grecia. C’è poi l’ennesimo condono fiscale per chi ha contenziosi con Equitalia dovuti a “situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica”. Ma visto che c’è una misura analoga ogni anno da anni, sarà difficile recuperare cifre considerevoli. E comunque è una copertura una tantum.
Chiesto il processo per i carabinieri accusati di stupro
La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio di Marco Camuffo e Pietro Costa, i due militari, che di recente sono stati destituiti dall’Arma dei carabinieri, accusati di aver violentato due studentesse americane di 20 e 21 anni a Firenze la notte tra il 6 e il 7 settembre scorsi, dopo averle riaccompagnate a casa, in Borgo Santi Apostoli, con l’auto di servizio. Per entrambi l’accusa è violenza sessuale aggravata. Camuffo e Costa, inoltre, il prossimo 27 giugno dovranno comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale militare di Roma per rispondere dei reati di concorso in violata consegna e peculato militare.
L’episodio di stupro contestato ai carabinieri Marco Camuffo e Pietro Costa avvenne in un palazzo del centro di Firenze dove alloggiavano le due studentesse universitarie e dove erano state riaccompagnate a bordo di una gazzella del 112. Ai due la Procura contesta l’aggravante di aver agito abusando della qualità di carabiniere in servizio e di aver violato gli ordini impartiti dai superiori.
Entrambe le ragazze, salite “illegittimamente” a bordo della Fiat Bravo del 112, sono risultate in stato di ebbrezza alcolica
La bomba del Casinò sulle elezioni
Alla vigilia delle elezioni regionali, la Procura di Aosta ha chiuso l’inchiesta sui finanziamenti pubblici a favore del Casinò di St. Vincent. Sono indagati l’ex presidente della Regione Augusto Rollandin, l’attuale assessore regionale alle Opere Pubbliche Mauro Baccega, e l’ex assessore al bilancio Ego Perron, accusati di concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Condotte dalla Guardia di finanza, le indagini sono coordinate dal pm Eugenia Menichetti e dal procuratore Paolo Fortuna.
Oltre a Rollandin, Baccega e Perron sono indagati anche gli amministratori della casa da gioco Luca Frigerio (dal 2008 al 2015) e Lorenzo Sommo (dal 2015 al 2017) e i membri del collegio sindacale della Casinò de la Vallée spa Laura Filetti, Fabrizio Brunello e Jean Paul Zanini, che devono rispondere di truffa e falso in bilancio. Le ipotesi di reato si riferiscono alla presunta falsificazione dei bilanci della casa da gioco per creare piani di sviluppo, in base ai quali ottenere finanziamenti pubblici. Secondo la Procura, negli anni è stato incrementato il credito di imposte anticipate in assenza di una prospettiva attendibile per la società di tornare in utile negli esercizi successivi.
L’ipotesi di truffa aggravata riguarda i 140 milioni di euro di finanziamenti erogati dalla Regione e le ricapitalizzazioni tra il 2012 e il 2015. In base alle indagini nel 2012 le reali perdite della società erano state di 26 milioni a fronte dei 18 dichiarati, nel 2013 37 anziché 21, nel 2014 41 anziché 19 e nel 2015 42 anziché 18.
Il Casinò di Saint-Vincent è “ente responsabile” nel procedimento penale per falso in bilancio e truffa aggravata relativo alla casa da gioco. La Regione Valle d’Aosta è invece parte offesa.
Al Casinò la Procura di Aosta contesta infatti la responsabilità amministrativa da reato (decreto legislativo 231/2001). Un illecito che dipende dal falso in bilancio e dalla truffa aggravata che si ritengono “commessi dagli amministratori” Luca Frigerio (in carica quando sono stati approvati i bilanci relativi agli esercizi 2012, 2013 e 2014) e Lorenzo Sommo (bilancio 2015).
Questi due reati sarebbero stati commessi “nell’interesse o, comunque, a vantaggio de Casinò de la Vallée spa, a favore del quale venivano approvati i bilanci di esercizio riportanti fatti materiali non rispondenti al vero” nonché “a favore del quale venivano erogati i finanziamenti” per 140 milioni di euro complessivi da parte della Regione.
Val d’Aosta, al voto in 135 mila per “pesarsi” un’ultima volta
Difficile trasformare in un test nazionale le elezioni nella regione più piccola e particolare d’Italia. Ma dopodomani, domenica 20 maggio, si vota in Valle d’Aosta e sarà inevitabile guardare alla Vallée per provare a trarne indicazioni sull’aria che tira nel Paese. Le domande saranno: i Cinquestelle calano? La Lega cresce? E il Pd? Ma qui le specificità locali davvero prevalgono. E la platea elettorale è proprio piccola: solo 135 mila abitanti. Presidente uscente è Laurent Viérin, leader dell’Uvp (la Union valdotaine progressiste) che aveva vinto cinque anni fa alla guida di una coalizione di centrosinistra con l’Uv (l’Union Valdotaine) e il Pd. Il sistema elettorale è proporzionale, con uno sbarramento al 5 per cento e un premio di maggioranza per chi (lista o coalizione) raggiunge il 42 per cento: ottiene 21 consiglieri sui 35 del Consiglio regionale.
Ma questa volta, liberi tutti: nessuna coalizione, i partiti si presentano tutti senza alleanze. Sarà proporzionale purissimo. Una gara tra dieci partiti. Una metà li conosciamo anche nel resto d’Italia: Movimento 5 stelle, Pd, Forza Italia, Lega, Impegno civico (cioè Leu alla valdostana). Gli altri sono movimenti locali: Stella Alpina (erede della Dc) e l’eternamente governativa Union Valdotaine, che nel suo statuto proclama di voler promuovere “lo sviluppo del carattere etnico e linguistico del popolo valdostano”, qualunque cosa voglia dire. Poi ci sono le cinquanta sfumature di Union Valdotaine, ossia i movimenti nati dalle sue molte scissioni: Alpe, Union valdotaine progressiste, Mouv.
Nell’attuale Consiglio regionale hanno la maggioranza Uv (13 consiglieri), Uvp (7) e Pd (3). All’opposizione, Stella Alpina (5 consiglieri), Alpe (5), M5S (2). La scorsa tornata elettorale, Forza Italia e Lega sono rimaste fuori dal Consiglio. Che cosa succederà questa volta? Intanto i due consiglieri Cinquestelle sono stati espulsi dal Movimento e sono confluiti nel Mouv. Ma il movimento fondato da Beppe Grillo domenica ha grandi speranze, perché alle elezioni politiche del 4 marzo è riuscito a far eleggere alla Camera, da solo, Elisa Tripodi con il 24,1 per cento, battendo per la prima volta il centrosinistra coalizzato (“Tradition et Progres”, cioè Uv, Uvp e Pd, che si è fermato al 21,7) e il centro autonomista (Alpe e Stella Alpina al 18,2). La Lega ha avuto un buon risultato, per la Valle d’Aosta (17,7 per cento), mentre Forza Italia e Fratelli d’Italia, insieme, hanno portato a casa soltanto l’8,3.
Al Senato invece la coalizione “Tradition et Progres” ha rieletto Albert Laniece, senatore uscente, con il 25,7 per cento, due punti sopra il Cinquestelle Luciano Mosso (23,2 per cento).
Domenica prossima sarà un’altra partita. I movimenti locali potrebbero pesare più dei partiti nazionali e il M5S perdere voti rispetto al 4 marzo. Ci sarà anche un nuovo sistema di conteggio dei voti, con lo spoglio non nei seggi ma in quattro centri di conteggio (Aosta, Alta Valle-St Pierre, Media Valle-Fènis, Bassa Valle-Verres) dove le schede saranno trasportate sotto scorta. Ci sono preoccupazioni e proteste ricorrenti a proposito della segretezza del voto, molto identificabile nei piccoli paesi grazie alle diverse combinazioni possibili dei tre voti di preferenza che si possono assegnare. Sei mesi fa, è stata la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, in trasferta ad Aosta, a chiedersi come mai in Valle non siano mai state aperte indagini sul voto di scambio. “Dichiarazioni improvvide”, le aveva risposto il sindaco Pd della città, Fulvio Centoz.
Eppure le indagini giudiziarie incombono sulla Valle che racconta se stessa come pura e incontaminata. I comitati d’affari pesano. È finito agli arresti perfino il primo magistrato di Aosta, il procuratore facente funzioni Pasquale Longarini, accusato di aver abusato della toga e di aver preteso da un suo indagato, Sergio Barathier, titolare dell’albergo Royal e Golf di Courmayeur, che comprasse merce da un suo amico, Gerardo Cuomo, imprenditore del Caseificio valdostano.
Pesa anche la crisi della grande impresa della Valle, il Casinò di St Vincent, da sempre usata dai politici come serbatoio di occupazione, privilegi e consenso. Il passivo è pesantissimo e la Corte dei conti ha sequestrato in via cautelativa stipendi e beni personali di 20 consiglieri regionali uscenti, accusati di aver investito 150 milioni di denaro pubblico nel Casinò, senza valide ragioni economiche e di mercato (ne parliamo più diffusamente nell’articolo nel basso pagina). Domenica, rien ne va plus, il voto.