Il titolo Mps va giù in Borsa. Scontro Padoan-Borghi

Botta e risposta sul Montepaschi, tra il governo nascente e il governo in uscita. Uno Scontro che provocano un crollo in Borsa del titolo che chiude in calo dell’8%. Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi Aquilini, ha affermato che il cambio della governance di Mps “non entra nel contratto ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo”. La linea di banca “al servizio” citata nel contratto è “abbandonare l’idea di farci i profitti vendendola a chissacchì”, ma mantenerla “come patrimonio del Paese”. Il piano di risanamento concordato con l’Ue era di venderla il prima possibile facendo uscire lo Stato, che a luglio scorso è entrato salvandola (il Tesoro la controlla con il 70%). “Le dichiarazioni dell’on. Borghi, insieme alle indicazioni fornite nella bozza di programma di Lega e M5S, hanno immediatamente creato una crisi di fiducia sul titolo Mps. Basta poco per distruggerla, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare”. Ha attaccato ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. “Padoan dà a me la colpa di aver fatto perdere la fiducia dei risparmiatori, dopo quello che è successo. C’è da chiamare l’ambulanza”, ha replicato Borghi.

Meloni e Berlusconi uniti contro: “È insostenibile”

“Elemosinache rende schiavi”, dice Giorgia Meloni. “Una scelta sbagliata e senza coperture”, secondo Silvio Berlusconi. Doppio attacco dal centrodestra ieri contro il reddito di cittadinanza. Secondo la leader di Fratelli d’Italia promettere “780 euro per restare a casa per non fare niente significa non sapere che nell’Italia di oggi 800 euro spesso li guadagna chi lavora 40 ore a settimana. Il reddito di cittadinanza significa: ‘State a casa, non vi preoccupate, vi daremo i soldi’. Così si aiuta il lavoro nero, si costruisce un sistema in cui la politica ti rende schiavo perché ti tira la sua elemosina e tu sei legato a quell’elemosina”.

Parole simili anche da Berlusconi: “Il reddito di cittadinanza non è solo una proposta priva di coperture, è una proposta radicalmente sbagliata perché deresponsabilizza i cittadini. Lo Stato non deve portare le persone alla mera sopravvivenza assistita”. “Quanto alla Fornero – aggiunge Berlusconi – abbiamo detto anche noi che va modificata, ed è possibile farlo senza incidere pesantemente sui conti pubblici. Si tratta di capire se il futuro governo, posto che nasca, vorrà discutere l’aumento generale dell’età pensionabile con seri pericoli per la sostenibilità del sistema”.

Nessuna svolta sulla precarietà, si insiste coi sussidi alle imprese

Il Jobs act viene indicato come una delle cause di aumento della precarietà ma non c’è alcun segnale concreto di discontinuità rispetto alle riforme avvenute tra il 1997 e il 2015 che l’hanno fatta esplodere. Si accenna a un regime di salario minimo per gli esclusi dalla contrattazione nazionale, ma senza definirlo e senza indicare quelli che potrebbero già esservi ricondotti (si pensi ai rider). Manca ogni riferimento ai salari contrattati a livello nazionale che non garantiscono già oggi una vita dignitosa. Si vuole reintrodurre una disciplina per il lavoro accessorio, cioè i voucher, in contrasto con il richiamato art. 36 della Costituzione. La capacità di creare occupazione è rimessa ancora una volta alle imprese, da incentivare con sussidi che rischiano di impoverire il futuro previdenziale dei lavoratori. Tutto il resto è delegato alle politiche attive. Manca la questione chiave: la capacità delle imprese di creare innovazione e produzioni a alto valore aggiunto.

Sì Tav no Terzo valico? Briciole rispetto ai 123 miliardi di Delrio

Ci sono cose condivisibili, cose contraddittorie, cose assenti del tutto. Condivisibile è la forte spinta alla mobilità elettrica. È ribadito il principio ambientale “chi inquina paga”. Questo è in gran parte già vero: abbiamo un carico fiscale tra i più alti del mondo sul trasporto stradale. Quindi la persecuzione ideologica dei mezzi su gomma è destinata a finire? Si ribadisce la priorità del modo ferroviario, che è invece quasi tutto a carico dei contribuenti. Sulle grandi opere, sì TAV, no Terzo valico (ma non è per nulla specificato)? Ma rispetto all’attuale piano faraonico da 123 miliardi non valutati, lasciatici in eredità dal Ministro Delrio, sono noccioline. Occorre una revisione complessiva, e basata su numeri, delle priorità di spesa, cosa che i 5Stelle avevano promesso di fare, ma di cui non c’è traccia. Infine si tace sulla struttura dei mercati: continuiamo sulla logica del monopolio, tipo Ferrovia dello Stato, o riprendiamo qualche brandello della “rivoluzione liberale” cui aveva accennato Di Maio?

Buon compromesso, ma si deve partire dai centri per l’impiego

Il reddito di cittadinanza, così come codificato nel contratto (780 euro mensili per 6 milioni di persone) è un buon compromesso. Il limite di due anni per ricevere le tre proposte di lavoro imposto dalla Lega non è un colpo: se non si riesce a trovare un impiego nell’arco di un biennio significa che la misura ha fallito. Il punto vero è che per funzionare richiede un apparato amministrativo enorme per permettere ai beneficiari di effettuare i colloqui, verificare che dedichino due ore al giorno alla ricerca di lavoro e partecipino alla formazione. Questo apparato c’è in Germania dove nei centri per l’impiego hanno 11 mila addetti e la spesa supera i 12 miliardi annui; noi abbiamo novemila impiegati per una spesa di 780 milioni l’anno. Si deve partire prima da qui o la misura non sarà efficace. Bisogna potenziare davvero i centri per il lavoro, e in questo senso i due miliardi che si vogliono investire sono un’ottima notizia.

Bene su Alitalia, ma chiudere l’Ilva è un colpo per il Paese

In tema di grandi imprese e politica industriale, sui due casi più noti di questi tempi, Alitalia e Ilva, è nel giusto con la prima e non del tutto chiaro con la seconda. Alitalia non va “semplicemente salvata in un’ottica di sopravvivenza economica, bensì rilanciata” dato che non si può fare a meno di un “vettore nazionale competitivo”. L’aggettivo “nazionale” non implica necessariamente che sia pubblico ma che sia prioritariamente al servizio del mercato nazionale, cosa che non farebbe più un’Alitalia drasticamente ridimensionata e ceduta a un grande gruppo europeo. Vanno bene per l’Ilva gli obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e della salute e quello dei livelli occupazionali, ma la riconversione economica implica che il Paese non ha più bisogno di un produttore nazionale competitivo per l’intera industria metalmeccanica? Infine, l’idea della ‘Banca degli investimenti’ presenta rischi elevati di cui bisogna essere consapevoli. Cosa ne fu della “Banca del Sud” voluta da Giulio Tremonti?

Il Sud sparisce dall’agenda, aumentano i divari regionali

Se non riparte il Sud, non riparte il Paese. Ma su questo punto il contratto è pessimo: viene eliminato il tema delle disuguaglianze territoriali dall’agenda di governo; non una parola e un’idea per lo sviluppo del Mezzogiorno. Se la grande misura fosse solo il reddito di cittadinanza, pur positivo, si prefigura una sorta di compensazione caritatevole dei cittadini. L’accoppiata poi fra il prevedibile crollo del gettito fiscale dovuto alla flat tax e la forte spinta al regionalismo differenziato creerà Regioni di serie A e B su Sanità e, forse, Scuola. Non si parla di criteri e regole per finanziare i livelli essenziali delle prestazioni, anche sanitarie (Lea), in tutti i territori, e non c’è l’obiettivo proposto dai 5Stelle di vincolare il 34% degli investimenti pubblici al Sud. Sarà per questo che ieri è stato fatto filtrare un ravvedimento in extremis con l’inserimento di un “capitolo Mezzogiorno”. Staremo a vedere

La flat tax è già ingarbugliata e la “pace fiscale” è un condono

Due aliquote dal 15 al 20% per le persone fisiche e 15% per le società con tutela delle classi a basso reddito è, in sé, una buona notizia per i contribuenti. Poi però andrà dato contenuto al vago riferimento a “la revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese, con particolare riferimento ( … ) al sistema delle deduzioni e detrazioni”. Dire che le società si tassano al 15% in luogo dell’attuale 24% non vuol dire nulla se non sappiamo come sarà determinata la base imponibile. E lo stesso vale per le persone fisiche, se, per esempio, non si sa come saranno tassati i redditi finanziari, oggi al 26%, o le locazioni (dal 10 al 21%). Speriamo che la complessità della base imponibile non riassorba la asserita maggiore semplicità delle due aliquote. Gli effetti della riforma sono tutti da verificare, ma è improbabile che si finanzi con il maggiore gettito dovuto al taglio fiscale. Quanto alla “pace fiscale”, è un condono. Punto.

Validi principi, impegni vaghi. I 5Stelle hanno ceduto alla Lega

Non è facile dare giudizio complessivo. Di positivo c’è che l’ambiente è uno dei primi punti del contratto. Alcuni temi sono ambiziosi e ben scritti, come l’economia circolare e gli impegni sul clima, nel solco delle politiche europee. Il testo è molto meno chiaro sull’energia, dove l’impegno a superare le fonti fossili non è accompagnato da indicazioni e scelte nette, e sulle infrastrutture. Sulla lotta all’inquinamento urbano e la riqualificazione delle periferie – dove vivono la maggior arte degli italiani – non c’è nulla. C’è l’impegno a spingere su ciclabili e auto elettriche, ma si resta sul vago. Poco o nulla su trasporti ed edilizia. Il testo non smentisce il preoccupante annuncio del leghista Armando Siri di abolire tutte le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli immobili. Non c’è poi l’impegno a tornare indietro sullo Sblocca Italia. Dai 5Stelle ci aspettavamo impegni precisi e ambiziosi: è evidente il compromesso con Lega.

Di Maio si è rimangiato tutto, così è un programma di destra

Mi colpisce quanto sia difforme il contratto con la Lega rispetto al programma originale dei 5Stelle sul patrimonio culturale. Lì si diceva esplicitamente che le riforme di Franceschini sarebbero state abrogate, che si sarebbe dovuto puntare sulla tutela, sulle sovrintendenze, su tutto quello che in questi anni è stato massacrato. Invece qui si parla solo di valorizzazione, si usa la parola sfruttamento più volte. Si tratta il patrimonio culturale come se fosse il petrolio d’Italia. Era la dottrina di Gianni De Michelis negli anni 80, poi filo conduttore di tutte le politiche di privatizzazione del patrimonio culturale negli anni successivi. Non c’è una parola sulla valorizzazione della cultura, ma una declinazione puramente economicistica, liberista, di mercato. È un programma di destra, ma la destra dell’austerity, non quella sociale. I 5Stelle protestavano contro Franceschini, con questo programma potrebbero tranquillamente confermarlo ministro.