Bene l’agente sotto copertura e la prescrizione, non le armi

Nel capitolo Giustizia ci sono due proposte che ritengo molto positive. La prima è la riforma della prescrizione dei reati. Riflette un vecchia iniziativa dei Cinque Stelle presentata in commissione Giustizia della Camera, dove non fu mai presa in considerazione: la prescrizione si blocca nel momento in cui c’è una richiesta di rinvio a giudizio. Io fui ascoltato in audizione e mi dichiarai anche allora favorevole: ritengo che la prescrizione non abbia più senso nel momento in cui inizia l’azione penale. La seconda proposta con cui sono d’accordo è l’introduzione della figura dell’agente sotto copertura contro la corruzione. Una figura peraltro prevista dalla convenzione di Merida delle Nazioni Unite contro la corruzione. L’Italia l’ha ratificata ma non l’ha mai attuata proprio per quanto riguarda la fattispecie dell’agente sotto copertura. Sono profondamente contrario invece a qualsiasi tentativo di rendere più ampia la legittima difesa.

Referendum ok, ma il vincolo di mandato è mortificante

Di buono c’è il tentativo di restituire vitalità all’istituto del referendum. Per quanto riguarda la riduzione dei parlamentari, mi chiedo se si voglia rendere più efficiente il Parlamento oppure mortificarne la centralità. La terza misura fa temere il peggio: l’introduzione del vincolo di mandato è uno svilimento del Parlamento e della libertà dei singoli parlamentari. Con il vincolo di mandato si vorrebbe risolvere il problema del transfughismo, i cosiddetti “cambi di casacca”, ma i cambi di gruppo dipendono dalla debolezza e dall’incertezza del sistema politico. Non si può pensare una riforma costituzionale per punire gli onorevoli indisciplinati, sacrificando la sacrosanta libertà della dialettica parlamentare. Nel suo discorso d’insediamento il presidente Fico aveva parlato di centralità del Parlamento. Diversi indizi, compreso il cosiddetto comitato di conciliazione, fanno temere che si voglia andare esattamente nel senso opposto, con una concentrazione del potere nelle mani dei partiti.

Rai ottime premesse, ma la prova del nove è il rinnovo dei vertici

Nel contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle si fa riferimento a linee guida improntate alla trasparenza, all’eliminazione della lottizzazione e alla meritocrazia. Questi pochi enunciati sono generali, per non dire generici. Il discorso è labile, bisogna praticarlo. Quindi sospendo il giudizio, in attesa di vedere se dalle parole si passerà ai fatti. Non bisognerà attendere a lungo, la cartina di tornasole arriva tra un mese e mezzo: a fine giugno dovranno essere rinnovati i vertici della Rai. La legge 220 del 2015 prevede nomine governative e nomine parlamentari. È un passaggio decisivo e un banco di prova eccezionale per Salvini e Di Maio: bisognerà vedere se come da tradizione si ricorrerà al manuale Cencelli e alla spartizione delle cariche tra partiti, oppure se sceglieranno in maniera corretta, rispettando questi principi astratti che hanno enunciato nelle bozze del contratto di governo.

Tanti buoni propositi, ma nessuna idea concreta

Escludendo la questione “moschee”, che da quanto capisco deve ancora essere vagliata, tutti gli altri sono propositi condivisibili, ma giusto propositi, poiché non intravedo una linea operativa chiara. La gestione dell’accoglienza passerà in mano pubblica?

Sarebbe ora, ma il progetto qual è? Un piano vero di accoglienza (che quindi definisce in tempi brevi chi ha diritto a restare e chi no, faccia i corsi di lingua, di formazione ed educazione alle regole della democrazia) prevede l’assunzione di personale dedicato, e questo crea lavoro per gli italiani; l’utilizzo e quindi il ripristino di immobili pubblici. Una simile organizzazione favorisce l’integrazione, rassicura la popolazione. Tutto questo necessita di risorse, da pretendere, almeno in parte, da Bruxelles. Leggo che invece si intende dirottare risorse per agevolare i rimpatri. Temo che chi ha definito la “bozza” non conosca bene il fenomeno.

L’ex comunista De Luca: “M5s come il Pci dei gulag”

Il M5S di oggicome il Pci ai tempi dei gulag. “Gode di un’onda ideologica sconnessa dalla realtà e dai risultati disastrosi”. L’ex comunista Vincenzo De Luca ne è convinto, e azzarda questo singolare paragone durante una cerimonia di premiazione a Salerno durante la quale definisce uno scandalo “che nella delegazione dei Cinque Stelle la posizione preminente non è ricoperta da un grande economista o da un filosofo del diritto, ma da tale Rocco Casalino proveniente dal Grande Fratello”. L’analisi del governatore della Campania: “Se fosse successo nel governo della città di Roma quello che sta succedendo oggi, un disastro totale, i Cinque Stelle avrebbero avuto a Roma il 2%. Tuttavia non è così”. Come 50 anni fa. “È capitato in altre stagioni storiche: negli anni 50, con il Pci, c’era la tragedia dell’Ungheria, c’era la dittatura dell’Unione Sovietica, c’erano i gulag e l’onda ideologica era più forte della realtà. Si sta verificando un processo analogo. Mi auguro che durerà molto di meno”. Un affettuoso pensiero anche per il suo partito, il Pd: “A Napoli è riuscito a farsi disprezzare”.

Prove d’intesa a Genova: via libera a nome e programma

Prove d’intesa– con tanto di contratto – fra Lega e Cinque Stelle: non solo a livello nazionale ma anche a Genova. L’accordo è sul leghista Renato Falcida, eletto presidente del municipio Centro ovest, a lungo sottoposto a commissariamento. Nove i voti a favore, otto gli astenuti e otto i contrari.

La coalizione di centrodestra non era riuscita nei giorni scorsi a raggiungere da sola la maggioranza, il rischio era che il municipio fosse sottoposto a un altro commissariamento. Ma a due giorni dalla scadenza, le difficili trattative tra centrodestra e Movimento 5 Stelle hanno portato a un compromesso, simile a quello che si sta cercando per il governo nazionale. E quindi all’elezione. Falcidia ha detto sì a un programma di sei punti proposto dai pentastellati, una sorta di contratto di governo, ma genovese.

Secondo il Pd è solo “un accordo al ribasso, con la Lega che cede ai ricatti dei Cinque Stelle”. Per Michele Colnaghi, capogruppo pentastellato, invece è un punto di partenza. “Ma non abbasseremo la guardia”, ha avvertito.

Macron: “Forze paradossali al governo, ma ho fiducia nel presidente Mattarella”

Ancora è tutto fermo, ma da Oltralpe ci tengono a far sapere che il nuovo governo sarebbe fatto da forze “paradossali”. Ieri il presidente francese Emmanuel Macron, dopo il vertice dell’Unione europea a Sofia, ha voluto commentare in conferenza stampa la situazione del nostro Paese: “Bisogna accettare quello che i popoli decidono e non so ancora quali saranno le posizioni del nuovo governo italiano – ha detto –. Quello che vedo ora sono forze eterogenee e paradossali che potrebbero allearsi”.

“C’è ancora incertezza, ma ho fiducia nel presidente Mattarella che ha indicato che il governo dovrà lavorare con l’Europa – ha aggiunto Macron –. L’Italia si aspetta ancora tanto dall’Unione europea, quindi dobbiamo prenderci i nostri rischi per costruire un’Europa che protegge ma è anche ambiziosa, oltre che più democratica. Io sono pronto a farlo e sono sicuro che si può vincere la battaglia contro i dubbi e gli estremismi”.

Bisticci al potere: la Tav si ferma, anzi no. Nel dubbio in Val di Susa tornano i cortei

La Torino-Lione è sospesa. Anzi no. C’è solo l’impegno a “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Il tema della contestatissima linea ferroviaria in Valle di Susa (Torino), la più criticata tra le grandi opere, è un terreno di scontro e scivoloni nella trattativa tra Lega Nord e Movimento 5 Stelle: da una parte una forza politica che ha sempre sostenuto il progetto, dall’altra una che l’ha sempre combattuta.

Quando ieri, nell’ultima versione disponibile dell’accordo tra le due parti, è scomparso il riferimento alla sospensione dei lavori, è dovuta intervenire la deputata M5s Laura Castelli a mettere i puntini sulle i e prevenire i commenti dei No Tav: “Appellarsi all’accordo tra Italia Francia è un modo concreto per evidenziare l’inesistenza del presupposto alla realizzazione dell’opera – ha spiegato -. È scritto all’articolo 1 dell’accordo che richiede la saturazione, ovvero il traffico minimo per giustificare l’opera”.

In teoria, anche il segretario della Lega, Matteo Salvini è favorevole a una ridiscussione: “Sulla Tav mi risulta che ci sia in corso una riflessione anche dall’altra parte delle Alpi – ha dichiarato ieri sera –. Se ci sono considerazioni in corso Oltralpe, mi sembra che sia necessario che le stesse considerazioni le facciamo noi”.

Ma fermare i lavori, è un’altra cosa. Così, visto che l’accordo non c’è, domani il movimento No Tav, per nulla convinto delle intenzioni delle due forze politiche, tornerà a manifestare in Val di Susa: “In questi giorni che si discute di un ‘governo del cambiamento’ vogliamo ribadire, a tutti gli schieramenti politici, con forza, che i soldi pubblici per rispondere alle esigenze del Paese ci sono, basta chiudere subito con la Torino Lione e le altre opere inutili! – si legge in una nota – Auspichiamo che la fine della Torino Lione, esempio di tutte le grandi opere inutili, non venga sacrificata sull’altare di un contratto di governo, ma al contrario, sia la prima spinta verso un futuro diverso”. Lele Rizzo, leader del centro sociale Askatasuna, anima del movimento No Tav, ieri mattina twittava battagliero: “Se veramente ci sarà uno stop alla Torino-Lione avremo più tempo per contrastare la Lega”.

Un leghista “in stand by” come l’ex presidente del Piemonte Roberto Cota, che durante il suo mandato si è dato da fare per portare avanti l’opera, ritiene che lo stop ai lavori sarebbe uno sbaglio: “Io spero che non la fermino. Bloccarla è un errore – dice a Il Fatto –. Io ho lavorato a favore della Torino-Lione e del Terzo valico, sono opere collegate e non cambio idea”. L’ex governatore piemontese apprezza lo sforzo di Salvini per dare un governo all’Italia, ma ricorda che “la Lega porta un impegno positivo e i Cinque stelle sono diversi” e si dice favorevole a una rinegoziazione a favore dell’Italia: “Avrebbero dovuta già farla i governi precedenti”.

L’ipotesi di uno stop ai lavori non convinceva nemmeno l’attuale presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino secondo il quale ne deriverebbe “senza alcun dubbio un danno enorme all’economia piemontese, al Nord Ovest a all’intero Paese”. Per questo si è appellato “a tutte le forze economiche, sindacali e politiche”, che ieri si sono fatte sentire. Molte sono state le reazioni dei rappresentanti di Forza Italia, Partito democratico e delle associazioni di industriali. Il commissario di governo alla Torino-Lione Paolo Foietta, vicino al Partito democratico, è cauto: “Stanno circolando testi diversi del contratto, aspetterei di vedere quello finale – ha dichiarato ieri ai microfoni di Radio Veronica One –. Siamo in una fase ancora molto preliminare”. Ha sottolineato che comunque “nella storia della Repubblica non è mai successo che venisse disconosciuto in modo unilaterale un trattato internazionale” e se ciò avvenisse “sarebbe di un atto di estrema gravità” perché “nel diritto europeo vige il principio della restituzione dei soldi”: “Se si ottengono dei soldi per fare una determinata opera, e quell’opera non si fa più, è chiaro che occorre restituire le risorse”. Il “Presidio Europa” del movimento No Tav, invece, ricorda che gli accordi tra Italia e Francia “non prevedono alcuna penalità in caso di sospensione e/o risoluzione degli accordi”.

‘Tu buca es mi buca’. Il patto elettorale dei giovani amanti

Vasta eco ha suscitato l’affettuosa dichiarazione di Matteo Salvini pro Virginia Raggi: “Almeno dove sono ora io non ci sono buche…”. Subito nella Capitale è partito il tam tam per conoscere il luogo esatto di tale sensazionale prodigio (paragonabile al ritrovamento, in una buca, del tagliando vincente del Superenalotto). Purtroppo, però, il leader leghista si è trincerato in un comprensibile riserbo. Questo diario da sempre poco incline a dare spago al solito disfattismo in servizio permanente coglie invece nella rivelazione salviniana la conferma dell’intesa, della consonanza, ma che dico dell’armonia, di più della confidenza instauratasi tra Salvini e Di Maio. Un rapporto felice che si sublima (come soltanto nelle amicizie vere) in quella solidarietà fattiva che ci fa dire mi casa es tu casa (o meglio, tu buca es mi buca). Oltre il celebre murale del reciproco bacio appassionato, ogni giorno di più risulta evidente come il contratto di governo Lega-M5S trascenda le convenienze politiche del momento stagliandosi come un patto generazionale. Pensateci bene: abbiamo un giovane uomo del Sud e un (meno) giovane uomo del Nord che per una serie di incastri, anche meritati, del fato e della politica hanno l’occasione di prendersi in un colpo solo tutto il cucuzzaro, e finalmente di emanciparsi. L’uno dalla subalternità esistenziale al sacro binomio Grillo-Casaleggio. L’altro dalla condizione di ragazzo spazzola impostagli da Lui, che d’ora in poi non potrà più trattarlo come uno di Loro.

Quando poi veniamo a sapere che in queste febbrili giornate le due squadre hanno lavorato gomito a gomito per un obiettivo comune imparando a conoscersi, e perché no, anche stimarsi, ecco che coloro che hanno sperato e sperano ancora in una improvvisa frattura di natura personale possono mettersi l’animo in pace.

Intendiamoci, come in ogni alleanza di potere anche nel Salvimaio divergenze e rotture potranno sempre esserci. Nell’attuale fase, tuttavia, indotte da alcune inevitabili circostanze esterne. A cominciare da lunedì prossimo quando al Quirinale si comincerà a parlare seriamente di premier, di ministri, di nomi e di cognomi. Mentre sul “contratto” sarà Silvio Berlusconi a dire la sua. Misurando l’opposizione di Forza Italia a suo piacimento, alternando un colpo sul gas e uno sul freno. Anche perché al Senato la maggioranza gialloverde è di soli sei voti. Guarda caso proprio sei come i senatori che Lui si compra nel film di Sorrentino.

Questa volta però il partito del pop-corn, quelli del tanto peggio, dovranno stare attenti a non fornire ai gemelli non più tanto diversi qualche buona scusa per gridare ai complotti. Come hanno già iniziato a fare accusando i perfidi plutoeurocrati di manovrare spread e Borse per sovvertire la sovranità popolare. In fondo quello che sta per nascere potrebbe essere un modello nuovo di governo elettorale. Disposto a spendere (infischiandosene se necessario delle coperture) per soddisfare sull’immediato i rispettivi elettorati (i gazebo leghisti e la piattaforma Rousseau). Ma anche mettendo fieno in cascina nella prospettiva di un voto anticipato. Date retta al diario, il Salvimaio procede fischiettando in armonia. Concorde sulla sparizione delle buche a Roma e delle sanzioni contro la Russia. Virginia Raggi e Putin sentitamente ringraziano.

Di Maio cede sul contratto. Ma il premier ancora non c’è

Alla fine il contratto lo hanno limato loro due, i capi che si giocano e si giocheranno a scacchi il governo, mai stufi di diffidare l’uno dell’altro. Pure sul programma, visto che il testo ha traballato fino a ieri sera, tra la revisione dei tecnici, il cosiddetto drafting, e agitate riletture serali. Tanto che i Cinque Stelle hanno annullato interviste e partecipazioni televisive, “perché dobbiamo rivedere tutto”. Ovvero, perché si è discusso fino all’ultimo momento. Ma dalla lettura della bozza finale, vidimata dal vertice ristretto alla Camera tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, è già evidente che il capo del Movimento ha concesso di più rispetto al leader della Lega. Perché ha in parte ceduto su infrastrutture, reddito di cittadinanza e Jobs Act, incassando in cambio una linea morbida sull’Europa e sulla moneta unica. Un Di Maio conciliante, insomma.

Forse perché spera che anche questo aiuti a portarlo a Palazzo Chigi, l’obiettivo che gli è sempre rimasto in testa. Però il segretario del Carroccio continua a frapporgli ostacoli: di certo per alzare ancora di più il prezzo sui ministri, e forse anche perché ha in testa un terzo nome, una carta da calare all’ultimo. E così nel gioco dei veti, a sorpresa, ririprende quota il nome dell’avvocato e docente universitario Giuseppe Conte, “freddato” lunedì scorso dalle perplessità di Salvini. Ipotesi e contromosse, che si intrecciano alla lettura dell’ultima bozza del contratto (il testo finale uscirà dalla revisione di ieri sera dei tecnici, il cosiddetto drafting). In cui spiccano le concessioni pesanti del M5S. Sul Tav, visto che ha accettato di togliere dal testo il riferimento alla “sospensione dei lavori esecutivi”. E così nel contratto resta l’impegno a “ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Però il Movimento, con la deputata Laura Castelli, rivendica: “Appellarsi all’accordo con la Francia è un modo per evidenziare l’inesistenza del presupposto alla realizzazione dell’opera”. Di Maio ha fatto un passo indietro anche sul reddito di cittadinanza, il totem del Movimento, perché ha deglutito il limite temporale delle tre proposte di lavoro in due anni”, che il M5S aveva fatto segnare in rosso come punto da rivedere. Rimasto, però. Mentre il M5S che ha mille volte maledetto il Jobs Act si è accontentato dell’aggiunta di un lieve riferimento critico nel testo (“la precarietà è stata causata anche dal Jobs Act”). E nulla sul ripristino dell’articolo 18, vecchio pallino dei 5Stelle. Poi, certo, il capo del Movimento ha pure portato a casa risultati. Principalmente sull’Europa e sull’euro, su cui la linea è più sfumata rispetto ai toni incendiari della Lega.

Così ecco che nella parte in cui si prevede “il ripensamento dell’impianto della governance economica europea”, sparisce l’aggettivo “unica” accanto alla “politica monetaria”. Tradotto, nessun riferimento all’euro. Ma soprattutto, il “superamento” del pareggio di bilancio si tramuta in “adeguamento” della regola inserita in Costituzione. Ed è sempre un risultato del Movimento il mutamento della Flat Tax, basata su due aliquote del 15 e 20 per cento, che la rendono un’altra cosa. Infine, è stato attenuata la parte sul comitato di Conciliazione: perché non sono più spiegate nè la sua composizione nè le modalità per le sue decisioni. Una via per cancellare l’impressione di un nuovo organo di governo, per l’orrore del Colle. E queste sono le prime verità da quel contratto di governo che da questa mattina dovrebbe essere votato dagli attivisti M5S sulla piattaforma web Rousseau, se la revisione sarà finita in tempo. Poi c’è la politica dei segnali. Come quello che Movimento e Lega hanno recapitato ufficiosamente al Quirinale ieri pomeriggio. Seminando assicurazioni: “Il contratto è di fatto pronto, per il governo ci siamo”. Per poi darsi appuntamento con il presidente della Repubblica per lunedì. Giorno entro cui dovranno trovare il premier.

Ieri pomeriggio sia Di Maio che Salvini sono partiti per iniziative nel Nord. E oggi potrebbero incontrarsi a Milano, anche se il segretario della Lega ieri dalla Valle D’Aosta lo ha negato. Ma di certo dovranno cercare la quadra.

Di Maio punta ancora a Palazzo Chigi, mentre Salvini nelle ultime ore ha spesso palesato il rischio del voto (“Molti dei miei lo vorrebbero”). Schermaglie. Come sono pure espedienti tattici molti dei nomi emersi per Palazzo Chigi nelle ultime ore. Però riaffiora l’ipotesi Conte, che pure pareva bruciato. E che invece Di Maio potrebbe rigiocarsi, in caso di stallo. Riservandosi come consolazione il ministero del Lavoro. Però le voci su un terzo nome segreto non si placano. Di certo mercoledì Salvini e il capo del M5S hanno parlato di ministri. E per l’Economia hanno trovato un nome terzo, un professore che avrebbe già avuto il via libera del Quirinale. Per gli Esteri rimane favorito Giampiero Massolo, e l’Interno sembra destinato a Salvini. Per la Giustizia se la giocano il leghista Nicola Molteni e il grillino Alfonso Bonafede, e un ministero toccherà anche alla 5Stelle Castelli.