L’altro delinquente

Alcuni lettori mi domandano perché l’altra sera, a Dimartedì, non ho risposto ad Alessandro Sallusti che mi dava del delinquente, diffamatore, condannato in Italia e pure “in Europa” (ma sì, abbondiamo: abbondantis abbondandum!). La risposta è semplice: il mio intervento era registrato, il suo in diretta. Meglio così, altrimenti saremmo finiti – come sempre, con gli impiegati di B. travestiti da giornalisti – a parlare di me, anziché di B. La mia condanna, per la cronaca, è una multa di 1.000 euro a Cesare Previti (bi-pregiudicato per corruzione di giudici) per un mio vecchio articolo sull’Espresso che, a causa di un taglio redazionale, era risultato monco di una circostanza favorevole all’ex ministro ed era stato ritenuto diffamatorio. Non ne ho mai fatto mistero, anzi mi sono appuntato la sentenza al petto come una medaglia. In 35 anni di carriera giornalistica, con 20mila articoli, 35 libri e centinaia di partecipazioni tv (sempre su temi un po’ più delicati del giardinaggio), è l’unica mia condanna penale. Poteva andarmi peggio: nel nostro mestiere il rischio di sbagliare, o di superare i labili confini della “continenza”, è sempre in agguato. In Italia ricadono nella diffamazione i comportamenti più diversi: l’errore in buona fede, magari già rettificato; le campagne di stampa fondate su menzogne e reiterate nel tempo a dispetto delle smentite; la critica o la satira ritenute troppo aspre (“incontinenti”, appunto: va’ a sapere cosa lo è e non lo è). E non c’è verso di ottenere una riforma che distingua una condotta dall’altra.

Tutto avrei immaginato nella vita, fuorché di prendere lezioni sulla diffamazione da un diffamatore incallito come Sallusti (un po’ come prendere lezioni sul femminicidio da Donato Bilancia). E dire che nel 2011 ero stato così ingenuo da spendermi per risparmiargli la galera, convinto com’ero che fosse sproporzionata persino a lui. Il 17 giugno 2011 Sallusti era stato condannato in appello a 14 mesi di carcere, senza la sospensione condizionale (era pluripregiudicato e plurirecidivo, con ben 7 precedenti penali), per un articolo pubblicato nel 2007 su Libero (da lui diretto all’epoca) con lo pseudonimo “Dreyfus”. Il diffamato era il giudice tutelare Giuseppe Cocilovo, accusato falsamente di aver costretto una ragazzina di 13 anni ad abortire contro la sua volontà: in realtà l’aveva solo autorizzata all’aborto – secondo la legge – su espressa richiesta dell’interessata e della madre. In caso di conferma in Cassazione, Sallusti avrebbe dovuto scontare la pena in carcere o, a sua richiesta, ai domiciliari e ai servizi sociali.

Scrissi che avrebbe potuto rettificare sia pur tardivamente la notizia falsa, scusarsi con Cocilovo e risarcirgli il danno, nella speranza che questi ritirasse la querela. Il diffamato si disse disponibile. Ma Sallusti non solo non rettificò, non si scusò e non risarcì: andò pure a Porta a Porta a proclamare di non aver nulla da farsi perdonare e a diffamare anche i suoi giudici (“sentenza politica”, “magistrati in malafede da condannare e radiare per abuso di potere”). Alla vigilia della Cassazione, il portavoce di Napolitano annunciò che “il Presidente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”. Senza spiegare a che titolo interveniva a piedi giunti sulla Corte alla vigilia di un verdetto. Ma il 26 settembre la Cassazione non si lasciò intimidire e confermò la sentenza d’appello, sottolineando la “spiccata capacità a delinquere” di Sallusti e ricordando che il suo giornale aveva ripubblicato la falsa notizia, già smentita dall’Ansa e dalla Rai, in un altro articolo. L’ennesima prova della sua “coscienza, volontà… e consapevolezza di aggredire la reputazione altrui”. Immantinente, dal Quirinale, partì un nuovo monito: “Il Presidente esaminerà con attenzione la sentenza… relativa alla posizione del direttore del Giornale”. Senza neppure attendere le motivazioni. Subito, in Parlamento e sui media, partì la mobilitazione generale per fare di Sallusti un cittadino al di sopra della legge: le Camere furono sequestrate per votare una legge su misura per riformare la diffamazione, mentre l’Ordine, la Fnsi e l’intera casta pennuta levavano alti lai contro i “giornalisti in galera”. Peccato che in Italia le condanne inferiori ai 3 anni possano essere scontate in libertà, purché il condannato ne faccia richiesta. Ma Sallusti annunciò che non l’avrebbe fatta: voleva andare in carcere per fare il martire e offrire al padrone un altro pretesto per attaccare i giudici. A questo punto, in uno Stato di diritto, la giustizia fa il suo corso e il condannato sconta la pena. Ma non nella diarchia di B.& Napolitano. Pur non avendoli chiesti, Sallusti ottenne i domiciliari dalla generosa Procura di Milano, che cambiò le sue prassi apposta per lui. E il 1° dicembre fu prelevato in redazione dalla Digos per essere condotto nella residenza prescelta: quella della fidanzata Daniela Santanchè. Di lì evase subito, sotto gli occhi esterrefatti degli agenti. E si guadagnò un nuovo processo per evasione, da cui fu assolto perché il gesto era “simbolico”. Non contento, Re Giorgio gli concesse la “grazia parziale”, commutando la pena detentiva in una multa da 15mila euro. E fu l’ennesimo abuso di potere: nel 2006 la Consulta ha stabilito che la clemenza presidenziale può essere soltanto un atto “umanitario” per i condannati che abbiano scontato parte della pena e riconosciuto l’errore commesso; non certo un gesto politico che sconfessa una sentenza appena pronunciata, per giunta a vantaggio di un soggetto che insulta i suoi giudici, non fa un minuto di carcere e non si scusa con la vittima. Così Sallusti prese la sua “spiccata capacità a delinquere” e tornò a dirigere il Giornale. E a diffamare impunemente il prossimo.

Il corpo è l’unica via per conoscere l’anima

Parlando della pittura di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, Diego Velázquez, uno dei più grandi artisti del Novecento, Francis Bacon, ha detto: “Da tutti i suoi dipinti traspare quell’emozione che Velázquez deve aver provato, persino in quelle bellissime opere dove le figure hanno una meravigliosa struttura e al tempo stesso la colorazione di un Monet. Si avverte sempre il passaggio dell’ombra della vita… Perché uno vuol camminare sull’orlo di un precipizio, e in Velázquez è davvero straordinario il modo in cui ha saputo tenere l’immagine così vicina alla cosiddetta illustrazione e al tempo stesso rivelare con tanta intensità le emozioni più grandi e più profonde che un uomo possa provare”. Bacon era il figlio di un secolo che si era allontanato irrimediabilmente dalla “cosiddetta illustrazione”, e nei suoi quadri l’ombra della vita abita carni sfatte, scomposte, atrocemente esposte alla vista. Un teatro della condizione umana, rappresentata attraverso i corpi. “Mucha alma en carne viva”, aveva scritto genialmente uno spagnolo del Seicento commentando i quadri di Velázquez.

“Molta anima in carne viva”: una descrizione perfetta anche per i quadri di Francis Bacon. E per quelli di Paolo Flores d’Arcais. Solo da poco ho scoperto che Paolo è anche un pittore: scoprendo anche che la sua pittura si colloca esattamente in questa stessa scia. Naturalmente non sto dicendo che Flores dipinge come Velázquez, o come Bacon. Voglio invece dire che anche per lui il corpo umano è l’unica cosa che conta. Quella del corpo è l’unica via per conoscere l’anima. L’unica mistica possibile, l’unica religione, l’unica passione: una passione che unisce, come in un fascio di sentimenti, eros, compassione, amicizia, fraternità, venerazione. Che si tratti di sinuosi, morbidi corpi femminili inerpicati sugli immancabili tacchi da feticista, che si tratti delle macchine belliche dei corpi dei pugili, che si tratti del volto caro e familiare di Karl Popper: è identico lo slancio, quasi violento, con cui Flores penetra in quelle carni, squadernandole sotto i nostri occhi in un’orgia cromatica dissonante e avvincente. E i risultati sono sorprendenti, per qualità e intensità. Sono quadri veri: non esercizi da dilettante. È l’altra faccia di Paolo Flores: che come filosofo e uomo pubblico ha dedicato la vita all’analisi e alla critica delle anime della collettività sociale e politica, e come pittore finora privatissimo si è gettato con insospettabile slancio nella celebrazione di corpi individuali. Un’istintiva compensazione, forse: certo la ricerca di un completamento. Come a dire che la gerarchia imposta da secoli di sovrastruttura umanistica – il primato dello spirito, la civiltà della parola, la nobiltà del pensiero – può, e forse deve, essere accettata e introiettata. Ma non al punto di non lasciare libero un angolo d’anima: un angolo dove abbandonarsi a rappresentare l’istintivo, primordiale, creaturale, selvaggio amore (e dolore) per il corpo stesso della vita.

È in quest’angolo che oggi abbiamo il privilegio di essere ammessi.

“Chi vince il Giro d’Italia lo farà col doping. Impossibile senza”

“Penso al 19 aprile 2024: quel giorno finirà la squalifica di 12 anni per doping. Mi farò trovare pronto, avrò quasi quarant’anni e l’intenzione è di essere ancora competitivo per vincere una grande classica”. Questo è Riccardo Riccò, campione del ciclismo avvelenato dalla “cura”, tra i più forti al mondo della sua generazione, ma due volte squalificato tanto da veder distrutta la carriera. Poteva andare peggio. Ha rischiato la vita il ragazzo impenitente di Sassuolo e ora si racconta in Cuore di Cobra, confessioni di un ciclista pericoloso (scritto con Dario Ricci, edito da Piemme). La copertina è rosa. Il colore del Giro d’Italia, sfiorato nel 2008, dieci anni dopo il trionfo del suo mito Marco Pantani, a un minuto e 57 secondi da Alberto Contador; un altro che di problemi col doping ne ha avuti non pochi. “Senza doping una corsa a tappe non si vince, non è possibile”.

Può affermare che chiunque abbia vinto o vincerà nel ciclismo assume sostanze vietate?

Sì, certo. Nel modo più assoluto. Non si possono fare 200 chilometri al giorno per tre settimane tra sole, gelo, pioggia, vento e neve a pane e acqua. Poi in tempo per arrivare al traguardo entro le 17, massimo 17:30, in modo da rientrare nei tempi dei palinsesti televisivi. Il tutto, magari, anche con 4.500 metri di dislivello… scollinando, chessò, quattro vette? Le rigiro la domanda: secondo lei è umanamente possibile?

Quindi sta dicendo che è il circo mediatico, gli sponsor, le tv per la diretta, che vogliono che i ciclisti siano “mostri”, salvo crocifiggerli appena vengono beccati?

Il sistema costruito attorno a una grande corsa a tappe non lascia scampo, ma mica solo per vincere: spesso per arrivare fino in fondo è necessario ricorrere alla “cura”. Poi sono abbastanza sicuro sia così anche in altri sport. Ci saranno altre sostanze e i controlli saranno più blandi, ma 60 partite di calcio l’anno a livello professionistico io credo non si possano fare senza un aiuto. Questo è un mio parere, non ho esperienza diretta come nel ciclismo.

Però sembra molto sicuro.

Vincenzo Nibali, il top, la superstar del ciclismo di oggi, può arrivare a prendere 4 milioni di euro l’anno. Cristiano Ronaldo quanto guadagna? Roba da 20 milioni a stagione. Capisce che c’è una grande differenza. Il primo è molto più sacrificabile all’occorrenza.

Lei nel libro scrive che “Pantani si è fatto inculare”. Cosa intende?

Come successo anche a me, si è fatto travolgere dall’ambiente e dall’affetto dei tifosi. Tutti si aspettavano le imprese dal Pirata. Non poteva non vincere. E forse ha esagerato, ha pensato che gliela avrebbero fatta passare liscia perché tutti volevano che vincesse. Gli avevano fatto credere di essere un dio.

Lei ha iniziato a 21 anni a doparsi: rimpianti?

Chi si dopava negli anni Novanta poteva incorrere in effetti collaterali devastanti. Negli anni miei non era già più così e poi la mia è stata una “cura” casalinga. Facevo da me e rispetto a tanti colleghi, le assicuro, ero pulitissimo. Ho fatto anche diverse corse a pane e acqua. Il problema è stato che ci stavo rimettendo le penne per una sacca di sangue che fu infettata da un batterio, cosa che compromise il risultato dell’auto-emotrasfusione. Era il febbraio 2011. La mia attività professionistica da corridore è finita in quel momento.

Tanti colleghi, anche Paolo Bettini, campione e poi Ct della Nazionale, l’hanno criticata fortemente. È diventato un paria…

Bettini è stato campione olimpico e due volte campione del mondo. Ma non ha mai vinto corse a tappe. Né Tour, né Giro, né Vuelta. Può essere che abbia vinto le sue gare a pane e acqua, strano però non sappia come si vincono le corse a tappe. C’è ipocrisia. E altri casi, tipo Emanuele Sella che mi attaccò dopo la prima squalifica per poi essere squalificato a sua volta, ne fanno capire il livello nel “gruppo”.

Scrive che ha pensato di usare la pistola…

La foto di mio figlio Alberto sul comodino mi ha trattenuto, mi ha salvato. E adesso vendo gelati a Tenerife. Ma ci rivediamo in sella il 19 aprile 2024. A pane e acqua.

Cristo si è fatto Dogman. Garrone da Palma d’oro

Per fortuna, Dogman. Ci sono film, sempre più rari, che in poche inquadrature rimettono al centro del villaggio l’esperienza cinematografica e la fruizione in sala. In Concorso al 71° Festival di Cannes e da oggi sui nostri schermi, il nono lungometraggio di Matteo Garrone è uno di questi. Bastano due take, e dal ritrovato Villaggio Coppola, a Castel Volturno, passiamo sulla Luna: western urbano per esplicita intenzione del regista, Dogman riesce subito a evocare Neil Armstrong che passeggia sul nostro satellite e, insieme, a rispristinare la fratellanza di Caino e Abele. A guardarci insieme il poster che s’è scelto, il regista sorride, “Sì, la luna, sì, Caino e Abele, ma c’è anche il Cristo che si porta la croce”.

Il Cristo è Marcello (Marcello Fonte), minuto, gentile, modesto toelettatore di cani, la sua croce è Simoncino (Edoardo Pesce), ex pugile violento, tossico e terrorizzante. Non è il loro rapporto a senso unico, non c’è solo l’inteso carnefice e la vittima predestinata, ma uno scambio di proiezioni, un concorso di colpa o, meglio, possibilità: il bullo è un bambinone che non sa relazionarsi e si fa grosso e cattivo; il piccoletto quello che un po’ vorrebbe educarlo, ammansirlo, ridurlo a più miti consigli come fa con i pitbull, e un po’ quello che ne subisce il fascino animale, l’istinto brutalizzante. La sovrapposizione archetipica, la morsa emotiva eludono dallo spunto cronachistico, l’efferato poi non si sa nemmeno quanto delitto del Canaro della Magliana: “Era da 12 anni, da prima di Gomorra che volevo fare questo film, ma non era cosa: cast e location erano sbagliate, sopra tutto, non volevo inquadrare un mostro, un torturatore, e l’ho inteso solo dopo quanto mi fosse d’ostacolo. Quando sono divenuto padre, ho capito che era arrivato il momento giusto: il bellissimo rapporto con la figlia Alida è fondamentale per dare umanità e dolcezza a Marcello, ossia per allontanare gli spettri di Cane di paglia e Un borghese piccolo piccolo. Garrone non teme ripercussioni legali per l’utilizzo del dato di cronaca (la madre di Giancarlo Ricci, l’ex pugile, è insorta a mezzo stampa, ndr), al contrario, protegge l’astrazione artistica, l’allitterazione poetica: “Voglio sgombrare il campo da equivoci, chi si aspetta morbosità, torture e splatter non venga a vederlo, rimarrebbe deluso: la violenza è psicologica, è ossessione e sudditanza, è l’incastro tra un carnivoro e un erbivoro”. Spingendosi nel buio, nel marginale e nel non pastorizzato dove le sue opere prendono d’abitudine luce, Garrone – per assecondare la valenza cristologica del film – si fa voce di uno che grida nel deserto dell’immagine e dell’immaginario oggi: non per preannunciare una venuta, bensì per prospettare ostinato e contrario un ritorno al cinema totale, quello che non s’aggrappa alle sottane della cronaca, non mutua linguaggi streaming, non elemosina storytelling. E chissà che Cannes, se proprio volesse trovare una buona ragione alla sua stolida contrapposizione a Netflix, non possa approfittarne: saprà la giuria presieduta da Cate Blanchett discernere il valore?

Con tutte le scaramanzie del caso, la Palma ci manca dal 2001, da La stanza del figlio di Nanni Moretti, e forse è tempo di interrompere il digiuno. Umanissimo e dolente, con le mani sporche e gli occhi lucidi, Dogman sospende il giudizio morale e chiama in causa l’atto stesso del filmare: lungo una sottile linea rossa tra iperrealismo hopperiano e neorealismo nostrano, gli “amore”, i “bravo, bravo” di Marcello per i cani ritrovano Pasolini, il suo volto “antico e modernissimo rievoca Buster Keaton e Chaplin”. E in questa “terra di frontiera” tra L’imbalsamatore e Gomorra, popolata di uomini soli, sparute donne (madri e figlie, le mogli sono separate e lontane) e “una comunità da cui non puoi prescindere”, Garrone conferma la propria irriducibile animalità cinematografica: corpi contundenti, luci lunari, temperature postapocalittiche, potenza e controllo.

A Pesce ha fatto mettere su una caterva di muscoli e squadrare la mascella, come fosse un Marv (il Mickey Rourke di Sin City) senza fumetto, Marcello Fonte l’ha scovato il suo aiuto, Ciro Scognamiglio: faceva da custode al Cinema Palazzo, un attore della compagnia Fort Apache (ex detenuti a Rebibbia) muore, lui aveva imparato a memoria lo spettacolo e ne prende il posto, al casting di Dogman non c’è stata storia. Arrivato dalla Calabria a Roma “inesperto a tutto”, sul set di Gangs of New York chiamava Martin “Scozzese” e senza riconoscerlo si fece fare una foto da Daniel Day-Lewis, oggi Fonte echeggia corde antiche, dal Peter Lorre di M a Citti, dai Soliti ignoti a Caligari, e sulla Croisette “il suo Marcello mite che diventa animale feroce” potrebbe trovare consacrazione.

Garrone li ha messi sul ring, dove chi perde non capisce, chi vince non sa perché né per chi, e ci è salito pure lui: qualche secolo addietro avremmo ammirato la luce che viene dal buio, inteso la pietas del dipinto, e chiamato l’autore Caravaggio.

 

Gianni Vattimo: “L’Anp è stata abbandonata dai suoi fratelli”

Il filosofo Gianni Vattimo, noto anche per il suo impegno a favore della soluzione dei due Stati, definisce ciò che è accaduto a Gaza nei giorni scorsi “un vero e proprio macello”.

Professore, cosa ha pensato vedendo giovani e bambini colpiti lungo il confine tra la Striscia e Israele?

Che non si tratta solo di un’ingiustizia clamorosa perché i manifestanti protestavano all’interno del loro territorio, ma di un uso criminale e sproporzionato di forza. Israele ha uno degli eserciti più potenti del mondo e uccide persone armate solo di pietre e qualche molotov perché esercitano il loro diritto di criticare un vicino che li sta affamando.

Ritiene che questo sia l’ultimo falò della questione palestinese?

La decisione dell’Amministrazione Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele è stata a tutti gli effetti una provocazione. Buona parte della crisi che sta vivendo la causa palestinese però è dovuta al comportamento dei fratelli arabi che hanno abbandonato l’Autorità Nazionale palestinese e, anziché aiutarli a ottenere un loro Stato, si sono concentrati sul sostegno del diritto al ritorno per sbarazzarsi dei profughi che vivono nei campi profughi sul loro territorio . Mi riferisco, per esempio, al Libano. Le uniche attenzioni sono verso Hamas perché non riconosce Israele.

Solo in chiave anti israeliana dunque?

Sì. Del resto fin dalla guerra del 1948, si è capito che agli arabi interessava solo distruggere Israele e non occuparsi davvero dei problemi dei palestinesi.

Un tradimento?

Considerato che la nascita di Israele è avvenuta in modo legittimo, l’avere subito preso le armi per muovergli guerra ha impedito lo sviluppo pacifico della questione palestinese.

“Causa” palestinese: se l’amico ti tradisce il nemico ti finanzia

A 70 anni dalla guerra mossa dai Paesi arabi contro lo Stato israeliano – appena nato – ufficialmente allo scopo di aiutare i palestinesi a mantenere le proprie case e attività, risulta evidente che il loro intento era un altro: distruggere nella culla Israele a costo di danneggiare proprio coloro che questi paesi dicevano voler difendere. Negli anni, gli arabi hanno addirittura abbandonato la “causa palestinese”, con la sola eccezione del Qatar, tanto che oggi i suoi maggiori finanziatori sono Stati Uniti e Unione europea.

Per quanto riguarda i finanziamenti occidentali, va ricordato che dall’anno scorso il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha bloccato il trasferimento della quota parte prevista per la Striscia di Gaza, per indebolire i rivali del movimento islamico sunnita Hamas alla guida dell’enclave palestinese dal 2007. Ma dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, anche gli aiuti di Washington all’Anp sono diminuiti.

Il presidente americano a gennaio ha deciso di dimezzare i fondi che l’America versa all’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, l’UN Relief and Works Agency (Unrwa). The Donald ha motivato la decisione sostenendo che “è necessario rivedere il modo in cui l’Unrwa funziona ed è finanziata”. Gli Stati Uniti verseranno quest’anno 60 milioni di dollari, congelando gli altri 65 previsti per “futura considerazione”. Un totale di 125 milioni di dollari che rappresenta un terzo del contributo annuale americano, il più importante che l’agenzia riceve. Ma l’Unwra non è la sola agenzia a ricevere aiuti. Nel 2017 gli Usa hanno versato un finanziamento complessivo di 370 milioni di dollari.

Dal 1950, l’agenzia dell’Onu dà sostegno umanitario nei campi profughi palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e in particolare a Gaza. Gli Usa sono i maggiori contributori dell’agenzia, seguiti dalla Ue. L’Unrwa ha un bilancio annuale di circa 1,1 miliardi di dollari. Per quanto riguarda i paesi arabi, il maggior finanziatore in questi ultimi dieci anni è stato il Qatar.

Il piccolo ma ricchissimo Stato del Golfo ha finanziato soprattutto Hamas con il pretesto degli aiuti umanitari per la ricostruzione delle infrastrutture e delle abitazioni della Striscia distrutte dall’aviazione israeliana, durante i recenti conflitti. Mentre crescevano gli aiuti da parte dell’emiro al Thani di Doha, il monarca dell’Arabia Saudita ha diminuito l’impegno finanziario con l’Anp e, di conseguenza, anche con Hamas. Il movimento islamico della Striscia è di fede sunnita, come Fatah, ma ha sempre goduto del sostegno finanziario e soprattutto militare (armi e missili) dei libanesi di Hezbollah e dell’Iran, entrambi di fede islamica sciita, in chiave anti Israele. Il Qatar invece ha usato la scusa della ricostruzione di Gaza per acquisire credibilità e indebolire la leadership dell’Arabia Saudita sulla Umma sunnita, oltre a migliorare i propri rapporti con l’Iran, con cui condivide il giacimento di gas off shore più grande al mondo.

Anche la Turchia, da quando Recep Tayyip Erdogan ha preso il potere 15 anni fa, ha giocato un ruolo ambiguo nel conflitto israelo-palestinese. Da grande amico di Israele, il Sultano nel tempo si è trasformato nel grande protettore dei palestinesi. Dopo la crisi della Flottilla, Erdogan ha ampliato gli aiuti soprattutto ad Hamas, che aderisce alla Fratellanza musulmana, la corrente sunnita a cui appartiene anche il presidente turco, che per questo si è meritato una statua nel cuore di Gaza City. L’attuale crisi economica turca danneggia anche i palestinesi.

Riflessi lenti e poca efficacia. Il ritorno della Lega Araba

Il segretario generale aggiunto della Lega Araba, Hossam Zaki, ha dichiarato che oggi al Cairo sarà messa a punto dagli Stati membri “una risoluzione, che verrà adottata dal Consiglio della Lega, a sostegno della resistenza palestinese e contro la decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme”. Essendo stata organizzata su richiesta dell’Arabia Saudita – l’alleato attualmente più importante di Israele nell’area – difficilmente questa seduta cambierà le cose. Secondo il segretario generale dell’organizzazione Ahmed Aboul Gheit, la decisione di Trump è “una chiara violazione del diritto internazionale” ma sarà impossibile che le misure adottate si tradurranno in un boicottaggio degli Usa, partner stretto in ambito commerciale e militare del regno Saudita. La Lega Araba è un’alleanza di carattere politico-economico-militare che si propone di coordinare l’attività degli Stati arabi. Creata nel 1945 per iniziativa dell’Egitto, è aperta a tutti gli Stati arabi e attualmente conta 22 membri distribuiti tra Nordafrica, Corno d’Africa e Medio Oriente. Ha carattere essenzialmente politico. Di fronte alla repressione del regime siriano, la Lega araba due anni fa decise di inviare una missione per monitorare l’attuazione del piano di pace proposto al governo di Bashar al-Assad. Anche in questo caso, il suo intervento non ha modificato alcunché.

L’articolo 2 dello Statuto della Lega recita che lo scopo dell’organizzazione è quello della “stretta cooperazione” ma la disputa diplomatica e commerciale tra Qatar e il quartetto di Stati capeggiati da Ryad non è un bell’esempio di collaborazione. Questione palestinese: la Lega ha riservato una sezione all’interno dello Statuto: “L’indipendenza e l’esistenza della Palestina non possono essere messe in discussione, così come per tutti gli altri Paesi arabi”. Ma la questione palestinese infiamma il Medio Oriente dal 1948 senza che la Lega l’abbia gestita in modo minimamente credibile.

Quando David Ben-Gurion annunciò l’istituzione dello Stato di Israele nel maggio del 1948, la Lega Araba rilasciò un comunicato nel quale sottolineava che “la Palestina è un Paese arabo” e che “solo i palestinesi devono avere il diritto di determinare il loro futuro”. La Lega però non si è mai mossa per liberare neanche un metro quadrato dei territori della Palestina storica. Nel 2002, la Lega Araba ha adottato all’unanimità l’Iniziativa di Pace Saudita, che riconosceva Israele come Stato sovrano: significa che il 78% dei territori palestinesi storici occupati sin dal 1948 non è più riconosciuto dai membri come parte della Palestina.

I giudici belgi bocciano l’estradizione in Spagna dei leader catalani

La procura belga ha rigettato la domanda di estradizione di Madrid per gli ex consiglieri Comín, Puig e Serret, perché non corretta da un punto di vista formale. L’irregolarità risiede nel fatto che il nuovo mandato di cattura europeo è stato spiccato senza aver emesso prima quello sul territorio nazionale. Cessa così uno dei 4 procedimenti giudiziari in Europa promossi dalla giustizia spagnola nell’ambito della maxi-causa contro l’indipendentismo catalano. Un colpo che potrebbe essere definitivo sul teorema accusatorio, dopo la batosta inferta ad aprile dalla giustizia tedesca che non ha accolto l’estradizione di Puigdemont per ribellione, non riscontrandone gli estremi criminali.

Gli avvocati sono concordi nel sostenere sia l’intero impianto processuale a non reggere, perché si fonda sul presupposto di una violenza inesistente. Il costituzionalista Pérez Royo è convinto che, per quanto retti da ordinamenti giuridici distinti, i 4 paesi ove si sono esiliati i 7 dirigenti catalani, si muovono osservandosi l’un l’altro, nella consapevolezza che l’ordinanza non può rappresentare una base comune a livello europeo. Sia Germania che Regno Unito hanno chiesto ulteriore documentazione a Madrid per sostanziare le accuse formulate nei confronti rispettivamente di Puigdemont e Ponsatí. La Svizzera non ha ancora iniziato il procedimento nei confronti della segretaria di Esquerra Republicana Rovira e dell’ex deputata di Candidatura d’Unitat Popular Gabriel, per la quale non vi è richiesta d’estradizione perché accusata di disobbedienza.

La situazione sta diventando imbarazzante per Madrid che si accontenterebbe di processare Puigdemont per sedizione, reato punito con pene inferiori. Mentre non riesce a dimostrare neppure l’accusa di malversazione dei fondi pubblici per la celebrazione del referendum del 1° ottobre. Tanto che, in una sorta di gara tra i partiti costituzionalisti, il leader socialista Sánchez propone una riforma del delitto di ribellione che contempli il caso di un tentativo di secessione senza golpe né violenza, riconoscendo perciò che nella vicenda catalana non ci furono né l’uno né l’altra. Eppure 9 persone sono in carcere: 7 mesi scaduti ieri nel caso dei Jordis.

Il sogno di Orbán: Europa blindata modello Ungheria

Negli uffici della fondazione Open Society a Budapest gli addetti chiudono gli scatoloni e spengono le luci. Li riapriranno solo una volta a Berlino. La battaglia è stata perduta: l’associazione per i diritti umani e civili, finanziata dal magnate ebreo George Soros, ha chiuso definitivamente i battenti in Ungheria. “Il governo ci ha screditato con le menzogne, ha soffocato la società civile per vantaggi politici con strumenti mai visti in Europa”: con queste parole il presidente dell’ong Patrik Gaspard ha detto addio agli spettri dispotici che si agitano impuniti sul Danubio.

“L’era delle democrazie liberali è finita”. Il premier Orban l’ha detto quattro giorni prima che la Open Society decidesse di trasferire la nuova sede operativa in Germania, quando il Parlamento intorno lo applaudiva durante l’insediamento per il suo quarto mandato da premier.

Nonostante gli scandali di corruzione che avvolgono la sua cerchia, Orban ha ottenuto un’ampia maggioranza alle ultime elezioni ripetendo solo tre cose: i migranti distruggeranno l’Ungheria, Soros vuole eliminare la sovranità magiara, io li fermerò.

Oltre alla Open Society, nel mirino del governo Fidezs adesso rimane un’altra istituzione finanziata dal tycoon ebreo: la Ceu, Central European University, fondata nel 1991, l’anno in cui l’Unione Sovietica moriva. Si trova nella Capitale: le sue attività potrebbero terminare a breve, come è successo alla Open Society.

“La nostra missione era insegnare alle persone a essere libere”, ma l’ambiente è sempre più “ostile”, ha detto il rettore Micheal Ignatieff, ex politico liberale canadese. La decisione che verrà presa sull’università “avrà infinite ramificazioni per quello che diventerà l’Ungheria”.

Con nessun margine di manovra all’orizzonte e poche possibilità per continuare a lavorare, “un altro anno accademico così risulta impossibile, ma noi non ce ne andremo in silenzio”, ha promesso Ignatieff. Tra banchi e corridoi i professori già mormorano coordinate austriache, l’istituzione potrebbe trasferirsi a Vienna, intanto è stop alle iscrizioni degli studenti da gennaio, mentre al parlamento di Budapest procede anche la cosiddetta “legge anti-Soros”, disegno che prevede una stretta ulteriore alle libertà civili e una tassa del 25% a tutte le associazioni che ricevono finanziamenti dall’estero.

Nella guerra che Orban ha dichiarato a ogni oppositore del suo potere, media liberi compresi, nessun comodo armistizio verrà trovato in patria, ma la sua prossima tappa è oltre confine. Orban vuole conquistare Bruxelles per mettere fine “all’incubo degli Stati Uniti d’Europa” e divenire testa d’ariete di Stati-nazione dell’Unione.

Oltre la barriera di filo spinato alla frontiera d’Ungheria, il premier mira a quello che ha definito il “grande gioco”, il piano continentale: “Abbiamo bisogno dell’Unione, l’Unione ha bisogno di noi. Non proveremo a salvare una democrazia liberale naufragata, ma costruiremo la democrazia cristiana del 21° secolo”. Orban in pugno ha già il suo Paese, nell’altro adesso vuole stringere l’Europa.

Mail Box

 

Non si sta scrivendo la Storia ma la nuova geografia d’Italia

Di Maio dice che sta scrivendo la Storia. Io temo che stia scrivendo la geografia, nel senso che questo evento darà forza a Salvini per chiedere la divisione dell’Italia in due: sud e nord Italia.

Salvini dirà “Prima il nord!”. Di Maio sta scrivendo la storia nel Pirellone! Il patto passerà alla storia come il Patto del “Pir-lone”. Forse aveva ragione Scalfari: ridateci Berlusconi.

Benedetto Altieri

 

Adesso non esageriamo.

M.Trav.

 

Di Maio è una delusione perché ha tradito gli elettori

Condivido l’articolo di Tomaso Montanari sul Fatto di ieri e rendo onore a Travaglio che, con il suo (mio) giornale ha sempre valutato come si deve la Lega, Forza Italia e Berlusconi. Di Maio sta rovinando i Cinque Stelle, sta dimostrando una voglia di potere mai sospettata da chi ha votato il Movimento. Fare un governo con la Lega sarebbe tradire l’elettorato e il Paese che ha sperato nel cambiamento. Dobbiamo, purtroppo, constatare che Di Maio è come tutti gli altri assetati di potere personale. Che delusione!

Romano Lenzi

 

Ma la trattativa con Salvini è meglio del nuovo Nazareno

A Montanari che sul Fatto di ieri sosteneva che “i M5S non devono trattare con la Lega fascista”, rispondo che in politica bisogna fare i conti con il principio di realtà, cercando di evitare il male peggiore. Intanto la trattativa Lega-M5S, favorita dal crollo di Forza Italia e Pd, ha fatto naufragare il sogni di un nuovo Nazareno che avrebbe blindato gli interessi e i privilegi dei ceti medio-alti che costituiscono la base elettorale dei dem e dei forzisti. Non a caso il Pd ha fatto il pieno dei voti ai Parioli di Roma e in via Montenapoleone a Milano. Inoltre, viene evitata la tentazione di una nuova controriforma costituzionale, da sempre vagheggiata dal renzusconismo e finalizzata a ridurre il peso politico dei ceti medio bassi. Se l’intesa va in porto, si aggravano le contraddizioni in seno al centro destra (già esistenti ai tempi dei governi Monti-Fornero, Letta, e in occasione del patto del Nazareno) e ciò potrebbe portare allo sgretolamento dell’alleanza e alla fine politica di Berlusconi.

Senza il sostegno dei poteri forti, ala destra più estrema viene messa in condizione di non nuocere.

Maurizio Burattini

 

Io di sinistra ho votato M5S e sono contro questo governo

Ho 69 anni e sono sempre stata di sinistra-sinistra ma ora per due volte ho votato M5S sperando veramente di scardinare il Parlamento, invece… Mai avrei pensato a un accordo M5S-Lega tanto più che Di Maio è napoletano. Come si può andare d’accordo con la Lega comandata da Berlusconi? Come si può accettare che Salvini diventi forse ministro dell’Interno? Poveri noi: via tutti gli immigrati, autodifesa, più poteri alla polizia ecc… Inoltre niente inasprimento per la corruzione, evasione fiscale ecc… Senza contare la riabilitazione di Berlusconi. Sono veramente contro questo possibile governo.

Rita Beretta

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo uscito ieri “Quella strana cartella sui rapporti con Carrai e il generale renziano”, a un certo punto si scrive che Antonello Montante, sintetizzando precedenti articoli del Fatto su sue intercettazioni, avrebbe annotato: “Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana, ha in mano tutto del figlio di Napolitano…”. Se l’articolo viene letto attentamente appare trattarsi di un refuso, produttivo di un equivoco a mio danno, essendo il contesto riferito ad un’altra persona; vorrei tuttavia di chiarire tale sbaglio con la massima tempestività, in modo da evitare di coinvolgermi in fatti che non mi riguardano minimamente, e che peraltro hanno tentato di coinvolgere Giulio Napolitano a cui mi legano stima ed amicizia.

Marco Carrai

Abbiamo riportato l’appunto sequestrato a Montante come era scritto nell’ordinanza di arresto a suo carico. Il testo potrebbe contenere refusi, come scrive Marco Carrai. “Il Fatto” non è autore di quell’appunto né dei refusi e non abbiamo difficoltà a recepire la precisazione del dottor Carrai. Nell’appunto, infatti, – come spiegato nel pezzo – probabilmente Montante riportava il contenuto di un nostro articolo del 2015 su una conversazione intercettata in cui lo stesso Montante parlava della nomina del comandante della Gdf. Conclusione: in tutto questo groviglio di appunti, intercettazioni e ordinanza, una cosa è certa, Marco Carrai è amico di Giulio Napolitano e mai ne parlerebbe male. Di questo siamo certi e mai abbiamo scritto o pensato il contrario.

ML

 

I NOSTRI ERRORI

L’Alessandro Ferrara indagato per favoreggiamento personale nell’inchiesta sull’ex leader di Sicindustria Antonello Montante non è un soggetto appartenente all’Aisi, ma bensì un omonimo nato a Caltanissetta il 25 novembre 1955, all’epoca dei fatti dirigente generale dell’assessorato siciliano alle Attività Produttive.

Il dott. Ferrara dell’Aisi è totalmente estraneo alle indagini della procura nissena. Dell’errore ci scusiamo con i lettori e con il diretto interessato.

GLB e SR