Indifferenti. Le periferie dimenticate diventano prede facili per i populismi

 

La delusione è nell’umano. La prima perdita delle periferie è la parola. C’è solo lo sguardo indifferente. Nessun buongiorno come sta? I figli? Farsi i fatti propri è la prassi ricorrente. La periferia è muta.

L’assenza di parola genera passività, per questo la periferia è preda dei populismi: ricette facili e senza impegno. La colpa è sempre altrove, è fuori, è altro. Asfissia ideale e isolamento sociale si intrecciano.

Se a tutto questo si associano la mancanza di lavoro degli adulti, l’abbandono scolastico dei giovani, l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite, si capisce che la strada da fare è tanta. E non si vede qualcuno che abbia iniziato a percorrerla.

Fabrizio Floris

 

Gentile Signor Floris, “la strada da fare è tanta” e ha pochi viandanti che la attraversano. Perché il nostro è davvero uno strano Paese.

Pensate all’Italia del Sud destinata nei prossimi decenni a desertificarsi, ci dicono le statistiche, ma anche a tanti paesini del Nord popolati solo di anziani. Gli altri fuggono, vanno nelle grandi città, inseguono modelli di vita europei, “americani”, metropolitani. Sì, nel nostro sgangherato Paese c’è anche una grande, immensa “questione urbana”. Pochi la vedono. Nessuno se ne occupa.

In tanti la raccontano, ma solo quando il ventre delle metropoli esplode. E dentro le città prende corpo la questione delle periferie. Grandi, enormi, sterminate. Dimenticate. Luoghi dove si aggrega la povertà, il disagio cresce, l’emarginazione sociale diventa disperazione.

Anch’io, come lei, ho sfogliato i vari programmi delle forze politiche che si candidano alla guida del governo. Questo capitolo non c’è. Eppure, un piano di risanamento delle periferie (dai complessi abitativi alle strutture che mancano, ambulatori, scuole, centri di aggregazione giovanili) potrebbe essere il punto di partenza di un grande piano per il lavoro, uno strumento per far ripartire l’economia. È incapacità? Non solo.

Forse le periferie servono così, come luoghi dove andare sotto le elezioni, urlare, indicare il “nemico” al povero, che è sempre quello che sta nel gradino più basso della scala sociale. Sotto di te. Chi sta sopra applaude e si salva.

Enrico Fierro

La prevalenza di quelli per cui Stato e privato sono uguali

Lo stato dell’arte è questo: “E allora io vado in banca e gli dico di cancellarmi il debito!”. Ieri nei bar, in Parlamento, sui social, navigando il Manzanarre o bagnandosi nel Reno questa freddura è stata ripetuta di continuo. Persino il sito del Sole 24 Ore s’è abbandonato a facezie parlando di quella parte della bozza del programma Lega-M5S pubblicata da Huffington Post in cui si chiede la sterilizzazione di 250 miliardi di debito pubblico in mano a Bankitalia via Qe della Bce. Sul CorSera, più sobriamente, si sottolinea senz’altro il “grossolano errore” visto che, essendo soldi di Banca d’Italia, “la perdita sarebbe imposta allo stesso Paese che la decreta”. Ora, non si sa che fine farà questa proposta, ma per puro amore di dibattito ci permettiamo di citare un pezzo del Sole del 2016, ricordatoci da un collega, in cui si parla di questa ipotesi per il Giappone: “Si tratta di una forma di helycopter money, vale a dire di finanziamento monetario della politica fiscale”, che “potrebbe creare un interessante precedente”. E che succederebbe? Alla banca centrale nulla; “l’impatto di questa manovra sarebbe quella di creare maggior fiducia per consumi e economia”, mentre sui titoli di Stato l’impatto sarebbe “minimo visto che verrebbe distrutto il debito già in mano alle banche centrali” quindi “non a disposizione” del mercato. Ecco, ora bisogna chiedersi: chi può fare la battuta da cui siamo partiti? Solo uno che pensi che Stato e privato funzionino allo stesso modo, cioè un membro di quella congrega la cui prevalenza è già nota da tempo.

Il fallimento di Alexis Tsipras

All’ingresso di Lepanto (l’odierna Nàfpaktos), lo scheletro semivuoto di un grande China Mall: forse i cinesi non hanno sfondato? Ma no, i cinesi in Grecia hanno da tempo varcato le Termopili, conquistando tramite la Cosco buona parte del porto del Pireo, e investendo ovunque ingenti capitali che hanno aperto loro le stanze della politica; ormai, nel quartiere dell’omonima strada di Atene (odòs Thermopilòn), gestiscono decine di negozi all’ingrosso, fiancheggiati da ombrosi locali dalle insegne equivoche, assediati da un odore di piscio degno delle più sordide metropoli mediorientali.

Nel centro di Atene, a pochi isolati dal Museo Archeologico, è quella una zona franca piena di stranieri poveri e di edifici in rovina: tutto a due passi dalla sede di Syriza, il partito del premier Alexis Tsipras, e dagli headquarter delle Ferrovie greche e dell’Ente per l’elettricità, vittime sacrificali dell’ultima ondata di privatizzazioni. Se a qualcuno interessasse creare una coscienza europea, le gite scolastiche che sciamano a pochi metri da qui, dopo aver delibato i marmi dell’Ellade, dovrebbero venire a vedere cos’è diventato in pochi anni il cuore di una capitale, cercando il demo di Colono (dove finiva Edipo nell’omonima tragedia) tra i copertoni e gli sfasciumi di odòs Lenormant, o il demo di Acarne (reso celebre dagli Acarnesi di Aristofane) nel caos variopinto e sulfureo di odòs Acharnòn. Al numero 78 di questa via, dovrebbero visitare il City Plaza Hotel, esempio di solidarietà autogestita e abusiva che ha rifunzionalizzato un albergo in disuso come rifugio organizzato di migranti, con tanto di pasti, assistenza medica e corsi di lingua.

“Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo”, mi dice in un greco perfetto e senza un sorriso Nasim Lomani, l’afghano dell’associazione che aiuta il City Plaza. Nonostante sia concreta l’eventualità di uno sgombero della polizia, qui si va avanti come se non dovesse fermarsi mai il viavai di Nigeriani, Pakistani, Irakeni, Somali, Siriani; come se questo esperimento, che da due anni dà un tetto a 100 famiglie (tempo medio di permanenza 6 mesi, , poi i più tentano la sorte per vie oscure), avesse il dovere morale di tener viva un’idea di accoglienza diversa da quella – sposata da Tsipras e dall’Ue tutta – dei campi di detenzione di Lesbo o di Salonicco, dove sono trattenuti in 14.000 (contro i 6.000 dell’anno scorso) e il ritmo dell’esame delle richieste d’asilo è di 250 al mese.

Agli studenti dei nostri licei in gita Nasim vorrebbe raccontare che a Lesbo, in piazza Saffo, poche settimane fa c’è stato un pogrom contro i migranti esasperati in fuga dal campo di Moria e i responsabili delle violenze ancora non si trovano. All’opinione pubblica europea, ormai dimentica della “rotta balcanica” sigillata pagando la Turchia, Nasim vorrebbe segnalare che da mesi il presidente turco Erdogan ha riaperto la frontiera lungo l’Ebro e allentato la vigilanza sulle coste, con il risultato che migliaia di nuovi sbarcati hanno rotto i delicati equilibri del Pireo, di Salonicco, di Samo, di Patrasso. Proprio a Patrasso – l’avamposto per chi è pronto a intrufolarsi nella stiva di una nave o nel doppio fondo di un camion per l’Italia – le recinzioni del porto sono state divelte, il centro città è bazzicato da migranti senza cibo e un murale rappresenta una colomba mitragliata mentre in lontananza oscilla un barcone strapieno. Tutto attorno prosperano le mafie dei passeur.

La Grecia è nuda e sola dinanzi ai ricatti del sultano di Ankara che da due mesi tiene in carcere due soldati dell’esercito greco catturati in Tracia con l’accusa di sconfinamento in armi – li libererà, pare, solo in cambio degli otto ufficiali golpisti dell’esercito turco che trovarono asilo ad Atene nell’estate 2016. E così la Grecia di Tsipras, nata sotto la stella dell’antimilitarismo, fa la faccia feroce con la limitrofa Repubblica di Macedonia, agogna alle fregate francesi, e investe centinaia di milioni per riparare gli F-16 difettosi venduti dagli USA.

La Grecia di Tsipras, nata per rovesciare la politica dell’Europa, si balocca ora con un’anemica crescita del Pil (+1,4%) e con un avanzo primario originato da una tassazione danese applicata a salari bulgari; tributa ovazioni di palazzo all’antico nemico, il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, vagheggiando l’uscita dal piano dei memorandum per il 21 agosto prossimo, e pregustando un ritorno sui mercati che sarà in realtà, se va bene, una sorta di protettorato sotto l’egida del Fmi e della troika (restano da applicare 12 misure sulle 88 prescritte al governo!). I ministri, dopo aver promesso la cancellazione del debito greco (che la Germania continua a escludere), la tutela dei più deboli, la solidarietà nella crisi umanitaria, e un sussulto di dignità nazionale, si trovano nel 2018, a valle di anni di sacrifici, a imporre ulteriori tagli alle pensioni basse, a ridurre la no-tax area, a contenere l’immigrazione con la forza, e anzitutto a privatizzare porti, aeroporti, ferrovie, autostrade, cantieri navali, industrie metallurgiche, enti energetici, e quel che resta del sistema bancario.

Il nerbo del Paese è ormai in mano straniera, talché fa sorridere la pretesa del governo di applicare, all’uscita dai memorandum, un piano di sviluppo e di investimenti su realtà produttive e finanziarie che non controlla più. Altro che la visionaria modernizzazione del Paese intrapresa nella seconda metà dell’Ottocento, e in una situazione di bilancio non meno critica, dal premier Charílaos Trikupis: la casa di Trikupis, a Missolungi, sorge a pochi passi dal monumento a Byron e dal parco degli eroi dell’indipendenza del 1821. Mentre di Tsipras resterà ben poco. Perfino dalla sua bandiera, la lotta alla corruzione e all’evasione, sono arrivati non già i miliardi promessi ma pochi spiccioli, e soprattutto nessun cambiamento di mentalità: la procuratrice dell’Areopago (oggi, la Corte Suprema) denuncia senza giri di parole che ancor oggi la corruzione, figlia di un potere troppo spesso opaco e inefficiente, è pervasiva nella società e mette a repentaglio la tenuta democratica.

In questa bancarotta ideale, i cittadini disorientati hanno perso fiducia e speranza: il fallimento del radicalismo di sinistra non ha per ora spostato il pendolo verso i fascisti di Alba dorata; ma non sarà un caso se il protagonista della pièce teatrale più popolare degli ultimi anni, Seme selvaggio di Yannis Tsiros, è un venditore greco che dinanzi alla chiusura del suo baracchino abusivo sulla spiaggia (dovuta ai sospetti della polizia e alle accuse dei turisti tedeschi) promette minaccioso: “Noi dobbiamo vivere, e se la legge non ce lo permetterà, la violeremo!”.

Stiamo ai fatti: non spariamo sui Cinque stelle

Mettiamo in ordine i fatti e le idee. Non c’è alcun dubbio che un cittadino di sinistra, che ha amato Berlinguer e seguito l’evoluzione del Pci fino a oggi, avrebbe voluto un accordo M5S-Pd. Non è stato possibile. Renzi ha sbattuto la porta in faccia a Di Maio perché vede nel fallimento dei pentastellati la propria rinascita. Ogni mossa nella partita a scacchi di questi giorni ha origine da questo arroccamento del PdR.

Sembra in dirittura d’arrivo l’alleanza M5S-Lega. Vedremo. Intanto ci si chiede se l’accordo con la destra fascista sia un bene. Si possono svendere le proprie idee fino a questo punto? Si può tradire la base di sinistra del Movimento? Sono domande serie. A porle con intelligenza sono stati soprattutto Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11-5-2018), e Tomaso Montanari in una lettera al Fatto (16-5-2018). Sono persone che stimo. Salvini rappresenta il lepenismo – dice Flores –, “cioè il fascismo postmoderno”. Capisco la preoccupazione; MicroMega, che dirige da trent’anni, nasce per difendere “Le ragioni della sinistra” (e nel modo più alto: Moretti, Cacciari, Camilleri, Tabucchi, Eco…). Il punto è che nell’intervista Flores dice che Salvini “tratta con Di Maio anche a nome di Berlusconi, mentre milioni di elettori hanno votato M5S per chiudere col Caimano”. Concordo sulle ragioni del voto; rifiuto l’idea che si dia per scontato che Di Maio ceda a Salvini. Insomma, mai come ora è necessario stare ai fatti e il giudizio non può che essere a-posteriori. I dieci punti individuati da Fatto saranno inseriti nel contratto o resteranno lettera morta? Questo è importante. Montanari dice che anche “l’accoglimento di una significativa parte dei 10 punti” non cancellerebbe l’identità di destra della Lega. Ergo, nessuna alleanza è possibile. Sta qui, credo, un duplice errore: 1. Non vedere che la gran maggioranza degli elettori di sinistra del M5S è stanca della “pura ideologia” e guarda i fatti; 2. Non vedere che gran parte della società civile, sempre invocata, oggi è rappresentata dal Movimento. Una digressione. Flores d’Arcais ha scritto, anni fa, Il sovrano e il dissidente. La democrazia presa sul serio, dove afferma che “le tradizionali forme della rappresentanza si stanno svuotando” e invita alla dissidenza; posso sbagliarmi ma molte sue idee sono arrivate nel M5S. Molti suoi testi su “Mani Pulite” e il Caimano, e l’esperienza dissidente dei “Girotondi” sono stati assorbiti – talvolta inconsapevolmente – dai giovani che votano 5Stelle, sono diventati (anche) “cultura comune” della sinistra confluita nel Movimento. Non guardiamoli come nemici. Scrive Flores: da questo governo “non mi aspetto nulla. Spero che prima o poi ci sia un risveglio della società civile”. Ecco: l’impressione, caro Paolo, è che la società civile – con i 5Stelle, le battaglie del Fatto, e per altre vie col tuo trentennale lavoro culturale – si sia già svegliata e stia lavorando alla formazione del governo.

Giudichiamoli dalle azioni. Infine, penso a Montanari, sembra che talvolta si costruisca un bersaglio per colpire meglio; cita Bobbio (siano i “democratici sempre in allarme”) e immagina un Movimento soffocato e asfittico. Scrive: di fronte all’alleanza con la Lega “nessuno nel M5S ha il coraggio di dire pubblicamente che non è d’accordo? La questione della democrazia interna del Movimento non può più essere rinviata.” È così? Grillo non ha creato un gulag. Credo che qualcuno dissenta – è giusto – ma rispetti la volontà della maggioranza che, “né di destra né di sinistra”, guarda i fatti e vuol chiudere un accordo che ritiene utile. Valga anche per noi, atti parlamentari e leggi siano la ragione dei nostri giudizi. Se i 5Stelle non si dimostreranno all’altezza e cadranno nella rete del Caimano non li voteremo più. Per adesso, fiducia piena. Che “le ragioni della sinistra” entrino nel “contratto di governo” di Di Maio.

“Finalmente torna lo spread” ovvero l’autosabotaggio

C’è qualcosa di stupefacente nell’assenza di spirito critico nel nostro attuale dibattito pubblico; e qualcosa di tremendo nel compiacimento dei tanti commentatori che si stanno cimentando coi “moniti” dell’Europa, il nervosismo dei mercati, le raccomandazioni di Confindustria. Come noto martedì da Bruxelles sono arrivati diversi allarmi. Il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, intervistato da Politico ha detto: “È chiaro che l’approccio alla formazione del nuovo governo e l’approccio rispetto alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale, riducendo gradualmente il deficit e riducendo gradualmente il debito pubblico”. Intanto Bankitalia certifica che il debito è risalito sopra 2.300 miliardi a marzo (quindi l’austerity non è servita tantissimo, pensa il lettore profano). Ma non è finita: “Speriamo che col nuovo governo in Italia non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria”, ha detto invece il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. Il quale ha anche avuto paroline dolci per quanto fatto dall’Italia (bastone e carota), ricordando che siamo tra gli Stati che hanno il maggior sostegno da Bruxelles. Nessuno, figuriamoci, che obietti che le cose non stanno proprio così e che per anni i nostri governi sono stati lasciati soli. Siamo un Paese di frontiera, stretto tra vicini che magari non teorizzano in pubblico i respingimenti ma inseguono i migranti con i manganelli (due giorni fa una migrante è morta lungo il confine alpino italo-francese, secondo le associazioni di volontariato scappava dalla polizia). Eppure a questi Paesi nessuno dice nulla.

Il Financial Times, giornale della City, con grande delicatezza, ci ha dedicato un editoriale (assai poco british) in cui parla del governo che si sta formando tra M5S e Lega che incarnano i “moderni barbari”: a differenza di quanto avvenne nell’antichità non sono alle porte della città, ma nei suoi palazzi. Colpa dei “partiti tradizionali” se hanno vinto due forze che potrebbero “installare il governo più non convenzionale e senza esperienza per governare una democrazia occidentale dal Trattato fondatore dell’Ue di Roma del 1957”. Vent’anni di stagnazione economica, riforme non fatte e governi disgraziati hanno portato a questa situazione (ma quale situazione? Per il Ft l’Italia, in caso di vittoria del No al referendum sarebbe uscita dall’euro). L’indignato commentatore tuona infine: “La Lega è a favore di deportazioni su larga scala di migranti illegali”. Invece loro hanno fatto la Brexit per favorire l’integrazione. Notare: tutto questo accade mentre perfino la Cei, in un recente documento, nel sottolineare che l’immigrato non è un nemico, afferma che ci sono limiti all’accoglienza e il primo diritto è non essere costretti ad abbandonare il proprio Paese.

Vogliamo forse farci mancare qualcosa da Confindustria? Il direttore dell’Ufficio studi degli industriali (lo stesso organismo che aveva previsto l’invasione delle cavallette in caso di vittoria del No) teme un cambio d’umore dei mercati. E che lo stallo politico faccia perdere all’Italia quanto di buono è stato fatto. Fortunati questi mercati, questi speculatori, questi investitori, venerati come nuovi dèi al punto che la settimana scorsa, alle prime avvisaglie di risalita dello spread, la cronista di un tg si è lasciata scappare un emblematico “finalmente risale lo spread”. C’è chi tifa, consapevolmente o no, per l’arrivo di conquistatori in cravatta e calcolatrice per farci fare la fine della Grecia e chi s’indigna (Gianni Riotta ad Agorà) se un professore ricorda il primo articolo della Costituzione (perché non l’ha letta) che consegna la sovranità al popolo. I barbari sono già arrivati.

Wolfe, i radical chic bastonati e contenti

“Mmmmmmmmmmm. Questi sì che sono buoni. Bocconcini di roquefort ricoperti di noci tritate. Saporitissimi. Delicatissimi… Chissà che cosa sceglierebbe una Black Panther da questo vassoio di antipasti?… sono queste le pensées métaphysiques che ci passano per la testa nelle serate radical chic di questi tempi a New York”. Che delizia, che piacere nervoso e ineffabile, leggere ancora oggi Radical chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, il più famoso e esilarante reportage in interno notte del grande scrittore americano Tom Wolfe, morto il 15 maggio a 88 anni.

Oggi non esiste più l’alta società che faceva capo all’aristocrazia bianca dei Bernstein, dei Burden, dei Lumet – compositori, intellettuali, registi, nuovi giornalisti della New York mondana di fine anni 60 – che ispirò a Wolfe il suo pamphlet più caustico e mal-citato. Forse non esiste più, nonostante la sua fortuna dovuta a un equivoco, neanche il “radical chic”, inteso come la categoria sociale di impegnata fatuità di cui Wolfe – presenza dandy quasi faunesca nei party newyorchesi per raccogliere fondi per le Pantere Nere – metteva in luce le ipocrisie squisite. “Radical chic” era la contraddizione tra la posa militante di questa classe di ricchi sedotti dal fascino degli oppressi neri dei ghetti, che loro non sapevano nemmeno se chiamare “neri” o “negri” o “di colore” (a meno che non parlassero di loro coi propri domestici bianchi, nel qual caso li chiamavano “negri” supponendo che loro avrebbero fatto altrettanto, per non umiliarli), e lo stile di vita cinico e conservatore dei suoi esponenti.

È invece sopravvissuta adattandosi la generazione dei giovani squali di Wall Street, che Wolfe smontò nel pieno dell’epoca d’oro reaganiana sbranandoli letteralmente con un linguaggio e una punteggiatura da chirurgo d’urgenza, nel 1987, con quel Falò delle vanità che è il vero Romanzo americano, il romanzo di formazione di una intera nazione, anzi della società occidentale tutta, nella quale nessuno da allora potrà più dirsi innocente.

Sopravvivono epigoni di quella società elegante ma ipocrita, o opulenta e corrotta, nei capitalisti del silicio e nei “radical chic” di oggi. Ma chi sono? L’espressione, che vuol dire qualcosa come “sciccheria estremista” o “mondanità rivoluzionaria”, da noi è ormai un passe-partout, se a scagliarla come un insulto sono spesso gli stessi che poi fanno testuggine attorno al potere costituito allorché “i barbari”, votati dal popolo nonostante i moniti delle élite, si trovano a vincere le elezioni. Se resiste benché boccheggiando una pseudo-classe fintamente pensosa di intoccabili maestri del pensiero, per la destra riscaldata dei berlusconiani “radical chic” sono coloro che disapprovano la politica televisiva e criminale del nababbo di Arcore; mentre Renzi, insipiente di roquefort alle noci, chiamava “professionisti della tartina al salmone” i “frenatori” della sua energia vitalistica e velleitaria. Ma resta sempre vero quel che scrisse Wolfe: “In fondo il Radical Chic di radicale ha solo lo stile. In cuor suo si sente parte della Società e delle sue tradizioni”.

Aveva già visto tutto. Nel 1981 il suo humour spietato si abbatte sugli architetti, “maledetti” perché pronti a “prestar coerenza alle romantiche fantasie dei capitalisti, e rifinirle nei dettagli”. Saranno loro a costruire la cosiddetta “società dei servizi”, luogo di un lavoro apparentemente pulito, non assordante come la fabbrica, una specie di alveare del pensiero ticchettato su una telescrivente (oggi su iPad e portatili), con segretarie in gonne pastello e passaggi del ragazzo del bar con cappello bianco (da noi erano bianchi pure i telefoni). “In che cosa si traduce tutto ciò?”, si chiede Wolfe: “In nuovi scatoloni di cristallo rivestiti di lastre specchianti in modo da riflettere gli edifici vicini, anch’essi scatoloni di cristallo”. Sono quegli stessi scatoloni di cristallo nei quali il Ceo capitalism decide oggi le sorti del mondo e noi sprechiamo la nostra vita precaria, mentre imperversano gli architetti “ironici” e “spiritosi” con le loro nevrosi da archistar e le insopportabili frasi mutuate dal mondo della moda.

Speriamo che Sua Geniale Perfidia Tom Wolfe abbia lasciato scritto il suo necrologio, perché nessuno come lui può raccontare lo scoppiettante crepitio di scintille che divampano dal falò dalla sua pira. Tutta la “società che contava”, e che oggi al massimo produce spiritosaggini liberal sui minatori del Minnesota che hanno votato Trump, si alza in piedi, adesso, a rendere omaggio al suo più crudele fustigatore e ne declama il mito fingendo di non esserne stata, direttamente o per eredità generazionale, la principale accusata.

Dopo 4 anni il nulla: Blutec deve restituire i fondi

Non c’è pace per gli ex operai di Fca di Termini Imerese: l’era di Blutec rischia di tramontare prima ancora di sorgere proprio nell’anno, che, negli intenti, avrebbe dovuto segnare il rilancio dell’automotive in Sicilia col rientro in fabbrica delle ex tute blu di Fiat e dell’indotto. Almeno secondo l’accordo siglato al ministero alla vigilia di Natale di quattro anni fa. Ieri gli operai sono tornati a protestare davanti ai cancelli della fabbrica, mentre a Roma si consumava l’ennesimo tavolo sulla crisi ex Fiat, riaperta due anni fa col marchio Blutec. La società del gruppo Metec Stola, dovrà restituire 20 milioni di euro ricevuti per l’unico progetto passato al vaglio di Invitalia: vale 94 milioni di euro e ha consentito la riassunzione di 120 ex operai per la realizzazione in 3D di componenti per auto. Oltre un mese fa, Invitalia ha avviato l’iter per la revoca del Contratto di Sviluppo, che comporta la restituzione dell’anticipo: Blutec non avrebbe fornito sufficiente documentazione per dimostrare – come previsto dal contratto – il rispetto degli impegni presi sugli investimenti. Per la Fiom i fondi di Invitalia sarebbero stati usati in modo diverso da quanto previsto nell’intesa. Per i sindacati ora “rischia di saltare tutto”.

La crisi senza fine della Moka coi baffi: la Bialetti traballa

Qualche anno fa ci aveva provato pure l’ex premier Matteo Renzi a dare una spinta gentile regalando a Tim Cook, grande capo di Apple, una caffettiera Moka della Bialetti in occasione dell’annuncio che l’azienda di Cupertino avrebbe aperto un centro per sviluppatori a Napoli come simbolo del design e genio italiano. Ma a Piazza Affari da qualche tempo le azioni della Bialetti Industrie sono tornate nella tempesta dopo che la società di revisione Kpmg ha dichiarato l’impossibilità di esprimere un giudizio per le incertezze legata alla continuità aziendale. E il titolo lunedì a Piazza Affari è stato più volte rinviato al ribasso, lasciando sul terreno il 10 per cento.

Un esame dei conti mostra che la società celebre per l’omino coi baffi, protagonista del primo cartone animato del Carosello, lo spot che pubblicizzava la celebre Moka, non se la passa molto bene. E soprattutto dal punto vista finanziario visto che l’indebitamento è di circa 77 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto arrivato a 8,8 milioni di euro. Nel 2017 la società ha avuto un giro di vendite di 176,8 milioni (-1,7%), ma la redditività è stata negativa con una perdita di 5 milioni di euro. Ed entro fine giugno la proprietà dovrà rinegoziare un accordo con le banche visto che l’accordo è scaduto a fine dicembre 2017 e si è ottenuto una proroga per elaborare un piano industriale convincente e sostenibile capace di abbattere nel tempo la massa debitoria. Il management e la proprietà della società mostrano fiducia nel futuro, una volta risolta la “grana” con le banche riguardo la negoziazione del debito e la partenza del nuovo piano industriale.

Ma la partita è difficile e non è la prima volta negli ultimi 5 anni che la società si trova in questa situazione di tensione. E i sindacati a Brescia, nella sede di Coccaglio, chiedono un incontro ed esprimono preoccupazioni visto che già diverse volte in questi anni si è agito sul fronte mobilità, esuberi e contratti di solidarietà.

Le caffettiere Moka (presenti anche nella Hall of Fame al Moma di New York) si vendono in tutto il mondo (oggi 5 milioni all’anno, molto meno degli anni passati), ma la concorrenza è serrata. Ci sono i concorrenti in tutto il mondo che nonostante i brevetti posseduti dalla Bialetti ne cercano di scopiazzare da anni il prodotto e ne forniscono una versione tremendamente low cost. E poi ci sono le preferenze dei consumatori che si stanno spostando sempre più verso il caffè in cialde e hanno modificato profondamente le abitudini dei consumatori anche in Italia.

La stessa Bialetti ha negli anni modificato parzialmente il suo posizionamento (la famiglia del fondatore Alfonso Bialetti ha ceduto a metà degli anni 80 la società alla famiglia Ranzoni, ex Girmi) e ha iniziato a offrire macchine e caffè in capsule nel segmento di mercato che Nespresso ha inventato nel 1986, rivoluzionando il mercato.

Da qualche anno le caffettiere Moka vengono prodotte in Romania mentre le capsule e cialde Bialetti vengono prodotte negli stabilimenti di Coccaglio nel Bresciano dove da anni la società ha spostato la sede e provato a spingere sul pedale dell’innovazione e automazione.

La strategia in questi anni è stata quella di puntare sempre più al consumatore in modo diretto con l’apertura di centinaia di negozi monomarca dentro i centri commerciali, in Italia come in Europa, per vendere caffettiere tradizionali e non, cialde ma anche pentole e accessori per la cucina. Un’operazione costosa che non sta dando al momento (e soprattutto fuori dall’Italia) i risultati sperati e che necessita di molto capitale circolante. Ovvero soldi. Perché da tempo Bialetti non è più solo caffè, ma anche pentole e accessori per la cucina con i marchi Aeternum e Rondine (o in Turchia, con Cem) da dove proviene poco meno del 50% del fatturato.

Il mercato turco nel 2017 è stato una spina nel fianco. Altri problemi sono arrivati sia dall’effetto cambi sia da scommesse sbagliate sulle coperture valutarie effettuate, che sono costate oltre 8 milioni di euro. Le banche potrebbero chiedere un piano più convincente di quello presentato dalla società con magari un aumento di capitale come già avvenne nel 2015 e il titolo in Borsa è tornato a quei livelli mentre il prezzo di collocamento del titolo di 2,5 euro appare oggi lontanissimo con il titolo a -80%. Un collocamento (curato da Unicredit) avvenuto poco prima dello scoppio della grande crisi nel luglio 2007 che fece discutere visto che nel prospetto informativo fu indicato per errore un rapporto prezzo/utile completamente sballato, ovvero di quattro volte superiore alla realtà. La cosa venne segnalata da Altroconsumo e la Consob fu costretta a offrire la possibilità ai risparmiatori di recedere se volevano dall’offerta di collocamento. Ma pochi la esercitarono.

Grana Finmeccanica, Profumo sospende il manager Biraghi

Colpo di scena al vertice di Leonardo-Finmeccanica. L’amministratore delegato Alessandro Profumo ha avviato un procedimento disciplinare contro Andrea Biraghi, capo di una delle sei divisioni in cui è organizzato il gruppo, quella dei “sistemi di sicurezza”, in gran parte coincidente con le vecchie società Selex. Il procedimento, secondo le regole dello Statuto dei Lavoratori, potrebbe concludersi nei prossimi giorni anche con il licenziamento. Mistero sulle ragioni della mossa di Profumo. La divisione guidata da Biraghi è stata sottoposta recentemente a una verifica interna da parte della struttura di audit guidata da Marco di Capua e che riporta al presidente del gruppo, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Biraghi, 47 anni, è figlio dell’ammiraglio Sergio Biraghi, già consigliere militare del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e poi Capo di Stato Maggiore della Marina militare. Biraghi figlio ha fatto il grande balzo il 1 gennaio 2016, quando l’allora ad Mauro Moretti lo ha posto al comando di una delle sei divisioni con cui ha riorganizzato l’azienda. Un anno fa, all’arrivo di Profumo, veniva dato in corsa per la direzione generale.

Il primo amore: il mattone

Il suo primo amore era il mattone. Salvatore Ligresti, finanziere e assicuratore, si sentiva soprattutto costruttore e immobiliarista. Raccontò “il suo primo miliardo” nell’unica intervista della sua vita, nel 1986 al settimanale Il Mondo: “È una storia bellissima. Avevo saputo della possibilità di acquistare il diritto per costruire un sopralzo, in via Savona. Ma ci volevano 15 milioni e io ne avevo solo 5. Sono andato al Credito commerciale per chiedere un prestito e mi ha ricevuto il direttore generale, Mascherpa…”. I veri metodi dell’Ingegnere saranno poi scoperti da Mani Pulite. Ma fino all’ultimo, Ligresti fu impegnato in grandi operazioni immobiliari a Milano, poi bloccate dal crac. Citylife sull’area della Fiera è passata a Generali; Porta Nuova a Manfredi Catella; il Cerba di Umberto Veronesi è abortito.