L’impresentabile usato e scaricato: così i salotti fecero grande Ligresti

È uscito di scena da sconfitto, a 86 anni, ed è un altro pezzo della storia italiana del capitalismo di relazione che se ne va. Salvatore Ligresti è stato un oscuro e misterioso scalatore del potere, poi il celebrato “re del mattone” della Milano da bere, il rispettato “Mister 5 per cento” della finanza, il solerte alleato di Mediobanca. Infine, girato il vento, è diventato il bersaglio di ogni attacco e di ogni disprezzo.

Don Totò arriva a Milano sul finire degli anni Cinquanta. Non ha alcun capitale, solo una laurea in Ingegneria conquistata all’Università di Padova e una furbizia innata, un gran fiuto per gli affari. È siciliano, nato il 13 marzo 1932 a Paternò, in provincia di Catania. Ma è a Milano che consolida i rapporti che gli schiuderanno le porte del successo. Il suo primo maestro è Michelangelo Virgillito, suo compaesano, grande pirata e manovratore di Borsa nella Milano del “miracolo economico”.

Il secondo è Raffaele Ursini, l’uomo che eredita da Virgillito il gruppo Liquigas e lo porta al fallimento. Da loro Ligresti impara a muoversi da corsaro nel mondo della finanza e degli affari immobiliari. Da Michele Sindona rileva invece la Richard-Ginori, ormai povera di produzione ma ricca di aree industriali da dismettere e riempire di palazzi.

Il suo primo pacchetto d’azioni Sai lo eredita da Ursini. Più che un’eredità, sembra uno scippo: Ursini, dopo il crac, scappa in Brasile, lasciando il prezioso malloppo nelle mani del figlioccio. Era una “vendita simulata”, sostiene, ma non riuscirà più a ritornarne in possesso. A manovrare il passaggio del tesoro dai “perdenti” (Virgillito, Ursini, Sindona) a Ligresti è Antonino La Russa, senatore missino, padre di Ignazio, anch’egli di Paternò, che prende sotto tutela il giovane compaesano Totò. A lui passano le due misteriose finanziarie, la Finetna e la Premafin, che controllavano la Sai dopo la fuga di Ursini e che erano intestate ai sei fratelli Massimino, muratori catanesi diventati costruttori potentissimi.

Sarà per opacità come queste che a Milano, attorno a Ligresti, crescono subito leggende nere, che adombrano rapporti sotterranei con la mafia. La domanda che circola nei salotti buoni è: ma dove ha preso, questo signore, tutti quei soldi? Come ha potuto diventare padrone della Sai un uomo che nel 1978 dichiarava al fisco un reddito di soli 30 milioni di lire? Come ha fatto a diventare, in pochi anni, uno dei cinque uomini più ricchi d’Italia, uno dei pochi italiani presenti nelle classifiche di Forbes e Fortune?

Mentre i salotti s’interrogano, la polizia indaga sui suoi rapporti con i “cavalieri del lavoro” catanesi ritenuti vicini a Cosa nostra e l’allora giovane pm Piercamillo Davigo eredita da Roma un’inchiesta che si chiuderà dopo alcuni anni con un nulla di fatto. Nei Novanta, poi, Angelo Siino, l’imprenditore definito il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, racconta che Ligresti aveva come diretto referente nientemeno che il boss catanese Nitto Santapaola. Senza riscontri, anche queste dichiarazioni rimangono lettera morta.

Intanto Milano scopre chi è Salvatore Ligresti nel 1986, quando scoppia lo scandalo delle “aree d’oro”, un primo anticipo di Tangentopoli: don Totò, amico di Bettino Craxi e in ottimi rapporti con il sindaco socialista Carlo Tognoli e l’assessore comunista Maurizio Mottini, aveva conquistato i due terzi delle edificazioni avviate dalla giunta Psi-Pci, a colpi di miracolose varianti al piano regolatore.

Costruttore, immobiliarista, è anche “Mister 5 per cento”, finanziere con in cassaforte tante piccole quote di società importanti, da Pirelli (5,4%) alla Cir di Carlo De Benedetti (5,2), dall’Italmobiliare di Giampiero Pesenti (5,8) all’Agricola Finanziaria di Raul Gardini (3,7).

La prima crisi arriva alla fine degli anni Ottanta. Palazzi invenduti, indebitamento netto di 1.150 miliardi di lire, una dozzina di volte il patrimonio netto della sua holding. Lo salva Enrico Cuccia, il presidente di Mediobanca che ha un debito nei suoi confronti: era stato don Salvatore a portare Bettino Craxi negli uffici di Mediobanca, stabilendo il primo contatto tra il leader socialista e Cuccia che fu prezioso per avviare, nel 1984, le operazioni di privatizzazione di Mediobanca sotto la regia dello stesso Cuccia. Nel 1989 Mediobanca ricambia il favore inventando un salvataggio da brivido, la quotazione in Borsa della Premafin, valutata oltre 1.000 miliardi, sborsati dal mercato. Don Salvatore, come Cristo sul Golgota, cade e si rialza una prima volta. È ormai nell’orbita di Mediobanca, che lo utilizza e può tenere sotto controllo un suo piccolo, prezioso pacchetto azionario: quello di Euralux, finanziaria lussemburghese che controlla un fascio determinante di azioni Generali.

Cade una seconda volta sulla via di Mani pulite. Nel 1992 viene arrestato e passa 112 giorni in cella. È accusato di corruzione per aver comprato a suon di tangenti, per la sua società di costruzioni Grassetto, gli appalti della metropolitana milanese. Poi, nel 1993, di aver fatto ottenere alla Sai, con saporite mazzette, un superaccordo per gestire tutti i contratti assicurativi dell’Eni. Per questa vicenda arriva anche la prima condanna definitiva (2 anni e 4 mesi).

Si rialza ancora. Questa volta il buon centurione è il successore di Cuccia a Mediobanca, Vincenzo Maranghi. Nel 2002 gli fa comprare Fondiaria, grande compagnia d’assicurazioni fiorentina, per sottrarla all’orbita Fiat. Il prezzo è esorbitante, ma i soldi li cerca Mediobanca che fa diventare Ligresti l’assicuratore più importante d’Italia dopo i signori di Trieste delle Generali.

Don Salvatore si mette infine nella scia di Cesare Geronzi, che per un breve periodo si installa in Mediobanca e Generali. Scelta sbagliata, che lo avvia verso la disfatta. Ligresti aveva gestito Fonsai per un decennio come fosse un bene di famiglia, spolpandola via via fino a portarla al crollo. In un decennio Mediobanca aveva buttato ben 1,2 miliardi di euro in Fonsai. Ma a un certo punto il nuovo amministratore delegato di mediobanca, Alberto Nagel, chiude i rubinetti. Impone un matrimonio e sceglie lo sposo: Carlo Cimbri. La sua Unipol, indebitata con Mediobanca, dalle nozze potrà uscire rigenerata. Nasce UnipolSai, fra inchieste giudiziarie a Milano e Torino e feroci polemiche sui concambi che penalizzano la compagnia di Ligresti. Ma ormai don Salvatore, utilizzato per decenni, dev’essere gettato in discarica. Nel 2013 finisce agli arresti domiciliari, mentre le sue figlie Jonella e Giulia sono rinchiuse in cella. Il suo tempo è finito. Ora la morte, il 15 maggio 2018, chiude definitivamente la sua vicenda. Una storia italiana.

Torna la bolletta mensile: Tim e Wind a rischio multa

Le bollette telefoniche che erano a 28 giorni sono tornate per legge su base mensile. Eppure l’Agcom ha deciso di avviare un procedimento sanzionatorio nei confronti di Tim e Wind, che rischiano multe fino a oltre un milione ciascuna. Dal mese di aprile, le aziende si sono uniformate alle nuove regole seppur con gli strascichi: l’Agcom ha preso in esame la riformulazione delle tariffe operata da Tim e Wind e le ha richiamate al “rispetto degli obblighi previsti in materia di informativa nei confronti degli utenti interessati dalla nuova manovra al fine di consentire, anche mediante il legittimo esercizio del diritto di recesso, scelte contrattuali consapevoli”. Dal monitoraggio, infatti, è emerso che “gli operatori richiamati non hanno assicurato, per il tramite delle comunicazioni rese all’utenza finale attraverso sms e sito aziendale, informazioni chiare, complete e trasparenti” e che “le informative non hanno rispettato il quadro regolamentare in materia di diritto di recesso”. Per questo è scattato il procedimento: per arrivare alle sanzioni vere e proprie ci vorranno adesso fino a 150 giorni dalla notifica, ma le multe potrebbero essere pesanti e fino a 1.160.000 euro.

Il focus, dieci anni di lavoro

La mappa del lavoro negli ultimi dieci anni: secondo il Rapporto annuale Istat, tra il 2008 e il 2017 sono scesi di un milione operai e artigiani mentre sono aumentate le “professioni esecutive nel commercio e nei servizi”, in cui rientrano gli impiegati con bassa qualifica. Si confermano le disparità Nord-Sud: nel Mezzogiorno il saldo occupazionale è negativo rispetto al 2008 (-310 mila unità, -4,8%).

Il settore manufatturiero tutto (quindi anche quello industriale e specializzato) ha perso 896mila dipendenti mentre quello dei servizi ne ha acquistati 810 mila. Operai, artigiani e professioni qualificate hanno tutte il segno meno, con un calo che arriva fino al -16%. Il part-time è aumentato di un milione di unità. Tra il 2016 e il 2017, i dipendenti a tempo determinato sono aumentati del 12,3 per cento.

In particolare, aumenta di 437mila unità il personale non qualificato, di 861mila quello degli esecutivi commercio e servizi, dai commessi ai camerieri. Circa 576 mila unità si concentrano nei settori della sanità e dei servizi alle famiglie.

Le nuove solitudini: 3 milioni di italiani non hanno nessuno

In Italia anche la solitudine è una questione di classe: meno del 10 per cento degli individui che appartengono alla cosiddetta classe dirigente afferma di non aver nessuno su cui poter contare, una quota che sale al 25 per cento nelle famiglie degli operai in pensione che si sentono ancora più abbandonate di quelle a basso reddito con stranieri, dove la percentuale della solitudine percepita è al 22. L’Istat, guidato dal professor Giorgio Alleva, ormai si è messo in competizione con il Censis delle formule immaginifiche di Giuseppe De Rita e con il suo rapporto annuale non si limita ad aggiornare le statistiche su conti pubblici, lavoro e immigrati ma offre nuove chiavi di lettura della società italiana attraverso analisi statistiche: quest’anno l’Istat racconta l’Italia delle reti, intese come connessioni familiari, di imprese, di istituzioni, di associazioni. E i risultati di questa analisi descrivono un Paese diverso da quello che immaginiamo.

 

LE FAMIGLIE. La prima sorpresa riguarda la famiglia. Per effetto del cambiamento demografico – si vive più a lungo ma si fanno meno figli – il numero medio di parenti stretti si contrae per gli anziani, che vedono morire genitori, fratelli e cugini e hanno spesso soltanto un unico figlio cui appoggiarsi. I giovani, invece, di parenti stretti ne hanno di più, perché hanno nonni che vivono più a lungo ma rispetto a dieci anni fa frequentano meno i fratelli (per l’ovvia ragione che di fratelli e sorelle ne hanno sempre meno, con il trionfo dei figli unici). Ognuno di noi ha una rete di familiari composta, in media, da 5,4 parenti stretti e 1,9 tra zii, cugini, cognati, suoceri.

 

GLI ISOLATI. Dai dati dell’Istat risulta che il 20 per cento dei maggiorenni dichiara però di non avere alcuna persona su cui fare affidamento, l’80 per cento invece cita almeno un parente. Ma la famiglia, per quanto importante, non è l’unica rete di cui si ha bisogno. Ci sono sei milioni di italiani con più di 14 anni che dichiarano di avere più reti e relazioni: il 60 per cento si appoggia agli amici ma ben 3 milioni, invece, dichiarano di non avere nessuno fuori da quella manciata di parenti stretti che gli sono toccati in dote per nascita. E, comunque, le famiglie composte da una persona sola (ammesso che abbia senso chiamarle famiglie) sono passate dal 21,5 per cento del 1997-1998 al 31,6 per cento del 2015-2016. Anche ammesso che questo dato vada preso un po’ con le pinze perché potrebbe non considerare alcuni rapporti di coppia flessibili o comunque non sanciti dal matrimonio, l’Istat ci ricorda che “stare soli, per quanto sempre più spesso sia anche una scelta, non rende più felici”. Questi nuovi single sono quelli che “indicano con meno frequenza punteggi alti per la soddisfazione per la propria vita, in generale e con riferimento alle relazioni famigliari. Tra questi solitari si salvano quelli con un livello di istruzione elevato che compensano l’assenza di famiglia con una maggiore “partecipazione culturale”: l’indice è pari a 47,3 per cento tra i laureati, soltanto 3,1 per cento tra chi ha la licenza elementare.

Incubo pensione. Altra sorpresa: la pensione tanto desiderata da chi vota Lega e Cinque Stelle sperando nella riforma della legge Fornero non è quel momento di serenità e riposo che tanti si attendono. Assomiglia piuttosto a un deserto culturale: nel 2016 gli italiani che non hanno svolto alcuna attività culturale nei precedenti dodici mesi era del 18,6 per cento, ma la percentuale sale all’aumentare dell’età, fino ad arrivare al 49,7 per cento tra le donne over 75 (per gli uomini della stessa fascia è al 32). Sono persone che in un anno non hanno mai letto quotidiani, libri, non sono mai andate al cinema, a teatro o a un concerto. Quando il tempo libero aumenta, sembra subentrare l’apatia. Le coppie senza figli con entrambi i partner sotto i 65 anni che frequentano gli amici almeno una volta a settimana sono il 64,2 per cento. Una percentuale che scende al 55,3 tra le coppie che sono sopra la soglia di età dei 65 anni. A volerne trarre delle conseguenze politiche, verrebbe da dire che bisogna tenere le persone agganciate al mondo del lavoro, magari riducendo il numero di ore (e i salari), perché appena vanno in pensione ed escono dalle reti a cui si sono appoggiate per una vita tendono a isolarsi, soprattutto se hanno un livello culturale basso.

 

LE IMPRESE. La sorpresa maggiore a cui arriva l’Istat è però il risultato d’insieme del rapporto: le reti sono un valore aggiunto. E questo non è ovvio nel Paese del familismo amorale, dei figli che fanno lo stesso lavoro dei genitori, dell’ascensore sociale bloccato. La connessione, oltre a evitare l’isolamento delle persone, sembra la chiave per la competitività delle imprese. Si sfaldano i distretti industriali (imprese attive nello stesso settore che stanno nello stesso territorio e un po’ competono, un po’ cooperano) mentre aumentano le reti di filiera lunga, aziende connesse con partner in continenti diversi, in una catena del valore globale che è la premessa per realizzare profitti. Lavorare da soli espone a rischi maggiori: tra quanti ritengono probabile interrompere l’attività nei prossimi sei mesi, sette su dieci lavorano da soli. La connessione – umana e imprenditoriale – pare l’unica garanzia di sopravvivenza.

Sequestrato bar della ’ndrangheta davanti al Pirellone

Viveva in via Gluck, cantata da Celentano. A Reggio Calabria però aveva una mega-villa, mentre alle figlie era intestata una regale residenza per anziani. Ma è a Milano che Bruno Crea ha fatto affari d’oro. Imparentato con Natale Alvaro, potente boss della cosca di Sinopoli. Niente droga o estorsioni ma fatture false in quantità industriale, appoggiate a un risiko di società. Jackpot finale, oltre 8 milioni di euro. L’indagine della Dda e del Gico della Guardia di finanza comandato dal tenente-colonnello Armando Tadini (8 arresti) parte da una verifica fiscale in quel di Gorgonzola e termina davanti a cinque vetrine di un bar in via Pirelli 9 di fronte al Pirellone, sede del Consiglio regionale. Locale sotto sequestro e nel mirino i contatti di Crea in grado di investire a Milano ma di fare affari a Roma con il clan Casamonica e di concedere un’assunzione a Gianpaolo Tarantini, su richiesta di Valter Lavitola. Particolare emerso dagli atti dell’indagine di Napoli del 2011 e citato nell’ordinanza firmata dal giudice di Milano. Colletto bianco sotto la Madonnina. Col figlio che studia da avvocato e le pistole fatte vedere solo quando un prestanome vuole lasciare la partita.

Appena fuori dal calcio schizofrenico l’Italia è Campione del mondo 2018

Di classe e opportunismo. A pochi minuti dal termine, il numero 10 Christian Maoddi, 30 anni, di Oristano, intuisce l’occasione su un pallone vagante tra il difensore e il portiere del Cile. Lo scatto, l’anticipo, il tocco risolutivo. E dopo il gol, vede il portiere brontolare ai propri compagni e corre ad abbracciarlo e a chiedergli scusa. Forse per la rete, forse per un minimo contatto, o forse per scusarsi e basta, di aver dato espressione al proprio talento. “Non devi scusarti!”, lo rimbrotta il ct della nazionale Enrico Zanchini, sostituendolo, e cogliendo un po’ di sorpresa la stampa dietro la panchina.

Sembrava un gesto nobile, in aggiunta a quello sportivo. Invece ha ragione l’allenatore, perché non c’era proprio nulla da scusarsi. Si tratta di sport, e nello sport ci si espone, limiti inclusi, per lottare e vincere, le scuse sono un imperativo in caso di scorrettezze, non di successo, con cui si celebra l’umanità, compresi gli sconfitti. E di scorrettezze, nevrosi, schizofrenie, a differenza dei campi maggiori, qui non c’è neppure traccia.

Al tabellino della finale risulta un solo fallo in tutta la partita, diteglielo ai cosiddetti “grandi”, che non sono neppure riusciti a qualificarsi ai Mondiali di Russia 2018. A Roma 2018, invece, alla Dream World Cup, il mondiale per pazienti psichiatrici di calcio a 5, abbiamo trionfato. 17 a 4 nella finale al Palatiziano. A dirla così sembra facile, ma a vedere il talento degli avversari di questa partita e delle precedenti (alcune, specie la semifinale col Perù, difficilissime), non lo era affatto.

La differenza l’ha fatta uno splendido gioco di squadra. Costruita dal ct, con l’ausilio dello psichiatra Sandro Rullo, e pochi altri, a ben vedere. Il neo ct della nazionale maggiore Mancini prenderà due milioni di euro per due anni, a Zanchini e agli altri organizzatori di un torneo che ha accolto centinaia di atleti di tutto il mondo, quasi nulla. Nonostante la Rai, nonostante il trionfo agli ultimi David di Donatello per il documentario sulla corsa ai Mondiali precedenti in Giappone, la grande imprenditoria italiana è risultata latitante. Niente sponsor di rilievo, guai a mischiarsi.

Meglio allora restare allo sport. Oltre al citato Maoddi e a Mattia Armanni, capocannoniere premiato con 24 gol, gli eroi sono Sabatini, Vitali, Danese, Amendola, Tolu, Imarhiagbe, Licata, Campilungo, Amato, Della Spina, Medda, Barba, Manzini – vice del capitano Ruben Carini, della Trieste di Franco Basaglia. Nel quarantennale della legge 180, che sarebbe essa stessa un orgoglio mondiale. Niente da scusarsi, stavolta siamo Campioni del mondo.

Mafia, in un dossier dell’Fbi le foto del nuovo super boss

Ecco il volto del “padrino” dell’Arenella-Acquasanta Stefano Fidanzati, tanto in ascesa da avere ambizioni di ristrutturare la Cupola crollata il 15 gennaio 1993, giorno della cattura di Totò Riina. Del boss palermitano, classe 1948, delle cui immagini si era persa ogni traccia, il Fatto è in grado oggi di pubblicare: la fotografia segnaletica dell’ultimo arresto, avvenuto nel 2016 per una condanna a un anno e quattro mesi per estorsione, pena scontata completamente il 23 gennaio scorso, giorno in cui è ritornato a passeggiare tra le strade del porticciolo di Palermo; due fotografie presenti in un dossier dell’Fbi sulle famiglie siciliane più importanti a New York che lo ritraggono giovanissimo al matrimonio di un altro capomafia, Pippo Bono.

Stefano Fidanzati è uno dei quattro fratelli del mammasantissima Gaetano, re del narcotraffico a Milano, arrestato nel 2009 e morto nel 2013 a 78 anni. Come raccontato dal Fatto il 9 febbraio e lunedì scorso, dopo la morte di Riina, il 17 novembre 2017, i sommovimenti in corso nel mondo di Cosa nostra stanno riportando in auge antiche famiglie dell’aristocrazia mafiosa di Palermo. Fra tutte spicca quella dei Fidanzati e, tra loro, la figura di Stefano. Un clan vincente perché è riuscito a non essere sterminato dai Corleonesi nella guerra di mafia ma addirittura a siglare patti con gli uomini di Riina, Provenzano e Bagarella. Lo stesso Stefano, per altro, teneva i rapporti anche con gli uomini d’onore di San Giuseppe Jato, allora regno di Giovanni Brusca. Un curriculum criminale di tutto rispetto, quindi, che ne alimenta la “leggenda” tra vicoli e palazzi di Palermo e anche nelle analisi degli esperti della mafia siciliana, sicuri dell’interesse del boss alla scalata dell’organizzazione.

Le due fotografie di un dossier dell’Fbi che, qualche anno fa, finì nella documentazione a disposizione della commissione parlamentare Antimafia, ritraggono Stefano Fidanzati, 32 anni, al matrimonio di Pippo Bono, 16 novembre 1980. Altre fotografie di quello sposalizio da 70 mila dollari dell’epoca furono già pubblicate da rotocalchi e televisioni negli anni Ottanta, ma ovviamente i protagonisti erano i Gambino e gli Inzerillo, non certo il giovane Stefano Fidanzati che partecipava, insieme al fratello Gaetano, al grande ricevimento dell’Hotel Pierre di New York City dopo la cerimonia celebrata nella Cattedrale di San Patrizio.

Nella prima immagine in alto Stefano Fidanzati è il secondo da sinistra, accanto alla sposa. Alla sua destra Ugo Martello, il Professore di Cosa nostra, arrestato, a 69 anni, mentre stava facendo colazione con la moglie a Milano, dieci giorni dopo la cattura del “socio” Gaetano Fidanzati nel 2009. Il 13 aprile del 1981 il Professore è uno dei 101 super boss denunciati dalla Criminalpol per associazione mafiosa insieme, appunto ad Alfredo e Pippo Bono, Gaetano Fidanzati, Tommaso Buscetta, Vittorio Mangano, Federico D’Agata, Luigi Monti. Accanto a Martello nella foto in bianco e nero, sorridente, c’è Emanuele Bosco, autista dello sposo Pippo Bono, con gli occhiali e il fiore all’occhiello l’ultimo a destra. Bono era “l’anello di congiunzione fra la Sicilia e gli Stati Uniti”, come ha scritto Alfio Caruso ne I siciliani (Neri Pozza, 2012).

Nella seconda immagine, a colori, il boss al centro con gli occhiali scuri è Alfredo Bono, fratello di Pippo. A quello sfarzoso matrimonio newyorchese partecipò anche Nunzio Guida, all’epoca uno dei capi della camorra napoletana.

Agenti e carabinieri, chiesti da 10 a 13 anni per la morte di Uva

La morte di Giuseppe Uva fu una conseguenza, insieme ad altre cause tra cui una sua pregressa patologia cardiaca, delle “condotte illecite” di due carabinieri e di sei poliziotti accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona nel processo davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano. Condotte scaturite dalla decisione dei due militari di “dare una lezione” al 43enne, morto dopo un fermo a Varese nel 2008, che si sarebbe vantato di una presunta relazione sentimentale con la moglie di uno dei due. Ne è convinto il sostituto pg Massimo Gaballo che ha chiesto di ribaltare il verdetto di primo grado del Tribunale di Varese e di condannare a 13 anni i due carabinieri e a 10 anni e mezzo i sei agenti. Uva venne fermato nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 dai due carabinieri, mentre stava spostando delle transenne nel centro della città lombarda. Fu trattenuto per alcune ore in caserma, poi fu trasportato con trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Circolo di Varese, dove morì la mattina successiva. Secondo Gaballo, fu la “costrizione fisica” a cui fu sottoposto dagli imputati, insieme alle “lievissime lesioni riscontrate sul suo corpo”, a causarne la morte.

Dieselgate, città d’Europa contro la Commissione

Le città si ribellano alle regole Ue che “legalizzano” il Dieselgate, facendo causa alla Commissione di Bruxelles. Oggi la Corte di giustizia europea deciderà se dar seguito o meno al ricorso congiunto presentato dai sindaci di Parigi, Bruxelles e Madrid contro il “diritto di inquinare” accordato ai costruttori auto nel 2016. In particolare, si chiede l’annullamento delle esenzioni adottate dalla Commissione insieme ai governi nazionali che permettono ai costruttori di auto di sforare i limiti di emissione Euro 6.

Sulla scia dello scandalo Volkswagen che nel 2015 ha dimostrato come gli ossidi di azoto (Nox) emessi dai veicoli di tutte le case automobilistiche fossero superiori alla norma, l’Ue ha deciso di sostituire gli obsoleti test in laboratorio con misurazioni più accurate su strada. L’obiettivo era porre fine alla truffa, facendo rispettare concretamente i limiti di legge e tutelare la salute dei cittadini. Gli NOx sono infatti responsabili di 75.000 decessi prematuri ogni anno in tutta Europa, secondo l’Agenzia ambientale europea. Tuttavia, sotto le pressioni delle lobby e dei governi che spalleggiano i marchi nazionali, la Commissione ha concesso un generoso periodo di deroga. Un “regalo” all’industria che ignora i limiti che l’Europarlamento, unico organo democraticamente eletto, aveva stabilito nel 2007 in rappresentanza dei cittadini.

Cosi, da settembre 2017 le emissioni dei nuovi modelli immessi sul mercato possono superare legalmente il limite di 80 mg / km del 200%, soglia che verrà ridotta solo nel 2020 ma che si attesterà al 50%. Solo nel 2019 e nel 2021, rispettivamente, le stesse soglie si applicheranno ai nuovi veicoli di modelli già esistenti che, fino ad allora, potranno quindi continuare a inquinare ai livelli attuali.

“È un peccato che tra le città che hanno agito in giudizio non ce ne sia nessuna italiana visto che è il nostro Paese ad aver il maggior parco auto diesel e il maggior numero di vittime dell’NOx in Europa”, commenta Anna Gerometta, presidente dell’Associazione Cittadini per l’Aria, “La causa alla Corte Ue è un messaggio potente che, ci auguriamo, venga raccolto anche dalle città italiane”.

Se alla fine dell’odierna udienza preliminare il supremo tribunale Ue giudicherà la causa ricevibile, la procedura andrà avanti. Qualora, la Corte decidesse poi di annullare il controverso regolamento, tornerebbero a imporsi automaticamente il limite massimo di NOx a 80 mg / km, ma basato sui nuovi e più efficaci test su strada.

È la prima volta in cui la Corte di giustizia europea avrà ascoltato argomenti dalle città come “persone interessate”, riflettendo la crescente autorità dei centri urbani come difensori della salute pubblica e dell’ambiente.

Nel marzo 2016, mentre il regolamento era in discussione, i sindaci di quattordici città in tutta l’Ue, compresa Milano, hanno firmato una petizione ai loro governi per dare priorità alla salute dei cittadini rispetto a quelli delle lobby industriali.

“I cittadini di Parigi e delle città di tutto il mondo richiedono aria pulita”, dichiara Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, capofila dell’azione legale, e presidente della rete C40 che affilia 40 Comuni di diversi Paesi europei e non. “Sarebbe un tradimento verso i cittadini europei che le case automobilistiche fossero lasciate libere di dettare le regole. Abbiamo deciso di agire a nome di tutti i milioni di persone che vivono nelle grandi città europee”.

Morti di Rigopiano, indagati D’Alfonso e gli ex governatori

È sulla mancata realizzazione della Carta valanghe che si stringono le maglie dell’inchiesta sul disastro di Rigopiano. A finire nel registro degli indagati questa volta sono i vertici della Regione Abruzzo, presenti e passati. Si va dall’attuale governatore Luciano D’Alfonso (che mantiene anche la poltrona da senatore del Pd), ai suoi predecessori Gianni Chiodi e Ottaviano Del Turco. Per loro, i reati ipotizzati sono concorso in omicidio, lesioni e disastro colposo.

Con le stesse accuse, la Procura di Pescara ha indagato anche gli assessori con le deleghe alla protezione civile dal 2007 a oggi, ovvero Tommaso Ginoble, Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca, e poi, sempre per le vicende che riguardano la mancata realizzazione della Carta valanghe, risultano indagati anche alcuni funzionari regionali. Una decina di persone che vanno ad aggiungersi alle 23 già da tempo iscritte nel registro degli indagati.

Una legge non attuata e l’inerzia lunga decenni potrebbero essere alla base del disastro dell’hotel sulle montagne abruzzesi, in cui nel gennaio del 2017 persero la vita 29 persone e una rimase gravemente ferita sotto una slavina che spazzò via la struttura.

Per il Procuratore capo Massimiliano Serpi, “si è reso necessario approfondire il tema dei tempi, modi e risorse finanziarie necessarie per la redazione della Carta localizzazione pericolo valanghe da parte dell’Ente Regione Abruzzo sia nelle sue articolazioni politiche che tecniche amministrative, a far tempo dall’emergere nel 2007 nell’ambito della carta storica delle valanghe del sito di Rigopiano, nonché in punto di gestione regionale dell’emergenza neve nel gennaio 2018”.

Un ulteriore passo avanti che investe la politica regionale e che, spiegano ancora dalla Procura, è arrivato dopo “una prima impegnativa fase investigativa volta ad acquisire il quadro complessivo”. Diversi infatti i temi sul tavolo degli inquirenti, dalla prevenzione del rischio valanghivo al rispetto delle normative per l’edificazione dell’hotel e resort Rigopiano, fino alla gestione dell’emergenza neve e viabilità e agli eventuali ritardi nelle operazioni di soccorso. Oggi il cerchio si stringe sulla mancata redazione della Carta valanghe. La lunga serie di omissioni a riguardo, è stata elencata i primi di marzo in un esposto contro il presidente D’Alfonso, presentato dagli avvocati del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta (tra gli indagati).

Tra rinvii e omissioni si parte dal 1993, quando il Coreneva, il comitato regionale neve e valanghe, risulta aver sollecitato la realizzazione della Carta. Nel 2014 è l’ex governatore Chiodi a fare una delibera che però non vede mai attuazione, tanto che l’iter si è messo in moto solo dopo la strage di Rigopiano.

I primi ad essere iscritti nel registro degli indagati, tre mesi dopo la tragedia, sono stati il presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, funzionari della stessa Provincia, il sindaco Lacchetta, un tecnico comunale, e Bruno Di Tommaso, gestore dell’albergo. Lo scorso novembre, a questi nomi si sono aggiunti quelli di altre 17 persone, tra cui l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo.