Roma, la scoperta della pecora

In principio furono le buche. Poi le voragini, la pioggia torrenziale, er traffico e la metro C. Sembrava mancassero solo le cavallette e il quadro era completo. Ma per la corsa a chi ha la battuta facile, i romani non hanno dovuto attendere molto. Ieri, su decisione del sindaco Virginia Raggi, l’assessore all’ambiente Pinuccia Montanari ha dato il via all’utilizzo delle pecore e degli animali da pascolo per la tosatura di parchi e giardini nella Capitale poiché “pur avendo una buona programmazione, ha bisogno di ulteriori risorse per rispondere alle esigenze dei cittadini”. Ad attendere Montanari e Raggi, un profluvio di critiche: “E i belati? Disturbano”, “E le feci? Sporcano”. E ancora: “Siamo al ridicolo, il sindaco più idiota della storia”. Peccato che di metodi eco per tosare e ripulire i luoghi pubblici delle città, ne sia pieno il mondo, e non è un’iperbole. È la Francia la regina dei tosaerba naturali, da 15 anni. Poi l’Inghilterra, Berlino. In Italia, il primo tentativo lo fece il governatore Zaia, nel 2004, “assumendo” degli asini. L’eco-pascolo ha poi raggiunto Torino, Melpignano, fino ad arrivare tra i comparti della Marina Militare di Venezia e Grottaglie, ma in questo caso fu il risultato dell’ironia di un ammiraglio: “Erba alta? Comprate delle capre”. E i soldati eseguirono alla lettera.

Rai, ecco il contratto di Fazio: 10,6 milioni alla sua società

Oltre 18 milioni di euro all’anno. Tanto costa mandare in onda il programma Che tempo che fa, condotto da Fabio Fazio, passato da Rai3 a Rai1. Il Fatto è ora in grado di rivelare – sulla base dei documenti interni all’azienda di Stato – i dettagli delle spese del programma, compreso l’incasso di Officina Srl, società proprietaria del format che ne realizza la produzione (le quote sono detenute al 50 per cento da Fazio stesso, il restante da Magnolia).

Finora era noto il compenso del conduttore: quei 2.240.000 milioni di euro all’anno (al lordo delle imposte) stabiliti dal contratto numero 19.630 stipulato il 28 luglio 2017: il compenso “per l’opera artistica e professionale” riguarda 64 puntate per il ruolo di “conduttore, autore testi/consulente artistico-autorale, direttore artistico”, per quattro anni, fino al 2021.

Il punto più delicato riguarda i costi di produzione con “appalto parziale” (senza gara) e lo sfruttamento del format, contrattualizzati con Officina Srl nel settembre 2017 per evitare che le emittenti concorrenti potessero mettere le mani sul programma di Fazio.

E qui la novità. I 18.325.350 euro di costi annui sono così suddivisi: 10.644.400 per il solo primo anno del quadriennio, di cui 704.000 annui per i diritti del format, il resto sono quindi i costi di produzione. Denaro che finisce nelle casse di Officina Srl. Poi, per la Rai, ci sono i costi di rete: scenografia, regia, redazione, acquisto diritti di filmati e foto, quantificati in 2,8 milioni di euro. A ciò si aggiungono altri 2,6 milioni per costumi, trucco, riprese, servizi in esterna e così via.

Per ogni puntata in prima serata, quindi, la Tv di Stato spende 409 mila euro. Un costo rilevante per un programma fatto di interviste ma, ripetono da viale Mazzini, comunque inferiore agli 800.000 di media a serata per “gli intrattenimenti tipici” trasmessi dalla rete in quella fascia oraria (come ad esempio le fiction) che salgono a 1,1 milioni per “i top di gamma”.

A parte il risparmio rispetto a trasmissioni di altro genere (che in Rai tengono a sottolineare), la dirigenza della tv è convinta che sia un buon affare: a fronte di 18,3 milioni di costi, stima ricavi per la stagione in 20,3 milioni di euro. Tali introiti pubblicitari, secondo i documenti Rai, sarebbero frutto di uno share atteso per la prima parte della trasmissione intorno al 18 per cento, per la seconda al 13 per cento.

Gli inserzionisti inoltre non possono avanzare reclami se lo share, rispetto a queste percentuali, è inferiore del 5 per cento, una soglia che prima era stata fissata al 2 e poi è stata alzata. In 11 puntate Che tempo che fa ha raggiunto e a volte superato il 18 per cento di share. Per esempio nella prima puntata del 24 settembre 2017, o di quella del 20 aprile con ospite Matteo Renzi. Anche Silvio Berlusconi ha portato bene, il 18 febbraio, quando hanno seguito il programma 4,6 milioni di spettatori.

Altre 18 puntate, però, sono state meno seguite: il 15 ottobre, per esempio, il programma si assesta al 14,9 per cento, quando erano ospiti i genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto e lo scrittore Andrea Camilleri; il 21 gennaio al 14,3; l’8 aprile al 16,7.

Di fatto, i costi del programma rispetto a quando andava in onda su Rai3 sono quasi raddoppiati: nell’edizione 2014-2016, costava 10,3 milioni di euro (c’era solo la prima serata). In questo caso, si scopre ora, era in perdita: i ricavi ammontavano a 7 milioni di euro, con un saldo negativo finale di 3 milioni all’anno.

Intanto i costi della stagione 2017-2021 sono stati analizzati dall’Anac. L’Autorità anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, in un parere del 21 febbraio scorso (dove peraltro i dettagli dei costi sono stati omissati), scrive: “Non conforme al codice dei contratti la stipula da parte di Rai del contratto preliminare con l’artista, prima fra l’altro che la società di produzione del format televisivo, con cui è stato poi stipulato il definitivo, venisse costituita”. Sono stati poi riscontrati “sussistenti possibili rischi di non conseguire l’equilibrio costi-ricavi”.

Gli atti dall’Anac sono stati inviati alla Corte dei Conti: la Procura contabile potrà fare una valutazione solo all’esito degli introiti finali, quando si sarà chiusa la prima stagione del programma e se dovesse riscontrarsi uno squilibrio superiore alle oscillazioni prevedibili (e previste) dello share, potrebbe decidere che c’è stato un danno erariale. Il Fatto ha chiesto alla Tv di Stato perché non abbiano mai pubblicato ufficialmente i costi del programma: “La Rai è un’azienda assolutamente trasparente – rispondono da Viale Mazzini –, pubblica tutto: lo dimostrano i fatti. Non ultimo il massimo riconoscimento internazionale ottenuto nel settore degli acquisti e gare di appalto. Quello che però non può fare è infrangere quel margine di riserbo industriale che le consente di poter operare su un mercato fortemente concorrenziale”.

Sullo share di Che tempo che fa, “i dati medi da settembre a maggio attestano uno share del 16,4% e del 14,6% per la seconda parte della domenica fino a mezzanotte e saranno oggetto di analisi e comparazioni al termine della stagione”. E sui ricavi pubblicitari assicurano: “Quelli finora conseguiti presentano valori superiori rispetto ai costi sostenuti”.

Pirateria digitale, i clienti rischiano una maxi multa

È di cinque arresti, una cinquantina di indagati e decine di perquisizioni in tutta Italia il bilancio dell’operazione contro la pirateria audiovisiva del Nucleo Beni e Servizi della Guardia di Finanza, guidati dal tenente colonnello Luigi Smurra. Stando all’indagine, coordinata dal Procuratore Aggiunto Michele Prestipino, le persone finite in manette piratavano il segnale delle tv a pagamento abbonamenti per esempio Sky o Mediaset Premiun (parti lese) “taroccati” per un giro d’affari milionario nel quale entravano, come clienti, migliaia di italiani. Questi pagavano 15/20 euro ad abbonamento e ora rischiano, per la legge sul diritto d’autore, oltre che una denuncia penale (con pene da sei mesi a tre anni di carcere) anche multe da centinaia di migliaia di euro. In sostanza, rischiano di dover pagare un minimo di 103 euro per ogni collegamento alle piattaforme taroccate. Il volume d’affari del gruppo finito sotto inchiesta della Procura di Roma era di milioni di euro: 49 sono indagati per reati in materia di pirateria audio-visiva e riciclaggio; nei confronti di 12 di essi si procede anche per il reato di associazione per delinquere.

L’ultima di Ultimo: “Sindacalista” nell’Arma

“Caro collega ti scrivo, così mi distraggo un po’”. È un volantino elettorale e i colleghi ai quali è indirizzato sono i carabinieri. Segue un programma riassunto in due pagine: partecipazione agevolata all’edilizia residenziale pubblica, detassazione degli straordinari, ridiscussione dei livelli retributivi e del trattamento di fine rapporto e altro ancora. Prendendo in prestito l’incipit de L’anno che verrà di Lucio Dalla, il colonnello dell’Arma Sergio De Caprio annuncia così la sua discesa in campo. Si candida. L’uomo che ha catturato Toto Riina però non entra in politica. Ha avuto diverse offerte, le ha sempre rifiutate, non ha cambiato idea. Ultimo si candida a far parte del Consiglio di Base di Rappresentanza (Cobar) dei carabinieri. Punta a diventare un delegato degli ufficiali del Lazio.

La sua nuova vita di “sindacalista”, l’ennesima, viene dopo gli anni della celebrità, il fango del processo per favoreggiamento alla mafia (e l’assoluzione), il lustro delle inchieste sui diamanti della Lega e su Finmeccanica condotte dall’ufficio “periferico” del Noe (la tutela ambiente), lo sbarco nei Servizi segreti e l’uscita dopo l’esplodere del caso Consip. Il colonnello ora lavora al Comando Tutela Biodiversità dei Parchi. E da qui punta a farsi eleggere nella Rappresentanza Militare che tutela il personale rimanendo nel recinto, molto stretto, disegnato da una legge del 1978. Lo fa da quarant’anni durante i quali è rimasto in vigore il divieto per i militari – Esercito, Marina militare, Aeronautica militare, Carabinieri e Guardia di finanza – di costituire organizzazioni sindacali. L’11 aprile la Corte costituzionale lo ha fatto cadere, riconoscendo anche per le forze armate questo diritto ma spetterà alla legge riordinare la materia. Intanto il 28 e 29 maggio si va al voto per la Rappresentanza militare e i candidati scaldano i motori.

Le due pagine del volantino di De Caprio sono scritte coi toni alla “alla De Caprio” e c’è un punto in cui emerge il riflusso dei contrasti con il precedente comandante generale Tullio Del Sette, l’uomo che di fatto lo defenestrò dai vertici del Noe nel 2015 dopo che il “suo” Nucleo aveva condotto indagini delicate a Napoli con il pm Henry John Woodcock, anche a carico di coop “rosse” e di personaggi vicini all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. De Caprio andò all’Aise con una trentina di uomini a lui legati, il Noe nel frattempo conduceva le indagini che hanno portato a scoperchiare il caso Consip, coinvolgendo il padre di Renzi, poi ne è stato escluso dalla Procura di Roma che ha incriminato alcuni ufficiali per falso e altri reati. E l’Aise ha “restituito” il colonnello all’Arma.

Ora nel volantino il “candidato Ultimo” chiede di “ridefinire” il sistema delle promozioni nell’Arma e “le procedure di nomina del Comandante Generale”. Infine l’appello: “Caro collega, chiedo il tuo voto per rappresentarti, per impegnarmi senza sudditanza psicologica, senza interesse personale, per dare dignità a tutti, per servire un collega, un carabiniere, un fratello”. De Caprio si esprime sempre così.

“Assessori nominati in cambio di soldi”. Inquisito Crocetta

L’ex governatore Rosario Crocetta indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito dei partiti, il ras delle discariche Giuseppe Catanzaro destinatario di un avviso a comparire per i suoi rapporti con la politica: dalla rete istituzionale di favori e spionaggio messa in piedi dall’ex leader di Sicindustria Antonello Montante l’inchiesta si allarga, travolge la politica siciliana rischiando di trasformarsi in una nuova Tangentopoli che colpisce Crocetta e la sua stagione di governo della legalità. È accusato di aver piazzato nella giunta regionale due “fedelissime” di Montante in cambio di finanziamenti alla sua campagna elettorale, ma anche per schivare uno scandalo di natura “privata”. Montante avrebbe “impedito che venisse reso pubblico da parte di giornalisti un video dal contenuto scabroso attinente la vita privata di Crocetta”, che ha saputo di essere indagato mentre si trovava al telefono con un giornalista che gli chiedeva se avesse ricevuto un avviso di garanzia: “Me lo stanno notificando adesso”, ha detto, e ha buttato giù la cornetta.

Sono una trentina in tutto adesso i protagonisti dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone. I pm Gabriele Paci, Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso hanno iscritto nel registro degli indagati le due “protette” di Montante: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello, piazzate, una dopo l’altra, all’assessorato alle Attività produttive, quello da cui il manager di Serradifalco diceva di poter fare “la terza guerra mondiale”. Anche una terza donna è finita nel mirino dei pm: Mariagrazia Brandara, che fu nominata presidente dell’Irsap dopo le dimissioni di Alfonso Cicero, divenuto uno tra i principali accusatori del manager siciliano.

Ma non è tutto. La Procura di Caltanissetta indaga pure sull’attuale capo di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, il re delle discariche nell’isola, anche lui vicino a Montante, e su altri tre imprenditori della stessa cordata, Rosario Amarù, Totò Navarra e Carmelo Turco: grazie a Montante avrebbero ottenuto appalti per lo smaltimento dei rifiuti e la pulizia di locali nello stabilimento dell’Eni di Gela. “Andrò dai pm – ha detto Catanzaro – e fornirò ogni elemento utile per agevolare la ricostruzione della verità storica”. Si indaga, infine, per concorso in corruzione, sul vicequestore aggiunto Vincenzo Savastano, della polizia di frontiera di Fiumicino, che avrebbe ricevuto regali in cambio di favori, e su Carmela Giardina e Rosetta Cangelosi, collaboratrici di Montante, che lunedì notte avrebbero aiutato il loro capo a distruggere un pezzo di archivio segreto.

Un nuovo terremoto giudiziario, insomma, si abbatte su Palazzo d’Orleans, sede del governo siciliano e sugli industriali dell’isola. Ora gli scenari sui quali sono impegnati i pm Gabriele Paci, Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso diventano due e si rincorrono paralleli: una è l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine e l’altra è quella finalizzata a corrompere i politici, con l’obiettivo di accaparrarsi fondi pubblici. La Procura ipotizza che Montante abbia orientato in maniera massiccia le scelte del governo Crocetta (“non gli abbiamo mai fatto sbagliare una mossa’’) dopo avere finanziato la sua campagna elettorale con centomila euro, per proseguire il suo “progetto espansionistico’’ fuori della Sicilia: “Dopo aver collocato sue persone di fiducia nei posti apicali del governo regionale – scrivono i magistrati nell’ordinanza – (Montante, ndr) mirava ad ampliare ulteriormente la propria sfera di potere, programmando di ottenere proprie rappresentanze in Parlamento così da cominciare a porre le basi per potere anche accedere ad incarichi governativi di rilievo nazionale’’.

E non è ancora tutto. Secondo la ricostruzione della Procura, Montante e Catanzaro spiavano il magistrato Nicolò Marino, l’ex assessore regionale all’Energia, che nel 2014 non fu riconfermato. Marino aveva denunciato apertamente le “istituzioni che hanno coperto il sistema Montante”. Nell’ordinanza è citata la testimonianza di Cicero, che raccontò come Catanzaro tra il 2013 e il 2014 gli aveva confidato che Montante aveva “un dossier ed un video con immagini sulla vita privata di Marino e si stava adoperando per diffonderli mediaticamente al fine di delegittimarlo”.

Pure Meloni si sfila: “Salvini agisce solo a nome della Lega”

Anche la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni passa all’opposizione: la sua posizione attendista sul prossimo governo era vincolata solo alla sua futura composizione, ma deve aver capito che il premier non sarà appannaggio del centrodestra. E quindi ieri, in diretta Facebook, non usa toni gentili con l’(ex) alleato Matteo Salvini, che al Colle lunedì aveva ricordato di sentirsi vincolato anche al governo coi grillini a rappresentare l’intera coalizione di centrodestra: “Se Salvini si lancia in avventure con altri partiti contro cui abbiamo fatto la campagna elettorale, non lo fa a nome di tutto il centrodestra. Lo fa a nome della Lega, non certo di Fratelli d’Italia”. Anche il programma, anche detto contratto di governo, non piace a Meloni: “Nella bozza di contratto M5S-Lega non c’è la risposta alle nostre domande”, “è frutto di un tavolo a cui FdI non era presente” e “non è mai citata la parola Patria: è un documento giallo-verde in cui non c’è posto per il Tricolore”. La speranza, comunque, è l’ultima a morire: “In un governo con il premier grillino non ci posso venire. Se il premier è della Lega, di centrodestra, sono interessata a parlare”.

Silvio resta “riabilitato”, ma torna a processo

Cattive e buone notizie giudiziarie (pure prevedibili) per Silvio Berlusconi, tutte nella stessa giornata. La buona novella arriva da Milano: la Procura generale non farà opposizione alla sua riabilitazione concessa dal Tribunale di sorveglianza venerdì scorso. Le cattive novelle arrivano da Roma e Torino e riguardano l’inchiesta cosiddetta Ruby Ter della Procura di Milano e approdata, per alcune parti, in altre città solo per questioni di competenza territoriale.

L’ipotesi accusatoria è sempre la stessa: Berlusconi avrebbe corrotto una serie di testimoni perché mentissero sul Bunga Bunga ad Arcore durante il processo Ruby per concussione e prostituzione minorile, da cui è uscito assolto. Ieri, il gup di Roma Angela Gerardi ha rinviato a giudizio il leader di Forza Italia insieme al cantante Mariano Apicella, accusato anche di falsa testimonianza. Prima udienza il 23 novembre. Questo filone del Ruby Ter è stato trasferito nella Capitale perché è qui che Apicella avrebbe incassato la prima mazzetta: per la sua testimonianza addomesticata sulle “cene eleganti” avrebbe avuto da Berlusconi 157 mila euro.

A Torino, in udienza preliminare, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi e di Roberta Bonasia. Prossimo appuntamento, prima della decisione del gup, il 1° giugno quando parlerà la difesa dell’ex premier: ha depositato delle memorie in cui, tra l’altro, solleva una questione di competenza territoriale. A Milano saranno riuniti due filoni del Ruby Ter per celebrare un unico processo con 16 imputati complessivi. A Siena, invece, Berlusconi è a processo insieme al pianista delle serate di Arcore, Danilo Mariani.

C’è poi il fronte di Bari: la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. In sostanza avrebbe spinto l’imprenditore Gianpiero Tarantini a dire che le ragazze portate all’ex premier a villa Certosa non sapeva fossero escort. Insieme a Dell’Utri, Berlusconi è pure indagato dalla Procura di Firenze che ha riaperto l’inchiesta sulle stragi di mafia del 1993.

Tornando alla riabilitazione, il Pg di Milano Roberto Alfonso e il sostituto pg Maria Saracino, hanno valutato che la decisione del Tribunale di sorveglianza non presenta vizi di legittimità dato che per la Cassazione (a cui si sono riferiti i giudici di sorveglianza) “la mera pendenza di un procedimento penale per fatti successivi a quelli per cui è intervenuta la condanna” non è di “ostacolo” all’accoglimento della riabilitazione, perché vale la “presunzione di non colpevolezza”. La “buona condotta” di Berlusconi è stata attestata, nelle loro relazioni, dalle questure di Milano, Roma e Monza. In astratto, però, può essere annullata. Il codice dice che viene revocata in caso di condanna definitiva entro i 7 anni dal provvedimento, se la pena è superiore ai 2 anni.

Berlusconi l’europeo si mette all’opposizione e tifa spread

Silvio Berlusconi respira di nuovo l’aria dei vertici internazionali e, come gli capitava spesso ai bei tempi, si lascia andare a peculiari rivisitazioni della realtà. In Italia, intanto, quel che resta del suo partito vota – da solo – contro le relazioni sul Documento di economia e finanza del governo Gentiloni: un segnale psicologico più che politico, i dirigenti di Forza Italia si sentono opposizione (ci sono più dubbi, se non altro a fini di sopravvivenza, sul resto della truppa parlamentare).

Torniamo al Cavaliere congelato e ormai riabilitato. Ieri era a Sofia per un vertice del Ppe e il suo malumore nei confronti di “quei due” – leggi Matteo Salvini e Luigi Di Maio – faceva fatica a trattenere gli argini tanto della convenienza politica (visto che è stato lui a dargli il via libera ed è ancora formalmente alleato della Lega) che della coerenza interna alle argomentazioni. Ieri, per dire, il fu impresentabile, oggi leader vezzeggiato dai meglio salotti europei, ha incassato l’appoggio del moderato presidente ungherese Viktor Orbán (“M5S e Lega? Silvio è il mio unico amico”) e poi è finito a fare l’elogio dello spread come segno di preoccupazione dei nostri partner.

Questo spread, gli chiedono, sale come nel 2011 (ci torneremo) e lei all’epoca parlò di complotto internazionale? “Vi posso assicurare che per ora non c’è nessun complotto. Anzi, c’è il contrario del complotto, c’è la voglia di aiutare l’Italia a uscire dalla situazione in cui siamo”. E perché tanta generosità: “Preoccupazione è la parola che fotografa la situazione attuale – spiega il leader europeista caro ad Angela Merkel – Ciò che accade in Italia desta moltissima preoccupazione in tutta Europa. Io sono molto preoccupato per quello che succede nei mercati, può succedere alle aziende e alle famiglie italiane”. E la preoccupazione per le aziende è l’unico afflato sincero che gli possiamo riconoscere.

Per capire lo stato mentale di Forza Italia va citato senz’altro l’ex capogruppo ed ex ministro nell’estate dello spread, Renato Brunetta, tra i più vibranti denunciatori del complotto del 2011: “Questa è stata una giornata drammatica per la Borsa di Milano e per i nostri titoli di Stato” con “lo spread che è salito fino a quota 153 punti base, in aumento di circa 20 punti rispetto alla giornata di ieri”. Seguono varie profezie di sventura fino a “una situazione del tutto analoga a quella già sperimentata dalla Grecia”. Una “giornata drammatica” in cui lo spread rispetto ai bund tedeschi è salito un po’ in tutta Europa e si continuavano a registrare rendimenti bassissimi sui titoli di Stato e senza alcun “mercoledì nero” in Borsa (-2,3% com’è successo altre volte e ancora succederà).

Per capire lo stato mentale di Forza Italia, invece, basti dire che ieri nelle commissioni Speciali di Camera e Senato ha votato contro due relazioni al Def in cui sostanzialmente ci si limitava a descrivere i numeri di un documento in cui ci sono solo previsioni a legislazione vigente. “La mia relazione avrà un carattere meramente tecnico: il momento politico sarà quello della discussione in aula”, aveva spiegato il relatore in Senato, il leghista Bagnai. Non è servito: tutti a favore, Forza Italia contro. Nelle “giornate drammatiche”, capita di non riuscire a tenere i nervi saldi.

Grillo a Newsweek: “L’Ue è da riformare, servono due monete”

L’Unione europea? “Ha bisogno di riforme”. E l’euro? “Siamo favorevoli a un referendum consultivo”.

Beppe Grillo intervistato da Newsweek torna a parlare di temi europei. Si definisce come “una sorta di padre nobile e un mecenate: osservo il Movimento 5 Stelle dall’esterno. Interverrei solo sei si perdessero di vista i principi”.

“Potrebbe essere una buona idea avere due euro – dice Grillo – per due regioni economiche più omogenee. Uno per l’Europa settentrionale e uno per l’Europa meridionale.” E ancora: “L’Unione europea in passato aveva molti meriti, ma ora è disfunzionale. Il Parlamento europeo non ha alcun potere, le decisioni sono prese dai commissari. E se si guarda a chi siede nelle commissioni, si trova un politico circondato da sette lobbisti. Indovina chi prende le decisioni?”.

E sui flussi migratori: “devono essere controllati – ha detto Grillo – dobbiamo sapere chi entra in Italia. Il problema non dovrebbe essere lasciato a gruppi non governativi sovradimensionati”. Grillo è convinto che ci sarà presto un governo Cinque Stelle: “È solo questione di tempo”.

“Sarà un governo de-costituzionalizzato”

“Ricordate il contratto con gli italiani firmato da Berlusconi sulla scrivania di Bruno Vespa? Ecco, se non siamo lì, poco ci manca”. Mentre Salvini e Di Maio chiudono il loro accordo, Giovanni Maria Flick, ex Guardasigilli e presidente emerito della Consulta, è critico rispetto alla bozza circolata martedì sera.

Presidente Flick, cosa non la convince?

Le mie perplessità riguardano soprattutto il metodo. Si fa un contratto privatistico tra due persone fisiche che ha forza di legge solo tra le parti. Il tutto ha il sapore di una de-costituzionalizzazione, di una forma appunto privatistica del governo e dell’interesse pubblico. Ma gli altri? Il resto del Parlamento che fine fa? In caso di inadempimento cosa succede, si va dal giudice? Il lato più inquietante è però l’istituzione del “comitato di conciliazione”, organismo non previsto dalla Costituzione, dove i due leader dovrebbero dirimere i conflitti.

Nel recente passato ci sono sempre state cabine di regìa a guidare l’azione di governo. Non crede sia più trasparente e meno ipocrita così?

No, perché si tratta di un organismo non previsto dalla Carta, che oltretutto trasforma il capo dello Stato in una sorta di notaio e il presidente del consiglio in un portalettere. Per dirimere i conflitti e prendere decisioni in seno alla maggioranza ci sono le sedi precise indicate dalla Carta. Gli incontri tra i leader e i principali attori restino pure nella prassi, ma messi nero su bianco in questo modo significa istituzionalizzare un consiglio dei ministri ombra che scavalca quello reale. Inoltre, mi pongo altri interrogativi.

Quali?

La firma del contratto privato tra due persone fisiche è un’anticipazione del voto di fiducia? Il Parlamento poi dovrà seguire gli adempimenti di questa pre-fiducia? E cosa succede se, una volta firmato il contratto, i gazebo della Lega o i voti sulla piattaforma Rousseau domenica dovessero bocciare il programma? Si ricomincia daccapo? Più in generale, la mia perplessità riguarda il trasferimento sul piano privatistico di quello che è un programma di governo che dovrà ottenere la fiducia del Parlamento: col contratto si regolano interessi diversi, se non contrapposti, con l’accordo di governo si realizza un comune progetto politico.

La politica non si fa dal notaio.

Assolutamente no. Anche perché il programma di un esecutivo può essere cangiante rispetto all’evolversi della situazione politica, economica, sociale. Costringersi all’interno di un contratto che poi deve essere rispettato è assai limitante. Inoltre ci vedo anche qualcosa della riforma di Matteo Renzi bocciata dal referendum.

Cosa?

Prevedeva che, a dirimere i conflitti tra Camera e Senato, sarebbero stati i rispettivi presidenti. Lo spirito di questo contratto è simile.

Intanto siamo giunti al 73esimo giorno di trattative.

Anche le consultazioni sono state anomale: sono sembrate la continuazione della campagna elettorale con altri mezzi. Con le forze politiche che salivano al Quirinale più per conoscere le intenzioni del presidente Mattarella che per esporre le proprie.

Come giudica l’operato del Colle?

Ritengo che il capo dello Stato abbia fatto tutto il possibile per rappresentare l’unità nazionale nell’ambito della discrezionalità che gli è concessa dalla Costituzione.