Sul Jobs act vince la Lega, passa la linea “morbida” sui migranti

Il contratto di governo tra Lega e M5S è “chiuso”. Ieri il testo è stato ultimato dagli sherpa e consegnato ai due leader. Toccherà a Luigi Di Maio e Matteo Salvini sciogliere gli ultimi nodi su cui ancora non c’è accordo: deficit e superamento del pareggio di bilancio, Tav, Rai, stretta alle fondazioni dei partiti, flat tax. Tutti evidenziati in rosso nella bozza circolata ieri (e rivelata dal sito di Repubblica).

 

Ue e deficit. È la parte con più problemi. Salta l’accenno a introdurre la possibilità di uscire dall’euro. L’obiettivo è ridurre il rapporto debito/Pil con la crescita. La Lega vuole portare il deficit al 2,8% per finanziare una manovra da almeno 25 miliardi, ma non c’è intesa piena. La formula – “Una programmazione pluriennale per finanziare le proposte con tagli agli sprechi e adeguato ricorso al deficit” – ieri in dubbio, dovrebbe essere confermata. Vicino, pare, anche l’accordo sull’impegno alla “revisione dei Trattati Ue”, ma non del Fiscal compact e del pareggio di bilancio (resta il percorso “a medio termine” che la Lega non accetta). C’è intesa sullo scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit e sulla proposta di attivarsi in sede Ue per escludere dal rapporto debito/Pil i titoli di Stato acquistati dalla Bce col Quantitative easing, il no ai trattati commerciali (Ceta, Ttip) e la lotta alla direttiva Bolkestein. Via le sanzioni alla Russia.

 

Governo. Confermato il “comitato di conciliazione” (premier, leader, capigruppo e ministro competente) per sanare le probabili divisioni: si voterà a maggioranza dei due terzi.

 

Riforme. Prevista la “drastica” riduzione dei parlamentari a (400 deputati e 200 senatori) e il “vincolo di mandato”. Per incentivare la partecipazione sarà abolito il quorum nei referendum abrogativi e introdotti quelli propositivi. Prevista pure l’abolizione del Cnel. Non c’è accordo invece su un intervento per imporre la trasparenza alle fondazioni legate ai partiti (la Lega non vuole).

 

Conflitto d’interessi. Verrà classificato come tale anche quando non c’è beneficio economico. E verrà esteso a sindaci e manager pubblici.

 

Giustizia. La Lega ottiene di estendere la “legittima difesa domiciliare”. C’è la “riforma della prescrizione”, ma senza spiegare in che modo, e una stretta ai reati di furto, rapina e truffa. Previste nuove carceri, l’abolizione delle norme che ampliano le misure alternative e la “chiusura dei campi nomadi irregolari”. Resta in forma aleatoria l’inasprimento degli strumenti di lotta alla mafia..

 

Lavoro. Vince la linea leghista: non c’è la cancellazione del Jobs act e la reintroduzione dell’articolo 18. C’è la rentroduzione di strumenti per sostituire i voucher eliminati.

 

Migranti. Prevale, pare, la linea più morbida dei 5Stelle. Niente respingimenti in mare. L’obiettivo è superare le clausole che “prevedono l’approdo delle navi utilizzate per le operazioni nei nostri porti” (leggi: il principio dell’Italia primo porto sicuro per chi recupera i migranti) e il superamento del trattato di Dublino (il primo che tocca il rifugiato se lo tiene). Espulsione immediata per i richiedenti asilo che commettono reati e minor conivolgimento dei privati nel sistema di accoglienza. Vanno assicurate sedi per trattenere i migranti da rimpatriare fino anche a 18 mesi (ma sull’impegno di tutte le Regioni a crearli non c’è accordo).

 

Economia. I due leader dovranno sciogliere il limbo flat tax: si prevede l’introduzione di più aliquote fisse (ma non c’è accordo su quali). Pensioni: c’è la revisione della legge Fornero allargando le categorie per i quali è prevista l’uscita anticipata. Si potrà lasciare il lavoro subito con “quota 100” (tra contributi versati e anni di lavoro) o con 41 anni di anzianità contributiva. Prorogata “l’opzione donna” (57-58 anni e 35 di contributi per l’uscita). C’è il reddito di cittadinanza nella versione 5 Stelle (780 euro) ma c’è divergenza sul limite di due anni. Ci sono poi due miliardi da investire sui centri per l’impiego, la “pensione di cittadinanza” di 780 euro e gli asili nido gratis alle famiglie italiane (il nodo è se darli anche a quelle “straniere residenti in italia da almeno 5 anni”). Sul risparmio c’è una novità rilevante: si chiede di rivedere di rivedere il bail-in sui salvataggi bancari. Restano le divisioni sull’eliminazione del Tav Torino-Lione e l’Ilva (la formula per ora è vaga e un po’ “grillina”).

 

Rai e altro. Non c’è accordo sulla riforma per liberare la tv pubblica dalla “lottizzazione”. Entra un generico auspicio a rivedere la legge sui vaccini. Confermata invece l’abolizione dei vitalizi e quella della Buona Scuola. C’è il principio dell’acqua pubblica caro ai 5 Stelle.

La bufala spread: sale in tutta Europa, non per il “Salvimaio”

Riparte lo spread! Ieri con paura mista ad eccitazione siti, agenzie e commentatori riportavano la notizia che il differenziale di rendimento tra Btp italiani a 10 anni e gli omologhi Bund aveva raggiunto quota 153 “per colpa del governo gialloverde” e del suo programma. Sicuramente i mitici “mercati” possono essere agitati per via delle novità politiche (la Borsa è scesa del 2,3%, non certo un venerdì nero), ma quella degli spread è una bufala: alle 21 quello Btp-Bund era 150, cioè +15% rispetto al giorno prima; il rialzo maggiore in Europa, ma analogo al +13% della Finlandia, al +12 dell’Austria e al +11 della Spagna. In generale tutti gli spread rispetto ai bund ieri erano in crescita (Francia e Belgio +7%) tranne quello danese (-20%). Peraltro 150 punti non sono neanche parenti dei 600 del 2011 e peraltro i rendimenti dei titoli di Stato in questi anni sono stati influenzati dagli acquisti della Bce assai più che dai governi: quando sarà disponibile il bollettino degli acquisti di Francoforte si capirà cos’è successo oggi.

Migranti, confermato il dissequestro della nave della Ong

Il tribunale del Riesame di Ragusa ha confermato il dissequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, inizialmente fermata su richiesta della Dda di Catania il 18 marzo. I magistrati hanno accolto pienamente le motivazioni del Giudice per le indagini preliminari che già il 16 aprile scorso aveva liberato la nave, sottolineando come la Libia non può essere considerato un posto sicuro per lo sbarco dei migranti e come il salvataggio e il trasporto in Italia fosse legittimato dallo “stato di necessità”. Il comportamento dell’equipaggio della Open Arms – che si è rifiutato di consegnare i naufraghi salvati la mattina del 15 marzo scorso, dopo un duro scontro con la Guardia costiera libica – è stato ritenuto corretto anche dal giudice dell’impugnazione. Secondo il Tribunale di Ragusa il memorandum d’intesa Italia Libia del febbraio 2017 – che doveva garantire condizioni sicure per i migranti nel paese nordafricano – non è supportato da “una sua efficace attuazione sul territorio libico”. In altre parole le condizioni continuano a essere critiche per i rifugiati, con evidenti violazioni dei diritti umani.

Idea Renzi: Guerini segretario per un anno

Lorenzo Guerini eletto segretario nell’Assemblea di sabato. E con l’idea di reggere il Pd non fino all’autunno, ma per un anno. È questa l’ultima idea dei “renziani” (e dunque, ovviamente, di Matteo Renzi) per continuare a gestire il partito, anche dopo le dimissioni. Che peraltro diventeranno tali anche formalmente solo sabato. Tanto è vero che sarà l’ex premier ad aprire. L’obiettivo è bloccare la strada a Maurizio Martina. Perché dietro alle trattative c’è la poca chiarezza sul futuro: non è detto che non si torni a votare se non subito tra qualche mese, e a quel punto sarà fondamentale chi fa le liste.

Mentre Lega e Cinque Stelle fanno il governo, il Pd, secondo la sua migliore consuetudine, litiga. Martina prova a offrire la mediazione: “Confermo la decisione di candidarmi in Assemblea per continuare questo lavoro di gestione della fase politica dei prossimi mesi. Con spirito unitario, chiedo il sostegno di tutti”.

Dunque, invece di un mandato di un anno, che era quello che aveva in mente, adesso si dice disponibile a restare in carica solo per qualche mese, per fare il congresso in autunno. A Renzi la soluzione non piace. Anche perché Martina ha in mente di ricostruire l’alleanza con Liberi e Uguali. Una linea politica opposta rispetto a quella dell’ex premier, che guarda piuttosto al voto moderato. In teoria anche a quello di Forza Italia, ma in questa fase per raccogliere l’eredità dell’ex Cavaliere sembra decisamente in pole position Matteo Salvini.

Renzi, in prima battuta, ha provato a far passare la tesi che l’Assemblea potesse indire il congresso e dunque far gestire questa fase al presidente, Matteo Orfini, appellandosi allo Statuto. Lo Statuto, però, sul punto è vago: “Nel caso in cui nessuna candidatura ottenga l’approvazione della maggioranza, si procede a nuove elezioni per il Segretario e per l’Assemblea”. Insomma, la candidatura di Martina andrebbe comunque bocciata. La maggioranza di 2/3 necessaria è abbastanza complicata da raggiungere. Ma non impossibile: un anno è passato dalla rielezione di Renzi, molte cose sono successe, difficile per tutti prevedere i numeri. Sia lo stesso Guerini che Ettore Rosato ieri indicavano la via del congresso subito “come la più naturale”. Ma se Martina dovesse presentarsi in ogni caso, come sta dicendo, proveranno a opporgli Guerini. Nome invotabile dalla minoranza del Pd, ma che oltre a quelli dei renziani più stretti, potrebbe trovare i voti dell’area più cattolica dei dem.

Tra le minacce della vigilia, si parla pure di “conta a voto segreto”. Da vedere come andrà a finire. E se davvero prima di sabato non si arriverà a un compromesso, Paolo Gentiloni si tira fuori. Almeno per ora. E nel frattempo, qualcuno spera in soluzioni radicali. Su Facebook è nato il gruppo “Per un nuovo partito di Matteo Renzi”.

Di Maio adesso ci crede. Alla Lega ministri-chiave

La nuova campagna elettorale – stavolta a scadenza ravvicinata – porta la data di questo fine settimana: da qui al weekend, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dovranno convincere i rispettivi elettori che nessuno dei due, in questa partita, ha dovuto rinunciare a troppe cose. Poi, saliti al Quirinale, potranno annunciare il frutto dell’accordo. Che, sulle vorticose montagne russe di queste ore, ieri sera si fermava così: ai Cinque Stelle la premiership, alla Lega i ministeri pesanti.

Le hanno provate tutte, le combinazioni: il terzo uomo, la staffetta, le seconde file. Ma la conclusione più plausibile a cui si continua a tornare è che a palazzo Chigi debba andare un “politico” vero, e quindi Luigi Di Maio. Non è chiuso, l’accordo. C’è una lunga lista di nomi fatti uscire per essere bruciati (ieri, perfino quello di Emilio Carelli), ci sono le dicerie alimentate dagli incontri in “località segreta”. Ma l’ipotesi del “terzo uomo”, assicurano, è tramontata. E al momento, la carta più accreditata per la guida del governo gialloverde resta quella del capo politico dei Cinque Stelle: gradito al Quirinale, fidato garante del patto sul programma, abbondantemente disposto a cedere sui temi cari alle camicie verdi.

Quali siano, lo ha elencato ieri Matteo Salvini, a mezzogiorno. Camicia blu sbottonata sul collo, giacca blu, spilletta di Alberto da Giussano sul bavero, il leghista ha parlato per un quarto d’ora in diretta su Facebook: “Io premier? Sarebbe l’onore più grande del mondo. Ma se avessi la certezza, anche non da premier, di fare molte cose utili per voi, mi metto in gioco e se serve faccio un passo di lato”. È lì che il capo del Carroccio ha buttato giù la lista delle cose a cui non è disposto a rinunciare. La prima, il ministero dell’Interno: “Un leghista al Viminale – dice Salvini – sarebbe un garante della difesa dei confini e una garanzia per i rimpatri. Se parte un governo dimezzeremo i centri di accoglienza per mettere più soldi sulle espulsioni”. La seconda, l’Agricoltura: “Su questa materia e sulla pesca l’impegno della Lega è sacro, e anche qua mi piacerebbe un uomo o una donna della Lega che si occupino direttamente di questo settore”. Poi c’è il Lavoro: “L’emergenza è l’occupazione, per questo mi piacerebbe che se questo governo nascerà la Lega si occupi di quello per cui siamo nati, al di là dell’autonomia: del lavoro, dei servizi sociali, del futuro”.

Le condizioni sono chiare. E nel Movimento lasciano intendere che si possono accettare tranquillamente. Anzi, se davvero arrivasse il via libera a Di Maio, si potrebbe dare anche qualcosa in più. Il problema è che Salvini “cambia idea ogni due minuti”. Per questo restano in ballo anche altri nomi politici, che i Cinque Stelle tengono in pista nell’ipotesi che il leader della Lega rimetta tutto in discussione. Più di Bonafede l’alternativa potrebbe essere Riccardo Fraccaro. “Si tratta a oltranza su premiership e squadra di governo”, dicono fonti dei Cinque Stelle a tarda sera. In ballo c’è ancora il ministero dell’Economia che, stando alle prime indiscrezioni, dovrebbe andare a M5S.

In compenso, sul programma l’accordo è fatto. Tra baci, abbracci e un applauso collettivo si è dato il via libera alle quaranta pagine, frutto di una settimana di lavoro. Restano aperte alcune questioni – a cominciare dalla posizione da tenere sulla Tav – che verranno decise negli incontri a due tra Di Maio e Salvini. È molto probabile che il nuovo vertice si tenga già stamattina. Poi, da domani, si va in piazza, prima del voto su Rousseau e ai gazebo leghisti. Di Maio ieri ha suonato la carica: “Non ci facciamo intimorire da qualche euro-monito. Spieghiamo ai nostri concittadini cosa sta accadendo”.

Il Colle aspetta il nome, poi viene il programma

La bozza al Quirinale, ma ancora intonsa e “non visionata”. È pomeriggio tardi quando dal Colle, per stroncare la girandola di voci e persino di illazioni e grotteschi sospetti sul capo dello Stato, si annuncia che il fatidico contratto tra Lega e Cinquestelle, e divulgato l’altro giorno dall’edizione italiana dell’Huffington Post, è stato consegnato lunedì scorso dalla delegazione grillina ma non è mai stato letto da Sergio Mattarella.

Per un semplice motivo: “Il presidente non guarda bozze ma testi definiti, frutto delle responsabilità dei partiti che concludono accordi di governo”. E comunque, pare di capire, si tratterebbe di una bozza diversa da quella dello scoop del quotidiano online di Lucia Annunziata.

Non solo: il contratto portato lunedì viene giudicato “non ricevibile” ché il presidente attende in questi giorni innanzitutto l’indicazione del nome del premier. È ancora questo il vero nodo della trattativa grilloleghista. Una ragione in più, al Colle, per rimanere ancorati all’essenziale e a non farsi distrarre dalle polemiche scatenate dalla pubblicazione della bozza.

Anzi. A pensar male, finanche al Quirinale, l’ammuina sul contratto sarebbe servita a nascondere per l’ennesima volta le difficoltà di Lega e M5S a trovare un nome condiviso. Un tormentone che si trascina dall’ultimo fine settimana. Così dal Colle con infinita pazienza ricostruiscono quello che è avvenuto dopo la telefonata di domenica scorsa a Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica.

Cioè, Luigi Di Maio che telefona e dice: “È tutto pronto”. Mattarella che convoca per il giorno dopo consultazioni riservate soltanto ai due partiti e si trova di fronte il nulla o quasi. Ossia la mancanza del nome e quella bozza che viene “anticipata” per coprire il buco dell’indicazione del presidente del Consiglio. Indi la “sceneggiata” di Matteo Salvini all’uscita che include il fallimento dell’intesa tra le ipotesi della trattativa.

Giunti ormai a metà settimana, il capo dello Stato prende atto con molta stanchezza che “l’accordo” ci sarà pure come riferiscono i due leader ma sul nome del premier non c’è alcuna certezza. E quelli che girano vengono accolti con scetticismo totale.

Quando arriverà il momento giusto sull’onda di questo nuovo ottimismo generato dalla giornata di ieri?

Quando Di Maio e Salvini la finiranno di dire ai giornalisti che “ci siamo” nonostante manchi il tassello principale? Il presidente della Repubblica aspetterà fino a lunedì prossimo.

Il sentiero principale di questi oltre 70 giorni di stallo e consultazioni resta il governo politico. E il suo accompagnamento maieutico ha di fatto congelato l’esecutivo neutrale minacciato il 7 maggio, al termine del terzo giro di consultazioni. Senza dimenticare che lunedì prossimo, 21 maggio, si chiuderà la finestra elettorale estiva, quella di luglio. In ogni caso a quanti invocano la sua parola sui contenuti controversi del documento, dall’euro al comitato di conciliazione, per il momento si rimanda ai due “pesanti” discorsi che Mattarella ha tenuto la scorsa settimana a Firenze, per “lo stato dell’Unione europea” e successivamente a Dogliani, in Piemonte, per l’anniversario del giuramento da capo dello Stato di Luigi Einaudi.

Il primo, un testo fortemente europeista, in cui all’immagine di un sovranismo seducente ma inattuabile viene contrapposta quella di un’Unione che continua a essere un “disegno grande” e un “modello di democrazia liberale”. E che nonostante critiche e problematiche reali è l’unica risposta per la soluzione delle questioni che il populismo pone, dal fenomeno migratorio alle diseguaglianze economiche: “Tutti sanno che nessuna delle grandi sfide, alle quali il nostro continente è oggi esposto, può essere affrontata da un qualunque Paese membro dell’Unione, preso singolarmente, quale che sia la sua dimensione”.

Il secondo, invece, cioè il discorso di Dogliani, è una lezione di diritto costituzionale sulle prerogative del Quirinale codificate da Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. E che riguardano la scelta del presidente del Consiglio e dei ministri anche contro le indicazioni fornite dai partiti, alla luce dell’articolo 92 della Costituzione.

Così come l’articolo 95 recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando la attività dei Ministri”.

Di fronte alle preoccupazioni e alle paure suscitate dal patto gialloverde, Mattarella ha già svolto un’azione “preventiva”. E adesso può soltanto aspettare.

Brunetta corazziere

Siccome vediamo cose che voi umani non potete nemmeno immaginare, è con sommo gaudio che annunciamo urbi et orbi l’ultima metamorfosi di Renato Brunetta. Le precedenti sono note: figlio di un venditore ambulante di gondoete a Venezia; consigliere economico di Craxi e De Michelis ai bei tempi dell’Italia da bere e da mangiare; docente associato di Economia a Tor Vergata e poi ordinario a Teramo; Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Sant’Agata nella Repubblica di San Marino; premio Nobel per l’Economia mancato per un soffio “a causa del mio amore per la politica” (parole sue, in un’indimenticabile puntata di Matrix); deputato italoforzuto e mini-stro del governo B.-3. Ultimamente, da quando B. l’aveva messo alla porta assieme a Romani, rimpiazzando i due capigruppo con Gelmini e Bernini, si era lasciato un po’ andare. Aveva smesso di tagliarsi i capelli, che ora gli cadono fluenti dal capino sulla fronte e sulle spallucce, tipo cespuglio o figlio dei fiori fuori stagione, contribuendo alla sua indubbia, vezzosa avvenenza. Ma non è questa trasformazione, pur notevole, che ci ha colpiti. L’altroieri le astute autorità europee, non contente del decisivo contributo fornito negli ultimi anni ai partiti e ai movimenti “populisti” e “sovranisti” con le loro politiche sull’immigrazione e sul rigore finanziario, han pensato bene di muovere a testuggine all’assalto del nascente governo Salvimaio, seguite dall’intendenza detta “mercati” e “spread”.

Così, proprio mentre M5S e Lega parevano a un passo dal divorzio, sono riuscite miracolosamente a ricompattarli nel comune diniego delle loro interferenze. A quel punto ci siamo detti: vuoi vedere che quei gran geni degli eurocrati riescono pure a spingere Brunetta a entrare nel nuovo governo? Era ancora fresco, in noi, il ricordo delle sparate della piccola vedetta veneziana contro il “complotto”, il “delitto”, anzi il “golpe” ordito nel 2011 dalla Spectre europea a colpi di spread per abbattere il governo B. Il quale, “dopo aver resistito a mesi di pressioni, dovette abbandonare dinanzi alle minacce gravissime che avrebbero spazzato via il sistema economico italiano”. Il tutto a opera di “interessi politici ed economici, i soliti poteri forti e marci, le solite forze politiche ideologicamente e intrinsecamente golpiste”, con “Napolitano condizione sine qua non

dello scivolamento della valanga dello spread addosso a una maggioranza resa fragile”. Al celebre golpe, Brunetta dedicò il best-seller Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto, pubblicato nel 2014 dal Giornale e impreziosito dalla prefazione di Silvio in persona.

Lì descrisse per filo e per segno l’ignobile “assalto della speculazione internazionale al debito sovrano del nostro Paese. Una vera e propria morsa da non lasciare scampo. Fatti seguiti dall’impostazione di dimissioni al presidente legittimo Berlusconi, incolpato della piega drammatica degli eventi passati sotto la categoria spread, sostituito da Monti, non eletto da nessuno”. “Dovevo essere punito – aggiunse B. – perché mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fmi. Non intendevo rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e dignità nazionale. Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dov’ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi per non danneggiare irreparabilmente l’Italia, tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave”. Più che un libro, un manifesto sovranista e anti-europeista.

Ora, quattro anni dopo, B. ribacia la pantofola della Merkel. E Brunetta è allarmatissimo per lo spread (peraltro a quota 150, non a 700 come ai bei tempi suoi): “Oggi il differenziale di rendimento tra i nostri Btp e i bund tedeschi è salito pericolosamente sopra la soglia 140. Pesantissime anche le perdite sul mercato azionario. La corsa alle vendite sull’Italia è stata innescata dalla pubblicazione di una bozza del contratto di governo Lega-M5S con proposte marcatamente anti-europeiste che ovviamente hanno creato panico tra le istituzioni europee e gli investitori”. Quindi lo spread e i mercati, ora che non governano lui e B., non sono più le armi golpiste della Spectre: sono roba seria. E i commissari Ue che provano a rovesciare un governo prim’ancora che nasca non sono impiccioni: sono benemeriti. E Brunetta è con loro: “FI vigilerà attentamente su quanto sta accadendo nei mercati finanziari con il solo ed unico obiettivo di tutelare il più possibile il risparmio degli italiani. Invita, inoltre, i leader di Lega e M5S a dichiarare ufficialmente la loro non volontà di proseguire in un programma contrario alle regole dell’Ue”. Oltre a colmarci di giubilo e a rasserenare i nostri sonni, il vigile Brunetta ci ricorda il Rascel corazziere. “Mamma ti ricordi quando ero piccoletto/ che mi ci voleva la scaletta andando a letto/ come son cresciuto mamma mia devi vedere…/ figurati che faccio il corazziere!/ Dicon che di crescere non mi dovrò fermare/ dicono che posso ancor più alto diventare/ e perciò la sera quando c’è la ritirata…/ me danno l’acqua come all’insalata!/ Quando vo’ per la città/ tutti esclaman: “Guarda là/ di quel corazziere se ne vede la metà! / Dice il comandante che farò una gran carriera/ perché c’ho la spada, gli speroni e la panciera/ per quel piede dolce, saldo il cuor e la mano lesta…/ e c’ho sta cassarola sulla testa!/ Chi mi vede dopo un po’/dice ‘Adesso sai che fo/ questo corazziere me lo metto sul comò!’/. Se vedi un elmo che cammina solo/ salutalo e sollevalo dal suolo/ che sotto mamma mia potrai vedere/ tuo figlio divenuto corazziere!”.

“Per i miei successi mi ispiro al ritmo dei libri di Camilleri”

Americano, 38 anni, bestsellerista (esordiente) da un milione e rotte di copie: il suo mito è Andrea Camilleri, tanto da essersi proposto alla Penguin – la casa editrice che edita il siciliano oltreoceano – per scrivere una fascetta promozionale da giustapporre ai gialli di Vigata.

Si fa chiamare A. J. Finn, ma il suo vero nome è Daniel Mallory: il perfetto biglietto da visita per l’autore del noir dell’anno, La donna alla finestra, edito in 40 Paesi, tra cui l’Italia con Mondadori. Protagonista è Anna Fox, ex psicoterapeuta infantile, ora prigioniera di depressione e agorafobia, che la costringono in casa attaccata alla bottiglia e agli psicofarmaci. Nel suo spazioso appartamento ad Harlem ad Anna restano solo due passioni: guardare i vecchi film in bianco e nero e spiare i vicini con un teleobiettivo, finché un giorno assiste – o crede di assistere, poco lucida com’è – al delitto di una dirimpettaia, ma nessuno le crede…

Mallory ha inviato il manoscritto sotto pseudonimo anche alla sua casa editrice, la Harper Collins, presso cui lavorava come editor: “Conosco moltissimi redattori e scrittori: ho nascosto il mio nome perché volevo che i primi giudicassero solo il mio libro, non la mia persona, e che i secondi non si sentissero derubati di qualcosa. Il segreto è durato poche ore, e cinque giorni prima dell’uscita in libreria ho lasciato il mio incarico di editor. Vorrei fare lo scrittore per il resto della vita”.

Per scrivere il romanzo, l’autore ha ricevuto un anticipo di due milioni di dollari: “Prima di Trump avrei pagato il 50% di tasse, oggi il 30%, ma preferirei sborsare molti più soldi piuttosto che avere un simile presidente”. Così, per non assecondare i gusti del poco stimato Donald, Daniel si concede la Coca Cola solo fuori dagli Stati Uniti.

Dall’estero l’anti-trumpismo sembra quasi una ossessione: “Un po’ lo è, ma Trump è indiscutibilmente una minaccia per la democrazia: ingeneroso, poco intelligente, amico di Putin. C’è un recente progetto di legge che vorrebbe introdurre la foto di Trump e Pence negli uffici pubblici: è una ritualità da dittatore. Gli scandali sessuali poi dimostrano che la persona più potente d’America non rispetta le regole come tutti gli altri cittadini”.

Scabroso è anche il romanzo, a livello psicologico più che sessuale: abbondano, non a caso, i riferimenti cinematografici, Hitchcock soprattutto, ma pure gli psychothriller recenti, tipo Shutter Island, per la continua messa in discussione della sanità mentale della protagonista. “Non lo ritengo fino in fondo un noir: il finale, dopotutto, proprio come nei film di Hitchcock, è arioso, è un raggio di sole e di speranza”.

Intanto ad agosto inizieranno le riprese de La donna alla finestra, mentre in sala lo si vedrà nel 2019: regista è John Wright, primattrice Amy Adams. Oggi è il cinema – e persino la tv – che influenza la narrativa, “però la letteratura e la lettura sono due bestiacce di cui non ci si libera facilmente. Sono esperienze di vita interiore, attive e personalissime, a differenza dello schermo, cui si soggiace comunque a una visione altrui”.

Tra i suoi riferimenti letterari, l’autore annovera “Agatha Christie per la trama, Camilleri per il ritmo, Tana French per la prosa e Patricia Highsmith per la psicologia. Le mie muse sono tutte donne, tranne Camilleri. A lui si ispirerà il protagonista del mio prossimo poliziesco: un investigatore o forse uno scrittore di gialli, non ho ancora deciso, ma so che gli somiglierà molto. Solo che fumerà di meno”.

Quel giorno con Tom Wolfe e la nascita dei “Radical Chic”

Aquel tempo gli ascensori delle grandi case padronali non erano automatici, c’era un conduttore in divisa che annunciava il numero dei piani e avvertiva se c’era un passeggero di troppo. Il giorno in cui ho conosciuto Tom Wolfe la casa padronale era la Dakota House (inquilini Leonard Bernstein, Eunice Kennedy, Mia Farrow, John Lennon, Yoko Ono) l’ascensore aveva ancora le porte aperte e l’ultimo a entrare (più alto, più elegante nel suo impeccabile vestito bianco e con il cappello che lo ha reso famoso) doveva essere stato lo scrittore, allora, per tutti, estroso e già celebre giornalista.

Avrebbe dovuto tutelare il conduttore, che la calca aveva spinto sul fondo, ma per noi due non lo ha fatto. Ha preso dentro la ragazza che era con me. E mi ha trovato posto prima che le implacabili porte cominciassero a chiudersi. Tutti al quarto piano, tutti diretti al grande soggiorno di Leonard Bernstein (West Side Story) e della sua straordinaria compagna, Felicia Montealegre, che aveva inventato l’evento e gli inviti. Erano state messe tante seggioline dorate e alcuni divani per far star comodi tutti in un appartamento, da quel momento celebre, di quattordici stanze. Su uno dei divani ci siamo seduti insieme, proprio di fronte ai tre giovani neri che erano stati invitati in rappresentanza delle Black Panther, gruppo che si dichiarava armato e rivoluzionario e disturbava non poco il senso di sicurezza del quartiere, bello e costoso ma non lontanissimo da Harlem.

È qui, in quel momento, di un giorno della primavera newyorchese, di molti pericoli e una certa euforia per la cosa nuova che ci stava accadendo, che siamo diventati amici, Tom Wolfe, la ragazza che era con me e io, più o meno da allora per sempre. “Radical Chic” è nato lì, in quella sala, a quell’ora, fra le signore preoccupate della Dakota House, con i Black Panther seduti di fronte, e quasi tutti i figli di quelle signore agiate e ansiose, in tanti cortei per le strade, contro il Vietnam.

Tom Wolfe teoricamente sarebbe stato un conservatore, nel senso che raccontava con immensa bravura gli eventi senza partecipare e senza condividere. Ma lo salvava l’umorismo (che quasi mai esiste a destra) e che rendeva la sua narrazione orale di fatti e personaggi quasi bella come le sue pagine. Tom Wolfe ha scalato giornali, riviste e poi presenze in televisione, dal giro locale alla celebrità nazionale, in poche settimane. Certo, il gruppo dei fondatori del “New Journalism” era composto di alcuni grandi talenti (Gay Talese, Nora Ephron, Truman Capote) però l’unico vero gemello di Tom Wolfe, nel senso della nascita dalle pagine di un quotidiano, è Gay Talese, legato a Tom Wolfe non solo alla forma delle parole, ma anche ai dettagli troppo curati della loro immagine. Non potevano essere ridicoli perché scrivevano. E quando scrivevano erano prima simpatici e poi popolari. Tom Wolfe arriverà alle centinaia di migliaia di copie di copie tirate e vendute solo più tardi, con la serie dei grandi romanzi. Personaggio non dimenticabile e molto desiderabile lo è diventato subito, proprio quando avresti predetto un rigetto per eccesso di forma. Frequentarlo era divertente, oltre che utile, sia perché era lo scrittore meno ansioso di tenere il segreto che abbia mai conosciuto, sia per la capacità di presentarti un mondo che, senza il suo tipo di sguardo non avresti mai conosciuto. Non aveva buoni rapporti col cinema, né con le università e non era davvero un personaggio di quella sua society che narrava come conoscitore esclusivo , perchè il presunto esibizionista stava volentieri a casa la sera, con la moglie Sheila, i due figli e uno, due amici alla volta. Poi due bambini. La figlia ha contato molto anche per il narratore, prima perché Il Falò delle Vanità, oltre che a straordinarie narrazioni della vita ricca e del lavoro ricco, contiene anche la straordinaria narrazione di una scuola ricca, per bambine bene con una maestra Tagliaferro che dalle bambine si fa chiamare Tolliver. Poi perché l’esperienza di college della figlia diventa il romanzo Io sono Charlotte Simmons. Ora Tom Wolfe lascia un grande posto vuoto. Nessuno, dopo di lui, ha più narrato la società americana. Non con quella straordinaria, cattiva eleganza.

L’Euforia della morte: Golino piace, Von Trier no

“Voi vedete un bel film, chi la conosce vede Valeria. Sa come cambiare lo spartito, tirare fuori l’intimità delle persone e portare a un altro stato delle cose”. Non è solo l’opinione dell’interprete Jasmine Trinca, ma una recensione di Euforia, l’opera seconda di Valeria Golino assai applaudita al Festival di Cannes. Gareggia nella sezione Un Certain Regard, e chissà che non meritasse il Concorso: la regista non raccoglie, “volevo questo”. Cinque anni dopo l’esordio Miele, sulla Croisette porta un altro film che, nota il direttore della fotografia Gergely Poharnok, “ha per superstar la morte”: Golino premette che non è un’evenienza ragionata, ma una scelta inconscia, “la morte è la regina del nostro pensiero, una delle poche cose intoccate”.

È la fine, e un nuovo inizio, per i due fratelli protagonisti, quello di successo, spregiudicato e performante, il Matteo di Riccardo Scamarcio, e quello integro, dimesso e intorcinato, il maggiore Ettore incarnato da Valerio Mastandrea. Si ritrovano per il male di quest’ultimo, che Matteo confida di poter gestire con le sue disponibilità: danaro, influenza, amicizie, i comfort di una esistenza all-inclusive, e invece no. “Ha le armi per pensare di vincere tutto, ma dovrà spogliarsi e mostrarsi per quel che è, non per quel che fa: voler e farsi voler bene”, e anche questa di Mastandrea serve da critica. Per Scamarcio, che con questo ruolo totalizzante e sfidante tocca il vertice della carriera, “Valeria ci ha fatto recitare su altre frequenze, mettendo in gioco emozioni personali ed esperienze vissute”. Fosse il pesce lasciato cadere sulla testa di Matteo da un gabbiano – viene dalla co-sceneggiatrice Francesca Marciano, ma non era Roma, bensì India – o la malattia, in cui senza “fare autofiction” Valeria travasa il padre e un amico stretto: “Aveva queste gesta ridicole, un po’ magnifiche, da un suo atto di pietà magnanimo ma incongruo verso il fratello mi è venuto lo spunto”. Nel cast anche Isabella Ferrari e Valentina Cervi, Euforia manda a braccetto, anzi, all’abbraccio l’impossibilità di essere di Matteo e l’impossibilità di avere di Ettore: fratelli-coltelli smussati, reciprocamente opachi, condannati a se stessi. Il primo può tutto, l’altro non vuole niente: se per Mastandrea non è inedito, il Matteo di Scamarcio, imprenditore cool, l’attico superattico formato showroom e la coca per compagna illumina ambiti e status poco praticati dal nostro cinema, borghese d’estrazione ma periferico d’elezione. Soprattutto, con questo Matteo stronzetto, vanesio e bulimico che si fa e rifà di tutto, dai pucciotti ai polpacci, Golino squarcia il velo elusivo, omissivo ed esornativo che il cinemino italiano ha posto sugli omosessuali, alternativamente ridotti a macchiette o ricondotti nel cono d’ombra: Valeria no, e anche qui si respira aria internazionale (non casualmente, Euforia è già stato venduto in Francia, Cina, Grecia ed ex-Jugoslavia). In attesa che oggi Matteo Garrone sveli le proprie carte per la Palma con Dogman, a smuovere le acque immote di questa 71esima edizione ci pensano la stampa americana, Lars von Trier e Spike Lee. The Hollywood Reporter mette in fila i segnali della crisi, dall’unico film degli Studios, Solo: A Star Wars Story (anche Chewbacca sul red carpet ieri!), alla poche star e sparute feste. Dichiarato persona non grata nel 2011 per il plauso a Hitler, tornato sulla Croisette sette anni dopo ma pilatescamente fuori concorso, il danese Lars von Trier realizza con The House that Jack Built l’opera-summa: narcisista, sadico e ossessivo, il suo alter ego serial killer Jack – un grande e busterkeatoniano Matt Dillon – spara sui bambini, tortura, recide seni, fa di cadaveri case e sprofonda all’inferno.

Alla proiezione spettatori in fuga e reazioni disgustate, ma tra humour macabro, misoginia e divagazioni su Glenn Gould e la tigre di William Blake, Von Trier firma una devastante (auto)analisi di chi fa cinema: disperato, immorale, divisivo. Al contrario, in lizza è l’edificante e innocuo BlacKkKlansman, con cui Spike Lee rievoca l’infiltrazione di un poliziotto afroamericano nel Ku Klux Klan anni 70 e punta Trump: “Nemmeno dopo i terribili eventi di Charlottesville quel figlio di… ha preso posizione. Gli Stati Uniti nascono razzisti, ma ora lo siete anche voi”.