“Il film è ispirato lontanamente, molto lontanamente a questo fatto” ha detto Matteo Garrone nei giorni scorsi a “Vanity Fair”. Il suo “Dogman” – in concorso al Festival di Cannes – uscirà nelle nostre sale domani. Il film si rifà alla storia del Canaro. Nel cast Marcello Fonte nel ruolo di De Negri, il toelettatore di cani che vive in un quartiere periferico di Roma, perseguitato da un ex campione di pugilato che controlla la zona con la violenza. Con Fonte sul set anche Edoardo Pesce, Nunzia Schiano Gianluca Gobbi e Adamo Dionisi. Il film ha innescato anche una forte polemica sollevata dalla madre di Giancarlo Ricci, il balordo boxeur seviziato da De Negri. “Giancarlo non era un violento, uno spacciatore o un rapinatore, e il racconto che fece il Canaro era pieno di bugie, il film non può descrivere mio figlio come un delinquente, non è giusto. Una storia che non sta in piedi, quel De Negri è piccoletto, da solo non avrebbe mai potuto uccidere mio figlio. Furono altri ad ammazzarlo, almeno in quattro, i colpevoli sono degli intoccabili e il Canaro ha solo preparato la trappola, poi ha accettato di prendersi la colpa per paura e per soldi. Era buono, lavorava come netturbino, ma quale ex pugile. Nel film appare come un delinquente. Mi sembra che lo stiano uccidendo per la seconda volta”.
Coca, rabbia e tronchesi. E il Canaro diventò lupo
C’era una volta – in fondo a un bosco di cemento chiamato la Magliana, borgata di vite in scatola, sotto al cielo vuoto di Roma, nell’anno 1988 – un uomo piccolo, silenzioso e mite che per vivere lavava i cani, ogni tanto si faceva coraggio con un po’ di cocaina e provava ad arginare la sua vita che di giorno in giorno andava in pezzi. Si chiamava Pietro De Negri, 32 anni, detto il Canaro. Era un perdente predestinato, una pulce d’uomo che al massimo poteva combattere con le pulci dei cani. O così sembrava.
Poi c’era un lupo d’uomo. Alto, grosso, cattivo. Si chiamava Giancarlo Ricci, ex pugile fallito, 27 anni, detto Gianca’, un metro e novanta, cento chili di muscoli. Nella vita era la metà di tutto: un mezzo ladro, un mezzo spacciatore, un mezzo disgraziato di periferia. Ma aveva la forza di due uomini e la prepotenza di quattro. Girava per bar su grosse moto. Svoltava il fine mese con piccoli furti, qualche estorsione, imbrogli da quattro soldi. Sceglieva le sue vittime a colpo d’occhio e per questo si sentiva un dritto. Ma i dritti di borgata finiscono sempre storti, questa è la regola. Specialmente se entrano di traverso nella storia sbagliata. E quella del Canaro era sbagliatissima, solida come una gabbia per cani e con il finale capovolto, nel quale non sono i lupi che schiacciano le pulci, ma a sorpresa, accade il contrario.
Quella che si compirà, dietro alla vetrina sporca di via della Magliana 253, un giovedì 18 febbraio 1988, è una storia che ha i denti della trappola. La crudeltà del ferro. Il fuoco della vendetta e della benzina. Durerà sette ore. Metterà in scena un martello per sfondare la testa del prigioniero, il tronchese per amputargli le dita, le forbici per tagliargli le labbra e i genitali. E mentre il sangue della vittima colerà sul pavimento insieme con tutto il dolore del mondo, una musica a tutto volume farà danzare il cuore nero del carnefice. La musica della filodiffusione.
Da gran tempo l’ex pugile tormentava il Canaro. Lo umiliava in pubblico e lo picchiava in privato, gli diceva: non sei nessuno, devi ubbidire. Un anno prima lo aveva convinto a suon di pugni a lasciargli le chiavi del negozio, per svaligiare in santa pace quello di fianco, un magazzino di vestiti, bottino da cento milioni, in realtà neanche un terzo dal ricettatore. Gli sbirri, visto il buco nel muro, erano andati a prendere il Canaro che faceva il finto tonto, diceva che non era così stupido da rubare al vicino. Davvero? E poi aveva un alibi. Come no, sarebbe? Era andato dalla madre della moglie a Frosinone. Ma guarda un po’ che fortuna, gli avevano detto i poliziotti in coro. Fortuna? Qualcuno mi ha distrutto il negozio e voi la chiamate fortuna. Qualcuno chi? Dacci un nome.
Ma il Canaro quel nome non lo dice per troppa paura, o troppo senso dell’onore. Lui non è una spia. E quindi si becca dieci mesi secchi di galera. La galera è brutta, ma quando esce è pure peggio. La moglie lo butta fuori di casa, sei un fallito, gli dice. Lui piange, proprio come fa la figlia che ha sette anni, gli vuol bene, e la cagnetta che gli lecca le mani per consolarlo. Prova a recuperare i soldi del colpo e del silenzio, ne ha diritto. Ma Gianca’ gli ride in faccia, i soldi li ha spesi tutti e visto che insiste lo picchia a sangue, d’ora in avanti verrà a prendersi 100 mila lire a settimana e intanto gli ruba l’autoradio. Così il Canaro si ritrova con un materasso buttato nel retro del negozio, i lividi, i debiti, a respirare la puzza di ogni giorno e a coltivare la rabbia di notte, con l’unica compagna che gli è rimasta accanto, la sua cagnetta. Al buio sogna di far del male al suo persecutore. Al buio lo insulta a voce alta. Ma quando viene il giorno, e quando Gianca’ spalanca la porta del negozio, come fosse roba sua, il coraggio gli scappa dalle mani. L’ultima volta la cagnetta si è messa ad abbaiare al posto suo. Gianca’ l’ha presa a calci, lui ha chiuso gli occhi, ha gridato, l’ha difesa. L’ex pugile ha picchiato tutti e due, li ha minacciati e se n’è andato senza neanche accorgersi che quello era il penultimo errore della sua vita.
La trappola Pietro se l’è immaginata di notte, dettaglio per dettaglio. Alla mattina ha comprato una tanica di benzina e un vaporizzatore. Ha preparato gli attrezzi. Poi ha chiamato Gianca’, e quando l’ha incontrato al bar ha fatto la faccia umile delle grandi occasioni: domani verrà un siciliano in negozio, uno che porta la roba ai cavalli di strada e ritira gli incassi. Ha una borsa piena di cocaina e di soldi. Gli ha detto: io lo porto nel retro, tu lo stendi, e stavolta dividiamo. Gianca’, che è metà di quasi tutto, ci casca per intero. Gli dice bravo Canaro, domani quando? Nel pomeriggio? Bene, io verrò prima e mi nascondo. Vedrai che dopo dividiamo, promesso, adesso torna a cuccia.
E dunque eccoci nel punto in cui la favola nera del Canaro si compie, sono le tre del pomeriggio, quando Ricci entra nel nascondiglio migliore di tutto il negozio, la gabbia per cani che sta nel retro, e la serratura si chiude alle sue spalle, imprigionandolo per sempre.
Pietro stavolta cambia voce, gliene viene una bassa di gola che fa paura, guarda la sua vittima negli occhi, gli dice, adesso parlo io e a cuccia ci stai tu. Quello ruggisce, ma il Canaro non ha più paura, due grammi di coca gli danno tutto il coraggio necessario. Quello grida fammi uscire, t’ammazzo! Ma il Canaro ha alzato la radio al massimo. Gli gira intorno e si gode la scena: tanto non ti sente nessuno, Gianca’.
Dirà ai poliziotti: ringhiava, bestemmiava, così gli ho spruzzato un po’ di benzina in faccia e gli ho dato fuoco. Poi l’ho preso a martellate sulla testa. Poi gli ho tagliato i pollici e gli ho tappato le ferite con la benzina e il fuoco. Poi ho preso il tronchese e gli ho tagliato tutte le altre dita. Gli dicevo, ah Gianca’, che t’hanno fatto? Chi è stato sto fijo di troia a conciarti così? Dillo al tuo amico, Gianca’.
Gli parla, lo insulta, lo tormenta, controlla se respira. Sniffa ogni mezzora per farsi forza. Quando è sicuro che è svenuto lo tira fuori dalla gabbia, lo incatena al tavolo di ferro, prende le forbici che usa per la tolettatura dei cani, gli taglia le orecchie come fa coi doberman, ma siccome la musica e la cocaina salgono moltiplicandogli l’onnipotenza, gli taglia anche il naso, le labbra e la lingua: che fai Gianca’, non gridi più?
Alle cinque del pomeriggio, il Canaro si lava le mani e la faccia, guarda il suo prigioniero mutilato, gli dice adesso vado a prendere mia figlia a scuola, poi torno, tu intanto m’aspetti, giusto?
Due ore dopo torna davvero. Ricomincia il rito del sangue, della coca e del tormento. Gli rompe i denti. Gli spalanca le gambe gli taglia i genitali, lo prende in giro, ma guarda Gianca’, adesso sei diventato una femminuccia! Sei morto o respiri? Mi senti? Tu non muori mai, vero?
Dirà: sentivo il desiderio di smontarlo, di farlo a pezzi, come lui aveva fatto con la mia vita. Invece all’ultimo cambia idea, lo rimonta, gli infila due dita tagliate dentro agli occhi, la lingua di nuovo in bocca, un pollice nel culo.
Quando ne ha abbastanza, è diventata notte. Il Canaro prende quel che resta della sua vittima, lo avvolge in un sacco nero, guida fino a una discarica della Portuense, lo trascina in mezzo alla spazzatura, gli dà fuoco, ma salvando due dita con le impronte digitali intatte per farle ritrovare alle guardie. Dirà: tutto il quartiere doveva sapere che l’infame era morto. Poi si fuma una intera sigaretta, mentre quello brucia, si rilassa, respira tutta l’aria cattiva della notte: era un leone, l’ha fatto diventare una pecora arrosto.
I segugi della Omicidi interrogano ottantacinque persone in due giorni, trovano il filo che porta dritto al “Lavaggio cani” e al suo proprietario. Lo vanno a prendere. Saltano fuori macchie di sangue in negozio e nell’auto. Nessuna via di scampo, è inchiodato. Ma da questo De Negri Pietro, ladruncolo da nulla, vogliono la confessione, lo provocano: “Se sei un uomo devi dirci che sei stato tu”. Il Canaro chiede acqua, sigarette e siccome non vede l’ora di raccontare il suo trionfo, comincia dalla fine: “Non sono pazzo – dice a verbale –. Ho compiuto quel massacro per amore di giustizia. E sarei pronto a ricominciare. Senta che gli ho fatto a quell’infame, commissario”.
I poliziotti lo ascoltano con la faccia bianca, mai sentita una storia simile. Amputazione per amputazione, il racconto è tutto vero. Salvo un dettaglio grande quanto un respiro di sollievo, e cioè che Giancarlo Ricci è morto quasi subito, più o meno quaranta minuti dopo le prime sevizie, diranno i medici legali. E dunque quelle sette ore il Canaro le ha vissute dentro la sua stessa allucinazione, parlando e torturando un morto “che non moriva mai”.
Quando finisce, Pietro De Negri torna l’uomo mite di prima. Firma il verbale, dice: “Ora sono pronto a pagare il mio debito.”. Al processo gli psichiatri diranno che non era pazzo, ma intossicato dalla cocaina e dalla rabbia. Gli danno 24 anni di galera, ne sconterà 16 da “detenuto modello”. Oggi fa il fattorino, ha lasciato il quartiere. In compenso ha ritrovato sua moglie. Non ha intenzione di vedere il film che lo riguarda, vorrebbe solo essere dimenticato. Ma sa che almeno due persone non potranno farlo. Una è la madre della sua vittima. L’altra è lui.
La globalizzazione vittima anche dei tifosi dei mercati aperti
In un dibattito che procede per slogan, è utile il libro di Alessia Mosca, eurodeputata del Pd, che non solo offre una guida comprensibile ai grandi temi del commercio internazionale, ma si concentra anche sulle distorsioni del confronto pubblico sul tema. I difensori della globalizzazione, nel tentativo di contrastare i protezionisti (sempre numerosi in tempo di crisi) hanno negato le complessità – e i costi – dell’integrazione dei mercati, trascurando le vittime. Nel 2013, per esempio, l’Unione europea ha tagliato il suo fondo Feg che deve aiutare proprio chi perde il lavoro per colpa della delocalizzazione o della crisi: da 500 milioni a soli 150 per il settennato 2014-2020. La Gran Bretagna non ha mai previsto strumenti per proteggere chi resta stritolato nel cambiamento del tessuto economico, e lo ha pagato con la Brexit. Gli strumenti per avere più integrazione e meno traumi li abbiamo, soprattutto a livello europeo, basta usarli.
Trasferimenti a Milano: “Sky ha violato i diritti dei sindacati”
Sky non poteva trasferire centinaia di dipendenti da Roma a Milano concordando la questione con ogni lavoratore preso singolarmente. Al contrario, avrebbe dovuto trattare con i sindacati, spiegando le “esigenze tecniche, produttive e organizzative” alla base di quell’intervento sul personale. Con una sentenza dell’8 maggio, il Tribunale di Roma ha confermato quanto già stabilito ad agosto 2017: l’azienda britannica ha violato i diritti dei sindacati. Ha avuto di nuovo ragione l’Ugl, unica organizzazione ad aver presentato il ricorso – firmato dagli avvocati Luca Silvestri ed Ernesto Maria Cirillo – contro il piano di spostamenti disposto da Sky.
Quell’operazione, lo ricordiamo, è stata decisa dalla tv satellitare a gennaio 2017 e prevedeva lo smantellamento della sede nella Capitale: 120 lavoratori dichiarati in esubero e altri 268 spediti negli studi milanesi.
È evidente che siamo in presenza di un trasferimento collettivo; Sky, però, ha gestito la cosa come se si fosse trattato di tanti trasferimenti individuali, al fine di aggirare le regole del contratto collettivo che impongono, in questi casi, un esame congiunto con i sindacati. L’azienda, infatti, ha avviato colloqui con ogni singolo lavoratore, mentre non ha riconosciuto alcun ruolo negoziale alle organizzazioni. Al massimo, ha permesso ai rappresentanti dei lavoratori (le rsu) di partecipare a questi incontri, a patto però che si limitassero a una funzione di “assistenza – si legge nella sentenza – e/o chiarimento di aspetti tecnici delle proposte rivolte al singolo, in ottica di collaborativa”. In questo modo, l’azienda ha ottenuto “il fatto di individuare unilateralmente – prosegue il documento – sia il numero di dipendenti da spostare sia un piano di proposte economiche e facilitazioni da proporre a ogni lavoratore, senza nulla dover concordare con le ben più ostiche e riottose rappresentanze”. Insomma, Sky ha tratto vantaggio per l’aver avuto dall’altro lato del tavolo un soggetto con minore forza contrattuale, cioè il singolo lavoratore e non il sindacato, ed è riuscito così a convincere 168 persone ad accettare il “trasloco”. Questa, secondo i giudici, è una “condotta idonea a impedire o limitare le libertà sindacali”.
I trasferimenti concordati singolarmente non sono ora automaticamente annullati, ma i lavoratori coinvolti potranno presentare un nuovo ricorso. “La sentenza – afferma Stefano Conti, segretario nazionale Ugl Telecomunicazioni – è un precedente per le multinazionali che vogliono operare in Italia, dove i programmi economici si possono attuare solo nel pieno rispetto della legge”.
Air France soffre, ma sta molto meglio di Alitalia
Parigi ha un problema. Si chiama Air France. Ma il problema non è che Air France è come Alitalia, bensì che non riesce a essere come Lufthansa. Nei giorni scorsi sui media italiani si è diffusa l’interpretazione errata che il vettore francese stia vivendo una crisi simile a quella di Alitalia. Questa diagnosi è basata su due sintomi ingannevoli: l’elevata conflittualità sindacale, che ha portato a una impressionante serie di scioperi a distanza ravvicinata e, soprattutto, un’affermazione del ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire identica a una precedente, ripetuta in più occasioni dal ministro italiano dello sviluppo economico Carlo Calenda: entrambi non vogliono più dare soldi dei rispettivi contribuenti al vettore di bandiera. Peccato che l’identica affermazione nasconda contesti radicalmente differenti.
Lo Stato francese possiede poco meno del 15 per cento del gruppo Air France-Klm e non vorrebbe essere chiamato a contribuire a futuri aumenti di capitale indotti dall’incapacità del vettore di essere competitivo col principale rivale, il gruppo Lufthansa. È la legittima scelta di qualunque azionista. Invece il ministro italiano, non volendo dare più un euro del contribuente ad Alitalia, vettore privato portato al fallimento dai suoi azionisti, in realtà di euro ne ha dati ben 900 milioni, materialmente erogati dal suo collega dell’Economia, sotto forma di prestito ponte verso cui la Commissione europea ha aperto un’indagine, sospettando che si tratti di un aiuto di stato non conforme al diritto comunitario. Dunque gli effetti per i contribuenti sui due versanti delle Alpi non sono esattamente gli stessi.
Bisognerebbe anche ricordare che Alitalia ha registrato perdite crescenti in questi anni, compreso il 2017, gestito per otto mesi su dodici dai commissari straordinari nominati da Calenda. Anche se l’ultimo bilancio depositato è quello del 2015, non avendo i commissari pubblicato alcun dato ufficiale da quando sono in servizio, è stato possibile ricostruire i conti della gestione industriale per il biennio successivo: il risultato industriale consolidato del gruppo Alitalia è stato negativo per circa 150 milioni nel 2015, 340 milioni nel 2016 e 500 nel 2017, per un totale di quasi un miliardo. La perdita totale è stata molto più ampia e prossima a 1,3 miliardi nel triennio. Invece il gruppo Air France-Klm ha avuto nel 2017 un risultato industriale positivo per 1,5 miliardi, valore che sale a 3,3 miliardi nell’intero triennio. Anche in questo caso non è esattamente la stessa situazione. Air France va benissimo rispetto ad Alitalia ma non altrettanto rispetto a Lufthansa che ha conseguito un risultato industriale di 3 miliardi nel solo anno 2017 e di 6,5 miliardi nel triennio 2015-17, esattamente il doppio di Air France.
Alitalia è microscopica rispetto a Air France-Klm ma quest’ultima non regge il passo con Lufthansa. Nel 2017 Alitalia ha trasportato meno di 22 milioni di passeggeri, Air France-Klm ne ha trasportati 99 milioni e Lufthansa 130 milioni, il valore più elevato in Europa. Se misuriamo il traffico non con i passeggeri ma con i passeggeri/ km, per tener conto delle distanze volate, quello di Alitalia è stimabile tra i 32 e i 34 miliardi, mentre quello di Air France-Klm è stato di 274 miliardi. Alitalia ha fatturato nel 2017 meno di 3 miliardi di euro, Air France-Klm quasi 26 miliardi e Lufthansa quasi 36. Alitalia vola con una flotta di neppure 120 aerei, di cui solo 25 di lungo raggio, il gruppo franco olandese ha una flotta di oltre 540 aerei, di cui più di 170 di lungo raggio, e il gruppo Lufthansa 730 aerei complessivi.
Alitalia ha meno di 12 mila dipendenti ma solo 10 mila lavorano effettivamente, gli altri sono in cassa integrazione con un costo per le casse pubbliche, sempre a proposito di euro dei contribuenti, stimabile in 50 milioni nel 2017 e circa 80 nell’anno in corso. Senza questo ulteriore sostegno pubblico il conto economico di Alitalia sarebbe risultato peggiore per un importo almeno equivalente.
Invece il gruppo franco olandese occupa 84 mila persone e quello tedesco 129 mila, oltre dieci volte Alitalia, di cui solo poco più di metà in Germania e i restanti in una cinquantina di altri paesi. Solo nel 2017 i dipendenti di Lufthansa sono cresciuti di 5 mila unità e rispetto a due anni prima sono 9 mila in più. E’ un numero maggiore dei dipendenti di Alitalia che Lufthansa è disponibile ad accollarsi se andasse a buon fine la sua proposta di acquisto.
Air France e Alitalia non sono certo compagnie gemelle, afflitte da problemi simili. Se per magia Alitalia potesse scambiare i suoi problemi con quelli di Air France farebbe un grandissimo affare e non avrebbe più bisogno né dei commissari straordinari né di altri soldi pubblici. Gli 84 mila dipendenti di Air France-Klm sono i più pagati in Europa. Infatti il gruppo ha speso lo scorso anno per i lavoratori complessivamente 7,6 miliardi di euro, 91 mila euro in media per dipendente. Non si può dunque dire che abbiano avuto ragione a respingere attraverso il referendum ulteriori aumenti retributivi, ritenendoli insufficienti. Forse ignorano che i loro colleghi tedeschi, molto più numerosi, sono costati solo 8,2 miliardi, per un costo medio unitario di soli 64 mila euro, sicuramente calmierato dai dipendenti fuori Germania. Anche i dipendenti di Alitalia lo scorso anno hanno votato no al referendum ma con esso hanno respinto tagli drastici ai livelli retributivi e a quelli occupazionali che avrebbero dovuto ridurre a regime il costo del lavoro del 30 per cento. Non esattamente la stessa situazione.
Bocciato il piano anti smog: domani il deferimento alla Corte europea
Domani sarà una certezza: l’Italia sarà deferita alla Corte di Giustizia europea per aver violato le leggi europee anti smog. Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, si decretarà la bocciatura del piano presentato dall’uscente ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che aveva dovuto presentare al Commissario Ue per l’ambiente, Karmenu Vella (insieme ad altri otto paesi) le misure per ridurre i livelli di emissioni inquinanti. Misure presentate ma che sono state giudicate insufficienti. L’Italia sarà deferita per il superamento delle soglie di Pm10, insieme a Ungheria e Romania mentre per Danimarca, Gran Bretagna e Francia il deferimento riguarderà le emissioni di NO2. Per Spagna, Repubblica Ceca e Slovacchia resteranno aperte le procedure ma non ci sarà il deferimento. Si tratta del primo passo verso una multa che potrebbe arrivare anche a un miliardo di euro e che scatterebbe se il deferimento dovesse ripetersi e l’Italia dovesse continuare a non risolvere la situazione. La conferma è anche nella risposta della Commissione a un’interrogazione scritta dell’europarlamentare del Movimento Cinque Stelle, Piernicola Pedicini, che denunciava la non disponibilità pubblica dei dati italiani sulla qualità dell’aria. “Per il mancato rispetto dei requisiti in materia di accesso del pubblico alle informazioni – si legge nella risposta – la Commissione osserva come l’Italia abbia recentemente iniziato a trasmettere dati aggiornati all’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), soltanto su alcune regioni. La Commissione adotterà le misure opportune in merito”. Insomma, bocciati su tutta la linea. “Il piano presentato da Galletti non contiene nessuna misura coraggiosa e vincolante – spiega Pedicini – Le proiezioni dicono che gli obiettivi di riduzione non saranno raggiunti. Chiediamo all’Europa di evitare multe che rischiano di punire i cittadini, e di usare i proventi delle sanzioni per rimuoverne le cause, potenziando i mezzi di trasporto collettivi ed elettrici, con un piano serio ed efficace per ridurre lo smog”.
Leonardo, colosso dimezzato. Il mercato snobba Profumo
La sintesi migliore delle difficoltà di Finmeccanica, oggi Leonardo, la dà la Borsa: ieri il titolo ha chiuso a 9,43 euro, come aveva aperto, indifferente all’assemblea dei soci che ha approvato il primo bilancio targato Alessandro Profumo. Un anno fa il titolo valeva 15,6 euro. In 12 mesi il colosso della difesa ha perso il 40% della capitalizzazione.
L’assemblea ha approvato col 98% dei voti favorevoli il bilancio 2017, chiuso con un utile di 274 milioni, -46% rispetto al 2016, ma ha staccato un dividendo analogo: al Tesoro, che controlla il gruppo col 30,2%, vanno 24,4 milioni. Le percentuali bulgare si sono ridotte al 76% quando si è trattato di approvare il piano di incentivazione per i vertici e parte del management, segno di un po’ di malumore tra i fondi esteri azionisti. L’assemblea è scorsa senza grossi sussulti. È toccato a Giuseppe Bivona di Bluebell fare la parte del guastatore. Il banchiere ha ricordato che nessuno dei dati di bilancio è migliore del 2016 (eccetto l’indebitamento), e la mancanza di esperienza di Profumo (manager bancario), si somma al rinvio a giudizio ricevuto ad aprile per falso in bilancio per i derivati Mps, quando ne era presidente. “Non è causa di decadenza – ha replicato il presidente Gianni De Gennaro – né restrizione della capacità di Leonardo di operare sui mercati”. I problemi della società non derivano dalla posizione giudiziaria di Profumo, ma dai numeri. A marzo 2017 il governo Gentiloni l’ha nominato escludendo promozioni interne. Ha congedato Mauro Moretti, per una vita padrone delle Ferrovie su cui pesava una condanna in primo grado per la strage di Viareggio e una gestione deludente. La Borsa ha brindato. Profumo si è presentato a ottobre spiegando che andava tutto bene, poi dopo un mese ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni del 2017, provocando un tracollo in Borsa. Ne è seguito un altro a gennaio scorso alla presentazione del piano industriale al 2020. Profumo paga soprattutto la gestione Moretti, volta a una forte compressione dei costi e cessioni di asset importanti. Il 2017 si chiude col calo dei ricavi (-4%), degli ordini (-41%) e dell’ebitda (-16%), che esprime la capacità dell’azienda di creare valore. In calo anche i flussi di cassa operativi a 537 milioni (-24%). Il 2016 si era chiuso bene solo grazie alla mega commessa per 28 caccia Eurofighter del Kuwait. Moretti l’ha di fatto ereditata da Pier Francesco Guarguaglini ma l’ha messa a bilancio per l’intero valore, 8 miliardi, anche se Leonardo è parte di un consorzio di cui ha il 60%. È toccato a Profumo presentare bilanci depurati dal maquillage. Oggi Leonardo fatica a rilanciarsi. La parte aeronautica arranca, come anche quella degli elicotteri che sotto Moretti è andata in difficoltà. Ci sono poche speranze per la mega commessa da 18 miliardi negli Usa per il nuovo aereo di addestramento del Pentagono – dove Leonardo corre con ottimo modello (l’M-346) della sua Alenia Aermacchi – visto che come partner americano ha scelto la controllata Drs. E l’azienda rischia di essere marginalizzata nell’accordo tra Fincantieri e la francese Naval group per i cantieri Stx.
Per le aziende del settore è essenziale avere ordini superiori del 30% ai ricavi. Nel 2010, ultimo anno dell’era Guarguaglini, i primi ammontavano a 22,5 miliardi, i secondi 18. Oggi gli ordini sono inferiori di 68 milioni ai ricavi, fermi a 11,5 miliardi, dimezzati e cresce soprattutto nel ramo sistemi, che vale il 50% dei ricavi (nel 2010 era il 38%).Profumo promette la crescita a doppia cifra, ma i miglioramenti sono previsti nel 2020, mentre il 2018 sarà un “anno di consolidamento” (il primo trimestre – scrive il Sole 24 Ore – si è chiuso come quello 2016 solo grazie alla revisione dei criteri contabili). Leonardo ha appena venduto al Qatar 28 elicotteri NH90, la migliore commessa di sempre per il comparto. Ma servirà di più per convincere il mercato.
Così le aziende aggirano la legge per scartare i lavoratori disabili
Ci sono scale?” “Sì, perché?” “Sono in carrozzina” “Come non detto”. Così Giacomo Di Foggia, 31 anni, è stato scartato dal potenziale datore di lavoro che l’aveva chiamato perché “impressionato dal suo curriculum” – racconta Nina Daita, Responsabile dell’Ufficio Handicap della Cgil nazionale. Storie di ordinaria discriminazione e disoccupazione. La crisi infatti si è abbattuta con violenza sui più fragili. Dovrebbe tutelarli la legge 68/99, ma non funziona. La legge 68 prevede per l’impresa l’obbligo di assunzione di un disabile (con invalidità superiore al 46%) se i dipendenti sono da 15 a 35; di 2 se da 36 a 50; e di oltre il 7% in caso sia oltre i 50 dipendenti. Lo strumento è il Collocamento obbligatorio, che fa capo al Centro per l’impiego. Se inadempienti, le aziende si espongono a sanzioni: per ogni disabile non assunto, ogni giorno l’azienda dovrebbe pagare 143,20 euro. Almeno in teoria.
LA LEGGE. Giulio (nome di fantasia) ha una malattia genetica che lo ha costretto a lungo in carrozzina: “È la normalità non essere chiamati. Al collocamento mi hanno sempre detto di essere impotenti, che i controlli nessuno li fa. Quando l’assessore della mia città mi disse: ‘Questa è la situazione, ma non abbiamo soluzioni’, per me fu un trauma”. Giulio si attivò, conobbe un blogger malato di leucemia grave che gli suggerì un ‘metodo’: “Gli elenchi delle aziende e relative scoperture sono pubblici, fai istanza di accesso agli atti e fatti dare l’elenco delle imprese”. Ecco gli strumenti “dal basso” per cercare aziende dove “auto-candidarsi”, anche se l’ultima parola spetta all’azienda. “Al Collocamento furono riluttanti, ma alla fine ebbi il cd (con gli elenchi, ndr)”, spiega Giulio. Tre giorni dopo fu chiamato dal Collocamento e iniziò a lavorare. Raccontò pubblicamente la sua storia e fu contattato da altri due disabili, che seguendo lo stesso percorso ottennero lo stesso risultato: il lavoro. La storia è di circa dieci anni fa: l’Associazione Luca Coscioni attivò un servizio – Soccorso civile –, mettendo a disposizione il sito per “mappare” gli elenchi. Ma “il Jobs Act ha fatto un macello”, dice Daita della Cgil.
EFFETTO JOBS ACT. Prima del 2015, stando alla legge, il 60% era su “chiamata nominativa”, mentre l’altro 40% era gestito dal collocamento. Dopo la riforma Renzi resta solo la chiamata nominativa: “Le aziende scelgono i ‘più sani’ tra i ‘meno sani’ – dice Daita – presentandosi al collocamento con nomi e cognomi di chi vogliono assumere. E il rifiuto delle auto-candidature è la norma, alle aziende basta una scusa qualsiasi”. Erika De Padova racconta ad Avvenire gli ostracismi dell’azienda: “Dal 2014 a oggi, senza farmi finire il periodo di prova, mi fanno firmare una lettera con su scritto che non avevo superato la prova”.
LA TRASPARENZA. Il Fatto ha presentato istanza di accesso agli atti al Servizio Inserimento lavoratori disabili (Sild) di Roma, per visionare gli elenchi delle aziende, vedere quelle che risultano inadempienti. Il percorso che porta al foglio Excel con l’elenco completo è tortuoso e al Centro per l’impiego (Cpi) romano spiegano: “Inserisca il codice fiscale dell’impresa che le interessa e vedrà il numero delle scoperture”. E la responsabile specifica: “Gli elenchi sono pubblici, ma la maggioranza delle aziende ricorre alle convenzioni, cioè chiede un collocamento dei disabili frazionato nel tempo: dagli elenchi questa informazione non è ricavabile”. Numeri da prendere con le molle, dunque.
Il responsabile del Collocamento mirato di Milano invece dice: “La pubblicità degli elenchi va intesa non come pubblicazione, ma come consultazione, su richiesta, negli spazi messi a disposizione dal Servizio. I prospetti contengono dati sensibili, per cui è illegittima la loro pubblicazione”. Che significa “su richiesta”? “Lei viene qui, ci conosciamo e vediamo, con il direttore, se e cosa possiamo mostrarle”. Gli elenchi delle aziende della Provincia di Torino e relative scoperture, invece, sono disponibili presso la sede di Agenzia Piemonte Lavoro (Apl). Insomma, il caos: uno strumento utile per l’auto-candidatura è a conoscenza (quasi) solo degli addetti ai lavori (talvolta, nemmeno loro). Certo, l’azienda può rifiutare la candidatura, ma sapere dove chiedere è meglio del quasi-vuoto di oggi. Altrimenti si verificano casi paradossali, come quello di Gianfranco, paraplegico, chiamato a fare il seppellitore al cimitero, o un’anziana in carrozzina, con la Sla, cui fu chiesto di trasportare casse d’acqua minerale. Questo, per chi ha “strumenti”. Gli “altri” sembrano destinati a rimanere iscritti a vita: “Tra sospensioni ed esoneri, per via della crisi, sono quasi 800 mila i disoccupati”, dice Daita.
LA VERIFICA. Abbiamo verificato alcune grandi aziende e istituzioni con scoperture rilevanti nella Provincia di Roma. Esaminando il rapporto tra “scoperture” e disabili “in servizio” vi è, per esempio, Poltrone & Sofà, dove a fronte di un occupato si registrano 20 scoperture, mentre tra i datori di lavoro che presentano il maggior valore in assoluto di poti non coperti, oltre all’Alitalia e alla Michelin, troviamo Alma spa – Agenzia per il lavoro. Non sappiamo però se si siano avvalse di convenzioni. Come Merck Serono e Pfizer, per esempio. Merck risponde che “abbiamo delle scoperture minimali, determinate dall’incremento delle assunzioni nell’area della ricerca”, mentre Pfizer, pur confermando i “buchi”, precisa “che nel prospetto si fa riferimento alla Convenzione dove è stato concordato un piano di assunzioni da attuare entro primo gennaio 2019”. Ma secondo Daita “la convenzione è una scusa per non assumere.” Molte aziende e istituzioni non hanno risposto alle richieste del Fatto. Non solo, spiegano al collocamento, “gli enti pubblici sono quelli che più difficilmente rispettano tempi ed emissione dei bandi pubblici. Prima verso i dirigenti degli enti pubblici c’era un’azione giudiziale, ma non si verificava praticamente mai, era persino difficile individuare l’interlocutore responsabile.” E oggi? “Figuriamoci”.
Le sanzioni. La Relazione sullo stato di attuazione della legge 68/99 sui dati 2012/2013 “registra un numero di mancate risposte di una certa rilevanza statistica”. I numeri di quella 2014/2015 sono analoghi. Al capitolo “Sanzioni” si legge che “la rilevazione (…) è un eufemismo. Nel biennio 2012/2013 le sanzioni per “ritardato invio del prospetto informativo” (dove si informa delle scoperture) sono state 23, mentre quelle per “ritardato adempimento degli obblighi di assunzione” risultano 159 nel 2012 e 150 nel 2013. Su centinaia di migliaia di aziende, numeri imbarazzanti. La “difficile” affidabilità statistica della Relazione è dovuta al fatto che molte Province non rispondono.
C’è grande angoscia nel mondo dei disabili: “Tra i familiari, che si chiedono cosa sarà dei loro figli, e tra i disabili stessi, che dicono sempre le stesse cose: ‘Non mi chiamano mai’, ‘mi chiamano e non mi prendono’, ‘sono il primo a essere buttato fuori se le cose vanno male’”. Come per Eleonora, malata di sclerosi multipla, insegnante in una piccola cooperativa. Quando le sue condizioni peggiorarono informò il datore di lavoro, per valutare, dopo visita del medico del lavoro, una nuova mansione. Fu messa in malattia per un anno, passato il quale arrivò la lettera di licenziamento per “superamento del periodo di comporto per assenza da malattia”. Trascorso un anno, difatti, il datore di lavoro ha il diritto di licenziare senza possibilità di ricorso. E aumentano i pregiudizi. Daita: “I disabili avvertono in modo netto che il clima è cambiato, l’intolleranza aumentata e così i pregiudizi”. In tempi di crisi per chi ha più bisogno le difficoltà aumentano.
GLI ESONERI. Il ricorso delle imprese a istituti come la sospensione o l’esonero (le aziende certificano difficoltà economiche evitando l’obbligo di assunzione), è esploso e così le convenzioni. E i controlli? Su segnalazione dei Cpi, l’Ispettorato del lavoro dovrebbe procedere. Ma oltre al già visto numero risibile di sanzioni i problemi sono altri.
Spiegano al Cpi che “i privati tendono a mettersi in regola per poter partecipare agli appalti, così ottemperando alla legge. Noi se ci sono inadempienze facciamo una diffida e poi, una segnalazione all’Ispettorato del lavoro, ma i controlli sono pochissimi”. L’ispettorato del lavoro non ha fornito al Fatto dati sui controlli, e questo sembra confermare quanto afferma Daita: “I controlli sono da sempre zero assoluto, per mancanza di personale”.
Come diceva Giulio: “Nessuno fa le verifiche”. Con il decreto legislativo 151 del 2015, dal primo gennaio 2018 “i datori di lavoro che occupano da 15 a 35 dipendenti computabili sono obbligati, in ogni caso, ad avere in forza un disabile: l’obbligo pertanto non scatta, come in precedenza, all’effettuazione di una nuova assunzione”. Una scossa reale? Troppo presto per dirlo.
L’alibi Colao per i manager italiani
Per anni i top manager italiani che lasciavano le loro aziende avevano un argomento per strappare indecorose buonuscite o per negoziare incredibili stipendi prima dell’assunzione: c’è il mercato internazionale competitivo, se vuoi la qualità devi pagarla. E l’esempio per dimostrare che all’estero tutti si contendessero il talento degli italiani era sempre lo stesso: Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone, il colosso globale della telefonia. Mentre qui da noi i vari Paolo Scaroni, Mauro Moretti, Alessandro Profumo dopo aver incassato milioni e milioni da aziende che non li hanno mai rimpianti rimanevano semi-disoccupati – qualche consulenza, qualche boutique finanziaria – o inseguivano altri posti del capitalismo pubblico con nomine politiche, Colao continuava la sua ascesa. Ieri, dopo 10 anni, ha annunciato l’addio a Vodafone: dal 2009 il titolo è cresciuto del 43,93 per cento, più del mercato (l’indice Ftse 100 ha segnato +42,54). Il gruppo ha appena completato la più grande acquisizione della sua storia, 18 miliardi di euro per Liberty Global, società delle telecomunicazioni via cavo leader in Germania e nell’Est europeo. Al suo posto andrà Nick Read, attuale capo della finanza.
Non sappiamo quanto avrà Colao di buonuscita né quale sia la somma dei suoi stipendi e stock option di questo decennio. Ma a occhio sembrano meritati. Non sappiamo neppure se Colao tornerà in Italia (ma quale aziendina può permetterselo?) o rimarrà a livello globale. Di sicuro da oggi è ancora più evidente che soltanto lui, tra i top manager italiani, ha un vero mercato internazionale, con le eccezioni di Giuseppe Giordo cacciato da Finmeccanica e ora ad del colosso Aero Vodochody, e di Mario Greco, fuggito da Generali per Zurich.
Gli altri boiardi del capitalismo italiano si godono le loro rendite, qualcuno addirittura si permette un ultimo giro (il 70enne Fulvio Conti neo-presidente di Tim). Sanno che nessuna offerta internazionale arriverà mai a turbare la loro placida attesa di ricche pensioni.
La Confindustria agli ordini della banda (all’insaputa di Boccia)
Forse la Confindustria è già morta e non lo sa. Arrestano per associazione a delinquere un pezzo da novanta come Antonello Montante e il capo della sicurezza Diego Di Simone. E il presidente Vincenzo Boccia dice: “È un fulmine a ciel sereno”. Essendo Montante indagato da tre anni, ci voleva tanto a vedere le nubi all’orizzonte? Non sappiamo se i vertici dell’un tempo prestigiosa associazione degli industriali ci sono o ci fanno. In attesa che ce lo dicano i magistrati, toccherà agli imprenditori associati dire qualcosa all’assemblea annuale del 23 maggio, tra una settimana. È vero che, dopo la Fiat, se n’è andata anche Luxottica. È vero che il problema del Sole 24 Ore sull’orlo del crac (e con gli ex vertici indagati per falso in bilancio) è ancora lontano da una soluzione. Ma il caso Montante sovrasta tutto.
Mettiamo in fila i fatti. Montante diventa celebre dieci anni fa come eroe antimafia insieme al sodale Ivan Lo Bello. Il primo è presidente degli industriali di Caltanissetta, il secondo di tutta la Sicilia. Si muovono sull’onda degli attentati mafiosi al collega Andrea Vecchio, che poi ha preso le distanze: “L’antimafia si fa col comportamento mentre tante persone ne hanno fatto uno scopo di carriera. Ivan Lo Bello è il presidente nazionale di Unioncamere, come è arrivato a quell’incarico?”.
Nel 2008 Emma Marcegaglia viene eletta presidente di Confindustria e fa sua la parola d’ordine “fuori gli imprenditori che pagano il pizzo”.
Da dieci anni non risponde a questa domanda: perché espellere chi paga il pizzo alla mafia, magari per paura, e non chi, come suo fratello Antonio, ha pagato tangenti per avere appalti dall’Eni di cui oggi la signora è presidente? Da dieci anni l’equivoco va avanti. Montante, legatissimo alla Marcegaglia, diviene il suo delegato alla legalità e ai rapporti con le forze di polizia. Squinzi lo confermerà. Otto anni di strapotere. Quando muore Steno Marcegaglia, padre della presidente, Montante fa una dichiarazione commossa: “Ricordo ancora quando mi disse: ‘La strada dell’etica è quella giusta per dare alle imprese siciliane l’immagine che meritano’. Ed è su quella strada che continuiamo a camminare”.
Cammina cammina, Montante fa assumere all’amica presidente Diego Di Simone come capo della sicurezza di Confindustria. Di fatto risponde a lui. Il 18 luglio 2016 gli ordina di fargli un lavoro che i magistrati non giudicano positivamente: “Lei prende due giorni di tempo e dica a tutti che è con me… lo dico io al Presidente (Boccia, ndr), lo dico alla Panucci (direttore generale, legatissima anche lei a Montante che annota di averla proposta al presidente Giorgio Squinzi, ndr), lo dico fino a Gesù Cristo”. Di Simone è devoto. Faceva il poliziotto a Palermo, Montante ne ha fatto un alto dirigente di Confindustria. A marzo 2016, quando Boccia viene scelto come presidente, telefona all’amico Salvatore Calì, fornitore della Confindustria (indagato): “Boccia è bellissimo”. Calì: “Quindi rimaniamo tutti, giusto?”. Di Simone: “Infatti”. Calì: “Ok ufficio tecnico, facciamo ufficio tecnico”. Chissà se Boccia finge di non sapere che cos’è l’ufficio tecnico o proprio non lo sa.
Linda Vancheri, funzionaria della Confindustria di Caltanissetta, legatissima a Montante, viene da lui comandata a fare l’assessore nella giunta regionale di Rosario Crocetta. Quando si dimette, scrivono i pm, “si evince come il Montante si fosse personalmente attivato con l’allora presidente Squinzi e con Marcella Panucci” per farla assumere in Confindustria, “facendole persino avere un bonus extra per le spese sanitarie”. Poi le ordinadi ringraziare Squinzi perché “è una cosa che stiamo facendo in punta di piedi per evitare casini”.
Montante ha strane idee, note a molti in Confindustria ma non a Boccia. Il suo grande accusatore è un collega della Confindustria di Caltanissetta ed ex sodale, Marco Venturi. Racconta ai magistrati che Montante teorizzava che una bella verifica della Guardia di Finanza è come un “condono tombale”. Vengono, non trovano niente e sei a posto. Amichevolmente, “gli aveva fatto presente che la sua azienda, differentemente da quelle di altri, non aveva mai subito controlli, sicché avrebbe fatto in modo di fargli eseguire una visita ispettiva”. Infatti arriva il maggiore della Guardia di Finanza Ettore Orfanello (arrestato lunedì con Montante), che non trova nessuna irregolarità nell’azienda di Venturi. Scrivono i pm: “Il Montante gli fece presente che avrebbe dovuto erogare la somma di 2.500 euro all’ufficiale della Guardia di Finanza, ma egli si rifiutò, anche perché non era stata riscontrata alcuna anomalia in relazione alla sua azienda, così provocando il forte disappunto del suo interlocutore”. Il pizzo alla mafia no e alla Guardia di Finanza sì.
Venturi alla fine sbotta. Dà un’intervista ad Attilio Bolzoni di Repubblica il 17 settembre 2015, quando Montante è già notoriamente indagato per mafia da sei mesi. Titolo: “La svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno”. Svolgimento: “Montante ha intrecciato trame, commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti. Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga”. Squinzi interviene. Convoca la presidenza (di cui fa parte Boccia) e deferisce ai probiviri Venturi. Poi tre anni di silenzio. Infine il fulmine a ciel sereno