In quel disperato apologo sulla libertà all’americana che è Si può (“niente ti sgretola così bene dal di dentro”), Giorgio Gaber butta lì uno dei suoi geniali paradossi: “Ma con tutta la libertà che avete, volete pure la libertà di cambiare?”. La vicenda del prossimo governo è tutta qui: è possibile cambiare? Questa, pur essendo l’unica che conta, è l’unica domanda che non si può fare: nei media pare non esistere il vivace (eufemismo) dibattito scientifico sull’austerità, né il fatto che i risultati dicano che le ricette imposte a vari Paesi Ue sono sbagliate o truffaldine (se servono a ridurre i debiti pubblici perché li hanno fatti aumentare ovunque?). Invocare l’abolizione o la profonda modifica del Fiscal Compact non è una posizione della Lega: lo era pure del Pd. Quel che è riprovevole, insomma, non sono le minacce in arrivo da Bruxelles (Ue, Bce) e Washington (Fmi), ma il malcelato entusiasmo con cui quelle minacce vengono agitate da partiti, corpi intermedi (Confindustria su tutti) e commentatori italiani per dirci che il nostro destino è morire Gentiloni: il fatto che i programmi di Lega e M5S si basino su ricette economiche diverse – e che esse siano tecnicamente possibili e già sperimentate – non rileva; il fatto che siano stati votati anche meno. A quel che resta della nostra classe dirigente, dei suoi media e della sua accademia piace la violenza dolce del “non ci sono alternative”. E qui si torna a Gaber e al ruolo dei giornali: “Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere”. Non è la stessa cosa.
Berlusconi resta il vero “professore”, Renzi solo un allievo
Lunedì sera, nella bella trasmissione Accordi & Disaccordi, i due conduttori hanno proposto ad Alessandro Di Battista un grande classico: il gioco della Torre. “Tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi chi butteresti giù?”, hanno chiesto all’ex politico pentastellato. La risposta è stata tutt’altro che sorprendente. Anche Di Battista, uno dei pochi leader ad aver avuto il coraggio in campagna elettorale di rinfacciare a Berlusconi gli storici legami con Cosa Nostra, è arrivato alla conclusione che dalla torre butterebbe giù tutti e due. Sondaggi alla mano il suo pensiero appare in linea con quello della maggioranza degli italiani. Sia Renzi che Berlusconi non sono al momento particolarmente popolari (anzi il primo è forse ancor meno popolare del secondo) e tra moltissimi cittadini sta passando l’idea che tra i due non vi siano grandi differenze. Non per niente Di Battista per motivare la sua scelta ha elencato tutta una serie di decisioni e di prese di posizione del governo Renzi che a suo avviso lo rendono meritevole di essere classificato al pari degli esecutivi del Cavaliere.
Noi qui non vogliamo stare a questionare. Sappiamo bene che molti pezzi dei vecchi programmi di Forza Italia sono stati poi realizzati dai renziani: basta pensare all’abolizione dell’articolo 18 o alla riforma delle intercettazioni telefoniche che riprende parti significative (ma non tutte) delle norme bavaglio forziste. Eppure continuiamo a restare convinti che Berlusconi sia inarrivabile. E che dalla torre vada buttato giù lui.
Non solo perché quello della torre è un gioco che prevede un unico perdente. Ma soprattutto perché crediamo che non sia giusto paragonare un piccolo bugiardo di provincia (#enricostaisereno e “se perdo il referendum non farò più politica”), arrivato a Palazzo Chigi per manifesta inferiorità degli avversari, con un uomo che per 25 anni ha condizionato tutta Italia. Sia quando era maggioranza, sia quando rappresentava la teorica opposizione. Certo, è noto: il trascorrere del tempo scolorisce i ricordi e rende il passato migliore di quanto non sia realmente stato. Il fatto poi che la condanna per frode fiscale (oltre 400 milioni di dollari di accertata evasione) abbia tenuto per sei anni Berlusconi fuori dal Parlamento ha finito per favorirlo. Lo ha trasformato nel Diavolo di Baudelaire la cui più grande astuzia è quella di convincere il mondo che non esiste. E invece Berlusconi è ancora lì. Con la sua carriera e le sue ombre nere: la sua iscrizione alla Loggia P2, i 20 milioni di dollari versati estero su estero a Bettino Craxi, il suo braccio destro Marcello Dell’Utri in carcere per fatti di mafia e quello sinistro, Cesare Previti, condannato definitivamente per aver corrotto i giudici di Roma anche per favorire il suo più celebre cliente. Berlusconi è ancora lì dopo aver portato in Parlamento Salvatore Sciascia, l’ex direttore dei servizi fiscali del suo gruppo, che versava mazzette alla Guardia di Finanza per ammorbidire le verifiche delle Fiamme Gialle. È ancora lì nonostante i tanti ministri e sottosegretari fuorilegge (non lo diciamo noi, ma i tribunali) che hanno fatto parte di suoi governi: Giancarlo Galan, Aldo Brancher, Nicola Cosentino, Paolo Romani, solo per citarne alcuni. In molti si lamentano (a ragione) dell’occupazione della Rai da parte dei Renzi boys, del giglio magico, delle cadute di stile dell’uomo di Rignano e delle sue grasse smargiassate. Ma mettere Berlusconi al pari con Renzi per noi significa confondere la storia con la cronaca. Il maestro con uno di tanti, e nemmeno più svegli, allievi.
Di certo i morti sul lavoro non sono un tema del contratto di governo
Quindici stragi di Piazza Fontana, tre stragi di Ustica, tre stragi di Bologna. Contateli come volete, in soli quattro mesi e mezzo i morti sul lavoro in Italia sono stati più di 250. Alla fine dell’anno si supererà di molto quota mille, cifre da guerra, da bombardamento a tappeto. La colata incandescente, la lastra d’acciaio, il gas venefico, il muletto che si ribalta. Il più giovane: 19 anni, il più vecchio: 59. Se fosse un popolo, quello dei lavoratori italiani, avremmo le risoluzioni dell’Onu, le diplomazie in fibrillazione, i grandi leader che lanciano appelli per, come si dice in questi casi, “fermare il massacro”.
E invece sulle vittime da lavoro in Italia si dice poco e niente: i titoli di cronaca, il balletto dei numeri, qualche riflessione ad ampio raggio che lascia il tempo che trova. Ed è un tempo di merda.
Statistiche: il più dodici per cento rispetto all’anno passato si spiega quasi sempre con la sospirata ripresa: si moriva un po’ meno perché si lavorava un po’ meno, ora sì che si ragiona, finalmente! Italia riparte!
Poi si passa ai perché: i controlli sono pochi, pochissimi, spesso inconcludenti (e nonostante questo il 60 per cento delle aziende controllate nell’edilizia risulta non in regola), il lavoro è più lungo e più scomodo, lo straordinario, quando non il cottimo, è la norma. La ricattabilità dei lavoratori – avendo il Jobs act legalizzato il demansionamento e facilitato i licenziamenti – è aumentata a dismisura: dire di no al padrone è diventato più difficile. Il caleidoscopio di appalti e subappalti ha fatto quasi scomparire del tutto i corsi sulla sicurezza. Poi ci sono i motivi, per così dire culturali della questione.
La retorica modernista per cui “gli operai non ci sono più” (anche se ne muoiono tre al giorno), le loro parole sono risibili e antiche: “lotta”, e giù a ridere; “sciopero”, e giù a pontificare col ditino alzato che non siamo più nel Novecento. Il sindacato come un sempiterno ostacolo alle sorti luminose e progressive del mercato, che meno lo regoli e meglio è, la costante mortificazione del lavoro operaio (ma anche contadino: si muore parecchio anche lì), considerato démodé e residuale, anche se siamo la seconda manifattura d’Europa.
Mischiate bene e avrete il cocktail micidiale che produce così tante vittime, aggiungete molte parti di ideologia liberista, quella storiella furba che se aiuti l’impresa (sussidi, sconti sui contributi, agevolazioni fiscali) aiuti anche i suoi lavoratori, cosa millemila volte smentita dai fatti, eppure ancora narrazione dominante.
Vista da quest’Italia dei cantieri e delle fabbriche, dall’Italia che va ai funerali dei suoi padri, mariti e fratelli caduti sul lavoro, l’Italia in primo piano in questi giorni – quella dei tavoli, delle trattative, del Pirellone, del balletto dei nomi, dei corazzieri davanti alla porta – sembra un luogo surreale. Di più, uno schiaffo, uno sberleffo.
Anni di ottundimento, di derisione delle lotte dei lavoratori (quelli che mettono il gettone del telefono nell’iPhone, questa non la scorderemo mai), di criminalizzazione dello sciopero (“Ecco! Scioperano al venerdì!”), di anarchia di mercato (“Troppi diritti! Mano libera!”) ci hanno portato qui: poco lavoro, cattivo lavoro, e puoi anche lasciarci la pelle.
Mentre osserviamo il soave balletto della politica da prima pagina, una cosa è chiara: non verrà da lì il cambiamento. Non verrà dalle riforme scritte e bilanciate con il manuale Cencelli delle convenienze. Se cambierà qualcosa sarà perché il conflitto riprende il suo posto nella dialettica politica del Paese. In soldoni (lo dico male): sarà perché la gente si incazza e il tappo della pentola salta per troppa pressione. Speriamo presto, speriamo subito: è una cosa più urgente del nome del prossimo esimio professore che guiderà il governo.
M5S, non si tratta con la lega fascista
Caro direttore, se davvero finirà con il Movimento 5 Stelle che porta al governo un partito lepenista, allora sarà finita nel peggiore dei modi. Anche ammesso che la Lega si pieghi ad accettare alcuni punti sacrosanti del contratto di governo proposti dal Movimento (chiusura del folle Tav in Val di Susa; attuazione del referendum sull’acqua pubblica; accoglimento di una significativa parte dei 10 punti fissati dal Fatto Quotidiano), questo non cancellerebbe la sua identità. Che è quella di un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato (febbraio 2017): “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”. Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone” (gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata.
D’accordo. Se finisce così è anche colpa di Matteo Renzi, che tiene in ostaggio il suo partito e il Paese, e che ha scommesso tutto proprio su questo esito, sperando nel suicidio morale e politico del Movimento. Ed è anche colpa di Sergio Mattarella, che avrebbe dovuto mettere il Pd di fronte all’alternativa secca tra governo con i 5Stelle ed elezioni, invece di prospettare la garanzia di un improbabile governo neutrale. E, più profondamente, è colpa di una classe dirigente che, a partire dai primi anni Novanta fino all’abisso renziano, ha scientificamente distrutto la Sinistra, fino a ridurla allo stato attuale: macerie senza speranza. Ed è colpa anche mia, e di tutti coloro che, da sinistra, abbiamo dialogato con il Movimento senza riuscire a far capire che il sistema si poteva ribaltare solo garantendo più democrazia, e non già inseguendo sogni autoritari e abbracciando i nuovi fascisti.
È vero, il mondo si è rovesciato. La Lega e il Movimento 5 Stelle hanno in comune la rappresentanza dei più poveri, dei precari e degli sfruttati: mentre Forza Italia e Pd rappresentano chi ha interesse a non cambiare nulla. Ed è per questo che Lega e Movimento provano a mettere in discussione ciò che va messo in discussione, da questa Europa alla Nato (ammesso che il sistema lo permetta). Ed è vero: il Pd di Minniti sta trattando la più grande questione del nostro tempo, quella delle migrazioni, con metodi e orientamenti che sono già fascisti. Si potrebbe continuare a lungo: per questo milioni di italiani di sinistra hanno votato 5 Stelle, avendo come unica reale alternativa l’astensione (a cui ricorreranno al prossimo giro elettorale).
Tutto questo è drammaticamente vero. Ma la Lega non è la soluzione.
Non lo è perché dove governa non è affatto antisistema, e anzi costruisce un sistema di potere indistinguibile da quello del Pd (si legga, per esempio, il bellissimo Il disobbediente di Andrea Franzoso). Non lo è perché è al guinzaglio di quello che Beppe Grillo chiama lo Psiconano: che sarà il padrino, il socio occulto e il massimo beneficiario di un eventuale governo Salvini-Di Maio. Non lo è perché è un partito che non offre la speranza, come invece fa tra mille contraddizioni il Movimento, ma alimenta invece la paura. Non lo è perché è un partito in cui i militanti di Casa Pound dichiarano di riconoscersi.
Di fronte a questo futuro nero io chiedo: nessuno nel Movimento 5 Stelle ha il coraggio di dire pubblicamente che non è d’accordo? È evidente che la questione della democrazia interna del Movimento non può più essere rinviata: sta succedendo che un gruppo ristretto lo sta portando alla rovina con una scelta che è suicida per le ragioni evidenti che Marco Travaglio si sgola a spiegare da settimane.
Si dice che non c’è alternativa. È un errore: in democrazia c’è sempre un’alternativa, e il moto There Is No Alternative di Margaret Thatcher è stato e resta la pietra tombale su ogni possibile cambiamento in Occidente. Si può rivotare. Si può aspettare ancora e si possono costruire le condizioni per un’evoluzione del Pd. Perché tra il Pd e la Lega c’è una differenza fondamentale: il Pd è diventato quello che è, e fa quello che fa, ribaltando radicalmente la propria stessa ragione di essere. Mentre la Lega è serenamente fedele a se stessa. E dunque mentre si può sperare in una palingenesi di un Pd che accetti di governare con i 5 Stelle, non si può certo aspettarsi nulla del genere dalla Lega.
È una porta stretta: ma nulla, davvero nulla, sarebbe peggio di mettere l’energia pulita del Movimento al servizio di un’idea di Italia che è il contrario esatto della Costituzione.
Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Davvero persone come Roberto Fico, Nicola Morra, Michela Montevecchi, Gianluca Perilli, Margherita Corrado (per non fare che qualche nome) sono disposti a rendersi corresponsabili di una scelta che farà perdere al Movimento milioni di voti, consegnandolo alla Destra estrema, e resuscitando dall’altra parte la destra finanzcapitalista di Renzi? Davvero tutte queste persone oneste e serie, che non sognano certo un’Italia nera con la pistola, tradiranno i loro principi e perderanno la faccia fino a legare per sempre il loro nome a una svolta alla Orban?
La Costituzione dice che, come tutti gli altri parlamentari, anche quelli a 5 Stelle non rappresentano il loro movimento, ma la nazione. E la stragrande maggioranza della nazione non vuole al governo l’estremismo nero della Lega.
Mail box
La guerra di Davide a Golia e la questione arabo-israeliana
Caro Travaglio, tempo fa scrissi per dirti che non notavo una netta presa di posizione sulla questione israelo-palestinese da parte del Fatto. Tu mi rispondesti che ero un lettore distratto e che erano state scritte intere paginate sul nostro giornale.
Era vero per quanto riguarda le paginate e avevo ragione io per la mancata presa di posizione. Che però è avvenuta sabato da parte tua con il titolo “Così il piccolo Davide si salvò dal Golia arabo e fu Israele (e la Nakba)”. Un gran bell’articolo nella forma.
Potremmo disquisire molto a lungo sull’argomento ma per ovvia praticità ti chiedo solo due cose molto elementari: perché gli ebrei sono invisi non solo al mondo arabo ma anche a una metà del globo? Che ne diresti se dopo 2000 anni qualcuno venisse a casa tua a reclamare i suoi diritti di abitabilità e prendesse a calci la tua progenie per confinarli in uno scantinato?
Giuseppe D’Eramo
Caro Giuseppe,
se io la casa l’avessi comprata per ritornare sotto il tetto espropriato ai miei avi, e se fossi reduce da un lager nazista o da un pogrom russo, credo che avrei qualche ragione anch’io.
Un caro saluto.
M.Trav.
Silvio circondato da yes men non ha mai data di scadenza
Berlusconi non è un leader, è un incubo. Perfino i generi alimentari portano stampata sulla confezione una data di scadenza, dopo la quale è necessario buttare il contenuto tra i rifiuti.
Lui no: è autonominato e autoreggente, fa tutto da solo, circondandosi solo di yes-men.
Lorenzo Filippi
DIRITTO DI REPLICA
Gentile Direttore,
un articolo sul suo giornale del 15 maggio ha fatto riferimento implicito a un nostro lavoro di ricerca (a sua volta citato esplicitamente in un articolo apparso il 13 maggio sul Corriere della Sera), criticandolo per essere “certamente significativo, ma altro da statistiche attendibili” e lamentando che esso non offra “statistiche certe” a sostegno di affermazioni “prevedibilmente vere” circa la recidiva futura di chi sconta la pena in condizioni dignitose, rispettose dei diritti umani e in grado di offrire opportunità di studio, lavoro e reinserimento nella società. (…)
1. L’affermazione apodittica che la nostra non sia una “statistica certa” dimostra solamente che chi scrive non sa di che cosa parla, essendo una contraddizione in termini (usiamo la statistica quando non ci sono certezze).
2. In che misura (possono essere considerati dati rappresentativi), essendo basati solo sui detenuti passati per Bollate? La critica ha un qualche fondamento, ma è in certa misura estendibile a qualunque analisi basata su un campione, piuttosto che sull’intera popolazione. (…) Al netto della cautela sulla validità esterna dei risultati di qualunque analisi sperimentale o quasi-sperimentale, riteniamo che essi rappresentino la migliore approssimazione oggi disponibile degli effetti causali sulla recidiva delle condizioni detentive di carceri “aperti” (quei carceri, prevalenti nei paesi nordici, in cui il rapporto tra il “dentro” e il “fuori” pone le premesse per un efficace reinserimento nella società). (…) È vero che i nostri risultati non riguardano le misure alternative in senso stretto, ma solo gli effetti sulla recidiva della detenzione in un carcere aperto. Nondimeno crediamo di aver contribuito, come studiosi e senza pregiudizi ideologici, ad arricchire la conoscenza del fenomeno, sola base razionale per il disegno di politiche pubbliche. Di questo, un cronista onesto e informato dovrebbe dare atto.
Giovanni Mastrobuoni (Collegio Carlo Alberto e Università di Essex) e Daniele Terlizzese (Eief)
Ci è difficile comprendere l’animosità con cui i due ottimi ricercatori difendono la loro meritoria ricerca sul carcere di Bollate: la difendono da accuse mai pronunciate. Sul Fatto Quotidiano abbiamo soltanto scritto, da non specialisti di statistica, che ci sembrava difficile fare una ricerca su tutto il carcere italiano partendo da una realtà così specifica e privilegiata come il carcere di Bollate. Come pretendere di raccontare la ricchezza degli italiani esaminando soltanto la regione più ricca d’Italia; o come fare uno studio sulla salute degli italiani analizzando un solo ospedale, il migliore del Paese. Detto questo, sono i due ricercatori stessi a chiudere la partita: ribadiscono che la loro utilissima ricerca offre elementi per capire quanto un “buon” carcere può influire sulla recidiva dei suoi ospiti; le critiche del Fatto erano invece rivolte ad altre ricerche, che pretendono di dimostrare (senza cifre certe) la correlazione tra pene alternative fuori dal carcere e diminuzione della recidiva.
FQ
Rendere gli stadi perfettini cambierebbe la loro funzione sociale
Caro Massimo Fini,sono d’accordo col suo editoriale dedicato al calcio moderno e vorrei aggiungere una mia considerazione. Il calcio internazionale (e italiano) è radicalmente mutato, per certi versi certamente in peggio, come fa egregiamente notare. Ma credo che il nostro Paese soffra nel medesimo tempo anche l’arretratezza delle sue strutture, delle pessime condizioni di grandissima parte degli stadi delle serie maggiori e il confronto col resto d’Europa è a dir poco tragico, considerando il calcio “sport nazionale.” Personalmente amo seguire il calcio internazionale e questo mi dà la misura dell’abissale differenza che ci separa, ad esempio, dall’Europa. Spagna, Gran Bretagna, Germania e non ne cito altre per pudore e patria carità, sono nazioni dove il calcio gode di stadi confortevoli e con posti a sedere totalmente numerati come Spagna e Gran Bretagna. Noi cosa offriamo? Strutture da terzo o quarto mondo, gradinate di cemento gaiamente multicolori e nella serie cadetta non è raro vedere il buon vecchio filo spinato o dabbenaggini simili. Incontri di calcio con contorno di bombe carta senza che i cronisti di turno, presi dagli schemi e dal gioco maschio, sbattano almeno un sopracciglio se non col senno di poi, piagnucolare nel salotto vip. Tempo fa, in quel di Leeds, dove vive mio figlio, ho assistito, nel mitico Elland Road, a una partita della nobile decaduta: 30 mila persone per un incontro di B inglese, le assicuro che non può permettersi neanche di buttare una cicca per terra, pena l’amabile accompagnamento all’uscita, o peggio. Questo credo sia il problema supplementare che accompagna e mortifica il nostro calcio.
Alessandro Colombera
Gentile Colombera,lei è d’accordo con me, ma io non sono d’accordo con lei. Non amo gli stadi tutti perfettini che poi, almeno in Italia, rafforzerebbero l’opinione che del calcio ha l’insopportabile Mario Sconcerti per cui lo stadio deve essere una sorta di “bomboniera” e quindi un posto per tifosi ricchi. Cosa che limiterebbe ancor di più quella funzione sociale, interclassista, che questo sport ha avuto. Amo nel calcio, come nella vita, un po’ di sgangheratezza. I posti a sedere tutti a modino toglierebbero quel furore che fa parte di una delle tante metafore che il calcio rappresenta: la guerra. Ho assistito a Belgrado a una partita Stella Rossa-Partizan. Sugli spalti, e peraltro anche sul campo, non era semplicemente una partita di calcio ma, appunto, una guerra fra tutti i tifosi dello stadio qualsiasi posto occupassero. Esaltante. Vabbè, quelli son serbi. In altre culture, per esempio in Scozia, si possono vedere partite giocate con furore senza che sul campo e sugli spalti scorra il sangue come a Belgrado. Ma, più in generale, il calcio è passione, è amore, e la passione e l’amore non sono fatti per la perfezione. Il mitico Tommaso Giglio, che ho avuto la fortuna di avere come direttore all’Europeo, ebbe ottimi inizi da poeta (nel 1948 entrò nella rosa finale del Premio Saint Vincent, mettendosi dietro gente come Pasolini). Mi ricordo l’inizio di una di queste poesie: “Il nostro amore imperfetto”. Sì, era imperfetto, ma proprio per questo era amore.
Massimo Fini
“All’anagrafe di Milano il bimbo avrà due mamme”
Nella sua rubrica della posta del lunedì Selvaggia Lucarelli ha pubblicato una lettera di Corinna Marrone Lisignoli che vuole replicare a Milano quanto successo a Torino: registrare all’anagrafe la figlia che avrà con sua moglie Francesca e chiede al sindaco Giuseppe Sala (Pd) di autorizzare la registrazione come ha fatto pochi giorni fa la sindaca torinese Chiara Appendino (M5S).
Cara Selvaggia, in risposta alla lettera della signora Corinna Marrone Lisignoli, pubblicata sul Fatto il 14 maggio sulla tua rubrica, confermiamo la volontà della Giunta comunale di procedere all’iscrizione anagrafica del piccolo Manfredi, riconoscendo quindi la genitorialità di entrambe le sue mamme.
Dopo la dichiarazione di nascita effettuata in ospedale secondo la consueta modalità – che prevede l’indicazione della sola madre biologica – le signore potranno prendere appuntamento con la direzione dei Servizi Civici del Comune di Milano per il deposito della dichiarazione di riconoscimento dell’altra mamma e la conseguente annotazione sull’atto di nascita. Per noi si tratta di una decisione che prosegue nel solco del riconoscimento dei diritti, campo nel quale Milano si conferma città pioniera. L’orientamento dell’Amministrazione è quindi quello di tutelare i i genitori e i loro bambini, adottando questa procedura per tutte le mamme come Corinna e Francesca.
* assessore alle Politiche Sociali, Salute e Diritti, Comune di Milano** assessore alla Trasformazione digitale e ai Servizi Civici, Comune di Milano
A furia di parlare di nozze, viene già voglia di divorzio
Parto con una notizia bomba: sabato il principe Harry e la sua fidanzata Meghan Markle si sposano. So che molti di voi erano all’oscuro della faccenda poiché la stampa si è dimostrata omertosa sul tema e a oggi non sappiamo ancora se nei confetti ci sarà la mandorla o il cioccolato, ma grazie ad alcuni insider della Casa reale ho avuto conferma del fatto che in gran segreto i due convoleranno davvero a nozze. Ironia a parte, non so voi, ma io ne ho talmente le balle piene di questi due e di tutto il circo mediatico che circonda la faccenda, che già tifo per il divorzio. Sogno il tramonto dei reportage mielosi sull’infanzia difficile di Meghan e la bellezza di Meghan e gli outfit di Meghan e sogno il giorno in cui arriveranno quei bei titoloni dei tabloid inglesi tipo “La regina non vuole più vedere quella stronza”.
Il primo aspetto insopportabile della narrazione è il susseguirsi di articoli della serie “Meghan e la sua strana famiglia d’origine”, con particolari sulle bizzarrie di madre, padre e fratellastri. Cioè, questa tizia sta sposando uno la cui madre si dice sia stata ammazzata dalla nonna in accordo con i Servizi segreti, uno che si dice sia figlio di un ex ufficiale guarda caso rosso malpelo come lui, uno il cui padre ufficiale tradiva la madre con una a cui diceva “vorrei essere il tuo Tampax”, uno che ha una nonna che ha l’età di una sequoia di Yellowstone e quella che ha la famiglia strana è lei.
Che poi, siamo onesti: tutto questo scandalo perché il padre di Meghan avrebbe concordato con i paparazzi per 100.000 euro il servizio in cui viene fotografato all’Internet point mentre sbircia le foto della figlia con Harry? E che sarà mai. Io per 100.000 euro mi farei fotografare pure mentre sbircio le foto di Malgioglio nudo in una sauna gay. C’è poi tutto il capitolo sugli antenati di Meghan, che sarebbe da parte di madre discendente di schiavi che lavoravano nelle piantagioni di cotone in Georgia, da parte di padre però discendente di qualche parente di Robert I di Scozia. Il risultato è che Meghan dovrà passare l’aspirapolvere in camera della regina ma solo a giorni alterni. Diciamolo: la babbiona reale se l’è fatta andar bene giusto perché Harry è sesto nella linea di successione al trono. Meghan potrebbe diventare regina solo se William, Kate e figli fossero sterminati da un focolaio di tisi, ma è altamente improbabile anche perché Kate sembra avere gravidanze di un mese come le lepri, per cui entro il 2020 Harry sarà almeno il 75esimo nella linea di successione al trono.
Comunque, visto che la ragazza è divorziata, ha uno schiavo nell’albero genealogico ed è più figa di Kate, ha dovuto farsi accettare in famiglia abbracciando la fede anglicana. Per il suo battesimo non si poteva usare l’acqua del rubinetto, ma non era sufficiente manco la Perrier, no, l’acqua è arrivata direttamente dal fiume Giordano, dove fu battezzato Gesù.
Tonnellate di inchiostro anche sull’anello di fidanzamento che Harry ha regalato a Meghan: un brillocco dal valore inestimabile con diamante del Botswana e due anelli appartenuti a Diana, più la tiara (solo prestata per le nozze) che Diana indossò il giorno del matrimonio. Visto quanto quella tiara ha portato bene al matrimonio di Carlo e Diana, io piuttosto in testa mi sarei messa uno zuccotto in lana cotta di Mauro Corona, ma contenta lei…
Harry, per la cronaca, ha rifiutato di firmare il contratto pre-matrimoniale convinto che non ce ne sarà bisogno perché lui e Meghan si ameranno per sempre. Speriamo che almeno il cavallo l’abbia intestato a William perché dopo il divorzio quella gli leverà pure i buoni taxi.
Grandi polemiche anche sugli ospiti al matrimonio: Harry non ha invitato la sua ex per non urtare la sensibilità di Meghan e qui non mi è ben chiaro quale sia la notizia, visto che non bisogna essere promesse spose di un principe per volere le ex del proprio fidanzato fuori dalle palle il giorno delle nozze e possibilmente anche tutti i giorni a venire. Harry non avrebbe invitato neppure la cugina modella Amelia che secondo la stampa sarebbe troppo gnocca e quindi potrebbe oscurare Meghan. Immaginiamo dunque che Pippa sia stata invitata con la clausola di indossare un maglione sotto al sedere per non oscurare le semi-nobili terga della sposa. Naturalmente sono tutte notizie completamente inventate, ma i matrimoni reali hanno il potere di sdoganare le minchiate come solo Diego Fusaro sa fare, per cui nella cronaca di queste nozze vale tutto. Valgono gli articoli (veri, giuro) in cui si racconta che Meghan abbia un “Markle team” che cura la sua bellezza, composto tra gli altri da una facialist e una skincare guru, ovvero delle tizie incaricate di occuparsi del suo viso facendole, per esempio, massaggi all’interno della bocca. “I giorni in cui eseguo la mia ginnastica, gli zigomi e la mandibola sono molto più scolpiti.”, avrebbe dichiarato Meghan. Poi c’è il suo parrucchiere “mago delle onde”, manco cavalcasse muri d’acqua a Honolulu anziché mettere due bigodini, “l’artista degli archi perfetti” ovvero colui che le spinetta le sopracciglia e “il guru della meditazione”, ovvero un ex modello che tiene dei corsi di quattro giorni da 1.000 sterline per imparare a cancellare ogni nube dalla propria esistenza. Insomma, un cazzaro.
Infine, sappiamo che prima del matrimonio Meghan divorerà matcha in gran quantità, “spolverandolo sulle insalate, sui cereali della colazione fino a mescolarlo in acqua calda per una bevanda dissetante, rinfrescante e dai poteri miracolosi”. Una di quelle cose che non potevamo non sapere, un po’ come la nuance del suo smalto preferito, quella del suo fondotinta per coprire le lentiggini, l’olio per la sua lunga chioma all’avocado con cui previene l’effetto crespo e il colore esatto dei suoi capelli già ribattezzato, pensate, “color cioccolato fondente”. Vorrei dire qualche parolaccia ma sto facendo un massaggio all’interno della bocca mentre leggo l’ultima, imperdibile notizia: “Rinoplastica: tutte vogliono il naso di Meghan Markle”.
Fabrizio Corona potrà tornare sui suoi network
Fabrizio Corona potrà tornare a “svolgere la propria attività lavorativa” e, dato che “l’elemento pubblicitario e mediatico è una componente essenziale” della sua “peculiare attività”, potrà anche “utilizzare i social network” e rilasciare interviste ma non “con riferimento diretto all’andamento” dell’affidamento terapeutico in corso. Così il giudice della Sorveglianza Simone Luerti ha deciso di modificare queste e altre prescrizioni, allargandole, per l’ex “re dei paparazzi”.
L’affidamento terapeutico era stato concesso lo scorso 21 febbraio. L’ex “fotografo dei vip” era tornato a casa ma dalla sua abitazione, aveva stabilito il magistrato, non poteva uscire salvo che per andare nella comunità per “la prosecuzione di un programma di disintossicazione fisica e psicologica”, lontano dal suo “lavoro e dal suo ambiente”, entrambi “incompatibili con le esigenze trattamentali e terapeutiche”. Nel corso dei mesi le prescrizioni sono state allargate dal magistrato, fino a ieri quando, con un nuovo provvedimento, il giudice ha deciso di “dover contemperare le esigenze del corretto svolgimento della misura alternativa con le particolari esigenze lavorative” di Corona
Di clausura ma non troppo Le suore sbarcano su Fb
Ora et share, prega e condividi: abbondantemente la prima, con discrezione la seconda affinché i social network non alterino la dimensione contemplativa e spirituale della clausura.
Il Vaticano ha diffuso nei giorni scorsi l’Istruzione “Cor Orans”, un testo che dà le indicazioni sui canoni e i parametri da applicare alla vita contemplativa femminile – redatta dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica – che è stata approvata da Papa Francesco. Se da un lato restano fermi i principi sulla separazione fisica delle monache di clausura dal resto del mondo, grate incluse, dall’altro la Santa Sede dà le indicazioni sull’uso di telefonini, social, computer e tv: nessuna proibizione totale ma un uso “con sobrietà”.
Le suore di clausura, oggi, sono 37.970 in tutto il mondo, dato considerato positivo a fronte del calo delle vocazioni. Potranno accedere ai media e utilizzare i social ma avendo cura di “non svuotare il silenzio contemplativo” e di non riempire “la clausura di rumori, di notizie e di parole”.
Si legge nel testo del Vaticano: “La normativa circa i mezzi di comunicazione sociale, in tutta la varietà in cui oggi si presenta, mira alla salvaguardia del raccoglimento e del silenzio: si può, infatti, svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole”. Si ribadisce che il raccoglimento e il silenzio sono fondamentali per la vita contemplativa in quanto “spazio necessario di ascolto e di ruminatio della Parola e presupposto per uno sguardo di fede che colga la presenza di Dio nella storia personale e in quella delle sorelle e nelle vicende del mondo”.
Si passa poi ad analizzare il metodo con cui questi mezzi devono essere usati, con citazioni e riferimenti alla Costituzione Apostolica di Papa Francesco: con “sobrietà e discrezione”, non solo per quanto riguarda i contenuti ma anche in relazione alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione “affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione della vita fraterna in fraternità, né danno per la vostra vocazione, né ostacolo per la vostra vita interamente dedita alla contemplazione”. Inoltre, devono stabilirsi delle direttive interne sulla gestione dei mezzi di comunicazione il cui uso “può essere consentito nel monastero, con prudente discernimento, ad utilità comune, secondo le disposizioni del Capitolo conventuale contenute nel progetto comunitario di vita”.
Indirizzi anche sul metodo: le monache, è l’indicazione, devono curare “la doverosa informazione sulla Chiesa e sul mondo” non con “la molteplicità delle notizie, ma sapendo coglierne l’essenziale alla luce di Dio, per portarle nella preghiera in sintonia con il cuore di Cristo”. Poco ma buono (almeno secondo il Papa).