Nell’ordinanza d’arresto contro Antonello Montante, già presidente di Confindustria Sicilia, ci sono diversi riferimenti ai rapporti con i giornalisti e uno riguarda un finanziamento di alcune migliaia di euro a due giornalisti di questa testata, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che in Sicilia nel 2014 avevano avviato il giornale online L’Ora Quotidiano. Un finanziamento sotto forma di inserzioni pubblicitarie “che poteva servire per evitare attacchi mediatici”, avrebbe detto Ivan Lo Bello, ex presidente di Confindustria Sicilia, secondo quanto riferito dal funzionario Alfonso Cicero in un colloquio con l’imprenditore ed ex assessore regionale Marco Venturi. Lo Bianco e Rizza hanno effettivamente avviato quell’iniziativa editoriale, poi conclusa, accettando il sostegno di quel gruppo di imprenditori senza che questo compromettesse i principi di indipendenza e autonomia ai quali si sono sempre ispirati. Allo stesso modo, sul Fatto Quotidiano, prima e dopo quell’episodio hanno raccontato fatti per nulla graditi a Lo Bello e al suo gruppo di potere. Per questa ragione hanno entrambi fatto sapere che quereleranno Ivan Lo Bello per chiamarlo a rispondere delle parole riportate da Cicero, sempre che le abbia effettivamente pronunciate.
Quella strana cartella sui rapporti con Carrai e il generale renziano
Antonello Montante conservava annotazioni dei suoi rapporti (in parte già svelati dal Fatto) con gli amici di Matteo Renzi: il generale della Finanza Michele Adinolfi e Marco Carrai. Il Fatto ha pubblicato nel 2015 le intercettazioni delle conversazioni dell’ex presidente di Confindustria Sicilia con Adinolfi (indagato ingiustamente e poi archiviato) sull’inchiesta Cpl Concordia di Napoli. Oltre alla celebre telefonata tra Matteo Renzi e il generale Michele Adinolfi in cui Renzi sparlava di Enrico Letta, c’erano anche i colloqui Adinolfi-Montante sull’allora comandante della Gdf, Saverio Capolupo. Secondo Montante era stato prorogato al suo posto (e Adinolfi era rimasto al palo) perché “ha tutto in mano del figlio di Napolitano. Tutto. Me lo ha detto Michele”, cioè Adinolfi.
L’ex vicepresidente nazionale di Confindustria, ora finito agli arresti domiciliari, era allora un insospettabile legalitario. Quindi non c’è nulla di male in questi incontri con il generale Adinolfi e con tanti suoi colleghi, con i politici come Alfano, o con gli imprenditori come Emma Marcegaglia, allora leader di Confindustria. Resta inspiegabile la ragione per cui Montante annotasse gli incontri e i commensali in apposite cartelle, insieme alle date dei pezzi del Fatto sul tema.
Le annotazioni dei pranzi con Adinolfi partono dal 2008. Il 18 novembre 2009 spunta con il generale un tal ‘Alfano’ che sembra l’allora ministro Ncd. Il primo dicembre 2009 c’è “compleanno Adinolfi con Emma all’hotel San Giorgio”. Dove Emma sta per l’allora presidente di Confindustria Marcegaglia. Anche l’anno successivo c’è “compleanno con Michele ed Emma” stavolta con tanti invitati. Dopo altri pranzi con Adinolfi (uno con Emma e Alfano il 28 aprile 2011) si arriva finalmente al 28 gennaio 2014 “cena Adinolfi” a casa del Generale. Poi Montante annota “29 gennaio 2014. Il Fatto Quotidiano io chiamerei Adinolfi e gli passerei Alfano”. Sono i contenuti delle intercettazioni pubblicate dal Fatto nel 2015. Montante sintetizza i nostri pezzi: “Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa (…) dal 21 al 23 febbraio avrei detto ad Adinolfi di incarichi di governo”. Poi però seguono particolari che nei pezzi del Fatto non ci sono. Come le note: “28 febbraio 2014 ore 13/14 pranzo Adinolfi e Carrai (Lungarno Soderini …”. Oppure 12 marzo 2014 “ore 13/14 appuntamento Carrai e Panucci (Marcella, direttore generale di Confindustria, ndr) a casa Adinolfi”. Infine 10 luglio 2015 articolo Fatto Quotidiano”.
Chissà perché Montante annotava tutto. I magistrati nisseni riportano nell’ordinanza di arresto una conversazione tra Ettore Orfanello, Comandante del Nucleo P.T. della Guardia di finanza di Caltanissetta, e Nazario Saccia, attualmente alle dipendenze dell’Eni ed ex capo del Gico di Caltanissetta della Guardia di finanza. I due erano impressionati dal potere che Montante aveva avuto sui loro comandanti. Per Saccia “il Montante dei bei tempi” era in grado di “dettare legge” all’interno delle Fiamme Gialle. Per Saccia “a Caltanissetta era il potere assoluto”.
“Registrava politici e ministri. Molti gli chiedevano favori”
Ci sono i colloqui con l’ex ministro Paola Severino, con Tano Grasso, a capo dell’antiracket nazionale, con l’avvocato Roberto Pignatone, fratello del procuratore di Roma, l’intero direttivo di Confindustria Sicilia e persino il suo avvocato, Nino Caleca: per gli investigatori Antonello Montante registrava le sue conversazioni e chiedeva ai suoi fedelissimi di fare altrettanto. Si evince ‘’con assoluta certezza’’, scrivono i magistrati, da un’annotazione di tre lettere, “Aud”, accanto ai nomi di ministri e capi dei Servizi, dirigenti dei Polizia e ufficiali dei Carabinieri e della Finanza, giornalisti, avvocati e dirigenti regionali segnati nel file Excel con tanto di data. Registrazioni fatte in proprio ma affidate, secondo l’inchiesta, anche a fedelissimi che poi gli consegnavano il file audio. Sono quelle, ad esempio, riportate nelle date del 10 settembre 2015 (“Diego per Morvillo (Aud)”), del 21 settembre 2015 (“ore 17.00 telefonata di Carmelo Turco ad Anna (Aud)”) e del 26 settembre 2015 (“ore 09, 10 Linda incontra Ferrara Alessandro (Aud) (vedi appunti)” e in quest’ultimo caso è l’ex assessore siciliano Linda Vancheri “a essersi prestata a registrare una conversazione intercorsa con Alessandro Ferrara’’.
“Raccomandazioni per fidelizzare”
Montante aveva una vera e propria ossessione per le registrazioni come nel film La conversazione di Coppola: si rammarica con Silvio Ontario che era andato a parlare con Marco Venturi per sapere che cosa aveva detto ai magistrati (“forse dovevi registrare’’) e prima di ricevere il dirigente del Pd (e del Cepfas di Caltanissetta) Angelo Lo Maglio si chiude in auto con il suo registratore per annotare a voce captata dalle microspie: “Due settembre 2015, mi sta raggiungendo a casa questo Angelo Lo Maglio’’. “Residuano davvero pochi dubbi – scrivono i magistrati – sul fatto che l’imprenditore di Serradifalco, nell’occasione, abbia registrato la conversazione avuta col Lo Maglio all’interno della sua abitazione di contrada Altarello’’. E a casa sua, a Serradifalco, la polizia ha sequestrato il manuale d’istruzione di un dispositivo audio-video camuffato da pen drive.
Nella serie Tv di Pif La mafia uccide solo d’estate, Fra’ Giacinto, amico dei mafiosi, ripete: “La raccomandazione è grazia di Dio”. Un concetto che Montante sembra condividere in pieno, avendo fatto – scrive il giudice nisseno nell’ordinanza di arresto ai domiciliari della “raccomandazione” un sistema perfetto per “fidelizzare i suoi interlocutori” e saldare “una vasta rete di rapporti, improntati a logiche clientelari, da poter sfruttare a proprio vantaggio”. L’archivio custodito in un file Excel trovato dagli inquirenti nella “stanza segreta” della sua villa raccoglie 90 richieste di raccomandazioni rivolte a Montante tra il 2007 e il 2015, e 40 curricula di altrettanti soggetti “segnalati”, molti con ruoli apicali nelle forze dell’ordine, politici, operatori economici, giornalisti e magistrati.
“Potere assoluto su polizie magistratura e politica”
Ci sono i nomi del direttore dell’Aisi Arturo Esposito, dei direttori della Dia De Felice e D’Alfonso, ma anche le segnalazioni del generale Leonardo Gallitelli, già comandante generale dei carabinieri, del generale Emanuele Saltalamacchia ex comandante della Legione Toscana e oggi al ministero degli Esteri, di alcuni esponenti della Polizia di Stato (Antonio Manganelli e Francesco Cirillo, già capo e vicecapo), così come quelle del generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi. Con quest’ultimo, che fu indagato e poi archiviato nell’inchiesta sulla P4, Montante intratteneva “stretti rapporti” e si incontrava a Roma alla presenza di Emma Marcegaglia, all’epoca a capo di Confindustria, e dell’allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Una combriccola così eccellente che Nazario Saccia, ex comandante del Gico a Caltanissetta, e oggi security manager dell’Eni, commentava che “Antonello… era il potere assoluto”, perché concentrava su di sé “il potere sulle forze dell’ordine”, quello sulla “politica” e “sulla magistratura”.
Tra i politici a caccia di raccomandazioni, oltre ai sindaci Leoluca Orlando e Enzo Bianco e alla funzionaria regionale Patrizia Valenti, i pm annotano i rapporti con l’ex ministro Anna Maria Cancellieri, con l’ex vice presidente del Csm Michele Vietti e sottolineano il riferimento contenuto nel file Excel a Tiziana Miceli, moglie di Alfano. Dulcis in fundo, i giornalisti, per i quali Montante coltiva un pensiero semplice: pagarli così “non rompono i coglioni”.
Proprio ieri, però, il Tribunale di Catania lo ha condannato a pagare 10 mila euro di parcella all’avvocato Giuseppe Arnone, difensore del giornalista Marco Benanti citato in giudizio (richiesta respinta) per i suoi articoli sui rapporti con Crocetta e Lumia e gli interessi sull’aeroporto di Fontanarossa.
Stupro a Meta, l’hotel parte civile contro i suoi (ex) dipendenti
È stato licenziato ieri l’unico ancora in servizio dei cinque dipendenti dell’hotel di Meta di Sorrento (Napoli) ritenuto responsabile di avere fatto parte del branco che, nel 2016, ha drogato e poi violentato una turista inglese negli spazi della struttura alberghiera. Lo rende noto un comunicato della direzione pubbliche relazioni dell’albergo. Ieri la Polizia ha arrestato cinque persone con l’accusa di violenza sessuale di gruppo con l’aggravante dell’uso di sostanza stupefacente. In servizio, con un contratto a tempo indeterminato rescisso stamattina per giusta causa, era rimasto un giovane di 22 anni, che era stato assunto con la qualifica di aiuto cuoco. Nella nota, la direzione dell’albergo manifesta “piena vicinanza e profonda solidarietà nei confronti della vittima. A tal fine è ferma la determinazione della società, laddove la Procura decidesse di esercitare l’azione penale, di costituirsi parte civile nei confronti degli ex dipendenti al fine di accertare quanto accaduto e tutelare l’immagine e il buon nome di una struttura e di un’organizzazione aziendale che vanta oltre 500 dipendenti”.
L’ordinanza anti-alcol con la “congrua” quantità
Passato il Salone del libro, a Torino i cervelli sabaudi tornano a riflettere sulle cose serie. Un simposio di esperti di varie materie, linguistiche, giuridiche e culinarie, sta cercando di capire in quale maniera un agente della polizia municipale di Torino possa determinare la “congrua quantità” degli alcolici che “potranno essere venduti o consegnati a domicilio dai fattorini” in abbinamento con “cibi cotti” dalle 21 alle 6 del mattino.
È una regola prevista dall’articolo 44 ter che la giunta comunale guidata da Chiara Appendino ha deciso di introdurre nel regolamento di polizia municipale in vista della movida estiva. “Nessun proibizionismo, non abbiamo tolto la possibilità di bere. Non è la nostra intenzione – ha dovuto precisare Appendino in un video su Facebook dopo le polemiche sorte sui social –. Abbiamo inserito regole che verranno attivate per creare spazi e luoghi di aggregazione con regole di convivenza civile”.
L’obiettivo principale è colpire i minimarket: “Non esiste un coprifuoco. Tutti potranno andare nei ristoranti e nei locali a bere con gli orari attuali – ha ribadito l’assessore al Commercio Alberto Sacco –. Le circoscrizioni, quando rilevano problemi di ordine pubblico, possono chiedere che sia vietata la vendita di alcol da asporto in un negozio, supermarket o minimarket, da consumare per strada”. L’anno scorso l’orario limite era alle 20: “Lo abbiamo portato alle 21 per dare la possibilità di continuare a vendere l’alcol abbinato al cibo”. Se uno si mangia una pizza al trancio dopo le 21 è fottuto. E non è tutto. Stando al comunicato diffuso dalla giunta il 3 maggio, bisogna imparare a calcolare quale sia la “congrua quantità” di alcolici abbinati alla vendita di “cibi cotti” da asporto.
Qualcuno ha fatto notare che il testo discriminatorio verso gli asiatici e potrebbe danneggiare i ristoranti giapponesi: “Il sushi non è cibo cotto”. Al ché un altro gli ha fatto notare che il riso è cotto. Il problema, in sostanza, si porrebbe soltanto col sashimi che, però, piace a pochi. “E che si fa col cibo piemontese?”, è la questione sollevata da un seguace di Carlin Petrini. Come salvaguardare gli esercizi che preparano battute di fassone e salsicce di bra (da mangiare crude) da asporto? Si potrebbe ipotizzare una deroga permettendo la vendita abbinata di una bottiglia di barbera.
Insomma, il compito per i “civich”, i vigili torinesi, diventerebbe sempre più impegnativo, le sanzioni finirebbero per essere contestate e intasare gli uffici dei giudici di pace chiamati a riflettere, ad esempio, sulla relatività del concetto di “congrua quantità” se abbinata alle pietanze piccanti amate dai tanti calabresi, arabi e peruviani del capoluogo piemontese. Hai ordinato una pizza margherita? Hai diritto a una lattina da 33 centilitri. Hai preso una pizza col salamino piccante? Le lattine diventano due o, in alternativa, una bottiglia da 66. Kebab semplice? Solo Coca cola. Con cipolla? Una lattina. Con piccante? Una lattina. Con cipolla e piccante? Due lattine.
Violare la privacy sul web sarà reato solo se ci guadagni
Malissimo la prima, male la seconda: il decreto di adeguamento della privacy italiana, che nella sua iniziale stesura aveva provato a depenalizzare tutti i casi di trattamento illecito dei dati personali e la cui delega scade il 21 maggio, nella sua seconda versione dimostra di non aver imparato la lezione. In sintesi: depenalizza il revenge porn nei casi di poche foto degli adulti, depenalizza la pubblicazione dei dati personali senza profitto e indirettamente nei casi ordinari di diffusione, salva i social network. Niente più reato per il futuro e condono per i casi del passato. Il tempo per modificare ancora il testo è poco: le commissioni parlamentari e il garante della privacy dovranno dare il parere nei prossimi giorni. La delega scade il 21 maggio (ma potrebbe essere prorogata con un escamotage normativo), il termine per adeguarsi al regolamento europeo è il 25 maggio.
I problemi. Si parte dalle sanzioni. Inizialmente era stato completamente depenalizzato il reato di trattamento illecito dei dati personali previsto dall’articolo 167 del Codice Privacy. Nel nuovo testo, vengono introdotte nuove fattispecie di reato, mentre alcuni aspetti non saranno più puniti se non con sanzioni amministrative estese anche ai reati compiuti e giudicati prima della nuova legge. “Sulle sanzioni penali – spiega Stefano Aterno, docente di Diritto penale dell’informatica alla Luiss – c’è continuità con quanto previsto nel vecchio codice solo se la violazione dei dati personali è stata portata avanti con la volontà di trarne un profitto o un vantaggio o altra utilità. Altrimenti non c’è più il reato”. Ad esempio, la diffusione di una foto di nudo senza l’autorizzazione dell’interessato oppure la pubblicazione di una cartella clinica di un paziente non saranno configurabili come reato. I singoli casi di revenge porn, la circolazione di informazioni personali e intime per vendetta, saranno depenalizzati se non si dimostrerà la volontà di trarne un profitto. “Ci saranno le sanzioni del garante privacy, che dovrà istruire il procedimento, ammesso che il fatto sia stato comunicato dalle procure” dice Aterno.
I social network. “Va notato poi che nella delega che ha ricevuto il governo non era prevista alcuna sanatoria per il passato e, ancor peggio, non si è pensato a un periodo graduale per le piccole medie imprese – spiega Fulvio Sarzana, avvocato e docente –. È stata scritta una legge che condona il passato ma non cura il futuro”. E c’è il rischio che salvi i social network in gran parte dei casi in cui sono coinvolti, ovvero “in tutte le fattispecie gratuite che però hanno comunque causato danni. Basti pensare al caso Tiziana Cantone: secondo le norme precedenti, avrebbero potuto essere perseguiti anche per una sola foto, laddove si fosse evidenziato un illecito. Oggi la depenalizzazione delle fattispecie di danno renderebbe inutile perseguire casi nei quali non sussiste profitto”.
Il numero. Una sorta di “norma penale in bianco” sembra riguardare invece gli articoli 167 bis e ter. “La comunicazione, la diffusione e l’acquisizione fraudolenta configurano il reato solo se c’è un trattamento illecito di dati personali riferibili a un numero rilevante di persone – spiega Aterno – ma questa forma lascia una grande incertezza sull’interpretazione. Che significa ‘numero rilevante’? Anche la diffusione dei dati di una sola persona può provocare danni enormi”.
I tempi. Il decreto è stato scritto di corsa e in grande ritardo, la Pubblica amministrazione e le aziende sono indietro nell’adeguamento. Il regime transitorio previsto fa sì che molti casi pendenti, importanti e gravi, che al 31 dicembre abbiano già ricevuto un atto di contestazione da parte del garante privacy finiscano in una sorta di procedura stralcio (una dinamica che in pratica risolve le questioni aperte in un momento di transizione legislativa, ndr) e abbiano così un doppio binario con criteri di decisione incerti. “Il vizio originale – spiega Aterno – è la corsa con il quale è stato redatto e corretto. E il problema persisterà fino al 21 maggio”.
Abusi su bambine dell’asilo di Bankitalia. A giudizio un 25enne
La procura di Roma ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Jonathan Trupia, 25 anni, accusato di molestie nei confronti di 25 bambine di età compresa tra 3 e 5 anni.
Gli abusi sono avvenuti in una scuola materna frequentata dai figli dei dipendenti di Bankitalia.
A incastrare il docente sono state anche le immagini delle telecamere messe nelle aule a seguito delle denunce dei genitori, preoccupati di quanto raccontavano le bimbe al rientro da scuola e nelle quali si vede Trupia in atteggiamenti intimi con le alunne.
L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone
Il professore, che si trova in carcere, nel corso dell’interrogatorio di garanzia ha ammesso le sue responsabilità dicendosi pentito per quanto fatto.
Nell’agenda di Falcone qualcosa non torna
II 22 maggio cade di venerdì. È il giorno in cui Falcone dovrebbe partire per Palermo. (…) La sua segretaria, Francesca Carraturo, ricorda che, quando usava dei voli di linea, “di solito non facevamo mai la prenotazione con il suo cognome. (…)
Falcone utilizza anche voli coperti della Cai, per i quali è referente il Sisde. Ed e quello che viene prenotato per le ore 19 di venerdi 22 (…). Il sabato, tornata in ufficio, Francesca Carraturo troverà però ancora lì il giudice: “Non era partito il venerdi perché voleva partire insieme alla moglie” (…). Per Francesca Morvillo, infatti, fin da mercoledì o da giovedì, la prenotazione è stata fatta per il sabato, con un biglietto per un volo di linea delle 18.50 o delle 20.20 (…). Al Sisde, il dottor Lorenzini, vicedirettore della divisione Sicurezza, conferma che il 19 maggio ha ricevuto la prenotazione del giudice per il 22. Solo la mattina del venerdi Falcone gli ha telefonato per spostare il volo alle 17 del 23. Motivo del cambiamento di programma, per i giudici, sta nel fatto che Falcone vuole andare insieme alla compagna ad assistere alla mattanza a Favignana.
(…) Il nuovo spostamento era stato comunicato alla Questura di Roma soltanto alle 16.30 del 23 maggio (…). Ci sono, nella ricostruzione fatta in sentenza, due dettagli che tuttavia stonano: se da una settimana Falcone era intenzionato ad andare a Favignana sabato mattina 23 maggio con Francesca Morvillo, perché la moglie aveva prenotato un aereo per sabato 23 alle ore 18.50 o alle ore 20.20?
E perché il giudice attese a comunicare il rinvio della gita solo due ore prima della prevista partenza? La risposta più semplice che si può ipotizzare e che Falcone volesse fare una sorpresa alla moglie (…) E questa spiegazione può andar bene per il rapporto con la moglie. Ma non per il resto degli interlocutori. Perché, sulla Sharp, il rientro Roma-Palermo e regolarmente segnato al 23 maggio, non al 22. Se decise solo il 22 pomeriggio di cambiare progetti, che bisogno avrebbe avuto di segnarsi come promemoria la partenza per il sabato? (…) Decido di chiedere delucidazioni al suo amico e avvocato Francesco Crescimanno: “Almeno 48 ore prima Falcone sapeva che sarebbe rientrato a Palermo sabato 23 maggio. Prima di tornare a Palermo mi chiamava e mi diceva: “Torno il tal giorno e ci vediamo”.
Ma se il giudice sapeva da almeno 48 ore che sarebbe partito il sabato, perché attendere tutto quel tempo per prenotare il nuovo volo (…)? Qualcosa di sicuro lo preoccupava molto, perché del viaggio del 23 maggio da Punta Raisi a Capaci, Giuseppe Costanza, l’autista che si salverà, ne rammenta nitidamente un comportamento assurdo: “Io l’ultima cosa che ricordo del dottor Falcone è, appunto, nel chiedergli quando dovevo venire a riprenderlo; mi ha detto: ‘Lunedi mattina’ Io gli dissi: ‘Allora, arrivato a casa cortesemente mi dà le mie chiavi in modo che io lunedì mattina posso prendere la macchina’ ma probabilmente era sovrappensiero perché una cosa del genere non riesco a giustificarla soprattutto da lui. Sfilò le chiavi che erano inserite al quadro dandomele dietro e io a quel punto lo richiamai dicendogli: ‘Cosa fa? Così ci andiamo ad ammazzare’ Questo e l’ultimo ricordo che lui girandosi verso la moglie e incrociandosi lo sguardo e girandosi ancora verso di me fa: ‘Scusi, scusi’. Ecco, queste sono le ultime parole che io ricordo perché poi non c’e più nulla”. Ma cosa lo avrebbe portato soprappensiero a tal punto da spingere un’auto in corsa, resta un mistero. Si può solo narrare cosa accadde nelle ventiquattr’ore precedenti. (…)
Cucchi, l’accusa ai carabinieri confermata da due colleghi
Nessuna incertezza. Nessuna contraddizione. Hanno confermato le accuse i testimoni chiave del processo bis ai 5 carabinieri imputati, a vario titolo, per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009, a pochi giorni dal suo arresto, la notte tra il 15 e il 16. Il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima e l’appuntato Maria Rosati hanno ribadito in aula di aver saputo del ragazzo “massacrato” e del tentativo di insabbiare tutto. A testimoniare per primo è stato il maresciallo. Incerto fino all’ultimo, tanto che la settimana scorsa in un’intervista al Fatto Quotidiano aveva detto di essere impaurito per le ritorsioni che stava subendo (diversi procedimenti disciplinari). Ad ascoltarlo c’era Roberto Mandolini, il maresciallo dei carabinieri imputato di calunnia e falso in atto pubblico (per aver falsificato, secondo l’accusa, il verbale sull’arresto e per aver scaricato il pestaggio sulla polizia giudiziaria). Finora non si era mai presentato in aula, così come i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale.
Casamassima ripete quanto verbalizzato nel maggio 2015: “Con il maresciallo Mandolini nell’ottobre 2009 ho avuto uno scambio di battute nella caserma di Tor Vergata. Era agitato, si mise le mani sulla fronte e mi disse ‘È successo un casino, i ragazzi hanno menato un arrestato”’. Nel 2015 aveva detto “massacrato”, ha ricordato il pm Giovanni Musarò e Casamassima ha confermato: “Massacrato”. Ha poi aggiunto che vide Mandolini andare verso l’ufficio del comandante, il maresciallo Enrico Mastronardi. Dopo, seppe da Maria Rosati che Bertolini era andato da Mastronardi per parlare di Stefano. “La mia attuale compagna, allora solo una collega, mi disse che Mastronardi aveva fatto il nome Cucchi e che le era rimasto impresso perché quando aveva lavorato al Nord (a Ortisei, ndr) “crucchi” era un termine dispregiativo.
Casamassima ha pure confermato di aver incontrato il maresciallo Sabatino Mastronardi, figlio del comandante, dopo la morte di Cucchi. Gli avrebbe detto: “Non ho mai visto una persona messa così male”. Inoltre, ha parlato di un incontro casuale con Mandolini nell’ottobre 2016, dopo averlo accusato: “Cercai di aiutarlo, gli consigliai di andare dal pm a dire le cose come andarono anche perché la procura stava avanti (aveva già in mano intercettazioni, ndr) e lui non aveva partecipato al pestaggio. E Mandolini mi rispose: ‘Il pm ce l’ha a morte con me’”. L’avvocato Naso, difensore di Mandolini ha provato a far cadere in contraddizione il teste, senza riuscirci: “Non siamo da Barbara D’Urso, questa è una cosa seria”, si è spazientito il legale e Casamassima: “Avvocato i miei arrestati sono tutti vivi, non morti”.
Subito dopo tocca a Maria Rosati, che fa una premessa: “Sono un carabiniere, confermerò sempre quello che ho detto”. Il giorno dopo l’arresto “in tarda mattinata mi trovavo a fare fotocopie di fronte all’ufficio del maresciallo Mastronardi che, per rispetto, chiamavamo ‘Il Cavaliere’. Per noi era un guru e io per lui ero come una figlia. Arrivò un uomo in borghese e mi fu presentato dal Cavaliere come il maresciallo Mandolini”. Mastronardi dopo averlo rassicurato che poteva parlare davanti alla Rosati disse, secondo la testimone: “I miei ragazzi hanno massacrato un ragazzo che si chiama Cucchi”. E Rosati conferma di ricordare quel cognome per via della storia dei crucchi. Sempre Mandolini, in corridoio, davanti a lei (prima di chiudersi nell’ufficio di Mastronardi) avrebbe aggiunto: “Il ragazzo non se lo vuole prendere nessuno” e Rosati ha dichiarato che si voleva scaricare su altri la responsabilità del pestaggio. Cosa che poi avvenne, tanto che sono stati accusati e poi prosciolti alcuni agenti della polizia penitenziaria. Rappresentati dall’avvocato Fabio Anselmo c’erano in aula i genitori di Stefano Cucchi e la sorella Ilaria, visibilmente commossa: “Ritengo il maresciallo Mandolini – ha dichiarato – il principale responsabile morale di questi anni di attesa della verità” e ricorda che aveva parlato del momento dell’arresto come di “un’allegra serata. Oggi ascolto tutta un’altra storia”.
Si è costituito l’uomo che venerdì ha ucciso due persone
Si è costituito la scorsa notte nel carcere di Vibo Valentia Francesco Olivieri, il 32enne che venerdì scorso, tra Limbadi e Nicotera, nel vibonese, ha ucciso due persone e ne ha ferita un’altra. Il personale del carcere ha subito avvertito i carabinieri, che hanno preso in consegna il pluriomicida e lo hanno condotto in caserma, dove é stato sottoposto d interrogatorio da parte del pm della Procura della Repubblica di Vibo Valentia. Francesco Olivieri, nel corso dell’interrogatorio, condotto dal pm Concettina Iannazzo, é stato sentito sul movente che lo ha indotto ad uccidere a Nicotera Giuseppina Mollese e Michele Valerioti dopo averli raggiunti nelle rispettive abitazioni. Sul contenuto dell’interrogatorio, al momento, non é trapelata alcuna indiscrezione. Ieri i carabinieri, nelle campagne di Spilinga, avevano trovato l’automobile utilizzata da Olivieri per la fuga. La vettura (una Fiat Panda) era stata data alle fiamme.
Non si sa, al momento, dove Olivieri abbia lasciato il fucile utilizzato per compiere il duplice omicidio, che non aveva con sé nel momento in cui si é presentato i carcere.