Stangata sui “No-Tap”: fioccano multe da 3.500 euro (da pagare in un mese)

Sanzioni pecuniarie da 3.450 euro ciascuna da pagare in 30 giorni per i cittadini di Melendugno (Lecce) che hanno protestato contro la realizzazione del gasdotto Trans Adriatic Pipeline, che arriverà dall’Azerbaigian in Puglia, impedendo il transito degli ulivi espiantati.

È trascorso circa un anno dalle notti del 16 maggio e del 4 luglio, quando centinaia di persone si erano radunate lungo la strada provinciale che collega Melendugno a San Foca ritardando il passaggio dei mezzi della multinazionale scortati dalle forze dell’ordine. In quel periodo la cittadina salentina, abitata da novemila persone, veniva presidiata da circa settecento agenti. Da ieri mattina un centinaio di persone ha ricevuto la notifica delle sanzioni per aver impedito la libera circolazione dei veicoli. Si tratta di un illecito amministrativo. In verità, spiega l’avvocato Francesco Calabro, “i manifestanti avevano per obiettivo solo quello di ostacolare e ritardare il transito degli ulivi espiantati, non gli altri veicoli che comunque passavano”. A ricevere le multe una pensionata nata nel 1958, un imbianchino dieci anni più giovane, un trentenne panettiere, un fotografo, un cuoco, un gestore di una casa vacanze. C’è anche un nucleo familiare di tre persone, tutte multate per un totale di 10 mila euro. Dopo il preavviso di sanzione emesso dal questore di Lecce, Leopoldo Laricchia, il prefetto, Claudio Palomba, ha respinto le memorie presentate dai legali dei manifestanti, procedendo con l’ingiunzione di pagamento. “Ricorreremo al giudice di pace” – fa sapere l’avvocato Calabro – “perché si tratta di una manifestazione finalizzata a impedire una condotta illecita”. Infatti, torna al centro del dibattito una delle prescrizioni obbligatorie da Valutazione di Impatto Ambientale, la A29, che vincola il periodo di espianto degli ulivi da dicembre a febbraio. E che Tap non avrebbe rispettato. È per questo che, il 27 aprile scorso, la magistratura ha messo i sigilli a uno dei cantieri.

I giudici del Riesame, ieri, hanno respinto l’istanza di dissequestro. Le sanzioni per i cittadini, però, al momento restano. Tap, che continua a lavorare nell’altro cantiere, è coinvolta anche nell’indagine sul reale quantitativo di gas presente nel terminale di ricezione che sorgerà a poche centinaia di metri dalla popolazione. Si ipotizza l’aggiramento della direttiva europea Seveso sulla sicurezza degli impianti, che avrebbe reso obbligatoria anche la consultazione popolare.

Sistema Raiola, affari e insulti: Figc apre indagine

Mino Raiola è lusso, successi, eccessi. Il più influente agente dei calciatori ha poche regole e un credo, anzi un vanto: se stesso. Ora scopre che esiste un limite. Perché la Procura federale – la struttura inquirente Figc – gli ha appena notificato a tre indirizzi europei l’apertura di un’indagine per la violazione del codice di giustizia sportiva: dichiarazioni lesive contro l’istituzione (per l’esattezza, articolo cinque). Raiola soppesa le percentuali, non gli insulti pubblici. Un giorno definì “cane” Pep Guardiola.

Il procuratore Giuseppe Pecoraro gli contesta la furiosa reazione – datata 20 marzo – per la mancata convocazione in Nazionale di Mario Balotelli, assistito raiolano, il fuoriclasse che a volte non s’applica abbastanza: “Abbiamo una Federazione che fa schifo, è molto scarsa, molto debole, non ha idee di cosa fare. Dovremmo cercare prima un direttore sportivo, poi fare un piano tecnico, non cercare un tecnico e farci fare un piano”.

Il pericolo è una sanzione di qualche decina di migliaia di euro, e Raiola l’assegno lo stacca bendato. Il messaggio è più raffinato, e per Raiola non è ammessa indifferenza, o peggio strafottenza. Qui si tratta di un principio (parolone): pure gli agenti dei giocatori, che scarnificano o rimpinguano le formazioni, che incidono sul campionato, subiscono un procedimento disciplinare. Non sono immuni. Non sono estranei. Anche se incassano in Italia e fatturano in Irlanda. I campioni di Raiola producono spettacolo, Raiola fa spettacolo. A suo modo, è uno spettacolo, di maschere e di copioni variabili. Con incipit malinconico: originario di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, da ragazzo emigra col padre in Olanda. E poi leggende: un passato nel ristorante di famiglia, dirigente sportivo al debutto si fa apprezzare per il trasferimento di un biondino all’Inter, Denis Bergkamp.

Oggi “Re Mino” arruola Paul Pogba, Zlatan Ibrahimovic, Marco Verratti, Blaise Matuidi. Pollici all’insù con i campioni del pallone. Colloqui riservati a mollo in piscina. Conferenze stampa in bermuda. Accordi milionari firmati nei salotti degli aerei privati. Aziende in Europa, villa a Miami. Incastri astrusi con le società: il Milan cinese strappa per 6 milioni di euro a stagione il portiere Gianluigi Donnarumma e ingaggia il fratello Antonio per il ruolo di vice. E il Milan riporta il racconto su Raiola di nuovo verso l’Olanda. Il fisco di Amsterdam s’è posto una domanda: base a Montecarlo e società in Irlanda, l’agente dove paga le tasse? Come ha rivelato il Fatto, le autorità olandesi hanno avviato un’istruttoria su Raiola per verificare la sua reale residenza fiscale. Il periodo scandagliato va dal 2014 al 2017 e sappiamo che gli olandesi hanno chiesto alla Guardia di Finanza di recuperare i contratti siglati con i rossoneri.

Raiola ha un rapporto antico con il Milan. Ha attraversato indenne il passaggio di consegne fra la gestione di Silvio Berlusconi e la chiacchierata avventura di Yonghong Li, l’imprenditore cinese dal patrimonio friabile, inseguito da un paio di banche e da una caterva di debiti. In Lega calcio l’hanno accolto con giubilo scrutando con sguardo vispo le sue credenziali di onorabilità.

Il futuro dei rossoneri di Rino Gattuso, vicini a una qualificazione in Europa League e non lontani dall’ingloriosa sconfitta in Coppa Italia, dipende dal fondo Elliott. Dagli americani – che comandano in Telecom – che hanno prestato 300 milioni di euro (con tasso all’undici per cento) al carneade cinese con le mitologiche miniere di fosfato.

Yonghong Li ha comprato il Milan per 740 milioni di euro: oltre all’aiuto di Elliott, la transazione si è completata con 340 milioni planati sui conti di Fininvest da conti offshore.

L’esordio nel campionato italiano di Li è parecchio modesto, non può festeggiare. A differenza di Berlusconi, che s’è liberato di un’azienda in perdita (ormai anche di consenso politico) e di Raiola, che ha sistemato la famiglia Donnarumma. Le domande, con motivazioni diverse, se le fanno pure in Figc: cos’è accaduto attorno al pluridecorato Milan negli ultimi anni?

Manovre Usa-Seul, Kim fa saltare il banco

In vista in vista dell’incontro di Singapore del 12 giugno tra il leader nord coreano Kim Jong-un e il presidente americano Donald Trump, il regime aveva iniziato a smantellare il sito settentrionale dei test nucleari; la chiusura definitiva è prevista fra il 23 e 25 maggio con una ispezione di esperti internazionali.

Ieri la “bomba”: la Corea del Nord cancella i previsti colloqui di oggi con Seul e minaccia di annullare il summit tra Kim Jong-Un e Donald Trump. Il motivo: le esercitazioni militari che proseguono tra Usa e Corea del Sud e che sono interpretate da Pyongyang come una prova di invasione. Una notizia che ha vanificato le aspettative. “Vogliamo partecipare agli sforzi” per vietare totalmente i test nucleari. aveva detto l’ambasciatore nordcoreano alle Nazioni unite, Han Tae Song, durante la conferenza per il disarmo a Ginevra. Questo quadretto idilliaco non è stato apprezzato da alcuni osservatori delle agenzie di monitoraggio internazionali sull’atomica che non sono stati invitati alla dismissione del sito ed hanno sollevato dubbi sulla trasparenza delle operazioni di Pyongyang. Punggye-ri, nel nordest della Corea del Nord, è stato teatro di tutti i sei test nucleari pubblicizzati dal regime guidato da Kim Jong-un, l’ultimo dei quali a settembre dello scorso anno, quando il regime disse di aver usato una bomba H. Gli stessi osservatori hanno una lettura diversa: ovvero che la vasta area e i tunnel scavati della base non sarebbero più utilizzabili dopo l’ultimo test di settembre 2017 che avrebbe portato al collasso il monte Mantap, abbassatosi di mezzo metro. Washington dal canto suo chiede la “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile” alla Corea del Nord, però anche in questo caso gli esperti sottolineano che Pyongyang non ha dato alcun impegno pubblico sulla rimozione dei suoi arsenali, che includono missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti.

Krimsky, il ponte di Putin unisce Crimea e Caucaso alla faccia dell’Ucraina

Il primo camion che ieri ha attraversato lo stretto di Kerch era un kamaz arancione. Alla guida c’era il presidente della Federazione russa. Sotto le sue ruote c’era il nuovo ponte Krimsky, una metafora dei suoi 18 anni di governo, simbolo della sua era. Sopra le onde dell’Azov da ieri sorge il ponte di Vladimir Putin, una lingua di ferro e cemento che unisce la regione di Krasnodar e la Crimea, che fotografano perfino i cosmonauti di Mosca nello spazio. “È la costruzione senza precedenti che durerà per secoli”, “la strada del futuro”, ha scritto la stampa russa: 19 km, “il ponte più lungo d’Europa ora è russo”.

Cronaca breve di una storia lunghissima. Putin promise di costruire il ponte Krimsky subito dopo la rivolta di Maidan e il referendum in Crimea.

Il ponte era “un progetto a cui pensava già lo zar Nicola II, oggi abbiamo compiuto una missione storica, unendo Crimea e Caucaso”. Se ha riguadagnato consenso tra il suo popolo con l’annessione della penisola nel 2014, con questo ponte, Putin l’ha definitivamente cementificato quattro anni dopo. La costruzione è da record sovietico, primato stakanovista: terminata con sei mesi d’anticipo, è durata in totale 816 giorni, ovvero 2 anni e tre mesi. Alle 4 corsie hanno lavorato 10.000 persone senza pause. Traffico previsto: 40 mila auto, 14 milioni di passeggeri e 13 tonnellate di merci l’anno. È costato 6,9 miliardi di rubli e molte sanzioni americane verso i proprietari delle ditte costruttrici, tra cui c’è la Stroygazmontazg di Arkady Rotenberg, amico d’infanzia ed ex judoka che si allenava con il presidente, che aveva già ricevuto 7 miliardi di dollari per i giochi di Sochi. Il Krimsky è il fil di ferro con cui Putin ha cucito la mappa della Russia senza il consenso dalla comunità internazionale, un ponte che unisce due coste, ma che sembra un muro dai distanti binocoli ucraini. La Crimea, considerata “territorio temporaneamente occupato”, è sempre più lontana per Kiev. Il premier ucraino Groysman ha dichiarato il ponte palese “violazione del diritto internazionale”, Putin invece pensa già al prossimo: una costruzione che unisca Sakhalin, estremo est russo, con Hokkaido.

Regeni, software di Mosca per trovare la verità al Cairo

Caccia finale ai carnefici di Giulio Regeni. La missione della procura di Roma al Cairo acquisirà tutto il registrato del sistema di videosorveglianza della Linea 2, dalle 19 alle 21 del 25 gennaio 2016. Immagini che finiranno in 32 hard disk – grazie ad un software di una società di Mosca – dentro cui gli investigatori italiani sperano di individuare il volto e la figura di Giulio e l’eventuale presenza di poliziotti o agenti della National security coinvolti nelle indagini.

La linea 2 della metropolitana del Cairo taglia la città da sud a nord, transitando nella municipalità di Giza, dove Giulio Regeni ha abitato fino a quella sera. L’origine è a El-Munib e dopo quasi 22 chilometri e 20 stazioni arriva a Shubra el-Kheima.

Il cuore della linea ‘arancione’ sono proprio i circa 4 chilometri che intercorrono tra la stazione di el-Bahoos, quartiere di Doqqi, dove Regeni è entrato pochi minuti prima delle 20, e quella di Mohamed Naguib, la sua fermata. Basterebbe questo lasso di tempo, dieci minuti circa, e di spazio per individuare la sorte del ricercatore di Fiumicello trovato poi morto ai bordi della Desert Road per Alessandria, il 3 febbraio.

Dopo il diniego da parte di una società tedesca, il lavoro di recupero delle immagini di quel 25 gennaio è stato affidato agli esperti arrivati da Mosca. Il materiale sarà studiato dagli inquirenti sotto il coordinamento del capo della procura egiziana Nabil Sadeq, a cui la Procura di Roma ha chiesto collaborazione, più o meno fattivamente, da un paio di anni. Il lavoro ha preso ieri il via verso le 12 all’interno del quartier generale dell’intelligence egiziana a Nasr City, est del Cairo, e, secondo gli esperti, dovrebbe andare avanti per una dozzina di giorni.

Sono passati quasi due anni e mezzo dalla morte di Regeni, il recupero delle immagini della metro poteva essere fatto prima. Adesso, quanto meno, la Procura potrà cercare di raccogliere indizi importanti o, al contrario, stabilire se le immagini sono state manomesse. Al Cairo, nel frattempo, la tensione è alta. Da una parte le speranze riposte nell’analisi della montagna di registrazioni del sistema di videosorveglianza della metropolitana, dall’altra la situazione degli avvocati, dei consulenti dell’Ecrf, la Commissione egiziana per i diritti e la libertà, e dei loro familiari.

Nel mirino della Sicurezza nazionale del Cairo è di nuovo finito il leader della Commissione, Ahmad Abdallah, già arrestato il 24 aprile del 2016 e rimasto in carcere per sei mesi. Ieri Abdallah si è reso irreperibile, oscurando anche i suoi profili social, sempre molto attivi. La repressione del governo di Abdel Fattah al-Sisi nei confronti dell’organizzazione che si occupa di diritti umani ha fatto segnare un altro duro colpo venerdì scorso col blitz in casa del numero due di Ecrf, Mohamed Lotfy, e l’arresto della moglie, Amal Fathy. Proprio durante l’interrogatorio della Fathy sarebbe tornato fuori il ruolo di Abdallah. Per favorire la liberazione di Amal da lunedì Paola Deffendi, la madre di Giulio, e il suo avvocato, Alessandra Ballerini, hanno avviato uno sciopero della fame in alternanza, a cui, simbolicamente, avrebbero già aderito 200 persone.

“L’Europa si opponga agli Usa o dimostrerà di non esistere”

Scontri? Non c’è stato nessuno scontro. È stato un barbaro eccidio di ragazzi disarmati. Da una parte c’è l’imperdonabile cinismo di Hamas che manda ragazzi al massacro, dall’altra soldati israeliani che prendono di mira anche i bambini e poi festeggiano postando su Facebook i video dei colpi andati a segno. Le notizie da Gaza sono orribili, e innanzitutto colpisce il modo con cui vengono date sui media. Ogni volta che si tratta di Israele scatta una forma di autocensura. Nutro rispetto e amicizia verso Israele: il paese di Amos Oz, di David Grossman, Yitzhak Rabin. Ci si domanda come si è potuti arrivare ad un tale punto di orrore; come abbia potuto prendere il sopravvento la classe dirigente di Lieberman e Netanyahu.

Come si è arrivati a questo punto? E perché le reazioni europee sono state a dir poco blande?

Prima di tutto, va considerato che qualsiasi altro Paese al mondo avesse fatto una cosa del genere sarebbe stato messo sotto accusa. Perché lo scopo dell’esercito è solo quello di umiliare e terrorizzare la popolazione di Gaza, non certo di difendere Israele. E dall’altra c’è la disperazione di un popolo usato come massa di manovra da Hamas.

Un’impasse insuperabile?

Bisogna innanzi tutto fermare questo massacro. È necessario che la comunità internazionale, l’Europa usino parole chiare. È una situazione senza via d’uscita: la politica israeliana, con l’appoggio degli Usa, ha spazzato via ogni possibilità di uno stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula ‘Due popoli, due Stati’. Lo stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono in una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta. Sicurezza e sviluppo economico del nostro continente sono legati in modo vitale alla pacificazione del Medio Oriente.

Quella americana è strategia o soltanto disinteresse?

Invece di pacificare gli Usa, in tutto lo scenario Medio Orientale, soffiano sul fuoco, alimentano i conflitti, incoraggiano la politica aggressiva saudita e quella espansiva israeliana. Ma allarghiamo il quadro: l’Amministrazione Trump non solo è uscita dall’accordo nucleare con l’Iran, ma addirittura minaccia di colpire con sanzioni le aziende europee che commerciano con Teheran sulla base dell’accordo recepito da una risoluzione dell’Onu e approvato dagli stessi Usa. Il nostro più grande alleato minaccia di colpire le nostre aziende: è il punto più basso di affidabilità raggiunto da Washington, ed è la violazione dei principi. Ora, capisco che i diritti fondamentali non vadano più di moda, nonostante costituiscano il nostro patrimonio di idealità e valori, ma l’Unione europea è minacciata direttamente nei suoi interessi. In questo momento non bastano rituali appelli alla moderazione delle parti come detto dalla Mogherini. Se l’Europa non è in grado di reagire, vuol dire che non esiste più.

E dunque cosa dovrebbero fare i vertici di Bruxelles?

Hanno l’occasione fin dai prossimi giorni di dimostrare di contare ancora qualcosa. Facciamo un parallelo tra Medio Oriente e Corea del Nord: l’accordo sul nucleare con l’Iran è sotto controllo da parte dell’agenzia dell’Onu per il nucleare, l’Aiea; mentre l’impegno coreano è ancora tutto da verificare. Ciò nonostante, gli americani vogliono un cambio di regime a Teheran, ma non a PyongYang, che non mi pare più democratico degli ayatollah. Il perché di questa diversità di comportamento? Perché gli Usa rispettano la Cina molto più di quanto fanno con l’Europa.

Quali sono gli atout di Pechino che l’Europa potrebbe “copiare”?

Il regime di Pechino ha mosso le leve in suo possesso nello stile felpato che gli è caratteristico: per esempio invitando a pranzo Kim Jong-un e ricordandogli i costanti aiuti che la Corea del Nord riceve e grazie ai quali sopravvive. Come ha probabilmente fatto notare a Trump che detiene buona parte del debito pubblico americano. Una dimostrazione di leadership e visione. L’Europa è ancora potentissima, ma non vuole farsi rispettare; Israele vive dei rapporti anche commerciali con l’Europa e questo potere va usato con discrezione, ma fermezza. Se vogliamo difendere l’accordo sul nucleare e evitare che in Iran prenda il sopravvento la parte più conservatrice e fondamentalista, bisogna offrire al governo di Teheran una sponda per la realizzazione dell’accordo, soprattutto sul piano della cooperazione economica. L’Occidente deve smettere di essere oscillante. Questo atteggiamento che ha lasciato il campo alla Russia che appare sempre più come la potenza coerente e affidabile, capace di dialogare con Siria e Iran e, al contempo, di ricevere Netanyahu. Di fronte alle scelte sconcertanti di Trump tocca all’Europa recuperare un ruolo centrale.

Fino a pochi anni fa la questione palestinese era un caposaldo dei partiti e della società civile in Europa: perché questo tema si è completamente liquefatto?

La crescente percezione della minaccia islamica ha corroso il sostegno sulla questione palestinese, che è divenuto marginale. Ora si tratta di recuperare anche questa emergenza umanitaria; in passato l’Italia fu in grado di proporre un piano efficace per ridurre la tensione in Libano, mettendosi a capo di una missione internazionale; ora, per di più senza governo, non credo abbia più la stessa capacità di leadership, ma penso sia necessario proporre l’invio di una missione di osservatori internazionali a Gaza che permetta di fermare questa tragedia.

Il senso di Hamas per il confine col filo spinato

Sassi contro carabine non è mai uno scontro equo. Ma pensare che i cortei di protesta in occasione delle “Marce del ritorno” sponsorizzate da Hamas – organizzazione che Unione europea, Stati Uniti, Canada, Egitto, Giappone e, manco a dirlo, Israele considerano terrorista, al contrario di altre nazioni come Iran, Qatar, Russia, Cina, Norvegia – siano state mere manifestazioni di rabbia spontanea, sarebbe un errore.

Una delle tesi è che i dirigenti di Hamas abbiano pianificato nel dettaglio la rivolta, modificando le attività di avvicinamento al confine con Israele ogni venerdì per portarle al culmine nello scontro del 14 maggio, quello più sanguinoso. A evidenziare questo particolare è stato il Jerusalem Post che ha sfruttato proprie fonti sul campo. I leader palestinesi sapevano che Israele avrebbe reagito sparando? Di certo erano stati avvisati, ma una risposta affermativa significherebbe che in nome della lotta politica Hamas ha mandato al massacro degli inermi, e su questo non vi possono essere certezze.

I fatti però evidenziano un crescendo nelle manovre per sfondare la barriera, eventualità che Tel Aviv vive come un incubo. Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta una “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza: il 6 aprile i manifestanti iniziano a incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine. Hamas non lascia nulla al caso: i protagonisti delle proteste vengono portati al confine con i bus dell’organizzazione; a centinaia di metri dalla barriera del confine si montano le tende sanitarie per curare i feriti, e gli spazi per le famiglie e le aree di preghiera. Ci sono persone addette alla vendita di cibo, e chi si unisce alla protesta mangia prima di diventare shahid, ovvero un “martire al fronte”.

In queste aree, prima che inizino gli scontri con l’esercito israeliano si presentano al mattino i leader di Hamas che tengono discorsi incitando alla rivolta.

C’è poi la fase vera e propria dell’assalto alla barriera: un compito affidato ai più giovani che utilizzano tronchesi per rompere il filo spinato. A separare i palestinesi di Gaza dal confine c’è una zona-cuscinetto: Hamas manda i ragazzi in quel settore sebbene Israele già da marzo aveva avvisato che chiunque si sarebbe avvicinato alla zona sarebbe stato colpito. I leader del movimento coordinano queste azioni da posizioni privilegiate o con rapidi spostamenti in moto: non appena si intravede un punto debole, i capi di Hamas spediscono le squadre che si buttano sul filo spinato come soldati nella prima guerra mondiale per sfondare le linee nemiche. Perchè questo è l’obiettivo dichiarato, come ha raccontato Joe Dyke, il corrispondente dell’Afp a Gaza in un articolo uscito giovedì scorso: “I dirigenti di Hamas nel briefing con i media stranieri dicono che martedì migliaia di palestinesi sfonderanno il muro di confine”. È finita come il mondo ha visto.

Feste e pallottole, Bibi ride ma perde la sfida mediatica

Si piangono i morti nelle strade di Gaza e si spara ancora lungo la Barriera di confine. In qualche migliaio sono tornati ieri a sfidare i cecchini israeliani appostati lungo tutta la frontiera, certamente non era la folla di lunedì. Due palestinesi sono stati uccisi lungo il confine, 250 feriti. La strage dei manifestanti – 60 morti ieri, fra loro sette minorenni e una ragazzina di otto mesi soffocata dai gas lacrimogeni – ha lasciato scioccati anche gli abitanti di Gaza, che pure negli ultimi dieci anni hanno conosciuto quattro guerre. Non tutti erano civili inermi – accusa Israele – 24 morti erano miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas.

Nel giorno della Nakba, sono scesi in piazza anche i palestinesi della Cisgiordania, freddi nelle settimane passate nei confronti delle proteste a Gaza. Manifestazioni e scontri ci sono stati a macchia d’olio, a Betlemme, a Ramallah, Hebron, Nablus e Jenin. Nella Striscia è anche il momento dell’emergenza per gli ospedali. I 2.700 feriti di ieri hanno svuotato le farmacie degli ospedali, mancano 75 tipi di medicinali e 190 tipi di dispositivi monouso per assistere i feriti.

La mattanza di Gaza e l’uso sproporzionato della forza contro i manifestanti hanno provocato anche una tempesta diplomatica. Quando un esercito moderno, sofisticato e ben armato come l’Idf affronta masse di civili disarmate con aquiloni e pietre la débâcle mediatica e diplomatica è certa. Turchia e Sudafrica hanno ritirato ieri il loro ambasciatore – e quello israeliano nei due Paesi è stato invitato a partire – l’Irlanda e il Belgio hanno convocato i diplomatici dello Stato ebraico per chiarimenti. L’Italia, sollecitata da 40 Ong che operano nei Territori palestinesi a condannare l’accaduto, non è ancora pervenuta. Parole dure sono state espresse invece da Gran Bretagna e Francia, persino dalla Germania che è il miglior alleato di Israele in Europa. La battaglia, dalle sabbie della Striscia di Gaza, si è allargata anche ai corridoi del Palazzo di Vetro a New York, dove ieri il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rispettato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime palestinesi. L’inviato di pace dell’Onu per il Medio Oriente, Nikolay Mladenov, riferendo sugli scontri ai 15 membri del Consiglio, ha affermato che “non ci sono giustificazioni” per le violenze che si sono consumate. “La comunità internazionale deve intervenire e prevenire una guerra”, ha aggiunto definendo la situazione nella Striscia “disperata”. Il Kuwait – membro non permanente del Consiglio di Sicurezza – sta redigendo una risoluzione per “fornire protezione internazionale ai civili palestinesi” che dovrebbe andare in votazione oggi.

Sarà certamente bloccata dal veto degli Usa, che ieri per voce dell’ambasciatrice Nikki Haley hanno sostenuto che “lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme è un riconoscimento dello stato di fatto” e che “Israele ha usato moderazione nel difendersi dalle masse palestinesi”.

Sia che si accetti la narrativa palestinese di masse affamate che dimostrano per dignità, sia la versione israeliana di un cinico sfruttamento di Hamas di vite umane come copertura per intenti omicidi, non c’è dubbio che il numero dei morti abbia rovinato la festa a Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Più le vittime a Gaza salivano, più gli ospiti alla festa della nuova ambasciata americana a Gerusalemme sembravano arroganti, distaccati e privi di compassione. Tutto questo probabilmente non disturba affatto Netanyahu. Il primo ministro israeliano sta cavalcando un’ondata di sostegno pubblico senza precedenti per quello che è visto come un inarrestabile flusso di successi, dalla decisione di Trump di abbandonare l’accordo nucleare iraniano fino alla vittoria della cantante Netta Barzilai nella gara dell’Eurovision di sabato scorso.

Lazio, l’esperimento per tutelare i fattorini via app

La Regione Lazio si doterà di una propria legge per dare più diritti, garanzie e un salario minimo garantito ai “rider” che lavorano tramite cellulare soprattutto nel settore delle consegne. “Ci auguriamo che la nostra legge – afferma il governatore Pd Nicola Zingaretti – spinga la nuova maggioranza a farla propria e a modificare la legislazione nazionale”. L’iniziativa del Lazio arriva a valle della sentenza del Tribunale di Torino che ha dato torto un mese fa a sei fattorini che chiedevano fosse riconosciuto un rapporto di subordinazione con la multinazionale Foodora. Il Piano Zingaretti, presentato assieme all’assessore ed ex leader Cgil Claudio Di Berardino, è al momento una memoria di giunta ma entro l’estate si trasformerà in una proposta di legge.

Per i rider si pensa di introdurre garanzie assicurative, previdenziali e di salute, un salario minimo da individuare in sede di contrattazione collettiva, il rifiuto del cottimo, la manutenzione dei mezzi; c’è anche l’idea di un Portale del lavoro digitale, un’anagrafe di imprese e lavoratori che garantirà a questi ultimi, se si iscriveranno, ulteriori tutele e politiche attive del lavoro affinché non si resti rider a vita.

Reddito di cittadinanza: aiutare i poveri conviene anche ai ricchi

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione a Reddito di cittadinanza (Paper First) di Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, in edicola e libreria da venerdì 18 maggio

Il libro di Stefano Feltri – Reddito di cittadinanza, in edicola e libreria da venerdì per le edizioni Paper First – è un vademecum che capita nel momento giusto per fornire gli elementi indispensabili al lettore che vuole districarsi in una materia complicata come il reddito di cittadinanza, finalmente attuale e ineludibile. Il tema è connesso a due questioni cruciali: si divarica sempre più la distanza tra ricchi e poveri, per cui cresce il numero di persone ridotte alla fame; il progresso tecnologico rende sempre più superflue alcune mansioni umane, per cui un numero crescente di persone si ritrova senza lavoro.

Occorre dunque ridistribuire con maggiore equità la ricchezza (e, con essa, il sapere, il potere, le opportunità e le tutele) seguendo criteri sempre più sganciati dal lavoro, dal momento che il lavoro viene a mancare. Uno dei modi per essere incondizionatamente sicuri che tutti abbiano il necessario per vivere, è dare a ogni cittadino un Reddito di cittadinanza. Se appare ingiusto e sprecone questo sussidio assicurato a ognuno per il semplice fatto di essere cittadino, allora si può ripiegare sul Reddito di inclusione (o reddito minimo, o reddito condizionato) riservato a chi si trova in determinate e dimostrate condizioni (disoccupato, povero, senza casa, disposto a lavorare, disposto a frequentare corsi di formazione, etc.).

Man mano che passano gli anni, dalla caduta del Muro di Berlino (1989), diventa sempre più chiaro che il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto perché il comunismo sapeva distribuire la ricchezza ma non sapeva produrla, il capitalismo sa produrre la ricchezza ma non sa distribuirla. Il trionfo del neoliberalismo va di pari passo con l’aumento della distanza tra ricchi e poveri. Secondo le classifiche di Forbes, nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri. Dopo quattro anni, i 388 Paperoni si erano ridotti a 85. Dopo due anni ancora, nella classifica 2016, ne bastavano 62. È passato meno di un anno e la nuova classifica di Forbes ci dice che bastano i primi 8 più ricchi del mondo per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale. Quanto all’Italia, nel 2007, alla vigilia della crisi, le 10 famiglie più ricche possedevano una ricchezza pari a quella di 3,5 milioni di italiani poveri; oggi, dopo dieci anni di crisi, le stesse 10 famiglie posseggono una ricchezza pari a quella di 6 milioni di italiani. Il divario crescente tra ricchi e poveri è certificato da Eurostat: nel 1910 era a rischio di povertà un italiano su 4; oggi è un italiano su 3. E tutta questa ulteriore divaricazione è avvenuta mentre governava la sinistra. Se un tempo l’incremento della produttività e della ricchezza si traduceva in aumenti salariali per i lavoratori, oggi i salari medi e bassi diminuiscono ulteriormente anche quando la ricchezza complessiva aumenta perché finisce per confluire nelle tasche dei più ricchi.

Come ci ricorda Gian Antonio Gilli, dalla ricchezza e dalla povertà, cioè dalla classe di appartenenza, “dipendono le probabilità di sopravvivenza alla nascita; le possibilità di conseguire il massimo di istruzione formale; la capacità di verbalizzare; il tipo di lavoro che si ‘sceglie’; il reddito, il livello e lo stile di vita; il comportamento sessuale; il comportamento religioso; la probabilità di contrarre determinate malattie; la probabilità di essere rinchiusi in carceri o manicomi, e così via”. E Wright Mills aggiunge che “non solo i figli dei ricchi ereditano la ricchezza con tutti i suoi vantaggi, ma i figli dei poveri ereditano la povertà con tutti i suoi svantaggi”. Ma la disponibilità a ridurre i consumi e sopportare la fame ha un limite e, come dimostra la storia, superato quel limite, le reazioni diventano cruente. Perciò, parlando al Financial Times – Business of Luxury Summit, Johann Rupert, il boss di Cartier che possiede una fortuna di 7,5 miliardi di dollari, si è chiesto: “La società come si sta preparando ad affrontare la disoccupazione strutturale, l’invidia, l’odio e la guerra sociale?” E si è risposto: “La prospettiva che i poveri insorgano contro i ricchi mi tiene sveglio la notte”.

Ed eccoci arrivati al nocciolo sia del reddito di cittadinanza che del reddito di inserimento. Il loro vero scopo è quello di restituire un sonno tranquillo al miliardario Johan Rupert. Il welfare è stato ideato dai ricchi per ammansire i poveri a vantaggio dei ricchi. Otto von Bismarck, il Cancelliere di Ferro che per primo, nel 1883, rese obbligatorie le assicurazioni dei lavoratori dando avvio al welfare moderno, non lo fece per imitazione di Cristo, ma per dare una risposta riformista alle sfide della società industriale, alle rivendicazioni sindacali, alle istanze religiose, alla lotta di classe, alle spinte rivoluzionarie. Insomma, per assicurare sonni tranquilli a tutti i Johan Rupert presenti e futuri. L’Italia seguì a ruota, nel 1889, introducendo l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e poi estendendo via via il welfare alla vecchiaia, all’invalidità, alla morte del coniuge, alla malattia, alla disoccupazione, ai carichi familiari insostenibili, ai servizi sociali per persone non autosufficienti, alle pensioni, ai congedi per motivi di cura parentale, ai congedi di maternità e di paternità.

Dietro ognuna di queste conquiste ci sono state lotte, scioperi, battaglie parlamentari e, sullo sfondo, lo spettro che si aggirava per l’Europa – lo spettro del comunismo – contro cui si erano alleati, in una santa battuta di caccia, papa e zar, radicali francesi e poliziotti tedeschi, come esordisce il famoso Manifesto di Marx e Engels. La posta in gioco di tutte queste lotte era la conquista della sicurezza, cioè di quel diritto la cui mancanza riduce un cittadino in “proletario”, in semplice “possessore di prole”. La sicurezza è il vero spartiacque tra la borghesia che tende a conservarla e il proletariato che tende a conquistarla.