Veltroni parla, il Pd fugge nel passato

Il rischio di deriva autoritaria? C’è, ma non si dice proprio così. Le riforme costituzionali? Sarebbero state necessarie, se qualcuno non avesse sbagliato quasi tutto (il “qualcuno”, ovviamente, è Matteo Renzi). Ieri Walter Veltroni, ma anche Pierluigi Castagnetti, hanno utilizzato il convegno su Roberto Ruffilli, professore ucciso dalle Br nel 1988 che teorizzò la democrazia dell’alternanza e il sistema maggioritario, per mandare una serie di messaggi sulla situazione attuale. Di fronte a quasi tutto il Pd. Impietrito. E alla ricerca di guide e posizionamenti. “Quasi” perché mancava tutto il Giglio Magico: non c’erano né Renzi, né Lotti, né Boschi. “Noi abbiamo cambiato 32 volte la legge elettorale, quindi saremmo alla Repubblica numero 19. Sono cambiati i partiti e tutto questo è andato sotto la specie ‘Seconda Repubblica’, ma siamo immersi nella crisi della Prima Repubblica, senza aver trovato l’approdo che una democrazia malata deve trovare: la capacità della classe politica di scrivere nuove regole del gioco”, ha detto Veltroni, di fronte a un Ettore Rosato in prima fila. Per inciso, quello che ha dato il nome al Rosatellum. E poi ha provato a dire: giù le mani dal Pd. Ovvero, non provate a dividerlo. Con una nota di disillusione: “Serve una coscienza della missione”. Che evidentemente non c’è.

Il Parlamento sospeso dei deputati senza ufficio

“Io sono abituato ad alzarmi la mattina e ad andare a lavorare. E così, adesso, vengo qui a Montecitorio e visto che non abbiamo ancora gli uffici, mi metto in sala lettura”. Luigi Marattin, deputato neo eletto del Pd, ex consigliere economico di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, si attrezza così, con il suo portatile e i resoconti della Commissione speciale (di cui è componente), utilizzando quella che storicamente è la stanza dove i deputati, fingendo di dare uno sguardo ai giornali, si riposano. In alcuni casi, addirittura dormono.

La condizione, in questa lunghissima fase post-elettorale, è comune. In Senato gli uffici sono stati assegnati da poco. Alla Camera sono in via di assegnazione in questi giorni. Racconta Stefano Ceccanti, anche lui dem, di mestiere professore, due legislature fa senatore, e ora deputato dem: “Il gruppo ci ha appena mandato la mail chiedendoci indicazioni su con chi vogliamo stare in ufficio”.

Pochi giorni dopo le elezioni il gruppo leghista incredibilmente nutrito si riuniva nei suoi spazi storici. “Siamo un esercito”, scherzavano. Adesso, però, i singoli deputati gli uffici non ce li hanno. Accade lo stesso negli altri gruppi: Cinque Stelle, Forza Italia, Liberi e uguali. Qualcuno una sistemazione l’ha trovata, ma si tratta più che altro di chi fa parte della presidenza dei gruppi.

Sospensione è la parola giusta per descrivere questo momento. Dall’ufficio stampa di Montecitorio fanno sapere che il ritardo nell’assegnazione degli spazi dipende dal fatto che la divisione è stata più complicata del solito per il forte travaso dei gruppi. E poi, non essendo ancora state costituite le Commissioni, quasi tutti sono ancora in attesa di collocazione. Non solo: molti uffici sono assegnati a Ministri e Sottosegretari del governo Gentiloni. Dunque, finché quello è in carica, sia pure per gli affari correnti, non possono essere liberati.

Insomma, esiste un Parlamento, insediato sì, ma non del tutto, e un esecutivo, dimissionario sì, ma che va avanti. Anzi, si può dire che il Parlamento fino ad ora – a parte per l’elezione degli uffici di Presidenza di Camera e Senato e della Commissione speciale – abbia funzionato solo per dire di sì a decisioni prese a Palazzo Chigi. La Speciale in questo momento è impegnata nelle audizioni per il Def, ovviamente predisposto dal governo Gentiloni. Fino ad ora ha esaminato, discusso e approvato una serie di atti dell’esecutivo: il decreto legge sulla proroga dei membri dell’Autorità per l’energia, Reti e Ambiente e una serie di decreti legislativi (sulle assicurazioni, sui marittimi, sulla privacy, sull’ambiente). Senza troppe divisioni. Lo stesso è successo in Aula: le poche volte che il Parlamento si è riunito è stato per votare qualche decreto. Anche qui, senza lacerazioni, né discussioni.

Quello che, invece, non ha fatto, è stato eleggere il componente mancante della Consulta, in sostituzione del penalista Giuseppe Frigo, espressione del centrodestra, che ha lasciato la Corte nel lontano novembre 2016. Come non ha eletto i due consiglieri laici per il Csm, i sostituiti degli ex membri del Consiglio superiore Maria Elisabetta Alberti Casellati (oggi alla guida del Senato dopo essere stata componente laica del Csm fino a marzo) e Pierantonio Zanettin (per varie legislature parlamentare di Forza Italia, anche lui al Csm fino a marzo 2018), eletto a Montecitorio alle ultime elezioni. Servono la maggioranza di due terzi del Parlamento e si tratta di scelte politiche.

Il governo dimissionario governa, il Parlamento eletto non legifera.

Il Salvimaio sotto schiaffo e il partito del pop-corn

Se l’ottimista è colui che vede opportunità in ogni pericolo (Churchill), allora per il contratto Salvimaio le cose procedono alla grandissima. Mai forse nella storia della Repubblica la formazione di un governo era stata accompagnata da un simile luna park di insulti e sghignazzi. “Dilettanti, è una comica” (Il Giornale). “Più che un governo è un aborto” (Libero). “Coraggio. Fatela finita” (La Verità). “Il grande bluff” (Repubblica). E vai col fango. In Europa si parla apertamente di “Nuovi barbari a Roma” (Financial Times), e mentre Attila è alle porte, direttamente da Bruxelles giungono avvertimenti minacciosi sul debito pubblico che tocca i 2.300 miliardi.

A farsi mettere in mezzo il doppio gialloverde ci mette del suo eccome. Frasi un po’ sceme (“Stiamo scrivendo la storia”), programmi ruminati senza costrutto, girandole di premier veri o presunti, processioni al Quirinale con rientri sempre più mesti. Questo diario, ovviamente, non parteggia per niente e per nessuno ma non può tuttavia sfuggire a una domanda: Salvini e Di Maio saranno anche “dilettanti allo sbaraglio”, ma è giusto che gli oltre 16 milioni di italiani che hanno votato Lega-M5S non contino nulla? Obiezione, naturalmente, risibile per il partito del pop-corn che se la gode davanti alla tv mentre si vede la strana coppia girare a vuoto.

Tifano contro il Salvimaio perché chini sui problemi della Nazione? Non si direbbe proprio. Matteo Renzi, che persegue un unico progetto, l’annientamento dei Cinquestelle, ha soppresso deliberatamente nella culla la possibilità, concreta, di un governo Pd con Di Maio per misere beghe di partito (come raccontato diffusamente su queste colonne da Stefano Feltri). Egli è l’ultimo perciò che può impartire lezioni a chicchessia sull’interesse nazionale.

Quanto al bombardamento “amico” di Silvio Berlusconi su Salvini (per ora con la Luftwaffe di Sallusti poi, se servirà, con robuste dosi di gossip al curaro) avrà termine quando il capo leghista, come cantava Gianni Morandi, ritornerà in ginocchio da lui (qualche segnale si nota).

Però c’è un ma. Se la parola fine al tentativo Salvimaio non è stata ancora scritta è perché Sergio Mattarella non vuole. Per due motivi almeno. Il primo si chiama volontà degli elettori (vedi sopra) a cui il capo dello Stato non può non concedere una seria chance. Perché la maggioranza nel Paese si realizzi anche a Palazzo Chigi.

Il secondo si chiama governo tecnico di servizio. Che Mattarella agita come uno spauracchio per convincere i partiti a fare la loro parte. Ma che costituisce un rischio reale per la credibilità del Quirinale. Visto e considerato che se pure nascesse sarebbe un debolissimo esecutivo di minoranza. Sostenuto per giunta esclusivamente da chi il 4 marzo è stato sonoramente battuto.

Non sappiamo quindi se alla fine il pop-corn andrà di traverso a qualcuno. Perché seminare pericoli in ogni opportunità raramente genera qualcosa di positivo.

È morto Ligresti, l’immobiliarista dello scandalo Fonsai

Era da tempo ricoverato in ospedale, Salvatore Ligresti, l’ingegnere originario di Paternò, che ieri si è spento all’età di 86 anni. L’immobiliarista, a lungo a capo della galassia assicurativa Fonsai, è stato protagonista del mondo finanziario e negli ultimi anni è stato al centro anche di inchieste giudiziarie. Ex membro del consiglio di amministrazione di UniCredit e Rcs, è stato presidente onorario di Premafin Finanziaria, Fondiaria-Sai, Milano Assicurazioni, Immobiliare Lombarda e ha avuto partecipazioni in numerose società del salotto buono milanese che gli varranno il soprannome di “Mister 5%”. Ligresti è stato al centro di numerose vicende giudiziarie: finito in carcere durante Tangentopoli, nel 2013 l’ingegnere Ligresti viene nuovamente arrestato dalla Guardia di Finanza su ordine della Procura di Torino e Milano per il reato di falso in bilancio e manipolazione di mercato e finisce agli arresti domiciliari. Coinvolti anche le figlie Giulia e Jonella che vengono arrestate mentre il figlio Paolo, con residenza a Lugano, evita l’arresto. Nel 2017 è stato condannato a cinque anni di carcere e 100mila euro di multa nel processo di primo grado sulla manipolazione in Borsa del titolo Premafin.

La sinistra che “Però, Salvini…”

Ci avete fatto caso? I delusi di sinistra, avvicinatisi negli anni al Movimento 5 Stelle, sono così sgomenti che ormai non riescono neanche più ad aver paura di Matteo Salvini. Certo, qualche elettore illustre che già si pente d’aver votato i grillini c’è. Per esempio Ivano Marescotti, che subito dopo il voto compariva in ogni studio televisivo per mazzolare con sommo gaudio centrodestra e centrosinistra.

Marescotti sperava in due cose diversamente probabili, ovvero che Renzi facesse autocritica e che il Pd sapesse andare oltre Renzi. Figurarsi. Così, ora che i 5 Stelle si sono definitivamente avvicinati alla Lega, l’attore si duole di aver dato il voto a chi lo usa adesso “per fare un governo con fascisti e razzisti”.

La pensa così anche Paolo Flores d’Arcais, così utopico da credere ancora agli appelli (per giunta di sinistra). E la pensano così anche non pochi lettori del Fatto

. Eppure, se solo vi guardate attorno e parlate con chi ha votato M5S venendo da sinistra, la sensazione dominante non è quella del terrore per governare (forse) con Borghezio e Calderoli, bensì quella del “prima vediamo cosa succede”.

C’è persino la voglia, e forse persino il gusto, di credere all’entusiasmo surreale di Luigi Di Maio, che finge di essere sempre d’accordo con la Lega (come se poi fosse un pregio) e ripete ogni minuto che l’accordo è vicino, le sintonie infinite e “faremo la storia” (come no). Viviamo tempi così stravolti e capovolti che, a un elettore di sinistra che col Pd ha chiuso da un pezzo, Salvini fa ormai molta meno paura di Renzi. A tratti sembra persino condivisibile.

Ovviamente è un’illusione. Lo sanno tutti (tranne Di Maio, o almeno così pare) che Salvini non strapperà mai con Berlusconi. Lo ricordano tutti (tranne Di Maio, o almeno così pare) che Salvini è sempre quello che i 5 Stelle chiamavano fino a ieri “cazzaro” (quando andava bene).

Ciò nonostante, in questo presente dove la continua anomalia è divenuta normalità sdoganata, il Salvimaio non pare poi così indigesto. Fai un giro in centro città, o in Rete, e leggi cose tipo “Magari qualcosa di buono la fanno”, “Tutto sommato Borghi non è male”, “Fedriga se lo guardi bene sembra quasi Richard Gere”. E lo scrivono persone di sinistra, convinte evidentemente che c’è stata nel frattempo una desertificazione tale che persino un (non) governo giallo-verde potrebbe rivelarsi migliore di tutti i disastri succedutisi dal 1994 a oggi (tranne forse il Prodi I).

Se ieri gli ex berlusconiani si sono adattati con preoccupante naturalezza ai patti del Nazareno e agli inciuci basso-renziani, oggi tanti elettori di sinistra paiono guardare a Salvini come a uno che le spara sempre grosse, sì, “ma in fondo ora che ci penso sai che non è così male?”.

È tutto così incredibilmente illogico da essere, a ben pensarci, pienamente italiano: comunque vada, sarà un insuccesso.

I due capi non si fidano. Ma giurano: “Si chiude”

I due capi che non si fidano l’uno dell’altro trattano, aggiungono e tolgono. E si sono visti anche ieri sera, per discutere di nomi. A partire da quello del premier, perché il no calato lunedì dalla Lega ha impallinato in via definitiva l’avvocato e docente universitario Giuseppe Conte, il nome dei Cinque Stelle per Palazzo Chigi. E secondo voci che rimbalzavano dal Parlamento, ieri sera i leader del Carroccio e del Movimento potrebbero aver incontrato la possibile alternativa.

Però tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini c’è un fossato cosparso di sospetti e non detti. Con i 5Stelle che per tutta la giornata di ieri si chiedevano a che gioco stia giocando Salvini. Fino al punto di dirlo: “L’impressione è che Matteo sia in perenne campagna elettorale, e che ingigantisca i problemi per darsi un’alibi in caso di rottura”. Un incubo, quello della frattura, che ieri mattina aleggiava ai piani alti del M5S. Dove hanno preso malissimo le notizie su un incontro lunedì mattina tra Salvini e Berlusconi ad Arcore (poi smentito, i due si erano sentiti al telefono). In serata ad allontanare lo spettro del fine corsa è arrivato un video su Facebook del segretario della Lega. Conciliante, al punto da assicurare: “Siamo al tratto finale, se riusciremo a trovare un punto di equilibrio tra Lega e centrodestra e M5S si parte”. Ma c’è anche l’avvertenza: “Se non c’è accordo, l’unica parola può tornare ai cittadini italiani: e ci sono pro e contro in entrambe le soluzioni”. Insomma, i cattivi pensieri restano. Come la difficoltà a trovare la quadra. “Noi almeno un premier decente l’avevamo proposto, e sembrava tutto fatto, poi però non gli è andato più bene” dicono dal Movimento. Così bisogna trovarne un altro, assieme a un punto di caduta sui ministri. E i due leader ci riprovano in serata. Ma prima è la milionesima giornata da altalena emotiva. Con la Lega che urla e protesta contro i commissari europei che parlano di conti italiani a rischio e auspicano che il futuro governo non cambi linea sui flussi migratori. E poi c’è anche il Financial Times, che monita sui barbari grillini e leghisti alle porte. Così il Carroccio va di contraerea, innanzitutto con Matteo Salvini: “Dall’Europa arriva l’ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”. Gli altri graduati leghisti vanno a ruota. Mentre dal M5S non arriva neanche un sussurro, ed è un silenzio che la Lega nota. “È chiaro che a Salvini farebbe piacere sentire qualcuno del Movimento che risponde all’Europa…” spiegano dal Carroccio. Ed è evidente il sospetto che il Di Maio europeista voglia lasciare solo Salvini. Nel frattempo, alla Camera è in corso l’ennesima seduta del tavolo sul contratto di governo tra gli sherpa di Lega e M5S.

E in una pausa, il leghista Claudio Borghi snocciola difficoltà: “Dobbiamo essere sicuri che l’abbattimento di certi vincoli europei sia nel contratto, ma la sensibilità dei 5Stelle su questo è un po’ diversa. Noi però rappresentiamo chi ci vota, e se l’Europa ci dice no che facciamo, ci rassegniamo?”. E non solo: “La Tav loro vorrebbero fermarla, ma noi della Lega non abbiamo mai detto che non la volessimo”. Quindi? “Al tavolo ci troviamo bene,ma se il divario restasse su certi punti, li manderemo a Salvini e Di Maio, e dovranno risolvere tutto loro”.

Nel frattempo il contratto lievita a 39 pagine. Mentre i leader di Lega e Carroccio sono fuori dei radar. Almeno fino alle 18 e qualcosa, quando Di Maio parla con un video su Facebook, dove accontenta la Lega rispondendo ai critici: “Abbiamo attacchi continui, anche oggi da qualche eurocrate non eletto da nessuno. Ma più ci attaccano più ci rinforzano”. Ma c’è anche l’impegno: “I vincoli europei vanno rivisti, dialogando con gli altri Paesi”. Però la trattativa con il Carroccio cammina su una lastra di ghiaccio. E allora Di Maio ricorda: “Abbiamo proposto un contratto e non un’alleanza, perché delle altre forze politiche non ci siamo mai fidati”. Guarnendola con l’annuncio di una prova di forza: “Nel fine settimana ci vedremo nelle piazze con i gazebo e illustreremo il contratto”. Proprio come la Lega, che sabato e domenica terrà un mini-referendum sul testo. Mentre il M5S farà votare gli iscritti sulla piattaforma web Rousseau. Per il sarcasmo serale di Salvini, che su Facebook dice: “A me non piacciono le piattaforme web e queste robe, preferisco che siano i cittadini a esprimersi in mille piazze italiane”. Ed è un altro indizio dell’aria che tira. Però a contare di più è l’incontro di circa un’ora tra Di Maio e Salvini, accompagnati dai luogotenente Vincenzo Spadafora e Giancarlo Giorgetti. Si vedono fuori della Camera, e discutono a lungo di premier e ministri.

Gira voce che incontrino anche un nuovo nome. “No comment” replicano dal M5S. Ma in tarda serata, dopo aver riunito il Direttivo, Di Maio si sbilancia: “Domani (oggi, ndr) forse chiudiamo il contratto di governo. E sul testo indicheremo il nome del premier”. Un segnale positivo. Oppure un altro annuncio a vuoto. Nella partita dei bluff.

Berlusconi riabilitato ed europeista: oggi al vertice Ppe di Sofia

Giorni felici per Silvio Berlusconi questi ultimi. Prima il tribunale di Sorveglianza di Milano lo riabilita e lo rende quindi di nuovo candidabile vanificando la legge Severino; poi le difficoltà in cui si dibatte l’accordo di governo “tra quei due”; infine oggi il volo a Sofia, in Bulgaria (l’ex Cavaliere è amico del presidente Bojko Borisov), per partecipare al vertice del Partito popolare europeo in cui tornerà a rivestire i panni del leader politico di caratura internazionale. L’incontro – a cui partecipano i capi di Stato di governo Ue e non Ue e i leader di partito, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ed il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani – serve a preparare il summit del giorno successivo coi Paesi dei Balcani occidentali.

Tra i capi di Stato e di governo ci saranno Nicos Anastasiades (Cipro), Sebastian Kurz (Austria), Viktor Orban (Ungheria), Andrej Plenkovic (Croazia) e Leo Varadkar (Irlanda). Tra i leader di partito, oltre a Berlusconi, l’olandese Sybrand Buma, il ceco Pavel Belobradek, il greco Kyriakos Mitsotakis ed il portoghese Rui Rio. Non confermate, invece, le presenze di Angela Merkel e Mariano Rajoy.

Il Pd: “Il governo del Presidente è l’unica cosa seria”

Auspichiamo, se si continua a perdere tempo, che i partiti riconsiderino la proposta del presidente della Repubblica, che è l’unica seria sul tavolo”. Graziano Delrio, in una conferenza stampa con Maurizio Martina e Andrea Marcucci, riconsidera l’ipotesi. Che non è all’ordine del giorno, ma potrebbe rapidamente ridiventarlo. Il Pd prova a battere un colpo, evidenziando le “falle” di Lega e Cinque Stelle. “Salvini dice che per fare quello che abbiamo scritto bisogna cambiare i trattati europei. È circolata su Twitter una battuta carina: ‘è come se moglie e marito decidessero di rinegoziare il mutuo senza parlarne con la banca. Serve un bagno di umiltà, fine della propaganda, concretezza e misurarsi nel merito delle scelte’”, ha detto Martina. E ancora: “I Cinque stelle erano venuti da noi con atteggiamento liquidatorio: il primo a chiudere è stato Di Maio che dopo un quarto d’ora dopo l’intervento di Renzi in una trasmissione tv ha liquidato le possibilità di accordo col Pd. Se avesse voluto fino in fondo aspettare gli esiti del confronto, non avrebbe fatto così”. E poi: “Noi stiamo dall’altra parte. Berlusconi sta nel centrodestra ed è legato a opzioni di merito distanti da noi”.

Grandi opere, grandi litigi: leghisti e grillini divisi su tutto, dal Tav al Tap alle autostrade

La Lega iscritta al partito del cemento, dell’asfalto. E dei condoni. Il M5S che sventolatova la bandiera dell’ambiente. Due modelli opposti di sviluppo difficili da conciliare. Il ministro Graziano Delrio, ricorda il professor Marco Ponti del Politecnico di Milano, “ha lasciato in eredità un piano di investimenti perfino superiore a quelli berlusconiani, siamo a 124 miliardi”.

Divisi su tutto Lega e Cinque Stelle: grandi opere ‘sì’, grandi opere ‘no’. Autostrade la Lega, al massimo ferrovie i M5S. L’elenco dei nodi da sciogliere è interminabile. Partiamo dal Nord: la madre di tutte le battaglie è il Tav tra Lione e Torino – 8,6 miliardi di cui 2,9 a carico dell’Italia, per 57 chilometri – che per il M5S non s’ha da fare. Difficile immaginare un accordo anche sul Terzo Valico ferroviario tra Liguria, Piemonte e Lombardia (6,2 miliardi). Quella linea che, con i lavori ancora in alto mare, ha già collezionato un rosario di inchieste. C’è chi dice che sia essenziale per il porto di Genova. Ponti ribatte: “Lo stesso Mauro Moretti, ex ad delle Ferrovie, ha lasciato capire che non serve”. Ma c’è un dettaglio: i finanziamenti già ci sono e i cantieri vanno avanti da anni. Che fare? I Cinque Stelle vorrebbero fermarlo comunque. La Lega, quando era al governo con Silvio Berlusconi ha stanziato miliardi per l’opera. C’è poi la Pedemontana Lombarda, autostrada che dovrebbe correre dal varesotto fino a Bergamo passando per la Brianza: 30 chilometri su 157 realizzati, per un investimento di 3,4 miliardi circa. Un’opera che è una bandiera per i governatori leghisti, ultimo Attilio Fontana. “Un po’ come l’autostrada della Valtrompia, voluta, ovviamente, dalla Lega. Ma avversata dal M5S che era nel comitato del No (anche se qualche parlamentare è parso meno netto)”, sorride Dario Balotta, presidente nazionale Osservatorio Trasporti. In Liguria – oltre al Terzo Valico – ecco la Gronda di Genova, cioè il nuovo percorso autostradale (quasi cinquanta chilometri per una spesa da almeno 4 miliardi) voluto dal centrosinistra e appoggiato dal centrodestra. Alla realizzazione da parte di Autostrade è legata la proroga della concessione.

A cavallo di Lombardia e Veneto c’è l’Alta Velocità tra Brescia e Verona. Balotta non ha dubbi: “In Europa ormai puntano sul potenziamento delle linee esistenti, per treni che vanno a 220 chilometri l’ora e non a 300”. Ponti aggiunge: “Adeguare l’autostrada costerebbe la metà”.

Il Veneto è forse il campo di battaglia più complesso: c’è il Mose, la grande opera più costosa della storia d’Italia, che già sfiora i 13 miliardi e non è finito. Il M5S lo contesta da anni. Poi la Pedemontana Veneta a caccia disperata di soldi. Il governatore veneto Luca Zaia la vuole, i grillini no. E poi c’è la colossale Mestre-Orte-Civitavecchia che pare essere stata stoppata, ma chissà: 5 regioni attraversate, circa 400 chilometri di percorso. Costo: 9,8 miliardi. La volevano il Pd di Pierluigi Bersani ed europarlamentari di centrodestra con le loro società.

E giù a scendere fino alla Puglia, al cantiere di Melendugno del gasdotto Tap, che dal primo trimestre del 2020 dovrebbe portare gas dal Mar Caspio. Il M5s da sempre è in prima linea contro l’opera. Matteo Salvini la definì “invasiva”. Qui un accordo pare possibile. Ma è uno dei pochi casi.

Chissà che cosa deciderebbe il nuovo governo M5S-Lega dei progetti di nuove tratte ferroviarie al Sud: dalla Napoli-Bari alle linee in Sicilia. Conclude Ponti: “Chissà se qualcuno si porrà il problema dei conti. Le nuove ferrovie, a differenza delle autostrade, sono interamente a carico dei cittadini. E non ci sono abbastanza viaggiatori per giustificare investimenti così mastodontici. Meglio sarebbe rinnovare le linee esistenti, ampliare progressivamente seguendo l’eventuale aumento del traffico”.

La bozza (smentita) che spaventa il Colle: c’era l’uscita dall’euro

Ieri sera Huffington Post ha pubblicato una bozza del contratto di governo tra Lega e 5 Stelle variamente smentito dagli interessati: in sostanza, par di capire, era un testo di lavoro, di mano grillina, che oggi è “modificatissimo”. Porta però la data del 14 marzo alle 9.30 del mattino ed è una curiosa coincidenza: ieri, infatti, i 5Stelle – al termine delle consultazioni – secondo un take di agenzia non smentito, avrebbero lasciato in dono a Sergio Mattarella proprio una bozza del contratto.

Se fosse la stessa pubblicata dal sito, o comunque se i suoi contenuti fossero arrivati all’orecchio del Colle, l’improvvisa guerra preventiva partita da Bruxelles avrebbe un motivo e pure un mandante. Nella bozza, infatti, ci sono alcuni punti che provocherebbero una rottura con l’Ue. Ma soprattutto uno, esplosivo se messo per iscritto: la possibilità di uscire dall’euro. Il testo recita: “Bisogna introdurre specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica che consentano agli Stati membri di recedere dall’Unione monetaria, e quindi di recuperare la propria sovranità monetaria, o di restarne fuori attraverso una clausola di opt-out permanente, al fine di consentire agli Stati Membri di poter avviare un percorso condiviso di uscita concordata nel caso in cui ci sia una chiara volontà popolare”.

Appena diffusa la bozza, 5Stelle e Lega corrono ai ripari: “È una versione vecchia, sull’euro le parti hanno già deciso di non metterlo in discussione”. Ad ogni modo il riferimento alla volontà popolare suggerisce l’autore, visto anche il referendum sulla moneta unica evocato da Grillo. Sospetta è anche l’ingenuità. Uscire dall’euro impone misure di emergenza rapide, anche solo accennare questa cosa in un contratto di governo causerebbe scossoni sui mercati.

Ci sono poi altri punti, per così dire, non graditi a Bruxelles. C’è la “discussione” dei trattati Ue che “risulta necessaria” (l’auspicio è il timbro 5Stelle, non a caso su questo punto non c’è accordo con la Lega), la modifica del Patto di Stabilità (da cui derivano i vincoli fiscali) e la fine delle sanzioni alla Russia, ma tenendo ferma “l’adesione piena” alla Nato.

Altro punto rilevante è la richiesta alla Banca centrale europea di sterilizzare 250 miliardi di titoli di Stato italiani (il 10% dello stock di debito) acquistati attraverso il Quantitative easing (quindi, in realtà, in pancia a Bankitalia). C’è il reddito di cittadinanza nella versione piena dei 5Stelle mentre di fatto sparisce la flat tax unica, in favore di una riforma fiscale con “aliquote fisse e deduzioni”. Tra i punti concordati c’è un maggior impegno della Cdp e la vendita di parte del patrimonio immobiliare statale, con prelazione alle “famiglia italiane”.

Viene poi ipotizzata l’introduzione di uno strumento che supplisca alla cancellazione dei voucher, i buoni lavoro e un salario minimo orario (voluto dai 5Stelle). Niente invece sulle modifiche al Jobs act. C’è infine una revisione della Fornero molto graduale, partendo dall’allargamento delle categorie che possono beneficiare di un’uscita anticipata e solo dopo con quota 100. Anche qui, ça va sans dire, ricalca il programma pentastellato.

“La bozza è un misto di cose vere, di cose vecchie, di cose scartate e di cose mai inserite”, spiegano dalla Lega, dove parlano apertamente di “bozza grillina”. Basti dire che c’è la chiusura di fatto dell’Ilva, alla quale i leghisti sono contrari, e pure l’introduzione del “vincolo di mandato” per i parlamentari (con annessa citazione della Carta portoghese).

C’è pure – e spiegano che dovrebbe essere nella sua versione definitiva – il conflitto di interessi, quello che interessa Silvio Berlusconi, terzo incomodo dei gialloverdi. Nel contratto, si spiega che riguarderà qualsiasi possibile “interferenza” tra l’interesse pubblico e un altro interesse, anche se non legato a un “vantaggio immediatamente qualificabile come monetario”. Le norme, si legge ancora nella bozza di contratto, verranno applicate anche a chi non ha incarichi governativi: tipo i sindaci delle grandi città o i dirigenti delle aziende partecipate.

Nel capitolo “Giustizia” si annuncia, senza entrare nei dettagli, una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura e si stabilisce che, chi si butta in politica, non può tornare a vestire la toga. In materia penale, il contratto è durissimo: verrà vietato il rito abbreviato per i reati più gravi, si estendono i confini della legittima difesa domiciliare, si propone di rivedere la non punibilità dei minorenni, si promette la costruzione di nuove carceri. “Severa e incisiva” sarà, si legge, la lotta alla corruzione: aumento delle pene per i reati contro la Pa, Daspo per corrotti e corruttori, introduzione degli agenti provocatori. Anche la prescrizione verrà di nuovo riformata.