Ieri è cominciata la guerra: Ue e Fmi contro i gialloverdi

L’establishment europeo e angloamericano ieri si è tolto i guanti. La rispettosa attesa delle dinamiche politiche italiane è finita e si è passati agli ordini espliciti in stereofonia tra Commissione Ue e Fondo monetario internazionale anticipati da un sobrio editoriale del Financial Times secondo cui nei palazzi romani ci sono ormai “i nuovi barbari”. Un modo per influenzare il dibattito e anche per saggiare la consistenza dei “barbari” di cui sopra: alla fine entrambi, Luigi Di Maio con un ritardo che irrita inizialmente i leghisti, rispondono a tono.

Riassume Claudio Borghi, responsabile economico della Lega: “Se questa avventura parte è chiaro che parte in un ambiente ostile, che non avremo alleati”, quindi “devi essere sicuro che devi poter stare spalla a spalla” e deve essere altrettanto chiaro “che i trattati Ue vanno ridiscussi”.

E qui si passa al merito, perché la guerra di posizione tra istituzioni europee e “nuovi barbari” si muove su due differenti fronti: su uno si combatte davvero (il bilancio), sull’altro si fa solo finta (l’immigrazione). Breve promemoria su quest’ultimo: da luglio scorso in Italia non c’è alcuna emergenza sbarchi (nel 2018, a ieri, erano 10.660, -76,7% sul 2017) e al prossimo esecutivo basterà mantenere – e sviluppare se del caso – la politica del ministro dem Marco Minniti per tenere sotto controllo il fenomeno; quanto ai rimpatri di immigrati illegali presenti in Italia, se il prossimo esecutivo vuole aumentarli può farlo quando vuole nel rispetto delle leggi e degli accordi bilaterali coi Paesi di provenienza; la riforma del Trattato di Dublino infine, almeno quanto all’abolizione del “principio del primo approdo” (chi tocca il rifugiato se lo tiene), ha il sostegno unanime del Parlamento italiano, persino dei residui “piùeuropeisti” di Emma Bonino. Altre cose – come i respingimenti in mare – non si possono fare, almeno non nella forma, già dichiarata illegale ai tempi del secondo governo Berlusconi, a cui sembra pensare la Lega.

Eppure è sul fronte immigrazione, più sensibile elettoralmente, che s’è acceso inizialmente lo scontro pubblico: “Spero che il nuovo governo non cambi linea sulla politica migratoria”, ha detto il commissario Ue alla migrazione Dimitris Avramopoulos. Replica di Salvini: “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”.

Il minuetto diventa invece sparatoria sui conti pubblici. A indicare la retta via all’Italia sono i due vicepresidenti della Commissione Ue. Prima il lettone Valdis Dombrovskis: “È molto chiaro che nell’attuale periodo di crescita economica l’Italia deve mettere il suo debito su una traiettoria discendente”; d’altronde “questo è l’approccio del presidente Mattarella”. Poi il finlandese Jyrki Katainen: “Le regole del patto di stabilità e crescita si applicano a tutti gli Stati membri” e “non ho percepito alcun segnale particolare da parte di uno Stato membro o della Commissione in merito alla concessione di eccezioni speciali”, quindi “ho tutte le ragioni per credere che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni”.

Non fosse chiaro, il resto del programma lo detta Washington: il Fmi prima cita “le incertezze politiche legate a nuovi governi eletti in importanti paesi europei” come fattore di rischio, poi ricorda che con la fine del Quantitative easing si tornerà a ballare “in assenza di aggiustamenti di bilancio e di riforme strutturali per migliorare la produttività”.

Insomma, tagliare tutto quel che si muove – spesa pubblica, stipendi, residui diritti del lavoro – come negli ultimi sette anni. E, soprattutto, rendere impossibile per Lega e 5 Stelle mantenere anche solo parte degli impegni presi coi loro elettori: entrambi i programmi, infatti, presuppongono un livello di deficit pubblico uguale o superiore a quello attuale (poco sotto il 3% del Pil, il vincolo di Maastricht, mentre oggi l’asticella è fissata al pareggio di bilancio entro il 2020).

Come detto, il M5S ci mette un po’ a reagire. Di Maio lo fa solo nel tardo pomeriggio: “Abbiamo attacchi continui, anche oggi da qualche eurocrate non eletto da nessuno. Io più vedo questi attacchi, più sono motivato”. Parole assai simili a quelle di Salvini e che sono un amo lanciato proprio al leader leghista. Tra i due, in particolare su questo tema, resta però la diffidenza: il livello dello scontro è altissimo e senza garanzie sulle battaglie comuni a (o contro) Bruxelles la Lega potrebbe sfilarsi subito.

Il servitor di 2 padroni

Tomaso Montanari ci ha scritto una bella lettera, che trovate a pagina 15. Rappresenta le ansie e gli allarmi di tanti elettori di sinistra-sinistra che, per convinzione o per disperazione, hanno votato o comunque simpatizzato per i 5Stelle e ora se li ritrovano al tavolo con un partito di destra-destra come la Lega. A lui, e a molti come lui, basta e avanza la presenza di Salvini per dire che questo governo non s’ha da fare. Noi del Fatto, sull’ipotesi di governo Salvimaio, siamo partiti da un’impostazione diversa, meno ideologica e più pragmatica (il confuciano “Non importa se il gatto è bianco o nero, purché prenda il topo”), anche se potremmo presto giungere per altre vie alle stesse conclusioni di Montanari. Dipenderà da tre cose: il premier, i ministri e il programma o “contratto” dell’eventuale governo. Quello che pensiamo del Cazzaro Verde e del suo degno compare B., i lettori lo sanno bene. Prima e dopo le elezioni, abbiamo scritto e ripetuto che, per quanto stretta e tortuosa, la strada più auspicabile per l’Italia era quella di un’intesa per punti fra un M5S finalmente aperto al dialogo con gli “altri” e un Pd rinnovato nei programmi e nella classe dirigente. I doppi giochi di Renzi e dei suoi presunti avversari interni, il patto di ferro dei gattopardi “tantopeggisti” renziani e berlusconiani e i due “forni” aperti contemporaneamente da Di Maio (anche perché il forno del Pd è rimasto chiuso per troppo tempo) hanno fatto di quella strada un vicolo cieco.

Dunque, una settimana fa, tutto era pronto per nuove elezioni con la stessa legge elettorale (e lo stesso esito, se non quello di gran lunga peggiore di un centrodestra vincente e autosufficiente), precedute da un fantomatico governo “neutro” che neutro non era: serviva solo agli sconfitti Renzi e B. per evitare una nuova disfatta nelle urne e comprare altro tempo prezioso. A quel punto è accaduto quello che nessuno avrebbe potuto neppure immaginare: B. concedeva, bontà sua, a Salvini il permesso di governare con gli odiati 5Stelle senza rompere la coalizione di centrodestra, e gli garantiva financo un’astensione “critica” o “benevola”. Siccome non si era mai vista una sceneggiata del genere, abbiamo subito messo in guardia il M5S sull’ambiguità di una trattativa con Arlecchino servitor di due padroni: cioè con Salvini, lui sì gestore di due “forni”, e per giunta contemporaneamente. Il capo leghista avrebbe trattato col M5S senza chiarire se lo faceva per conto della sola Lega o dell’intero centrodestra. Nel primo caso, già sarebbe stato difficile far combaciare il programma leghista con quello grillino.

Nel secondo, sarebbe stato impossibile trovare la quadra per accontentare il Carroccio e non scontentare il Caimano. Senza contare i rapporti di forze, decisivi per il premier, i ministeri e il programma: nella trattativa con un movimento al 32%, un conto è il capo di un partito del 17%, un altro è il capo di una coalizione del 37%. I 5Stelle hanno trascurato quell’ambiguità, sedendosi al tavolo senza chiarimenti. E si son fidati del Cazzaro Verde, che nella partita delle presidenze delle Camere aveva dato prova di affidabilità, al contrario dei doppiogiochisti pidini. Risultato: le cose sono filate lisce finché il negoziato per il “contratto” si è svolto fra pentastellati e leghisti. Poi, l’altroieri, Salvini è salito ad Arcore a riferire a B. E, da Villa Bungabunga, è uscito trasformato. Da ottimista a pessimista, da accomodante a precisetti. Anche e soprattutto su questioni che non parevano un problema (Conte premier “terzo”) o addirittura erano già state concordate nei minimi dettagli: per esempio quelle sulla giustizia, dalla lotta alla corruzione alla legge blocca-prescrizione al carcere per gli evasori fiscali (evocato in campagna elettorale proprio da lui, non da Di Maio). Come se cercasse pretesti per rompere un contratto giunto ormai a buon punto, come dichiaravano gli stessi leghisti fino a domenica sera.

A quanto ci risulta, 8 dei 10 punti del “Decalogo per archiviare il Delinquente” che il Fatto aveva pubblicato venerdì erano già entrati nel contratto di governo con reciproca soddisfazione dei due contraenti, insieme a una legge nazionale per l’acqua pubblica, a una drastica sforbiciata alle grandi opere inutili e costose (il Tav Torino-Lione, ma non solo), a un avvio del reddito di cittadinanza, ai primi correttivi alla legge Fornero e naturalmente ad alcuni altri punti-cardine del programma leghista: la (inutile) riforma della legittima difesa, la revisione (tutt’altro che automatica) di alcuni trattati europei, un principio di flat tax e la lotta all’immigrazione clandestina e ai business collegati. Se questo contratto avesse visto la luce, la base dei 5Stelle e quella della Lega l’avrebbero approvato. E il nuovo governo sarebbe stato apprezzato anche da molti cittadini che quei due partiti non li hanno votati. Tantopiù dopo le ennesime invasioni di campo della cosiddetta “Europa”. Al netto di alcune leggi inutili o sbagliate, ma inevitabili in ogni compromesso politico, il Salvimaio avrebbe potuto fare molte cose che gli italiani perbene attendono da decenni. Anche cose che siamo abituati a considerare “di sinistra” a causa della destra indecente che ci tocca da tempo immemorabile, ma che a ben vedere sono solo cose giuste e di buonsenso. Abituati come siamo al paradosso della cosiddetta “sinistra” che fa politiche “di destra”, avremmo vissuto il nuovo paradosso di un governo con un partito di destra che fa anche politiche “di sinistra”. Ma, dopo l’ennesimo ritorno a cuccia di Dudù Salvini, tutto è di nuovo in alto mare e potrebbe dar ragione a Montanari. Nel senso che Di Maio& C. dovrebbero iniziare seriamente a domandarsi se abbia ancora senso giocare a poker con un baro.

Detroit senza appeal: anche Audi dà forfait

Audi ha annunciato la scorsa settimana che non parteciperà all’edizione 2019 del Salone di Detroit. Dopo l’abbandono di Bmw e Mercedes, pure il terzo colosso del lusso tedesco lascia la più antica kermesse motoristica degli Stati Uniti, anche se fa sapere che continuerà a presenziare i saloni di Los Angeles e New York, eventi tutto sommato minori. In una nota, la casa di Ingolstadt spiega che “continuerà a valutare gli auto show in base al timing dell’introduzione di nuovi prodotti e al valore di tali show dal punto di vista dei media e dei consumatori”. Nell’ultima frase c’è il vero motivo per cui la vetrina storica dell’America a quattro ruote rischia di scomparire: l’interesse. Il tradizionale pacchetto motoristico sta perdendo appeal, in favore di formule più high-tech.

Eravamo stati facili profeti qualche mese fa, denunciando il rischio che la vicinanza temporale (si tengono in gennaio entrambi, a pochi giorni l’uno dall’altro) con il Consumers electronic show di Las Vegas avrebbe procurato danni difficilmente sanabili al salone di Detroit, perché investire su tutti e due è troppo oneroso. Ai costruttori interessa puntare su tecnologia, guida autonoma, connettività, intelligenza artificiale (ammesso che esista). Bielle, pistoni e quanto altro non bastano più, è ora che alla Cobo Hall ne prendano atto e corrano ai ripari. Magari come hanno fatto quelli del salone di Ginevra, che hanno stretto una partnership con l’Ifa di Berlino, la più grande fiera dell’elettronica europea. Lungimiranti.

Il listino parte da 300 mila euro Rolls-Royce Cullinan: ecco il primo suv extralusso

Trecentomila euro, tondi tondi. E se poi i facoltosi acquirenti del primo suv della storia firmato Rolls-Royce, il Cullinan, come probabile andranno a pescare tra le tante possibilità di personalizzazione, ne spenderanno tanti di più. Giusto per fare un confronto, il listino del tanto decantato Lamborghini Urus, parte da poco sopra i 200 mila euro. E, mentre si riflette sulla rivoluzione delle ruote alte, si scopre che questo Cullinan è anche un sport utility diversamente sedentario, visto che può contare sulla spinta di un V12 biturbo da 6,75 litri e 571 cavalli. Potenza scaricata a terra grazie a una trazione integrale che le permetterebbe di affrontare l’off-road più impegnativo e guadare torrenti con acqua alta oltre mezzo metro. Il condizionale è d’obbligo: voi buttereste mai una tale creatura in mezzo a fango, sassi e buche? Meglio non abbandonare l’asfalto e godere delle tante dotazioni di bordo. Come le due seggiole e il tavolinetto che fuoriescono dal pianale posteriore di carico: ci si potrebbero poggiare sopra i flûte tirati fuori dall’apposito scomparto, e gustarsi un calice di champagne fresco di frigo (incorporato). O magari, se si opta per qualcosa di più forte, un bicchiere di whisky mesciuto dal decanter di bordo. Il tutto, rigorosamente fatto a mano. E se pensate che non ci siano ricconi disposti ad allontanarsi dalla tradizione delle limousine per un “volgare” suv, sappiate che l’intera produzione dei primi 24 mesi è stata già venduta.

Torna la rievocazione più amata e più bella del mondo

Oltre che il mese dedicato alla Madonna, per gli appassionati di auto d’epoca maggio è soprattutto tempo di Mille Miglia. Ovvero la rievocazione storica (numero 36, quest’anno) più amata e, se vogliamo, fascinosa del mondo, soprattutto perché si corre su alcune delle strade di provincia più belle d’Italia. La partenza, che come vuole la tradizione avviene una settimana prima rispetto al gran premio di Formula Uno di Monaco, quest’anno è prevista con un giorno di anticipo rispetto al solito: mercoledì 16 e non giovedì 17. Saranno dunque quattro le giornate di competizione, visto che la kermesse terminerà sabato 19 maggio sempre a Brescia, dopo che le 440 auto in gara (più 10 della categoria Militare) avranno attraversato mezzo Stivale percorrendo oltre 1.600 chilometri. L’equivalente, per l’appunto di mille miglia.

In totale, gli equipaggi saranno composti da 900 persone (quasi un terzo gli italiani) provenienti da 36 Paesi di tutto il mondo. Le automobili iscritte, il cui requisito è quello che almeno un esemplare abbia partecipato alla Mille Miglia di velocità negli anni dal 1927 al 1957, sono di 72 marche diverse. E a condurle saranno, come in passato, anche personaggi famosi come gli ex piloti di F1 Jacky Ickx, Jochen Mass, Giancarlo Fisichella e Adrian Sutil, o il campione del mondo di Rally Walter Röhrl. Presente anche il patron di Prada e armatore di Luna Rossa Patrizio Bertelli, al volante di una Porsche 550 Spyder A/1500 RS del 1957.

La tappa numero uno, al via nel primo pomeriggio dalla pedana di viale Venezia a Brescia, prevede passaggi della carovana di vetture storiche a Desenzano, Sirmione del Garda, Mantova e Ferrara, quindi Comacchio e Ravenna fino a Cervia-Milano Marittima. Il giorno successivo sarà la volta dell’arrivo in serata a Roma con parata in via Veneto, ma solo dopo essere transitati da Pesaro, San Marino, Arezzo (con sosta all’ora di pranzo) e Orvieto.

La mattina successiva, di buon’ora, ci si lascerà alle spalle la Capitale passando i Monti Cimini e arrivando a Viterbo. Quindi si attraverserà la Val d’Orcia puntando dritti prima verso Siena e Lucca, per poi scavallare la Cisa e giungere finalmente al meritato riposo serale a Parma. La quarta e ultima tappa è una specie di passerella: Piacenza, Lodi, Milano e poi Monza, con passaggio in autodromo. Quindi Bergamo e, finalmente, Brescia.

Dove i protagonisti della “corsa rossa” potranno far festa in centro storico, nelle piazze più importanti della città: quest’anno infatti andrà in scena il progetto “1000 Miglia The Night”, con una serie di eventi ludici e artistici che coinvolgeranno l’intera cittadinanza.

La svolta un po’ retrò degli Arctic Monkeys

Che succede quando vivi la vita quotidiana isolato, rifuggendo la ricchezza e la fama che inizialmente ti avevano ispirato? Gli Arctic Monkeys dopo aver ottenuto con i primi 5 album un successo planetario, hanno dato un taglio netto al passato da apparire oggi quasi irriconoscibili. Con soprabiti costosi e scarpe in pelle di serpente, i quattro di Sheffield sembrano personaggi usciti da un film di Scorsese, piuttosto che dei rocker della provincia inglese. Qualcosa di inimmaginabile nel 2006. Con Tranquillity Base, Hotel and Casino, distante sideralmente dal punk-rock degli esordi e molto più vicino alle atmosfere dei Last Shadow Puppets, la band spiazza decisamente con un sound jazz e melodie che riportano indietro di 50 anni (su tutte Four Out of Five e American Sports), e con un Alex Turner ispirato che sfoggia un’interpretazione da moderno crooner sorretta da sfrontatezze da divo inarrivabile. Potrebbe anche deludere i fan della prima ora perché è un disco che richiede tempo per esser capito ma ne vale la pena.

Roberto Magris con il meglio del jazz Usa

Roberto Magris è jazz che vive di confronto continuo, che azzerra confini aprendosi al mondo. Compositore e pianista (Trieste 1959) dotato di un “pianismo colto, raffinato e percussivo” è esecutore e interprete “totalmente privo di orpelli mentali, libero di esprimere una musica che richiama con originalità e linguaggio personale gli stilemi del pianismo moderno afroamericano” come scrive Flavio Caprera nel suo “Dizionario del Jazz”.

Una libertà di sguardo che gli ha permesso, e gli permette, di muoversi con acclamata autorevolezza sulla scena internazionale, in Europa come negli Usa (dal 2006 è produttore esecutivo della JMood di Kansas City). A sottolinearne la continua voglia di confronto live in Miami at Wdna Gallery. Nella gallery dell’emittente radiofonica only full time jazz, a fianco di Magris il meglio della scena jazz del South Florida: Brian Lynch (tromba), Jonathan Gomez (sax tenore), Chuck Bergeron (contrabbasso), John Yarling (batteria) e Murph Aucamp (congas). Poco meno di un’ottatina di minuti di grandissimo jazz dove il sestetto affronta composizioni a firma Magris (da African Mood a What Blues?, Song For African Child, Chachanada, Il Bello Del Jazz, Standard Life e Blues For My Sleeping Baby) e due standard April Morning (Kirk) e A Flower Is A Lovesome Thing (Strayhorn). Al centro Roberto Magris leader naturale e motore perfetto nel tenere sotto tensione la riuscita empatia di un sestetto pronto a dare il meglio di sé. Splendido l’assolo su African Mood, uno dei momenti migliori del lungo album.

Rileggendo da par suo la lezione dei grandi bopper del passato Magris dimostra, se ancora se ce ne fosse bisogno, quella libertà di mente che lo porta a incontrarsi alla pari con il jazz internazionale. Lynch e Gomez ne accettano stimoli e suggerimenti dando vita a un dialogo serrato mentre la sezione ritmica incalza costruendo solide basi per i loro voli. Ancora un assolo del leader in Chachanada e a chiudere una riuscita rilettura di un suo pezzo ormai classico Blues for My Sleeping Baby. Ottimo, da ascoltare e riascoltare.

Tre anni dopo il “sapore eterno” di Pino Daniele

“Quando qualcuno se ne va / resta l’amore intorno / i baci non hanno più / quel sapore eterno”. È l’incipit di Resta quel che resta, nuovo inedito di Pino Daniele lanciato a sorpresa a reti radiofoniche unificateieri mattina alle 11 dalla famiglia e dal suo ex manager, Ferdinando Salzano, in vista del tributo live al “nero a metà”, che si terrà allo stadio San Paolo di Napoli il prossimo 7 giugno.

Le parole di una semplice canzone d’amore scritta nove anni fa, ascoltate oggi assumono tutt’altro significato, infatti è difficile interpretare diversamente quelle che sembrano le parole di addio con cui il cantautore napoletano saluta i propri fan. Un brano che si apre con un dolce riff di chitarra alla Clapton, in linea con l’ultima produzione di Pino Daniele. Un pop raffinato che cerca come sempre di coniugare il suono del Mediterraneo con quello del Delta del Mississippi. La canzone doveva far parte dell’album di duettiBoogie Boogie Man. “Furono fatte delle scelte e Resta quel che resta non entrò nel disco – spiega Salzano alla stampa – Ma ovviamente non buttai nulla e i demo li misi tutti in cassaforte”. Un provino, che il manager e amico storico di Pino, ha deciso poi di far ultimare dal produttore Corrado Rustici, incredibile chitarrista che ha prodotto nomi come Zucchero, Ligabue, De Gregori, Whitney Houston, Aretha Franklin. “Credo che Pino sarebbe felice del lavoro che ho fatto – ha dichiarato il musicista ai giornali – perché ho attualizzato la canzone muovendomi con attenzione tra le mie intuizioni e il rispetto per le radici di un cantautore intoccabile”. Resta quel che resta, che da venerdì sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali, molto probabilmente la canteranno tutti insieme sul palco di Pino è, gli artisti ospiti del più grande tributo live della musica italiana. Un mega evento per ricordare l’artista napoletano scomparso il 4 gennaio del 2015, e che vedrà alternarsi sul palco oltre ai suoi storici musicisti, grandi nomi della musica italiana: da Jovanotti a De Gregori, da Sangiorgi a Ramazzotti, da Giorgia a J-Ax, da Antonacci a Baglioni, da Emmaa Venditti ai napoletani Senese, Avitabile e De Piscopo. Tutti gli introiti legati alla manifestazione, così come i ricavati della vendita del singolo saranno devoluti ai progetti benefici di Save the Children e alla Pino Daniele Trust Onlus gemellata all’Associazione Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma – Open Onlus. Un evento che come il film, Il tempo resterà di Giorgio Verdelli vincitore del nastro d’argento, le diverse raccolte, così come le decine di libri dedicati all’artista napoletano fanno discutere, per il tipo di operazione e per la scelta degli artisti.

Sembra impossibile mettere d’accordo tutti i fan del bluesman napoletano, forse perché ognuno di noi ha il suo Pino nel cuore. Un Pino così tanto amato che ogni tributo o omaggio sembra non essere mai abbastanza, perché come intona il ritornello della canzone “In questo tempo che passa mi accorgo che mi manchi. I miss you”. E Pino ci mancherà sempre.

Pienone per Travaglio, Scanzi e gli Youtuber

Grande interesse di pubblico e lettori per la casa editrice del Fatto Quotidiano, PaperFirst presente al Salone del Libro di Torino. Dalle lunghe code allo stand per il firmacopie del direttore Marco Travaglio, agli eventi con gli autori. Venerdì all’incontro di Andrea Scanzi e Silvia Truzzi presso la Sala Gialla hanno partecipato oltre 600 persone, mentre nel Padiglione Ragazzi 250 giovani hanno assistito all’incontro con gli youtuber Gordon e Anthony i’Pants che sono intervenuti insieme agli autori di Rivoluzione Youtuber Andrea Amato e Matteo Maffucci. Domenica 13 per finire, tutto esaurito nella Sala Gialla per l’incontro con il direttore Marco Travaglio. Pubblico in fila da due ore prima dell’evento e un’ora di firmacopie allo stand Paper First. Allo stand abbiamo distribuito 5.000 segnalibri promozionali del prossimo libro di Stefano Feltri in uscita il 18 maggio Reddito di Cittadinanza

 

Tra Olmi e Taviani: il “papabile” è “Lazzaro”, non il doc di Wenders

C’è l’attenzione per la natura, il monito sul capitalismo, la salvaguardia degli ultimi, l’elogio della santità, la lotta alla sperequazione: il 71° Festival di Cannes accoglie il film di Papa Francesco, che contrariamente alle apparenze non è Pope Francis – A Man of His Word, il documentario di Wim Wenders, bensì Lazzaro felice, l’opera terza di Alice Rohrwacher in Concorso. Assecondando la volontà dell’assessore della Segreteria per la Comunicazione vaticana Dario E. Viganò, il primo non è un film su, ma con Juan Mario Bergoglio, viceversa, il secondo nel raccontare “la storia di una piccola santità senza miracoli, senza poteri o superpoteri, senza effetti speciali: credere negli altri esseri umani” è autenticamente di Papa Francesco. Inquadrando “il passaggio da un medioevo materiale a uno umano: la fine della civiltà contadina, e la rinuncia al poco per avere ancora meno”, la 37enne regista firma “un manifesto politico” che, sebbene contempli “una religione dell’umano, e non una religione ufficiale e ben amministrata”, è assai arduo separare dal dettato bergogliano.

“È un mondo sordo”, “oggi la povertà è un grido”, “le tre T: trabajo (lavoro), terra e tetto”, “la povera più povera è la madre Terra”: lo dice Francesco guardando nella camera di Wenders, ma potrebbero essere a buon diritto battute messe in bocca dalla Rohrwacher ai suoi personaggi. L’umanesimo disarmato e disarmante di Lazzaro felice non può non istruire un ideale passaggio di consegne tra Alice e due grandi vecchi, e fino all’ultimo grandi giovani, del nostro cinema da poco scomparsi, Ermanno Olmi, cui avrebbe fortissimamente voluto mostrarlo, e Vittorio Taviani. Accostarlo a L’albero degli zoccoli (1978) del primo o al Padre padrone girato dal secondo con il fratello Paolo nel 1977, non è indebito, e speriamo foriero di qualche buona notizia sulla Croisette: entrambi vinsero la Palma d’Oro. Dal Villaggio di cartone dello stesso Olmi a Bertolucci e Pasolini, Rohrwacher riesce a evocare tanto ottimo “repertorio” senza rinunciare alla piena manifestazione di sé: un passo avanti importante rispetto a Le meraviglie (Grand Prix, 2014) e la finalizzazione di una nostrana, dall’Intrepido di Gianni Amelio a Io sono tempesta di Luchetti, tensione fiabesco-pauperista fin qui frustrata.

Al contrario, Pope Francis non raggiunge traguardi ulteriori rispetto al lusinghiero punto di partenza: essere il primo film con Bergoglio. Unica nota interessante, la scelta di Wenders di anteporre il Bergoglio che bacia il muro tra Israele e Cisgiordania a quello che bacia il Muro del Pianto.

Tra cattivo tempo e atmosfera moscia, tutto il resto di Cannes è parità di genere o, meglio, richiesta della parità: il delegato generale Thierry Fremaux e i suoi omologhi di Semaine e Quinzaine hanno sottoscritto il documento elaborato dal gruppo francese 50/50 entro il 2020, insieme al Time’s Up angloamericano, il nostro Dissenso comune, lo spagnolo Cima e il greco Wave, per rendere trasparente il processo di selezione e dei selezionatori e spingere verso l’uguaglianza negli organismi festivalieri, a partire dagli stipendi.

Per l’Italia sono intervenute la produttrice Ginevra Elkann, che definisce Berlusconi “l’uomo famoso per il bunga bunga”, e Jasmine Trinca, per cui B. “non è una stortura tutta italiana, è solo un eccesso tutto italiano”.

L’attrice illumina la strada del movimento: “Non la mera denuncia né la sacrosanta richiesta di pari potere e rappresentanza, ma una rivoluzione culturale già in marcia: ora serve modificare le strutture di potere, narrazione e immaginario”.