Più visitatori, moltissimi giovani, buone vendite agli stand, affari nella compravendita internazionale dei diritti editoriali, e ancora una volta la netta vittoria sui rivali milanesi di “Tempo di Libri”. Il Salone del Libro di Torino, atto trentunesimo, archivia una edizione di gran successo. Eppure, mentre la sindaca di Torino Chiara Appendino, pentastellata, e l’assessora regionale alla Cultura Antonella Parigi, area Partito democratico, brindano assieme ai trionfi di Librolandia 2018 e pensano al prossimo anno, gli sbiaditi attori o peones, targati Pd, della politica locale polemizzano sul nulla, ovvero sull’annuncio della sindaca. L’Appendino ha detto infatti che sarà la Fondazione per la Cultura del Comune a organizzare Librolandia da qui in avanti, almeno sul coté culturale, mentre la parte tecnico-commerciale andrà a un privato. Ad attaccala, sul nulla per l’appunto, sono stati i dem Daniele Valle e Luca Cassiani. I due, presidente e vice rispettivamente della commissione cultura della Regione Piemonte, hanno sbottato: “Una suggestione curiosa”, l’idea della Fondazione per la Cultura, “se si pensa che nel suo programma ne prevedeva la chiusura”. Per il Pd, hanno proseguito, “non è accettabile che la Regione, principale contributore della manifestazione, si riduca a mero finanziatore, senza un coinvolgimento in prima persona”. La replica dei cinquestelle è arrivata dalla capogruppo in Regione, Francesca Frediani: “Lo straordinario successo del Salone del Libro manda in crisi il Partito democratico, a tal punto che alcuni consiglieri regionali del Pd rosicano ed arrivano addirittura ad attaccare l’assessore alla Cultura Parigi espressione della loro stessa maggioranza”. Quanto a una presunta emarginazione della Regione a guida dem, il pericolo non esiste e si tratta solo di “dichiarazioni strumentali di alcuni esponenti politici”. Ma Librolandia è meglio dei politici che dovrebbero occuparsi del Salone. L’avventura 2018, chiusa ieri, ha superato persino l’dizione straordinaria del 2017, quando i grandi editori, da Mondadori a Gems, avevano disertato puntando su “Tempo di Libri”. Il successo è una questione di numeri: 144.386 visitatori al Lingotto, contro i 143.815 dello scorso anno. Buoni numeri, grandi ospiti e grandi temi, con un programma che ha declinato da Herta Müller e Javier Cercas a Edgar Morin e Javier Marìas, passando per Petros Markaris, il premio Pulitzer Andrew Sean Greer; e Roberto Saviano, Marco Travaglio, Bernardo Bertolucci e Luca Guadagnino, il Maggio Francese e il caso Moro, la legge Basaglia e il ricordo di Peppino Impastato. In presenza di una massa oceanica giovanile: oltre 27 mila.
Le cifre parlano chiaro, come si diceva del Totocalcio di un tempo. E danno ragione a Nicola Lagioia, direttore editoriale, e al suo staff, costretti a lavorare tra varie incertezze originate dalla messa in liquidazione della vecchia fondazione che generava il Salone (con debiti di alcuni milioni di euro), e dall’attesa del sodalizio pubblico-privato che ne prenderà le redini.
Sono dati, ha commentato Massimo Bray, presidente della kermesse, “che oggi ci fanno sorridere”. Sorridono Bray e Lagioia, anche perché saranno al timone nel 2019. Parola di Appendino, che, parlando del futuro prossimo, ha affermato che si procederà “affinchè il prossimo anno sia la Fondazione per la Cultura a procedere con l’organizzazione, anche grazie alla collaborazione di chi in passato e in questa edizione ha lavorato con noi”. Fiduciosa e concorde l’assessora Parigi: “Il nostro impegno economico resterà invariato, sarà garantita l’occupazione dei dipendenti”.