Il Lingotto fa il botto. Coppia Lagioia-Bray anche per il 2019

Più visitatori, moltissimi giovani, buone vendite agli stand, affari nella compravendita internazionale dei diritti editoriali, e ancora una volta la netta vittoria sui rivali milanesi di “Tempo di Libri”. Il Salone del Libro di Torino, atto trentunesimo, archivia una edizione di gran successo. Eppure, mentre la sindaca di Torino Chiara Appendino, pentastellata, e l’assessora regionale alla Cultura Antonella Parigi, area Partito democratico, brindano assieme ai trionfi di Librolandia 2018 e pensano al prossimo anno, gli sbiaditi attori o peones, targati Pd, della politica locale polemizzano sul nulla, ovvero sull’annuncio della sindaca. L’Appendino ha detto infatti che sarà la Fondazione per la Cultura del Comune a organizzare Librolandia da qui in avanti, almeno sul coté culturale, mentre la parte tecnico-commerciale andrà a un privato. Ad attaccala, sul nulla per l’appunto, sono stati i dem Daniele Valle e Luca Cassiani. I due, presidente e vice rispettivamente della commissione cultura della Regione Piemonte, hanno sbottato: “Una suggestione curiosa”, l’idea della Fondazione per la Cultura, “se si pensa che nel suo programma ne prevedeva la chiusura”. Per il Pd, hanno proseguito, “non è accettabile che la Regione, principale contributore della manifestazione, si riduca a mero finanziatore, senza un coinvolgimento in prima persona”. La replica dei cinquestelle è arrivata dalla capogruppo in Regione, Francesca Frediani: “Lo straordinario successo del Salone del Libro manda in crisi il Partito democratico, a tal punto che alcuni consiglieri regionali del Pd rosicano ed arrivano addirittura ad attaccare l’assessore alla Cultura Parigi espressione della loro stessa maggioranza”. Quanto a una presunta emarginazione della Regione a guida dem, il pericolo non esiste e si tratta solo di “dichiarazioni strumentali di alcuni esponenti politici”. Ma Librolandia è meglio dei politici che dovrebbero occuparsi del Salone. L’avventura 2018, chiusa ieri, ha superato persino l’dizione straordinaria del 2017, quando i grandi editori, da Mondadori a Gems, avevano disertato puntando su “Tempo di Libri”. Il successo è una questione di numeri: 144.386 visitatori al Lingotto, contro i 143.815 dello scorso anno. Buoni numeri, grandi ospiti e grandi temi, con un programma che ha declinato da Herta Müller e Javier Cercas a Edgar Morin e Javier Marìas, passando per Petros Markaris, il premio Pulitzer Andrew Sean Greer; e Roberto Saviano, Marco Travaglio, Bernardo Bertolucci e Luca Guadagnino, il Maggio Francese e il caso Moro, la legge Basaglia e il ricordo di Peppino Impastato. In presenza di una massa oceanica giovanile: oltre 27 mila.

Le cifre parlano chiaro, come si diceva del Totocalcio di un tempo. E danno ragione a Nicola Lagioia, direttore editoriale, e al suo staff, costretti a lavorare tra varie incertezze originate dalla messa in liquidazione della vecchia fondazione che generava il Salone (con debiti di alcuni milioni di euro), e dall’attesa del sodalizio pubblico-privato che ne prenderà le redini.

Sono dati, ha commentato Massimo Bray, presidente della kermesse, “che oggi ci fanno sorridere”. Sorridono Bray e Lagioia, anche perché saranno al timone nel 2019. Parola di Appendino, che, parlando del futuro prossimo, ha affermato che si procederà “affinchè il prossimo anno sia la Fondazione per la Cultura a procedere con l’organizzazione, anche grazie alla collaborazione di chi in passato e in questa edizione ha lavorato con noi”. Fiduciosa e concorde l’assessora Parigi: “Il nostro impegno economico resterà invariato, sarà garantita l’occupazione dei dipendenti”.

“Gigi, io e tutti i personaggi dal primo show del Tenda”

Pubblichiamo di seguito l’introduzione di Tommaso Le Pera al libro fotografico (“Il Teatro di Gigi Proietti nelle fotografie di Tommaso Le Pera”, Manfredi edizioni) dedicato all’attore e presentato ieri al Teatro Quirino di Roma.

L’ideazione e la creazione da parte di Carlo Molfese del Teatro Tenda di piazza Mancini a Roma è stata sicuramente una delle cose più importanti e interessanti a livello teatrale avvenute nella Capitale, e forse in Italia, nel decennio 1973/1983.

Il Tenda era un vero e proprio tendone da circo con una capienza di 2200 posti divisi tra platea e gradinate che, in poco tempo, divenne il punto di riferimento di tutto l’universo teatrale e non solo. Lì si sono avvicendati tutti i più grandi artisti italiani e stranieri del momento, Da Eduardo De Filippo a Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Dario Fo col suo Mistero Buffo, Mariano Rigillo e Lina Sastri con Masaniello, Mario Scaccia e Domenico Modugno ma anche personaggi internazionali come Tadeusz Kantor, Jerome Savary, Jean Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin e tantissimi altri.

Nell’interno del Teatro Tenda si respirava un’atmosfera tutta particolare ed era facile imbattersi o trovarsi seduti a fianco, tra gli altri, di Federico Fellini o Enrico Berlinguer o Moravia e Dacia Maraini, frequentatori abituali e spettatori degli eventi rappresentati.

Walter Veltroni ebbe a dire, successivamente, che “Se non ci fosse stato il Teatro Tenda di Piazza Mancini non ci sarebbe stato l’Auditorium Parco della Musica, né le case del cinema, del teatro, della letteratura, del jazz che animano la vita culturale romana”.

Ed è lì che nel 1976 Gigi Proietti esplode con il suo famosissimo A me gli occhi, please! (considerato ormai un cult) scritto con Roberto Lerici. Forse il primo one man show che, ancora oggi, costituisce uno dei più grandi successi del teatro italiano d’ogni tempo, basti pensare che lo spettacolo sarebbe dovuto rimanere in scena per una sola settimana e invece rimase in cartellone per ben quattro mesi consecutivi, con oltre 250.000 spettatori, come i grandi spettacoli di New York, Londra o Parigi.

La mia collaborazione con Gigi comincia con quello spettacolo e, si può dire, non si è più interrotta. I miei scatti fotografici hanno documentato tanti, tantissimi suoi spettacoli, sia come regista che come protagonista assoluto in una sarabanda infinita di ruoli, di personaggi, di frizzi, lazzi, canzoni e macchiette come con nessun’altro;

Gigi come i Petroliniani Gastone e Archimede, come Pietro Ammicca e Totò, Gigi/Cirano, Gigi/Il Bugiardo, Gigi/Gaetanaccio, Gigi/Romolo, Servio Tullio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco e il Superbo e tutti gli altri re di Roma, Gigi/Kean. Gigi, Gigi, Gigi e ancora Gigi, sempre diverso, sempre divertente e avvincente col suo entusiasmo e la sua generosità verso il suo pubblico.

Un pubblico che lo segue e che lo adora, che ha imparato a memoria tutte le gag più esilaranti dei suoi Cavalli di battaglia e, in coro, le anticipa nel mentre li propone. Un pubblico che alla fine di ogni suo spettacolo non lo vuole far andare via e chiede, pretende un bis dopo l’altro e lui concede, si concede senza risparmio divertendo e divertendosi.

Anche la Catalogna trova un governo anti-urne

Il 55enne Joaquim Torra, avvocato e uomo di lettere, deputato di Junts per Catalunya, è stato investito ieri 131˚ president della Generalitat dal Parlamento catalano in seconda votazione, quando era richiesta la maggioranza semplice. Candidato su indicazione di Puigdemont, proposto dal suo gruppo, sostenuto da Esquerra Republicana ed eletto grazie all’astensione della Candidatura d’Unitat Popular “per solidarietà anti-repressiva”, il neo-presidente è un indipendentista della vecchia scuola dal profilo nazionalista e conservatore.

Si conclude così la vacanza di governo in Catalogna iniziata il 27 ottobre, quando l’approvazione a Madrid dell’articolo 155 della Costituzione contemporanea alla proclamazione unilaterale della Repubblica a Barcellona, destituì il governo Puigdemont, commissariando le istituzioni catalane. A 5 mesi dalle elezioni di dicembre, dopo 3 candidati impediti dalla giustizia spagnola, a 8 giorni dallo scadere dei termini per il ritorno automatico a elezioni, il nuovo governo farà cessare l’applicazione del 155, come confermano il premier Rajoy e il segretario socialista Sánchez, ma non il leader di Ciudadanos Rivera, che sulla Catalogna sta costruendo la sua fortuna elettorale.

“Eccezionalità, prigione, esilio, assenza di democrazia, provvisorietà, dialogo, Repubblica”, queste le parole chiave del discorso d’investitura del candidato Torra. Discorso morbido nel tono e affilato nei contenuti, di denuncia della situazione anomala in cui verrà a operare il nuovo governo con dirigenti politici in prigione o in esilio e le istituzioni catalane provate dal commissariamento. Che muove dalla premessa del riconoscimento di Puigdemont quale legittimo presidente e la lealtà al referendum del 1˚ ottobre. Propone l’obiettivo di costruire la Repubblica anche attraverso l’internazionalizzazione del procés d’indipendenza sotto la guida di Puigdemont, offre dialogo al governo spagnolo e chiede all’Europa di giocare un ruolo per la soluzione del conflitto. Mentre snocciola un programma di governo centrato sulla coesione sociale e la prosperità, e di stampo autonomista.

Dure le reazioni dell’opposizione al discorso del candidato, accusato di parlare solo per gli indipendentisti, ignorando l’altra. Ma ancor più criticato per alcune sue espressioni sgradevoli utilizzate anni fa in articoli e tweet rivolte agli spagnoli, per le cui offese si è scusato dentro e fuori il Parlamento. Discussione che ha costretto lui e le formazioni indipendentiste a riaffermare il carattere inclusivo e non identitario del movimento repubblicano, la costruzione di un progetto “in favore di tutti e contro nessuno”. Il governo spagnolo avverte che vigilerà tutti gli atti della nuova legislatura, la cui durata è incerta. Non solo perché Puigdemont e quindi Torra ne hanno affermato la provvisorietà, ma anche perché la Cup ha dichiarato di passare all’opposizione per combattere il ritorno a una logica autonomista.

Regeni nell’ultimo metrò: dopo 2 anni la visione dei filmati

Inizia oggi al Cairo l’analisi del contenuto registrato dalle telecamere della metropolitana che riguarda il caso di Giulio Regeni. Si tornerà alla sera del 25 agosto 2016, quando il ricercatore italiano, pochi minuti prima delle 20, entrò nella stazione di el-Bahoos a Doqqi, quartiere a ovest del centro. A visionare le registrazioni gli investigatori italiani guidati dal pm Sergio Colaiocco e alcuni tecnici informatici, ospitati dalla Procura egiziana che, una volta terminato il lavoro, consegnerà copia del materiale. Nel frattempo sono passati due anni: lo studente 28enne fu trovato morto la mattina del 3 febbraio 2016.

La visita degli inquirenti italiani è stata annunciata una settimana fa, prima che gli agenti egiziani della sicurezza nazionale – lo stesso corpo sospettato del rapimento di Giulio Regeni – piombassero a casa di Mohamed Lotfy, uno dei consulenti legali della famiglia del ricercatore ucciso.

A finire nei guai è stata la moglie di Lotfy, Amal Fathy, su cui pendono due procedimenti distinti: da una parte c’è l’accusa di ingiurie e diffamazione per un video pubblicato sui social in cui la donna attaccava alcuni funzionari di una banca; dall’altra l’accusa di terrorismo per la sua presunta appartenenza al ‘Movimento 6 Aprile’ messo fuorilegge dal Parlamento egiziano. Amal Fathy dovrà restare in carcere almeno per un mese prima di ulteriori sviluppi. Fino ad allora e oltre Paola Deffendi, la madre di Giulio Regeni, e l’avvocato della famiglia, Alessandra Ballerini, rispetteranno uno sciopero della fame in alternanza. Deffendi e Ballerini sostengono che se Amal Fathy si trova in carcere è per colpire l’Ecrf (la Commissione egiziana per i diritti e la libertà, di cui Lotfy è direttore esecutivo) e la tutela legale sul caso di rapimento, torture e omicidio di Giulio: “Ringrazio tutti per quanto stanno facendo per Amal – racconta Mohamed Lotfy – la polizia doveva prendere me, perché è me che cercava, mia moglie non c’entra nulla, non ha colpe. Il pretesto del video è evidente, anche se avrei voluto che lei non lo avesse mai registrato. Mio figlio sta bene, ma ha vissuto in diretta la drammatica irruzione dell’altra notte”. La ricerca della verità e la richiesta di giustizia per la morte di Regeni è solo uno degli episodi che riguarda i diritti umani calpestati in Egitto. Arresti indiscriminati, sparizioni forzate, processi sommari, elezioni senza un reale concorrente per il presidente al-Sisi non suscitano però alcuna reazione da parte dell’opposizione.

Non ci sono quelle proteste che portarono gli egiziani in piazza Tharir nel 2011; almeno non su argomenti politici, perché il malcontento è stato mostrato ma solo per l’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana del Cairo. Le tariffe sono state ritoccate del 50% (prima il biglietto era unico e costava 2 lire egiziane, adesso si arriverà fino a 7 lire egiziane) e sono state introdotte tre fasce di percorsi. Misure sufficienti per far esplodere la protesta e indurre il ministro degli Interni a dispiegare la polizia in assetto antisommossa davanti ad alcune stazioni. Situazioni analoghe si potrebbero verificare con l’annuncio del rincaro del prezzo dei carburanti.

“I terroristi sono loro, eppure per la propaganda la colpa è di Hamas”

“Israele non ha più remore nel mostrare apertamente ciò che è: uno Stato terrorista”. Non usa mezze parole la docente palestinese Huda Abuarquob, direttrice dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente (allmep.org), coalizione di oltre 100 Ong israeliane e palestinesi impegnate nella ricerca della riconciliazione. Dopo anni all’estero è rientrata a Ramallah per insegnare e come consulente per il ministero della Pubblica istruzione palestinese.

La strategia di Hamas è una provocazione che sta portando morte e distruzione fra gli abitanti di Gaza?

La domanda dimostra che la propaganda israelo-americana sta dando i suoi frutti.

In che senso?

La propaganda sionista e dell’Amministrazione Trump, sostenuta dalla lobby di ebrei americani legata ai coloni, è riuscita a far credere ai media che Hamas vuole distruggere Israele costringendo gli abitanti di Gaza a invadere Israele abbattendo la barriera di divisione. Un controsenso dato che si tratta di una protesta pacifica e, come tale, è un diritto sancito dalle Convenzioni internazionali e non una minaccia. Netanyahu e Trump invece sono riusciti nell’intento di farvi guardare il dito e non la luna. Anziché condannare il massacro, il mondo condanna Hamas inventando che sta spingendo gli abitanti della Striscia a entrare in territorio israeliano. Nessuno sottolinea che i gazawi stanno protestando dentro il proprio territorio riconosciuto dall’Onu e, nonostante ciò, vengono uccisi.

Se non è per invadere Israele e riprendersi terre e case appartenute alle famiglie, perché 40 mila palestinesi protestano rischiando la vita?

Per la fine dell’assedio israeliano, per poter uscire da quella gabbia a cielo aperto. La gente è disperata, non ha nulla da perdere, mentre in Cisgiordania l’80% non crede più alla possibilità che un giorno ci sarà uno Stato palestinese.

Come giudica l’Autorità nazionale palestinese?

Male. La corruzione è generalizzata in Cisgiordania e le divisioni tra Hamas e Fatah favoriscono di chi non vuole la pace.

Giro, Eurovision e turismo: vince l’offensiva del sorriso

Brand Israel, che brutto compleanno festeggiare i primi settant’anni. E pensare che si era fatto di tutto per rinfrescarle il make-up. Per cambiare l’immagine. Uno sforzo a tutto campo, su fronti inediti, con impegni inusuali. Una campagna globale, capillare, accattivante. Negli slogan. Negli eventi. Prima il Big Start del Giro d’Italia a Gerusalemme, costato l’ira di Dio, pur di stupire la comunità internazionale – formula geopolitica che gli israeliani detestano – e dimostrare il volto “tollerante” di Israele: “Il più grande avvenimento della storia del paese, in termini di ampiezza del progetto e di risonanza”, ci aveva detto pochi giorni fa Sylvan Adams, il miliardario patriota di origine canadese che ha fatto venire il Giro in Terrasanta con il pieno appoggio del premier Netanyahu, e che aveva precisato: “Si utilizza lo sport per creare dei legami e portare nel mondo l’immagine di Israele”. La prima tappa è stata infatti seguita in tv da quasi un miliardo di persone. E ha prodotto un effetto collaterale non trascurabile: la festa del ciclismo, in quei giorni, ha oscurato la drammatica e sanguinosa situazione di Gaza.

Poi, quasi a cesellare questi blitz mediatici, è arrivata la vittoria della popolare, paffuta ed esuberante Netta Barzilai, l’ex cameriera ed ex militare che inneggia al girl power: la cantante israeliana sabato ha trionfato all’Eurovision Song Contest con il brano Toy, sbaragliando gli altri 25 concorrenti, al suono martellante del ritornello “stupido, non sono il tuo giocattolo”. Il successo avrà come effetto un “ritorno” promozionale molto importante: la prossima edizione dell’eurofestival musicale sarà organizzata in Israele. I due episodi hanno messo alla prova l’efficienza della nuova comunicazione strategica israeliana, sulla quale punta Netanyahu per cambiare l’immagine del paese, e far percepire Israele in modo divergente da quella che traspare nei notiziari.

Creare cioè una narrazione parallela, in cui conflitti e guerre di attrito coi Paesi confinanti non siano l’unica trama, enfatizzandone l’altro volto: quello dell’economia avanzata; della tecnologia; della cultura (al Maxxi di Roma, domani si apre la mostra “Tel Aviv the White City” che si chiuderà il 2 settembre); del turismo (quello dei luoghi santi è ricominciato alla grande); degli scambi commerciali: con l’Italia l’import-export è in costante crescita, siamo visti come uno dei principali partner, il terzo fornitore europeo.

Dunque, Israele non vuole soltanto apparire come la sentinella militare dell’Occidente e dei suoi valori in Medio Oriente. Vuol far sapere che il ritmo di crescita economica viaggia su percentuali “cinesi”; che i consumi sono elevati, la disoccupazione diminuisce, mentre aumentano gli investimenti (edilizia, high-tech). Le recenti scoperte di ricchi giacimenti di gas metano hanno dato un’ulteriore spinta all’economia, contribuendo ad aumentare gli investimenti esteri (venture capital, multinazionali).

Il pragmatismo, l’ambizione e l’assunzione del rischio (come l’assenza di formalismi) hanno dato concretezza al progetto “battaglia della narrazione”, ossia come raccontare Israele al mondo che ha un’opinione condizionata dalle stragi di Gaza e dai conflitti coi confinanti. Un progetto concepito nel febbraio del 2010, quando a Herlizha si tenne un forum in cui una sessione era stata dedicata alla comunicazione strategica di Israele.

A Gerusalemme la festa. A Gaza la “Catastrofe”

Alle sei di sera, quando i morti hanno superato quota cinquanta, Hamas, avuto il tributo di sangue che aveva chiesto ai disperati di Gaza, ordina la ritirata. Dai cumuli di copertoni si alza ancora un fumo acre, denso, tossico come i gas lanciati dai militari israeliani schierati dall’altra parte della Barriera.

Stracci, bandiere, un tappeto di bottiglie di plastica invadono il terreno sabbioso. Bende, garze usate, vicino ai cumuli di sassi. Le munizioni che i disperati di Gaza avevano approntato per la battaglia con il miglior esercito del Medio Oriente, che non ha fatto economia di proiettili di gomma e di quelli veri. Poi sono entrati in azione i carri armati, poi gli elicotteri, poi i caccia F-16, man mano che la situazione si faceva più incandescente nella giornata e il numero dei palestinesi aumentava fino a raggiungere i 40 mila.

Contemporaneamente, nella Gerusalemme blindata da migliaia di poliziotti ma pavesata a festa, nel pomeriggio l’elegante ricevimento per l’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, trasferita da Tel Aviv su ordine del presidente Donald Trump. Due mondi. Distanti solo cento chilometri.

A Gaza il via-vai delle ambulanze e delle auto private verso gli ospedali della Striscia è stato continuo fin dalla prima mattina. Quando i manifestanti palestinesi hanno iniziato a riunirsi al confine in 13 diversi punti, lungo i 37 km che separano Gaza da Israele. I pronto soccorso sono stati invasi da 2800 feriti, nel giorno più sanguinoso dalla guerra dell’estate 2014. Con l’infermeria e sale chirurgiche stracolme l’ospedale Al Shifa di Gaza City ha approntato delle tende nel parcheggio per i primi interventi chirurgici. Anche in altre parti dei Territori occupati si è manifestato. A Qalandia, a Nablus, a Betlemme, Hebron e Gerico. Ci sono stati incidenti e scontri con feriti, ma nulla di paragonabile all’inferno di Gaza.

Ieri sera a Gaza – com’è nel costume musulmano – si sono celebrati i funerali delle vittime, otto di loro avevano meno di 16 anni, si sono pianti i morti. Ma c’è poco tempo per il lutto perchè oggi si ricomincia. È l’anniversario della Nakba, la Catastrofe per i palestinesi. Il giorno in cui nel 1948 i progenitori dei disperati di Gaza lasciarono le loro terre per sfuggire alla guerra che scoppiava alla nascita dello Stato di Israele.

Hamas annuncia altre marce di sfida verso la Barriera – nella speranza di abbatterla – le sue radio e la sua tv martellano con appelli incessanti alla mobilitazione. Le marce proseguiranno, annunciano, anche durante il Ramadan – il mese sacro del digiuno – che inizia questo venerdì.

A Gerusalemme ieri sera – dopo i festeggiamenti, i saluti di rito con la folta delegazione americana guidata dalla figlia del presidente Usa Ivanka, con suo marito Jared e un paio di membri dell’Amministrazione – il premier Benjamin Netanyahu ha avuto i report della sanguinosa giornata di Gaza. Per lui sono giorni felici, la sintonia con Trump appare completa dalla Siria all’Iran, alla Terrasanta.

Netanyahu ha ignorato i gelidi commenti della comunità internazionale sulla mossa americana di trasferire l’ambasciata, atto che vìola due risoluzioni dell’Onu e che alimenta tensioni fortissime in tutto il Medio Oriente, come sottolineato dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Russia, dall’Unione europea. Il premier ha giustificato l’uso della forza perchè “Hamas vuole la nostra distruzione, abbiamo il diritto di difenderci”. Il dispositivo militare attorno alla Striscia è stato raddoppiato, annuncia il suo ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Lasciata cadere l’offerta di una “hudna”, una tregua di lunga durata, lanciata da Hamas una settimana fa, l’opzione militare per Israele sembra l’unica soluzione sul tavolo.

Il bagno di sangue a Gaza ha spinto il presidente palestinese Abu Mazen ha proclamare tre giorni di lutto nazionale in tutti i Territori palestinesi. I Paesi arabi hanno chiesto una immediata riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, gli Europei per ora invitano Israele alla moderazione. Specie nella Ue si è aperto un fronte interno e sarà necessario un chiarimento a livello i ministeri degli Esteri. Gli ambasciatori di Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania erano alla festa per la nuova ambasciata americana, quasi un riconoscimento di fatto. Sono convinti che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele attraverso gesti unilaterali “aiuti la pace”, come dicono Trump e Netanyahu.

“M”, il Santoro cubista e quel che resta dei talk

Vanno di moda i passi di lato; Michele Santoro ne ha fatto uno, forse anche un paio, e di sua spontanea volontà. Abbandonato il terreno di cui è stato il seminatore, sperimenta strade nuove con M (Rai2, giovedì sera). M chi?, potrebbe domandarsi qualcuno, non essendo molto chiara la vocazione del programma. C’è un tema portante, ma scomposto in chiave cubista, per così dire; nella fattispecie, il sequestro di Aldo Moro da parte delle Br (non quello attuale da parte di tutte le Tv). Ci sono elementi di fiction; c’è uno studio-galleria utile per talk letteralmente marginali, con ospiti come Marco Damilano (bravo ma ubiquo), Annalisa Chirico (ubiqua e basta) il generale Inzerilli, ex dominus di Gladio; ci sono le interviste impossibili dove si interpellano i protagonisti di allora, vedi Giulio Andreotti interpretato da Remo Girone. Considerati i vivi, avrà pensato Santoro, tanto vale intervistare i morti; comprensibile, ma c’è un problema. Santoro è uomo da melodramma, da Grand-opéra, tutti ricordiamo le verdiane telefonate in diretta con il dg Rai Mauro Masi, “di quella pira l’orrendo fuoco…”. Il teatro da camera non si addice a un simile tenore naturale. Ci sarebbe poi da domandarsi perché questo Santoro sperimentale, cubista, abbia voluto mettere il talk in castigo, ma questa è una domanda che bisognerebbe girare a uno bravo, tipo Recalcati. Il telespettatore può solo prendere atto dei palinsesti: mai visti tanti imitatori, ma non è tutto Santoro quello che luccica.

Calderoli il meglio della Lega? Non è una buona notizia

Nell’inedito brainstorming giallo-verde che sta dando vita al governo M5S-Lega, non manca mai un anomalo statista che fino a ieri indignava quasi tutti e oggi un po’ meno: è Roberto Calderoli, nato a Bergamo nel 1956. Al tavolo era così a suo agio che ha pure offerto caramelle ai grillini. Non è una novità che i 5 Stelle lo stimino: nella precedente legislatura era spesso citato – per esempio dall’altro statista anomalo Carlo Sibilia – come uno dei più bravi tecnicamente. Uno dei più preparati, addirittura. Pare che Calderoli abbia proprio un talento innato a presiedere il Senato. E gli accade spesso, se è vero – ed è vero – che è pressoché ininterrottamente vicepresidente del Senato dal 2001: con l’eccezione della legislatura XVI, ha sempre ricoperto quell’incarico non proprio marginale dalla legislatura XIV.

Calderoli è stato anche ministro delle Riforme Istituzionali nel Berlusconi II e ministro per la Semplificazione normativa nel governo Berlusconi IV. Nel primo caso, per onorare appieno l’incarico, fu costretto a dimettersi perché per colpa sua stava quasi scoppiando la Terza guerra mondiale. Il 15 febbraio 2006 mostrò in tivù una maglietta sulla quale era stampata una vignetta che irrideva Maometto. Nei giorni successivi si susseguirono reazioni violente nei Paesi islamici, compreso l’assalto al consolato italiano a Bengasi e alla Chiesa nella stessa città.

Calderoli è noto anche per un’avvincente intervista che concesse in giacca, cravatta e mutande. Letteralmente. Era convinto che il cameraman non allargasse l’inquadratura, solo che lui invece l’allargò (generando un drammatico Armageddon estetico). Fan della castrazione chimica e della pena di morte per i pedofili, su Papa Ratzinger “scherzò” così: “A Benedetto XVI avrei preferito Crautus I”. In un inatteso moto autocritico, ammise che la legge elettorale da lui partorita era una porcata: tale capolavoro, poi superato in obbrobrio dai renzianissimi Italicum e Rosatellum, è per questo oggi chiamato “Porcellum”. Amante a modo suo degli animali, per un po’ ha tenuto in giardino una tigre (“Ma ho dovuto darla via perché ha divorato un cane”).

Poi ha optato per due lupi, così entusiasti della sua presenza da morderlo con gioia: lui, virilmente, soleva allora mostrare in Transatlantico i segni dei morsi. Per nulla razzista, così apostrofò in tivù Rula Jebreal: “Non rispondo a quella signora abbronzata”. Riottoso alle moschee, nel 2007 propose il “Maiale Day” (le cui carni sono proibite dal Corano). Assai affettuoso con chi non stima (“I Montezemolo sono scoregge di umanità”), il ministro Kyenge aveva per lui fattezze strane: “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango”. Giusto poi citare altre meraviglie calderoliane, che ne attestano sensibilità e guittezza: “Ci sono etnie con una maggiore propensione al lavoro e altre che ne hanno meno.

Ce ne sono che hanno una maggiore predisposizione a delinquere” (alludeva ai rom). “Un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi”. “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. “Questi culattoni hanno nauseato. Pacs e porcherie varie hanno come base l’arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni sono fuori luogo e nauseanti”. Eccetera. Non fatichiamo a credere che Calderoli sia uno dei leghisti più bravi e preparati. Ma non è detto che sia una buona notizia.

Un’europa forte contro il ricatto usa

Pochi giorni fa, Angela Merkel ad Aquisgrana, dove accompagnava il presidente francese Macron, che aveva ricevuto il Premio Carlo Magno, ha dichiarato: “Non ci si può trastullare nella convinzione che gli Usa ci difenderanno, dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani e poterci difendere da soli”.

La creazione di un vero esercito europeo è una necessità assoluta. La forza militare, usata naturalmente come deterrente, si trascina dietro tutto il resto a cominciare dall’influenza politica che un Paese, in questo caso un raggruppamento di Paesi, la Ue, può esercitare in campo internazionale. Di questo dovrebbe tener conto il premier (nel momento in cui scriviamo non ne conosciamo ancora il nome) del governo Cinque Stelle-Lega. Il latente antieuropeismo dei grillini e dei leghisti dovrebbe essere tenuto a bada, non per rassicurare Mattarella che su un programma di governo che presumibilmente ha l’appoggio del Parlamento non ha diritto di metter becco, ma perché nuoce al Vecchio continente e ai suoi abitanti. In particolare il “sovranismo” di Matteo Salvini è un’idiozia. A differenza degli anni Trenta, quando una semi autarchia fu attuata con successo da Mussolini, oggi nessun Paese europeo potrebbe resistere da solo ai grandi agglomerati statali, Stati Uniti, Russia, Cina, India e nemmeno ai potentati economici sovranazionali che sottotraccia guidano la danza, vale a dire il famigerato “mercato”.

La creazione di un esercito europeo ci permetterebbe di uscire, sia pur gradualmente, dalla Nato che dal dopoguerra è stato lo strumento con cui gli Stati Uniti hanno tenuto in condizione di minorità militare, politica, economica e anche culturale, l’Europa. Ai ricatti economici di Donald Trump l’Unione europea è in grado di resistere perché ha più di 500 milioni di abitanti, cioè di consumatori che sono in linea di massima dei consumatori forti.

Il nuovo governo italiano dovrebbe quindi seguire le indicazioni molto esplicite, se le si mette a confronto con le abituali prudenze diplomatiche, di Angela Merkel e collaborare con tedeschi e francesi per un’Europa più forte, non più debole.

Altrimenti, ad andar tutto bene, l’Europa rimarrà un gigante economico, ma un nano politico, perennemente sotto scacco.