Partiti: c’è chi chiede più potere per i capi

Se in questi ultimi mesi in Italia si è capito qualcosa, ammesso, appunto, che qualcosa si sia capito, è che siamo ormai al culmine della degenerazione della cosiddetta partitocrazia (a sua volta frutto di una degenerazione del Parteienstaat) in un regime che non si può definire altrimenti che “capi-partitocrazia” perché si basa sulla completa esautorazione dei partiti per opera e virtù dei loro capi. Non semplicemente protagonisti, ma unici attori dell’imbarazzante spettacolo andato in scena dopo le elezioni sono stati e sono leader e leaderini passati, presenti e futuri.

Sono stati loro a decidere quali fossero le cose da fare o da non fare, da volere fortissimamente e poi non volere più, salvo rivolerle subito dopo, senza stare a perder tempo per consultare ogni volta organi collegiali, iscritti, militanti, o per interloquire con loro, se non altro prima di cambiare fronte a sorpresa (stavo per dire a tradimento). Deve perciò aver visto un altro spettacolo il professor Panebianco se in un editoriale del Corriere della Sera ha potuto sostenere che quello che è successo o non è successo in questi mesi è da imputare all’intralcio costituito per i leader dai militanti dei loro partiti.

L’analisi può sembrare stupefacente, ma mai quanto la conclusione trattane: basterebbe che i leader dicessero ai militanti (testualmente): “Cari fan, addio” (vale a dire, bando agli eufemismi, che li mandassero a quel paese una volta per tutte) e decidessero di decidere sempre come pare a loro, e tutto andrebbe per il meglio. Trait-d’union tra analisi e conclusione, evidentemente, una concezione del partito che non fa distinzioni tra schieramento politico e schieramento oplitico, visto che il primo può, e anzi deve essere uguale al secondo: non un’associazione di esseri pensanti accomunati da affinità ideologiche e da una gerarchia di valori condivisa, cioè, ma una falange macedone di gregari allineati e coperti, usi a obbedir tacendo (o anche parlando, ma solo per dire che il Capo ha sempre ragione). A parte questo, la tesi d Panebianco ha due piccoli difetti.

Il primo è che si basa su un’indebita generalizzazione di osservazioni che potrebbero valere, se valessero qualcosa, solo per il Pd, unico partito nel quale gli ordini del capo possono aver incontrato qualche labile resistenza subito rientrata. O forse Berlusconi, Salvini, Di Maio hanno mai dato l’impressione di essere ostaggio dei loro partiti? L’altro difetto è che in realtà essa non vale neanche per il Pd, ai cui militanti si può rimproverare di tutto, ma non di aver costretto Renzi a fare o non fare come volevano loro invece che come voleva lui; sicché essi non potrebbero non andare assolti dalle accuse di Panebianco “perché il fatto non sussiste”. Non un’eccessiva riottosità andrebbe loro addebitata, ma l’eccessiva arrendevolezza con cui, bon gré mal gré, non hanno mancato di fare la loro parte nella riduzione di uno schieramento politico a uno schieramento oplitico (oltre tutto pieno di milites gloriosi), cosa giustificabile solo a condizione di credere che “Dio fa uscire di senno quelli che vuole perdere”, o, come in questo caso è più appropriato dire, “quelli che vuole far perdere”.

Il non detto dell’editoriale di Panebianco era presumibilmente che una volta liberatisi della zavorra costituita dalla base dei loro partiti i leader potrebbero “mettersi attorno a un tavolo” (espressione, in effetti, a loro cara: et pour cause) e lì, oltre a farsi qualche mano di bridge o, più verosimilmente, di tressette, rifare l’Italia in quattro e quattr’otto. Anzi in quattro soltanto: Berlusconi, Salvini, Renzi e Di Maio. Tutta gente di collaudata affidabilità: chi può negarlo?

Verrebbe da pensare che Panebianco abbia voluto adottare un registro ironico e paradossale per dire il contrario di quello che sembra. Ma non deve essere stato così se ventiquattro ore dopo il suo editoriale, sul Corriere ne è apparso un altro di Ferruccio de Bortoli che suona come una netta presa di distanze da esso, testimoniata anche dai rispettivi titoli: da un lato I militanti che frenano i partiti (l’editoriale di Panebianco), dall’altro I partiti così poco democratici (quello di de Bortoli), se per il primo il difetto dei partiti attuali è di essere troppo … democratici, con conseguenze paralizzanti per le loro leadership, per il secondo è quello di esserlo troppo poco, cosa da ritenere incostituzionale ex art. 49 della Costituzione (nb: “ex art. 49” non significa affatto che l’art. 49 è ormai venuto meno, come qualcuno potrebbe credere) nel quale è previsto che i partiti concorrano a determinare la politica nazionale con metodo democratico. Ecco, proprio nell’insistito (oltre che sacrosanto) richiamo all’art. 49 è forse il solo limite del contro-editoriale, di de Bortoli, che rischia di provocare nell’innominato destinatario della lezione che esso contiene una reazione come “uffa, sempre con questa benedetta Costituzione…”

Mail box

 

Troppe morti sul lavoro perché manca la sicurezza

Una colata di piombo ustiona quattro operai alle Acciaierie di Padova con conseguenze sulla loro vita. Ormai la sicurezza sui posti di lavoro in questo Paese manca. Da inizio anno ci sono stati 255 morti sul lavoro. L’unica parola che mi viene in mente è: allucinante.

Massimo Aurioso

 

Mattarella è interventista solo con chi non gradisce

Sono convinto che la gestione del presidente della Repubblica Mattarella dell’attuale situazione post elettorale sia da considerare più corretta di quella del suo predecessore che pretendeva di scegliere chi doveva governare gli italiani a dispetto delle scelte espresse dagli elettori con il loro voto.

Pur tuttavia si può percepire dalle sue parole la volontà e la determinazione di voler esercitare appieno il ruolo di presidente nella nomina dei ministri e del presidente del Consiglio che a me sembra tragga origine oltre che dal dettato costituzionale dal fatto che al governo (forse) ci andrà la parte politica più distante da Mattarella ma comunque scelta dagli elettori.

Non ho molte obiezioni rispetto a questo, ma mi sarebbe piaciuto che il presidente avesse avuto lo stesso atteggiamento anche nei confronti del governo precedente su cui ha inteso non esercitare spesso il suo potere di moral suasion e presidenziale tanto che la satira si è accanita nel dipingerlo come intento a rendersi il meno visibile possibile o intento a non disturbare il governo (italicum, referendum e altre raffinatezze del genere) nell’elaborazione di leggi che spesso (troppo) sono state dichiarate incostituzionali dalla Consulta o rimandate al mittente (governo) perché mal fatte.

Naturalmente non vivo sulla luna e conosco la storia politica di Mattarella però mi piacerebbe che l’interpretazione del ruolo di presidente della Repubblica fosse sempre legata al dettato costituzionale e non interpretata ad personam a seconda di chi pro tempore esercita quel ruolo.

Leonardo Gentile

 

Il nuovo governo giallo-verde cosa farà con gli immigrati?

Quale sarà l’atteggiamento del nuovo governo M5S-Lega nei confronti degli immigrati, al di là degli slogan da campagna elettorale? Non è una domanda provocatoria. È la richiesta di comprendere gli scenari che si prospettano.

Le ultime statistiche ufficiali rilevano una indispensabile presenza di manodopera extracomunitaria nel settore agricolo. Nuovo sfruttamento, rinnovata schiavitù.

Eppure gli operatori agricoltori, al Sud come al Nord, manifestano contro gli immigrati e si sono schierati con la destra di Meloni e Salvini. Atteggiamento che fa accapponare la pelle. Non per il razzismo e la xenofobia. Per l’ipocrisia. Se gli imprenditori agricoli stanno ancora sul mercato, sia pure con difficoltà, è proprio grazie a coloro che nei frutteti e nei campi lavorano con ritmi e turni massacranti, per loro.

Salvini onorerà le sue inattuabili promesse, condivise da Berlusconi? Prima il lavoro agli italiani, con i diritti sindacali rispettati e gli sfruttamenti ottocenteschi e predemocratici finalmente banditi, come legge comanda. Se così sarà, quest’estate immaginiamo uno scenario fatto di frutta, ortaggi, uve, abbandonate sugli alberi, nei campi, sui tralci. Campagne in ginocchio. Riflessione per chi vota Lega e strilla contro i fratelli disperati che con speranza approdano sulle nostre coste alla ricerca di un futuro di dignità e non certo di un bieco sfruttamento.

Melquiades

 

Silvio, se cerchi una poltrona per te c’è quella di mio zio

Pare ci sia la fila fra i senatori di Forza Italia per lasciare il loro scranno al “delinquente abituale riabilitato” Berlusconi per farlo rientrare in parlamento a inciuciare e a fare sfracelli esattamente come prima. Anche mio zio vorrebbe lasciargli il suo posto. Me lo ha detto l’altro giorno. Sarebbe ben felice di cedergli la sua sedia e la sua posizione, che ritiene più adatte a Berlusconi che a se stesso. Anzi le considera proprio consoni e molto appropriate per lui.

E che lavoro fa mio zio? Il guardiano in una porcilaia.

Enrico Costantini

 

La Juventus è senza avversari, non facciamola partecipare

La Juventus ha vinto il settimo scudetto di fila, meritatamente, dicono loro, rubando come al solito, dicono altri, questo è addirittura il 34° dicono gli altri, il 36° dicono loro. Sia come sia (personalmente propendo per l’opinione degli “altri”, ma non è questo il punto) è un dato di fatto che si deve trovare una soluzione prima che lo strapotere bianconero danneggi irrimediabilmente l’interesse nazionale nel “gioco più bello del mondo”.

Quindi, visto che Var o non Var i favori arbitrali li avranno sempre, per rendere il nostro campionato finalmente combattuto e incerto si potrebbe fare come fecero gli organizzatori del Giro d’Italia nel primo dopoguerra che premiarono lo strafavorito Alfredo Binda perché non corresse, allo stesso modo assegnamo automaticamente un pre- scudetto alla Juve con l’unica condizione di non partecipare al torneo e poi cominciamo il campionato finalmente liberi di poter veder vincere qualche altra squadra.

Mauro Chiostri

Flat tax Una riforma fiscale va fatta Resta da vedere come incide sul welfare

Invece di flat tax dovremmo chiamarla fat-tax, perché farà ingrassare ancora di più i ricchi. I più beneficiati dalle due aliquote piatte che i “grilleghisti” vogliono introdurre, per indebolire lo Stato. Sì, perché è inutile girarci intorno: per la destra, lo Stato – con questa costosa mania di rimuovere gli ostacoli economici e sociali alla eguaglianza (art. 3 Costituzione) – è un freno per chi i soldi ce li ha. Per la destra grilleghista, i servizi pubblici sono troppo costosi. Meglio che ognuno si arrangi da sé. Hai bisogno di un’operazione complessa? Te la paghi e se non hai i soldi, crepa come fanno tutti i poveri del mondo senza rompere le palle ai ricchi. Vuoi più sicurezza? Comprati una pistola, senza che buttiamo i soldi per rendere efficienti forze dell’ordine e magistratura. L’altra favola fiscale è che se le tasse sono più basse, i grandi evasori si commuovono e poi le pagano. Non è così. E questo “vizietto” ci costa carissimo. L’evasione è stata stimata in più di 120 miliardi. Questa enorme somma non recuperata, dovrebbe essere il primo spreco da combattere, per dotare la Pubblica amministrazione delle risorse necessarie a manutenzioni e investimenti. Ma nessuno lo dice. Non si può essere intransigenti con uno Stato che non funziona e transigenti con un’evasione che lo guasta. Chi vuole sanare il Paese, deve iniziare da qui. Non dalla flat tax.

Gentile Marnetto, lei ha ragione su alcuni punti. L’idea dell’imposta “piatta” nasce negli anni Ottanta, quando i Paesi anglosassoni hanno sperimentato massicci tagli delle tasse a beneficio dei più ricchi. Ridurre le tasse favorisce chi (in teoria) ne paga di più, ed è vero che la flat tax favorirebbe i redditi più alti a svantaggio di quelli medio-bassi. Con aliquota al 15% proposta dal leghista Armando Siri il 75% dei contribuenti pagherebbe di più, diverso è invece se venisse mantenuto parte del sistema di detrazioni fino a 8 mila euro l’anno, ma così verrebbe meno l’obiettivo di semplificare il sistema. L’idea poi che la misura si coprirebbe da sola grazie all’aumento del gettito dovuto al taglio fiscale non ha solide basi. Resta però che oggi il sistema fiscale è iniquo, penalizza i redditi da lavoro e premia le rendite, e oltre i 28 mila euro di reddito di fatto già oggi l’aliquota marginale smette di crescere, con buona pace della progressività imposta dalla Carta. Una riforma fiscale è ormai necessaria. Quanto al ruolo dello Stato, c’è solo un modo per valutare se il governo lo vedrà come un ostacolo: i tagli alla spesa pubblica. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio non si possono più fare senza ridurre il perimetro del welfare.

Gasperini contro Pairetto jr: la Figc apre un’inchiesta

La Procura della Figc ha aperto ieri una inchiesta sulle accuse di Gian Piero Gasperini nei confronti dell’arbitro Luca Pairetto. Secondo quanto si apprende, il procuratore Giuseppe Pecoraro vuole vederci chiaro sulla denuncia del tecnico dell’Atalanta, che nel corso di una conferenza stampa aveva accusato il figlio dell’ex designatore Pierluigi Pairetto di averlo “minacciato” durante la partita con il Genoa “che ci saremmo rivisti a Roma dicendomi ‘non saranno concessi questi comportamenti’. Non so come potesse sapere già che sarebbe stato lui il Var in casa della Lazio”.

Luca Pairetto, nato a Torino nel 1984, è arbitro di Serie A dal 2016. Il padre Pierluigi, giacchetta nera della massima serie dal 1981 al 1998 e arbitro internazionale dal 1989 al 1987, è stato è stato designatore arbitrale di Serie A tra il 1999 e il 2005 nonché Vicepresidente della Commissione Arbitrale dell’Uefa.

Pairetto è stato è stato condannato dal Tribunale di Napoli nell’ambito dei processi seguiti allo scandalo di Calciopoli a 1 anno e 11 mesi in primo grado e a 2 anni in appello il 17 dicembre 2013.

“E anche con il Var la Juve ha vinto ancora”

“L’abitudine gioca strani scherzi: trasforma lo straordinario in ordinario, ci disorienta”. Persino Giovanni De Luna, professore di Storia contemporanea, tra i massimi esperti di Juventus e juventinità, fa fatica a collocare quest’ennesimo scudetto negli annali bianconeri. Con il pareggio di domenica contro la Roma, la Juve ha vinto il suo settimo titolo consecutivo: “Ora ci sembra tutto normale, quasi scontato. Ma della sua importanza ci accorgeremo in futuro, magari fra venti o trent’anni, quando guarderemo l’albo d’oro e ripenseremo a questa squadra”.

Professor De Luna, un altro titolo in bacheca: non c’è quasi il rischio di stufarsi?

Sì, infatti i festeggiamenti a Torino sono stati ridicoli, praticamente nulli. Un po’ perché il legame con la città è da sempre allentato, un po’ perché l’assuefazione fa vivere i tifosi in una sorta di realtà diminuita invece che aumentata. Ma quest’ennesima vittoria ha un valore enorme, lo dimostrano i numeri e i record riscritti anno dopo.

Lei ha curato l’allestimento dello Juventus Museum: non baratterebbe un paio di scudetti con la Champions?

In futuro, forse: quelli passati e già vinti no, sono più di semplici gagliardetti, sono pezzi di vita vissuta, legati a emozioni. Si ricordano, non si scambiano come le figurine.

L’Europa, però, resta un cruccio per questa squadra imbattibile in Italia.

Vero, ma su questo sono sereno: la Juventus ormai ha raggiunto una dimensione internazionale che nessuno le può togliere. Prima o poi arriverà anche la coppa a coronare questo ciclo irripetibile: fino ad allora non sarà concluso, e ciò vuol dire che la squadra avrà ancora fame di vittorie.

Di chi sono i meriti di quest’ultima?

Delle grandi individualità: Dybala all’inizio, Higuain in mezzo, Douglas Costa alla fine. Nessuno in Italia ha una rosa del genere. Oltre alla solita difesa, ma non è più una notizia.

Qualcuno dice anche delle decisioni arbitrali, da Juve-Inter in giù…

Non scherziamo: se gli arbitri sono in vendita, li comprino anche gli altri! E poi quest’anno c’era pure il Var, il che rende a suo modo ancora più storico questo titolo: il primo campionato della tecnologia che avrebbe dovuto cambiare tutto l’ha vinto la Juve. Ben venga la moviola, ma questi discorsi non mi hanno mai appassionato. Preferisco le storie del gioco e dei giocatori.

Come quella di Buffon, ad esempio: è lo scudetto dell’addio?

Credo di sì: esce di scena con enorme dignità, senza ostinazioni, o almeno così mi auguro. È un grande campione, deve risparmiarsi un triste declino alla Totti, per intenderci. Meglio lasciare nel momento del trionfo.

Anche Allegri potrebbe essere ai saluti?

Non è detto: non ci si può sedere sugli allori, qualcosa bisognerà cambiare per continuare a vincere ma potrebbe essere in panchina come in campo. Deciderà la società, che ha sempre gestito bene queste situazioni.

Cosa rende diverso questo titolo dagli altri?

È speciale perché è stato sofferto come non mai. E aggiungerei anche meritato.

Ma De Laurentiis sostiene che al Napoli è stato tolto lo scudetto.

È solo un esorcismo, un modo di elaborare il lutto, forse un po’ grossolano e pure strumentale. Le polemiche non cambiano mai, ma negli annali restano i risultati delle partite, il resto per fortuna viene dimenticato.

Si sa, la storia la scrivono i vincitori.

No, la storia è di tutti. Quella della Juventus è solo più vincente delle altre.

Patto “low cost” e anti-flop: Mancini nuovo ct azzurro

Roberto Mancini è il nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio: quattordici anni dopo la sua ultima partita in maglia azzurra, la sua storia di odio e amore con la Nazionale, mai decollata in campo, ricomincia in panchina. Già ieri a tarda ora è arrivata la firma che lo legherà alla Federcalcio fino alla Coppa del mondo 2022 in Qatar. Se tutto andrà bene: perché l’accordo, da quasi 3 milioni a stagione, prevede anche una serie di clausole nel caso in cui le cose non dovessero filare per il verso giusto. Corteggiato a lungo dal commissario Roberto Fabbricini e dal suo vice Alessandro Costacurta, ieri Mancini è sbarcato a Roma da San Pietroburgo.

A San Pietroburgo il Mancio ha lasciato freddo, ricordi agrodolci e altri due anni di contratto da 12 milioni di euro totali con lo Zenit, l’ultima sua squadra di club dopo Fiorentina, Lazio, Inter, Manchester City e Galatasaray. Un sacrificio non da poco, pur di tornare in Italia e fare vita da commissario tecnico, che significa belle partite da guardare in tribuna, poco lavoro sul campo e tanti obblighi di rappresentanza per lui che della bella presenza ha fatto un marchio di fabbrica. “Sono contento di essere in Italia”, la sua prima dichiarazione da allenatore in pectore della Nazionale.

Tutto fatto, anche gli ultimi dettagli. Si era parlato a lungo di un’intesa da 2 milioni di euro, spiccioli a confronto dei compensi dei top allenatori dei maggiori campionati europei. In realtà l’accordo sarà low-cost, ma non così tanto: molto più vicino ai 3 milioni (quasi 6 lordi l’anno), così da lenire i rimpianti per la mancata buonuscita dallo Zenit; i russi, stizziti dalle trattative a campionato in corso ma soprattutto da una stagione deludente (appena un quinto posto in classifica, senza neppure centrare la qualificazione in Champions League), si sono convinti a lasciarlo libero solo a condizione di risparmiare per intero il suo lauto stipendio.

Formalmente il contratto sarà di quattro anni, ma entrambe le parti hanno voluto inserire delle vie d’uscita. La brutta esperienza di Giampiero Ventura, che ha battuto cassa fino all’ultimo centesimo anche dopo la storica mancata qualificazione ai Mondiali, è servita da lezione. Ad esempio, se l’Italia dovesse mancare l’accesso anche ai prossimi Europei del 2020, il contratto sarebbe automaticamente risolto. Al contrario, in caso di vittoria del torneo o di finale, al tecnico potrà essere riconosciuto un aumento importante (e allora sì che il suo compenso tornerebbe su livelli più che decenti).

Ma più curiosa di tutte, forse, è la terza clausola, per cui sia la Federazione sia Mancini potranno optare per l’addio con l’ingresso nelle prime quattro (semifinale): il contratto è pensato fino ai Mondiali 2022, ma conoscendo i proverbiali colpi di tacco del “Mancio” non si sa mai.

In via Allegri, però, si augurano che stavolta la storia con la Nazionale sia a lieto fine. Anche perché in Federazione tutti ci hanno messo la faccia su questa nomina, dal commissario Fabbricini al direttore generale Michele Uva, passando ovviamente per il presidente del Coni Giovanni Malagò, nonostante la richiesta di alcune componenti di aspettare in modo da far scegliere il ct dal prossimo presidente eletto (con buona probabilità il grande vecchio, Giancarlo Abete).

“Credo sia la scelta giusta”, ha commentato il capo del Coni: stavolta non ci sarà il Tavecchio di turno su cui scaricare le colpe di un eventuale fallimento.

La gestione commissariale aveva promesso un processo di selezione rapido e trasparente, ma i criteri seguiti non sono stati troppo chiari. Nemmeno si è capito chi si sia preso la responsabilità finale, e quindi a chi spetteranno oneri e onori.

L’unica certezza è che dopo tre mesi di incontri più o meno segreti, annunci mediatici e voci di corridoio, alla fine è arrivato il nome più facile da raggiungere, che non chiedeva troppe garanzie alla Federazione (come Ancelotti) e non ha preteso ingaggi da capogiro (tipo Conte nel 2014). Un allenatore che ha carisma da vendere (a peso d’oro), esperienza internazionale, grande conoscenza di calcio. E poi quel pizzico di fortuna che non guasta mai, come testimonia la sua carriera in panchina. Il pallone italiano ne ha un disperato bisogno.

Nuova giornata nera per il lavoro: morti un militare e 2 operai

Dopo i drammi di Monfalcone e Padova, altra giornata nera per il lavoro: morti due operai e un sottufficiale dell’Aeronautica militare. Una tragedia ad Abano Terme (Padova), dove un operatore ecologico è rimasto schiacciato dal furgone dei rifiuti sul quale stava salendo, dopo che il mezzo è stato colpito da un bus. Stefano Fontana, 57 anni, è morto per uno choc emorragico. L’autista del bus è stato denunciato per omicidio stradale. Travolto invece dal suo mezzo il militare Antonio Carbone, deceduto nella base militare di Gioia del Colle (Bari). L’uomo è sceso da una spazzatrice, lasciandola in salita: il mezzo si sarebbe mosso all’indietro investendolo. Aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. È stato invece travolto da una lastra di metallo caduta da oltre 20 metri un operaio croato di 56 anni, Dragan Zekic. Incidente avvenuto alle 16 nel cantiere navale del Gruppo Antonini alla Spezia che costruisce navi, yacht e piattaforme offshore per gruppi petroliferi come l’Eni. L’operaio lavorava per una ditta di Treviso che stava facendo lavori di ampliamento sui pontili. Due operai gravi in Trentino: sono precipitati un da un capannone, l’altro in cantiere.

Riforma e recidiva, numeri e statistiche così non tornano

Reazioni forsennate sulla carta stampata e sul web all’articolo del Fatto Quotidiano di sabato scorso sui rapporti tra pene alternative e recidiva. Tutto nasce dalla riforma penitenziaria approvata il 16 marzo dal governo Gentiloni: ha al centro l’ampliamento delle misure alternative al carcere. Criticata da una parte dell’Antimafia (a partire dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho), per la preoccupazione che le nuove norme finiscano – nella realtà, anche se la forma lo esclude – per indebolire il carcere duro per i mafiosi regolato dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. E avversato da una parte del mondo politico (soprattutto Lega e M5S), che lo giudica inadeguato a risolvere i problemi del carcere italiano. La Lega non esita a definirlo una misura “svuotacarceri”.

In questo clima di dibattito e di contrasti, il Fatto, dopo alcuni articoli che nel tempo hanno raccontato i contenuti della riforma e del dibattito, ha proposto sabato l’intervista a un ricercatore, il professor Roberto Russo, che smentisce quella che ritiene la fake news su cui si regge il sostegno ideologico alla riforma penitenziaria: l’esistenza di statistiche e dati scientifici che proverebbero la correlazione tra diffusione delle pene alternative e calo della recidiva. Che cosa dicono, infatti, i fan della riforma? Che esistono dati certi per provare che chi sconta la pena in cella torna a delinquere tre volte di più di chi è invece ammesso alle pene alternative. Ebbene: queste statistiche non esistono. Esistono studi realizzati in altri Paesi europei. Esistono analisi fatte anche in Italia. Ma le sbandierate statistiche che provano scientificamente che meno carcere sia uguale a meno recidiva non ci sono: sarà anche vero, ma non è provato.

Apriti cielo. Gli attacchi al Fatto, colpevole di aver dato voce a uno studioso che ha detto che il re è nudo, si sono saldati con la denigrazione del ricercatore intervistato, nella peggior tradizione di chi per indebolire un’idea cerca di screditare chi la propone. Eppure è così: le statistiche inoppugnabili citate con tanto di numeri e percentuali non esistono. Esiste uno studio molto citato (e poco letto), Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva, scritto da Fabrizio Leonardi nel 2007 e pubblicato sulla rivista Rassegna penitenziaria e criminologica. Prende in esame 8.817 soggetti, casualmente scelti su 11.336 persone ammesse al beneficio dell’affidamento in prova al servizio sociale che nel 1998 hanno concluso il loro percorso.

Di questi, a settembre 2005 solo 1.677 “sono risultati recidivi”: il 19 per cento. Peccato però che come “recidivi” siano stati considerati solamente coloro i quali sono stati entro il settembre 2005 di nuovo condannati in via definitiva. Conteggiati dunque soltanto quelli che, usciti dal carcere nel 1998, hanno commesso un nuovo reato, sono stati individuati (cosa non scontata vista l’alta percentuale dei crimini impuniti) e poi processati in primo grado, appello ed eventualmente anche Cassazione, con sentenza definitiva emessa entro il settembre 2005.

Altri, sul Corriere della Sera, hanno fatto riferimento a studi condotti nel carcere di Bollate. Saranno certamente significativi, ma sono altro da statistiche attendibili: sarebbe come pretendere di ricavare dati scientificamente generali sulla longevità degli italiani esaminando solamente il paese in Italia dove la vita media è più lunga, o cercare dati sulla ricchezza nazionale solo nella regione più ricca del Paese. È prevedibilmente vero che un detenuto si incattivisca di più a stare in un carcere dove lo rinchiudono con altri otto in una cella di due metri quadri, lo maltrattano e lo affamano, piuttosto che in un istituto dove siano riconosciuti la sua dignità umana e i suoi diritti, e dove gli sia data la possibilità di lavorare, di studiare, di preparare un’alternativa alla sua vita precedente. È prevedibilmente vero che in futuro delinqua di meno chi ha la possibilità di fare un percorso meno afflittivo di quello di stare chiuso in carcere.

Ma questo ce lo dicono studi sociologici e analisi delle esperienze virtuose (come Bollate), oltre che il buonsenso: non statistiche certe che (per ora) non esistono, eppure sono sbandierate come prova provata da chi mette le proprie convinzioni ideologiche prima della realtà dei fatti, per sostenere una riforma che, confezionata dopo le sanzioni dell’Unione europea per il sovraffollamento delle carceri italiane, ha preferito la (più facile) de-carcerazione alla (più complessa) riqualificazione dei percorsi di vita dei detenuti.

Palermo, l’arcivescovo Corrado Lorefice contro l’omofobia

Sarà l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, ad aprire la dodicesima veglia ecumenica per il superamento dell’omofobia. Per la prima volta nella storia di questa manifestazione che è giunta alla dodicesima tappa, sarà la più alta carica della Curia a partecipare all’iniziativa prevista per giovedì prossimo alle 19.

“Incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncia di ogni forma di discriminazione ed emarginazione. Deploriamo con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente”, ha scritto Lorefice nella preghiera che verrà recitata in piazza Politeama.

Un’invocazione che è stata inviata dall’Ufficio pastorale per la famiglia anche a tutti i preti della diocesi invitandoli a leggerla durante le celebrazioni eucaristiche di sabato e domenica scorsa.

Giovedì la veglia inizierà in piazza Politeama per proseguire con una fiaccolata che si concluderà nella parrocchia di “Santa Lucia al Borgo”.

Fermo, crolla il soffitto in una scuola

Il fato, il destino, chiamatelo come volete, ha fatto sì che sia stata evitata una tragedia. Sotto travi e blocchi di cemento ieri mattina infatti, potevano restare seppelliti l’insegnante e i 30 ragazzi della IV A di Informatica dell’Istituto Tecnico Industriale Montani di Fermo. Gli alunni erano fuori sede per partecipare al programma di alternanza scuola-lavoro. Ma quanto accaduto resta in tutta la sua gravità.

La scuola due anni fa, dopo il sisma, era passata sotto la lente d’ingrandimento dei tecnici ma dalle schede Aedes non era emerso che quella trave carpiata inserita fra due nicchie stesse per cedere e la scuola, a eccezione delle Officine, era stata ritenuta sicura. La trave risultata fradicia è sfuggita ai controlli, oppure era impossibile vederla in quanto era interna al muro che confina con la Chiesa di Sant’Agostino, gravemente lesionata dal sisma e puntellata?

Questa è la risposta che stanno cercando di appurare tecnici della Provincia e la Polizia delegata delle indagini. Sta di fatto che ha ceduto, non – come si era pensato in un primo momento – a causa di un’infiltrazione d’acqua. Il tetto è letteralmente imploso, circa 30 metri quadrati che erano stati consolidati proprio dopo il terremoto di due anni fa. A rischio anche due aule sottostanti.

E mentre la Procura della Repubblica di Fermo, in attesa dei rilievi richiesti aprirà un fascicolo per crollo colposo contro ignoti, non si placa la rabbia dei genitori che ieri mattina appresa la notizia del crollo, hanno vissuto attimi infiniti di angoscia.

Mentre scriviamo è in corso un summit in Prefettura con tutti gli attori in campo per fare il punto della situazione mentre proseguono i controlli nelle altri parti della scuola. Scampata la strage resta il problema della sicurezza delle scuole soprattutto in zone come questa definita ad alto rischio sismico. Basti pensare che secondo lo studio di Legambiente “Ecosistema Scuola” oltre il 41% delle scuole cade in ambiti ad alta pericolosità sismica e il 43% risale a prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica. E, pensate, solo il 12% è stato adeguato alla normativa. Per restare nelle Marche, sempre secondo il dossier di Legambiente, non sono pervenuti i dati riguardanti le scuole di Ascoli Piceno e di Fermo in quanto non hanno risposto alla richiesta. Nessuno ha dimenticato la tragedia di 15 anni fa a San Giuliano di Puglia dove per il crollo della scuola Francesco Jovine persero la vita 57 persone e la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica resta l’emergenza.