Stupro di gruppo in albergo: “Violentata dai dipendenti”

“Mi sembrava di essermi staccata dal corpo, di essere spettatrice di quel che mi stava accadendo”. È l’effetto delle z-drugs, le droghe dello stupro. La signora inglese di circa 50 anni seduta davanti al pm di Torre Annunziata Mariangela Magariello è tornata apposta dalla Gran Bretagna. Vuole, deve raccontare la terribile esperienza di cui è stata vittima mentre era in vacanza. Risale all’ottobre 2016 ed è avvenuta in un hotel del lungomare di Meta, in Costiera sorrentina.

La donna spiega al magistrato i dettagli di uno stupro di gruppo consumato in albergo. Una decina di uomini avrebbero abusato di lei in tutti i modi nella stanza di servizio dei dipendenti. Avrebbero anche filmato i rapporti sessuali, e nei giorni successivi si sarebbero scambiati le immagini sulla chat di Whatsapp ‘Cattive Abitudini’, vantandosi dell’impresa di essersi “fatti una milf ”.

La signora era caduta nella trappola insieme alla figlia accettando da due barman un drink in cui avevano sciolto la sostanza. La ragazza è corsa in bagno a vomitare, il suo organismo non ha retto le benzodiazepine. Il branco non l’ha cercata, per concentrarsi invece sulla madre, che gli inquirenti ricordano come una bella donna, alta, bionda. Le violenze di un sesso senza consenso sarebbero iniziate in piscina, protagonisti i due barman, che poi avrebbero consegnato la donna a un altro dipendente che l’ha condotta nel chiuso della stanza: “Lì dentro erano una decina, forse di più”.

Ieri i poliziotti della Squadra Mobile di Napoli e del commissariato di Sorrento hanno eseguito cinque arresti. Sono finiti in carcere Antonino Miniero, Gennaro Davide Gargiulo, Fabio De Virgilio, Raffaele Regio e Francesco Ciro D’Antonio, i cinque del branco che le indagini hanno consentito di identificare con certezza. Quattro hanno età comprese tra i 23 e i 25 anni, solo uno ha 34 anni: giovani uomini con la passione per le donne più grandi, le ‘milf’, cosa che emerge dalla lettura delle chat scaricate dai cellulari sequestrati durante l’inchiesta, dove si scambiano commenti su foto e video dell’orgia violenta che però non ci sono (a parte una foto poco chiara). Forse sono stati cancellati da remoto dopo i sequestri, ci sono altre indagini sul punto. Uno degli arrestati è stato tradito da un tatuaggio sul collo, la signora lo ricordava, altri due dalla foto dei barman che la donna ha scattato quando era lucida, la sua memoria è precisa ma non precisissima, avrebbe scambiato un dipendente per un altro, indicando uno che ci assomiglia ma che quella sera non era in servizio.

La Procura continua il lavoro per identificare il branco nella sua interezza. Gli arrestati sono tutti dipendenti o ex dipendenti dell’hotel, i cui dirigenti sono estranei alle accuse. Le indagini sarebbero state più veloci se la signora avesse denunciato immediatamente e in Italia, per un caso analogo del 2015 in una discoteca di Sorrento, le manette scattarono dopo un mese.

Ma stavolta la violenza era avvenuta la notte prima della partenza della turista. Lei rivelò l’accaduto al tour operator che le suggerì di rivolgersi al consolato, che a sua volta le consigliò di tornare in patria e denunciare lì. La signora ha così sporto denuncia alla polizia del Kent. I sanitari del luogo hanno constatato i lividi, le ecchimosi, hanno eseguito i prelievi biologici.

Qui in Italia sono state fatte le stesse operazioni sugli indagati. Si è così accertato che il Dna di tre dei cinque arrestati è lo stesso delle tracce lasciate sulla vittima. E un esame tossicologico del capello della donna ha consentito di rilevare un picco di consumo di z-drugs nel periodo dello stupro. Uno degli avvocati sottolinea che la signora avrebbe stipulato una polizza antiviolenza. Fu detta la stessa cosa anche per le studentesse americane vittime del presunto stupro dei carabinieri di Firenze, licenziati pochi giorni fa. Ma si tratterebbe di prassi dei tour operator e poi “i riscontri alla denuncia della cittadina britannica sono ampi e incontrovertibili” dice il procuratore Alessandro Pennasilico. Una storia orribile.

Il pensiero: “I giornali si pagano”. E fece sparire un’intervista

Era semplice il pensiero di Antonello Montante sulla stampa: i giornalisti bisogna pagarli. Come? Dando la pubblicità ai giornali. È il “Montante-pensiero”, come viene definito nell’ordinanza, e che viene fuori da un’intercettazione ambientale del 25 ottobre 2015, quando l’imprenditore, parlando del governatore Rosario Crocetta, dice: “La minchiata ca fici all’inizio ca azzera tutti i giornalisti (…) Un governo si mantiene con la comunicazione (…) Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi ai giornali! (…) Cù l’Eni, le Poste, Finmeccanica, Enel (…)”. E conclude: “Dunici 2 milioni e 400 mila all’anno… e non rompono coglioni”. E così faceva. Nel 2015 infatti l’Ordine dei giornalisti di Sicilia aprì un’indagine conoscitiva per i finanziamenti di Montante, nella sua qualità di presidente della Camera di commercio di Caltanissetta. L’Odg si occupò di un quotidiano locale che rimosse dal sito un’intervista all’avvocato Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano, ucciso dalla mafia il 6 agosto ’80, in cui diceva, dopo le notizie di un’inchiesta per mafia su Montante che “ove la vicenda non venga chiarita, quella stessa legalità di cui è paladino gli dovrebbe imporre di farsi da canto”.

Da Genchi all’ex senatore Crisafulli, tutti venivano spiati

Dal politico all’avvocato, dal giornalista all’imprenditore. Antonello Montante, l’ex capo degli industriali siciliani arrestato ieri, voleva conoscere il “nemico” o comunque le persone con cui aveva a che fare e per questo attraverso Diego Di Simone, ex sostituto commissario della Squadra mobile di Palermo faceva fare a Giuseppe Graceffa, vice sovrintendente della polizia in servizio a Palermo, le interrogazioni alla banca dati della forze di polizia Sistema d’indagine (Sdi). Sono decine i profili richiesti: da Alfonso Cicero, che era alla guida dell’Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive, a Davide Durante, ex presidente di Confindustria Trapani: dall’ex poliziotto Gioacchino Genchi, all’ex senatore pd Vladimiro Crisafulli e pure l’attuale assessore regionale all’Economia e avvocato Gaetano Armao. E nel mirino di Montante erano finiti anche i giornalisti Giampiero Casagni e Attilio Bolzoni (Repubblica). Secondo il gip, Montante “voleva acquisire informazioni su persone che hanno rivestito un ruolo politico di ambito regionale e che erano entrate in rotta di collisione con lui e col sistema confindustriale che rappresenta in relazione alle più svariate vicende”.

“B. riabilitato per mancanza di altre condanne”

Le motivazioni della riabilitazione di Silvio Berlusconi, depositate ieri dal Tribunale di sorveglianza, spiegano che i giudici hanno potuto considerare, come per tutti i condannati, soltanto il fatto che sono passati tre anni dalla espiazione della pena per frode fiscale e che in questo periodo non sono arrivate altre condanne definitive (peraltro impossibili, in tre anni).

La riabilitazione è infatti un provvedimento che scatta in modo quasi automatico, non cancella la condanna, ma certifica soltanto che il condannato ha espiato la sua pena. Il Tribunale di sorveglianza ha preso atto che “è stata interamente espiata” con “superamento positivo dell’affidamento in prova” ai servizi sociali all’istituto La Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Ha esaminato le relazioni sulla “buona condotta” delle Questure di Milano e di Roma e dei carabinieri di Monza, che “attestano un comportamento totalmente privo di segnalazioni rilevanti in termini negativi”. Ha poi verificato i risarcimenti di Berlusconi, che ha versato 10 milioni e 569 mila euro all’Agenzia delle entrate, a fronte di milionarie frodi fiscali, o almeno di quelle sopravvissute alla prescrizione. Ha pagato anche 34.500 euro di spese legali della parte civile.

Il compito dei giudici si esauriva qui. “Non possono essere presi in considerazione i comportamenti anteriori”, scrivono, neanche ove rivestano “chiara valenza negativa”. Dunque non pesano le indagini sulle stragi del 1992-93, con l’iscrizione nel registro degli indagati a Firenze. Non contano i procedimenti sulle escort di Gianpi Tarantini a Bari, né quelli sul caso Ruby in corso a Milano, Roma, Torino, Siena: i “carichi pendenti non escludono di per sé la sussistenza della regolarità della condotta”.

La contestata corruzione in atti giudiziari che sarebbe avvenuta con il pagamento di alcune ragazze del bunga-bunga per addomesticare le loro testimonianze, ammette il Tribunale di sorveglianza, arriva fino al “28 gennaio 2016”, quindi perfino dopo l’espiazione della pena, che si è conclusa l’8 marzo 2015. Ma vale, secondo quanto ha stabilito la Cassazione, “la presunzione di non colpevolezza”. Ora la Procura generale ha 15 giorni di tempo per eventualmente opporsi alla decisione.

Gioiscono i berlusconiani. “Abbiamo ricucito uno strappo con la storia”, commenta il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Gli risponde a distanza Antonio Di Pietro, spiegandogli che il condannato “torna candidabile”, ma non viene annullata la sentenza. “Uno ha la riabilitazione perché ha scontato la pena e sono passati tre anni. È un effetto fisiologico di un procedimento penale arrivato alla sua conclusione”, ma “i cittadini non si devono lasciar prendere in giro da tutti questi che dicono che finalmente giustizia è fatta”: “Non è che un assassino, dopo 20 anni di carcere e la riabilitazione, ridiventa innocente. Ma che cosa c’è da festeggiare? Gioire perché si è stati condannati è da masochisti”.

“È legato ai capimafia del suo paese”. Ma le accuse di 4 pentiti non bastano

La foto ritrae due coppie sorridenti e rilassate sedute al termine di un pranzo nuziale: sono Antonello Montante, novello sposo con la moglie, e Vincenzo Arnone, figlio del boss Paolino, testimone di quelle nozze con la sua signora. Quella foto sequestrata dalla Dia di Caltanissetta (e ora nell’ordinanza cautelare) spiega le origini di un rapporto tra l’imprenditore rampante, allora diciassettenne, e il rampollo del capomafia di Serradifalco, arrestato alle soglie del 2000; rapporto che così come racconteranno quattro pentiti sarebbe stato fatto proprio dalla cosca del paese e che lo stesso Montante ha spiegato così il 21 ottobre del 2013 in un documento consegnato al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica riunito a Caltanissetta: “Alla fine degli anni ’90 (Vincenzo Arnone, ndr) scopriva – dopo una giovinezza vissuta nella normalità – la vena dell’uomo d’onore come suo nonno Vincenzo di Mussomeli’’.

Nell’ordinanza che non prende in esame le accuse di mafia nei confronti di Montante i magistrati ricostruiscono anche l’elezione a Presidente dei Giovanni Industriali di Confindustria di Caltanissetta, sponsorizzata da Arnone: “Per come egli stesso mi disse – ha detto il pentito Dario Di Francesco – Arnone aveva un interesse personale all’elezione di Montante, perché puntava a fare avere una rappresentanza dell’associazione autotrasportatori – di cui faceva parte – nell’associazione industriali’’. E Marco Venturi, suo successore al vertice dell’associazione (ex assessore regionale) ha confermato “il timore reverenziale che circondava Montante in occasione di divergenze di opinioni era sufficiente che minacciasse le dimissioni perché i dissenzienti facessero un passo indietro sposando la sua linea’’, concludendo “di aver percepito, in buona sostanza, che dietro al Montante c’era qualcuno che non si voleva scontentare’’. Una presenza che i pentiti Pietro Riggi, Carmelo Barbieri e Ciro Vara indicano nelle famiglie di Serradifalco (Arnone) ma anche di San Cataldo: secondo Riggi Montante “ha costruito appartamenti a San Cataldo appoggiandosi alla famiglia locale’’; Barbieri, esponente del clan di Gela Emmanuello, dice di aver saputo dagli Allegro di Serradifalco alla presenza di uomo di Provenzano, Luigi Ilardo, che i Montante, padre e figlio, sono “amici loro’’, e ‘’si stavano spostando a lavorare, o dovevano investire fuori’’, parole confermate da Ciro Vara che non ricorda se Allegra gli aveva parlato bene di Montante “perché aveva aiutato economicamente la famiglia di Serradifalco o perché si fosse comportato bene per altre situazioni’’.

Il mistero delle copie degli audio di Napolitano

Nel clima di spie e di dossieraggi del sistema Montante entra anche il segreto di Stato meglio custodito del processo della Trattativa Stato-mafia, le quattro telefonate tra Mancino e Napolitano intercettate dal pool di Palermo, poi distrutte su ordine della Consulta. La richiesta di Via Arenula del gennaio 2016 tesa a escludere che fossero state fatte copie dei file audio delle conversazioni ingenera nell’ex capocentro della Dia di Palermo, Giuseppe D’Agata, “una certa preoccupazione’’, scrivono i magistrati di Caltanissetta che in una ventina di pagine ricostruiscono i movimenti e le conversazioni dell’ufficiale dopo avere appreso della richiesta. Ufficialmente nessuna copia risulta essere stata mai fatta dei file, duplicati dalla Dia, dice D’Agata, solo per essere consegnati ai pm Di Matteo e Ingroia che li avevano chiesti, e subito dopo i contenuti, ribadisce D’Agata al telefono con il suo successore Riccardo Scuto, sono stati cancellati e la pen drive distrutta.

Dalla telefonata del 28 gennaio 2016 si apprende però che la moglie, Rosa Battiato, invita l’ufficiale “a non farsi prendere troppo dall’ansia’’, e D’Agata le risponde di volerla solo “mettere a parte di qualche sviluppo’’, dicendole di avere rintracciato “l’articolo, quello del 9 novembre 2015’’, in cui Ingroia aveva detto di voler scrivere un giorno un romanzo su quelle telefonate. Tra gli sviluppi comunicati alla moglie c’è un incontro con un suo “superiore’’, che gli aveva consigliato di parlarne con un altro, più alto in grado, che si scoprirà poi essere il generale Arturo Esposito, capo dell’Aisi, “onde evitare che si potesse adirare, qualora non preventivamente informato’’. A questo punto la moglie gli suggerisce la strategia: “Vabbè, ma molto soft… gli dici guardi mi ha chiamato un maresciallo, un ispettore e so che è uscito questo articolo, e so che hanno fatto una richiesta alla Dia… perché l’ispettore mi ha detto che voleva chiedere qualche cosa anche a me’’.

Gli investigatori notano, però, che la telefonata con il maresciallo che lo avrebbe informato non è stata registrata nell’ambito dell’inchiesta e non è saltata fuori neanche dall’analisi dei tabulati di “tutte le utenze note’’ di D’Agata: “Appare a questo punto ragionevole ritenere – scrivono i pm nisseni – che il contatto tra D’Agata e il maresciallo sia avvenuto tramite utenze fisse, verosimilmente dei rispettivi uffici’’. In effetti il giorno dopo (29 gennaio) D’Agata incontra a Roma negli uffici dell’Aisi (“nella sede della ditta’’) il generale Esposito e alle 10:10 di quella stessa mattina telefona alla moglie per comunicarle l’esito (“ho parlato con il numero 1… capito?’’), il quale, scrivono i magistrati, “non aveva dato alcun peso alla vicenda che gli aveva riferito’’. Dal generale Esposito, D’Agata apprende che i suoi progetti di avanzamento di carriera sono solo “rallentati’’ e alla moglie comunica di essere “disorientato’’: per i pm è la conferma che egli sapesse di essere indagato e immaginasse lo sapesse anche il generale, che invece di accantonare quei progetti gli aveva comunicato che erano solo “rallentati’’: “In buona sostanza – scrivono i pm – si era sentito rassicurato dall’incontro con il generale Esposito, anche per l’atteggiamento benevolo che costui aveva mantenuto nei suoi confronti’’. D’Agata chiude la conversazione annunciando alla moglie che avrebbe incontrato di lì a poco il professore Angelo Cuva, dal quale avrebbe dovuto apprendere dettagli delle indagini della Procura di Caltanissetta nei suoi confronti. E “particolarmente significativa’’ è la risposta della donna: “Così già sai che non è quello il discorso, no?’’, “volendo ciò significare – chiosano i pm – che il comportamento rassicurante tenuto dal generale Esposito poteva tranquillamente indurli a scartare l’ipotesi che le informazioni che Cuva dovesse loro veicolare avesse una qualche attinenza ad approfondimenti investigativi in astratto compiuti da questo ufficio sulla questione per la quale il ministero della Giustizia aveva chiesto delucidazioni alla Procura di Palermo’’. E cioè la duplicazione dei file audio delle parole di Mancino e Napolitano.

Nella “rete” di Montante Schifani, carabinieri e 007

Una “rete tentacolare di rapporti”, tra “apicali esponenti delle istituzioni”, legati “a doppio filo dallo scambio di favori” e accomunati da un unico obiettivo: quello di “ostacolare le indagini della Procura”. A capo della presunta cupola criminale c’è lui: Antonello Montante, ex leader di Sicindustria, ex delegato per la legalità della Confindustria siciliana ed ex paladino di un’antimafia di cartapesta finito nel 2014 nel mirino delle accuse di tre pentiti che lo avevano catapultato al centro di un’indagine per mafia. Quell’indagine si è trasformata nell’inchiesta su un mega-caso di spionaggio che poliziotti, carabinieri, 007 e uomini della Finanza, lambisce l’ex presidente del Senato Renato Schifani e l’ex capo dell’Aisi Arturo Esposito, l’ex segretario nazionale della Cisl Maurizio Bernava e che descrive Montante come il protagonista di una frenetica attività di dossieraggio, raccomandazioni, favori, e persino del tentativo nel 2015 di imporre, complice l’ex senatore del Pd Beppe Lumia, una falsa denuncia per estorsione a Massimo Romano, re dei supermercati in Sicilia, che rifiutò.

La Polizia ieri ha arrestato a Milano l’ex leader degli industriali siciliani, titolare della Msa (ammortizzatori per veicoli industriali), contestandogli l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine. Ora Montante è ai domiciliari a Caltanissetta dove forse oggi stesso si sottoporrà al suo primo interrogatorio da detenuto. Con lui, ai domiciliari, sono finiti anche il colonnello Giuseppe D’Agata, ex capocentro della Dia di Palermo; Diego Di Simone, prima alla Mobile di Palermo, poi responsabile della sicurezza di Confindustria e nominato Cavaliere della Repubblica da Giorgio Napolitano; Marco De Angelis, sostituto commissario a Palermo e poi a Milano; Ettore Orfanello, ex comandante del Nucleo di polizia tributaria della GdF nissena; e Massimo Romano, titolare dei supermercati “Mizzica”-Carrefour Sicilia. Sospensione del servizio per un anno per Giuseppe Graceffa, vicesovrintendente di polizia a Palermo.

Nelle 2500 pagine dell’ordinanza del giudice Maria Carmela Giannazzo – richiesta dai pm nisseni Gabriele Paci, Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, coordinati dal procuratore Amedeo Bertone – sono i protagonisti della rete di “informatori” che Montante avrebbe messo in piedi per conoscere i segreti dell’indagine a suo carico. Tutto parte, infatti, dall’inchiesta per mafia che preoccupa l’industriale siciliano al punto da attivare la ragnatela di “spie” affinché con l’accesso abusivo a sistemi informatici e la rivelazione di notizie riservate lo informino in tempo reale del lavoro della Procura. Ma attorno al “sistema Montante” ruotano altri 15 nomi eccellenti, indagati a piede libero: l’ex presidente del Senato Renato Schifani; l’ex direttore del servizio segreto civile (Aisi) Arturo Esposito; l’ex capo reparto dell’Aisi Andrea Cavacece; l’ex dirigente dello Sco Andrea Grassi; l’ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone; l’ex ufficiale della polizia tributaria Mario Sanfilippo.

E ancora il professore Angelo Cuva, docente di diritto tributario a Palermo; Maurizio Bernava, dirigente Cisl e oggi di Fondimpresa, gli imprenditori Andrea e Salvatore Calì, titolari di un’azienda che avrebbe effettuato bonifiche negli uffici di Montante; Alessandro Ferrara, del reparto analisi dell’Aisi, Carlo La Rotonda, direttore di Retimprese; il tecnico Salvatore Mauro, l’ex comandante del reparto operativo dei carabinieri di Caltanissetta Letterio Romeo, e il factotum Vincenzo Mistretta che contattava le persone in procinto di essere interrogate in procura. Il loro ruolo? Emerge dalle intercettazioni: le informazioni, “su input del generale Esposito”, erano “veicolate a Montante e poi anche a D’Agata al fine di consentire loro di prendere le contromisure”. A tal fine, si legge nell’ordinanza, “si accertava che il D’Agata fosse in contatto con Cuva, e che quest’ultimo rappresentasse il trait d’union tra lo stesso D’Agata e Schifani, il quale, a sua volta, si relazionava con il generale Esposito”.

L’inchiesta nissena è l’affresco di un sistema di potere che attraversa tutti i partiti e orbita intorno all’astro Montante e alla sua impostura di paladino antimafia: ci sono le richieste di soldi (20 mila euro) da parte di Lumia a Venturi per la campagna elettorale di Crocetta e le richieste di raccomandazioni avanzate da diversi politici. I pm elencano Leoluca Orlando, Filippo Misuraca, Enzo Bianco, Ester Bonafede, Patrizia Valenti, Luca Bianchi, Mario Torrisi e Antonino Germanà. Ci sono i rapporti “emersi documentalmente” con l’ex ministro Anna Maria Cancellieri e con Michele Vietti, ex vice presidente del Csm e nel file “Excel”, rinvenuto nel server della Msa, c’è anche un riferimento a Tiziana Miceli, moglie di Angelino Alfano.

L’accusa di concorso in mafia, costruita sulle frequentazioni di Montante con Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, ieri non è stata contestata: “La vicinanza dell’indagato a personaggi della mafia –ha spiegato Bertone – non ha fatto scattare la soglia probatoria”. Ma le testimonianze rese ai pm da Marco Venturi e Alfonso Cicero, ex amici e poi accusatori di Montante, hanno permesso di allargare la visuale fino al gennaio 2016, quando nella villa di Montante si scoprì una stanza segreta piena di dossier su magistrati, politici e giornalisti. Per i pm sono la prova dell’attività di spionaggio.

O-ne-stà? Au-to-no-mia!

“Ai cittadini valdostani l’onestà non è che interessi poi tanto”. Parole e musica di Luciano Mossa, capolista dei 5Stelle nelle imminenti elezioni regionali in Valle d’Aosta (si vota domenica). Gli elettori grillini negli ultimi tempi si sono abituati a una rapida evoluzione del Movimento, ma forse a questo genere di confessioni non sono ancora preparati. Le parole – testuali – sono pronunciate da Mossa in un messaggio audio whatsapp che per sua sfortuna è finito per diventare pubblico. Il capolista l’aveva indirizzato agli altri candidati M5S valdostani per aggiornarli sull’incontro che aveva appena avuto con lo staff nazionale, per decidere gli ultimi giorni di campagna elettorale. “Ci hanno preparato i volantini che si basano principalmente sull’autonomia e non sull’onestà – dice Mossa nel suo messaggio – perché ai cittadini valdostani dell’onestà non è che gliene importa poi tanto, altrimenti non sarebbero anni che votano sempre gli stessi. Mentre invece interessa di più quello che viene fatto con i soldi dell’autonomia”. Difficile negarlo: in Valle d’Aosta l’autonomia è considerata sacra. E i soldi dell’autonomia ancora più sacri. E allora va bene l’onestà, ma insomma, alla fine, anche meno. È una Regione a statuto speciale, mica una scatoletta di tonno.

Lite a colpi di Statuto su Orfini reggente fino al congresso

IL Pd andrà a congresso per eleggere il nuovo segretario. E adesso la guerra interna è sulla data (subito o nel 2019) e sul segretario traghettatore. Tutte cose che dovranno essere decise dall’Assemblea nazionale di sabato.

Matteo Renzi pensa che si debba convocare subito il congresso: le primarie per l’elezione del segretario, atto finale di una procedura lunga diversi mesi, potrebbero svolgersi a ottobre o novembre. Maurizio Martina si candida per essere eletto segretario in assemblea e, sostenuto da Dario Franceschini e Andrea Orlando, insiste sulla necessità di “un lavoro di ricostruzione dal basso che porti a un congresso nel prossimo anno”.

Si può anche andare a congresso in autunno, sostengono i “non renziani”, ma al Nazareno fino ad allora deve restare Martina. Non è così, replicano i renziani: a norma di statuto e dell’unico precedente (le dimissioni di Renzi dopo la sconfitta al referendum del 2016), decadrebbero tutti gli organismi del partito, tranne la presidenza di Matteo Orfini. Secondo Martina, però, lo Statuto non prevede la reggenza del presidente. E questa può esserci previo accordo politico, che però ora non c’è.

Meloni mette FdI all’opposizione, ma con un premier amico ci ripensa

“Siamo in attesa delle decisioni di Mattarella e dei due corazzieri, Salvini e Di Maio…”. La direzione di Fratelli d’Italia è appena terminata e Fabio Rampelli dà voce allo stato d’animo del partito di Giorgia Meloni, che guarda più di chiunque altro a quel che accade al Quirinale, poche centinaia di metri dall’hotel dove si svolge la riunione.

FdI, al momento, è tagliato fuori da qualsiasi ipotesi di governo o di ingresso nella maggioranza grillo-leghista, apprestandosi a sedersi sui banchi dell’opposizione. Il nervosismo, da queste parti, si taglia col coltello. Dopo la relazione di Meloni, inizia un dibattito infuocato che va avanti per più di tre ore. L’ex vicepresidente della Camera e i suoi si vedevano già al governo e ancora non si capacitano dell’esclusione imposta da Luigi Di Maio e avallata, senza fare un plissé, da Matteo Salvini. “Il leader leghista anche in questa occasione ha dimostrato di agire solo per l’interesse del suo partito e non della coalizione. Del resto lo avevamo già visto quando ha messo un veto su un nostro candidato alla Regione Lazio…”, continua Rampelli. “Di Maio e Salvini hanno sempre ragionato in due e andranno avanti così. Non vogliono un terzo incomodo con cui dover trattare premier, ministri, programma. E allora si facessero il governo che vogliono, noi staremo all’opposizione”.

Ma sul banco degli imputati finisce anche Sergio Mattarella. Colpevole, secondo FdI, di non aver mai dato una chance a un governo di centrodestra: “Il motivo ufficiale del Colle era che il centrodestra non aveva numeri certi in Parlamento. E un governo ‘neutrale’ tirato fuori dal capo dello Stato li avrebbe avuti? Dai su…”.

Il concetto lo ribadisce dal palco anche Giorgia Meloni: “Il presidente della Repubblica ha fatto scelte non sempre condivisibili, come quella, precisa, di non dare l’incarico al centrodestra”, dice. Nella relazione la leader di Fratelli d’Italia da una parte lancia un ultimo amo a Salvini (“fossi in lui ci penserei bene, se torniamo a votare il centrodestra aumenta i suoi voti”), dall’altra esclude qualsiasi partecipazione al governo giallo-verde (“a queste condizioni non possiamo partecipare a un governo con M5S, staremo all’opposizione e valuteremo caso per caso”). Un piccolo spiraglio però, a margine, Meloni lo lascia: “Vediamo prima il nome del premier e il programma, poi decideremo”. Ma sembra fatto più per non apparire troppo tranchant, senza crederci davvero.

Il malumore interno, specialmente contro Salvini, è altissimo. “Non dobbiamo fidarci più di lui, per noi l’alleanza è morta!”, dice qualcuno. “Al suo confronto Umberto Bossi era Winston Churcill”, aggiunge un altro. La pantomima dell’offerta di Di Maio (“entrate in maggioranza, ma sostenetemi come premier”) ha avuto il merito di ricompattare il fronte governista con quello barricadero. Anche se qualche membro della direzione vorrebbe trattare ancora: “Così ci candidiamo all’irrilevanza. Già stiamo perdendo consensi, alle Europee spariremo del tutto”, sussurra un deputato.

In molti, d’altronde, si vedevano già a Palazzo Chigi. Era partito anche il toto ministri: Meloni alla Difesa, Crosetto allo Sviluppo economico, poi i vice e i sottosegretari. Quello di cui non ci si capacita è la tranquillità con cui Salvini e Di Maio abbiano deciso di rinunciare a 32 deputati e, soprattutto, 18 senatori, dato che in Senato i numeri ballano.

E qui lo sguardo si volge a Berlusconi. Perché, dicono da FdI, “se non ci vengono a cercare, significa che qualcuno ha garantito loro un appoggio sicuro, e non siamo noi…”. Insomma, la sensazione è di essere finiti in una trappola. “Silvio però sottovaluta che, con l’opposizione ‘benevola’ al governo, Salvini gli svuota il partito ed elettori”…”, chiosa un consigliere regionale. Prima di concludere: “Ma il nome del premier l’hanno fatto?”.