Il Movimento 5 Stelle non ha mai creduto all’intesa con il Pd perché nel Pd continua a comandare Matteo Renzi. Domenica il Fatto ha pubblicato una ricostruzione dei 60 giorni di trattative Pd-M5S sulla base di quanto riferito da fonti del “giglio magico” renziano. Ora è possibile raccontare anche il lato Cinque Stelle, grazie a fonti di alto livello interne al Movimento. Il 24 marzo una prima intesa tra Lega e Cinque Stelle porta all’elezione dei presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico (M5S) ed Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia). Luigi Di Maio e i vertici del Movimento si convincono che trattare con la Lega è possibile. Ma scommettono che Matteo Salvini deciderà di rompere con Silvio Berlusconi scegliendo di andare al governo con Di Maio, “in quella fase non ci sembrava credibile quello che poi si è verificato, cioè il passo indietro dell’ex Cavaliere”, spiega ora una fonte pentastellata. Cresce la pressione da Forza Italia perché Di Maio legittimi Berlusconi: la prima opzione è la richiesta di un incontro pubblico, poi si passa all’incontro segreto, poi al vertice con Gianni Letta, alla richiesta di inserire nella compagine di governo un garante degli interessi aziendali di Berlusconi, fino al suggerimento avanzato dalla Lega: “Se Luigi almeno gli rispondesse al telefono questo aiuterebbe”. Di Maio non cede.
Di fronte a tanta freddezza, Berlusconi, nel pieno delle consultazioni al Quirinale, sbotta: “I Cinque Stelle nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. A quel punto Di Maio sembra chiudere ogni ipotesi di alleanza con Salvini, “non vuole governare, buona fortuna”, posta sul blog delle Stelle il 23 aprile.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella incarica Fico di esplorare l’ipotesi di un accordo M5S-Pd. “Così andiamo verso i dem, ma soprattutto per spaventare la Lega, non ci credevamo davvero”, spiegano ora dal M5S. Il Quirinale assicura che ci sono delle aperture dal lato Pd, ma Di Maio e i suoi vogliono essere sicuri che arrivino da Matteo Renzi, visto che i loro interlocutori sono soprattutto gli anti-renziani, come il ministro Dario Franceschini e il segretario reggente Maurizio Martina. Si muove in avanscoperta il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani. Nessuno dei Cinque Stelle vuole interloquire direttamente con Renzi. L’ex premier, come rivelato dal Fatto, si dichiara disponibile addirittura a sostenere un governo con Di Maio a Palazzo Chigi, ma vuole fuori dalla squadra tutti i ministri in carica nel governo Gentiloni per indicarne degli altri nuovi (e di sicura fedeltà).
I negoziatori Cinque Stelle sono spiazzati: “Già faticavamo a far digerire alla base il dialogo con il Pd, nemico di un’intera legislatura, ma un conto è dialogare con un Pd rinnovato, un altro lasciare tutte le decisioni a Renzi”. I pentastellati erano disponibili a inserire nell’esecutivo guidato da Di Maio Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Graziano Delrio, Dario Franceschini. Ma non ad avere Renzi come interlocutore unico.
Arriva il 29 aprile: Di Maio sa che Renzi deve andare in serata da Fabio Fazio, su Rai1, e scrive al Corriere della Sera una lettera con la base di un programma condiviso da discutere. Renzi trova tra i punti anche la reintroduzione dell’articolo 18, cioè rinnegare il Jobs Act del 2015, e si convince che i Cinque Stelle non vogliono chiudere l’accordo con lui, al massimo con la minoranza di Martina. E a Che tempo che fa chiude ogni dialogo con i Cinque Stelle, in anticipo sulla direzione del 3 maggio. “È una interpretazione eccessiva, forse è stato un errore citare l’articolo 18, ma il testo della lettera era stato approvato dal Pd prima della pubblicazione sul Corriere”, spiegano oggi dal Movimento.
In ogni caso, “quando Renzi ha rotto noi abbiamo fatto un brindisi, il dialogo sarebbe saltato comunque una volta al tavolo a discutere di programmi”, dicono i pentastellati. Che sono sollevati, perché finisce un’ipotesi di alleanza a cui non hanno mai creduto, ma anche un po’ indignati: con la sua dichiarazione così pubblica, personale e aggressiva che delegittima la discussione interna al Pd, Renzi mette in imbarazzo anche Sergio Mattarella che stava aspettando il responso dalla direzione del partito. In tutte le sue mosse, Di Maio (e il M5S compatto) ha sempre cercato di essere in piena sintonia con il Quirinale, senza mai mancare di rispetto alle prerogative del capo dello Stato che, da parte sua, non ha mai davvero esplorato maggioranze che escludessero il primo partito emerso dalle elezioni, cioè i Cinque Stelle.