L’alleanza già decisa il 24 marzo, il Pd era solo un diversivo

Il Movimento 5 Stelle non ha mai creduto all’intesa con il Pd perché nel Pd continua a comandare Matteo Renzi. Domenica il Fatto ha pubblicato una ricostruzione dei 60 giorni di trattative Pd-M5S sulla base di quanto riferito da fonti del “giglio magico” renziano. Ora è possibile raccontare anche il lato Cinque Stelle, grazie a fonti di alto livello interne al Movimento. Il 24 marzo una prima intesa tra Lega e Cinque Stelle porta all’elezione dei presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico (M5S) ed Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia). Luigi Di Maio e i vertici del Movimento si convincono che trattare con la Lega è possibile. Ma scommettono che Matteo Salvini deciderà di rompere con Silvio Berlusconi scegliendo di andare al governo con Di Maio, “in quella fase non ci sembrava credibile quello che poi si è verificato, cioè il passo indietro dell’ex Cavaliere”, spiega ora una fonte pentastellata. Cresce la pressione da Forza Italia perché Di Maio legittimi Berlusconi: la prima opzione è la richiesta di un incontro pubblico, poi si passa all’incontro segreto, poi al vertice con Gianni Letta, alla richiesta di inserire nella compagine di governo un garante degli interessi aziendali di Berlusconi, fino al suggerimento avanzato dalla Lega: “Se Luigi almeno gli rispondesse al telefono questo aiuterebbe”. Di Maio non cede.

Di fronte a tanta freddezza, Berlusconi, nel pieno delle consultazioni al Quirinale, sbotta: “I Cinque Stelle nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. A quel punto Di Maio sembra chiudere ogni ipotesi di alleanza con Salvini, “non vuole governare, buona fortuna”, posta sul blog delle Stelle il 23 aprile.

Il capo dello Stato Sergio Mattarella incarica Fico di esplorare l’ipotesi di un accordo M5S-Pd. “Così andiamo verso i dem, ma soprattutto per spaventare la Lega, non ci credevamo davvero”, spiegano ora dal M5S. Il Quirinale assicura che ci sono delle aperture dal lato Pd, ma Di Maio e i suoi vogliono essere sicuri che arrivino da Matteo Renzi, visto che i loro interlocutori sono soprattutto gli anti-renziani, come il ministro Dario Franceschini e il segretario reggente Maurizio Martina. Si muove in avanscoperta il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani. Nessuno dei Cinque Stelle vuole interloquire direttamente con Renzi. L’ex premier, come rivelato dal Fatto, si dichiara disponibile addirittura a sostenere un governo con Di Maio a Palazzo Chigi, ma vuole fuori dalla squadra tutti i ministri in carica nel governo Gentiloni per indicarne degli altri nuovi (e di sicura fedeltà).

I negoziatori Cinque Stelle sono spiazzati: “Già faticavamo a far digerire alla base il dialogo con il Pd, nemico di un’intera legislatura, ma un conto è dialogare con un Pd rinnovato, un altro lasciare tutte le decisioni a Renzi”. I pentastellati erano disponibili a inserire nell’esecutivo guidato da Di Maio Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Graziano Delrio, Dario Franceschini. Ma non ad avere Renzi come interlocutore unico.

Arriva il 29 aprile: Di Maio sa che Renzi deve andare in serata da Fabio Fazio, su Rai1, e scrive al Corriere della Sera una lettera con la base di un programma condiviso da discutere. Renzi trova tra i punti anche la reintroduzione dell’articolo 18, cioè rinnegare il Jobs Act del 2015, e si convince che i Cinque Stelle non vogliono chiudere l’accordo con lui, al massimo con la minoranza di Martina. E a Che tempo che fa chiude ogni dialogo con i Cinque Stelle, in anticipo sulla direzione del 3 maggio. “È una interpretazione eccessiva, forse è stato un errore citare l’articolo 18, ma il testo della lettera era stato approvato dal Pd prima della pubblicazione sul Corriere”, spiegano oggi dal Movimento.

In ogni caso, “quando Renzi ha rotto noi abbiamo fatto un brindisi, il dialogo sarebbe saltato comunque una volta al tavolo a discutere di programmi”, dicono i pentastellati. Che sono sollevati, perché finisce un’ipotesi di alleanza a cui non hanno mai creduto, ma anche un po’ indignati: con la sua dichiarazione così pubblica, personale e aggressiva che delegittima la discussione interna al Pd, Renzi mette in imbarazzo anche Sergio Mattarella che stava aspettando il responso dalla direzione del partito. In tutte le sue mosse, Di Maio (e il M5S compatto) ha sempre cercato di essere in piena sintonia con il Quirinale, senza mai mancare di rispetto alle prerogative del capo dello Stato che, da parte sua, non ha mai davvero esplorato maggioranze che escludessero il primo partito emerso dalle elezioni, cioè i Cinque Stelle.

Il vero scontro è su vincoli Ue, grandi opere e futuro di Ilva

L’unica certezza è che nel week end il “contatto di governo” verrà sottoposto a referendum nei gazebo allestiti dalla Lega e forse prima al voto degli iscritti sulla piattaforma Russeau del Movimento 5 Stelle. Per il resto le distanze restano tante e “la quadra” non c’è. Non c’è sulla infrastrutture, non c’è sui migranti e nemmeno sulla giustizia ma, soprattutto, non c’è sui vincoli di bilancio europei. Gli sherpa (guidati da Laura Castelli per M5S e Claudio Borghi Aquilini per la Lega) affideranno la lista dei punti su cui non c’è accordo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio: toccherà a loro sciogliere i nodi. O non si parte.

Da ieri è noto che il contratto a cui mancavano “solo le virgole” difetta invece “su qualche punto importante” (Salvini dixit). Ma c’è un punto più importante degli altri, da cui tutto discende: che posizione avere con l’Europa. “Io devo sbloccare la possibilità di spendere soldi bloccati da vincoli e regole esterne. O riesco a dar vita a un governo che ridiscute i vincoli Ue oppure è un libro dei sogni”, ha spiegato ieri Salvini.

Finora Lega e 5Stelle hanno discusso sull’impegno formale a ridiscutere i trattati europei (serve l’unanimità dei governi) e i vincoli fiscali. Per farlo occorre tempo, e sul punto ci sarebbe l’accordo dell’intero arco parlamentare che nella scorsa legislatura ha votato per superare il Fiscal compact con mozioni presentate da tutti i partiti. La realtà è che servono subito margini di manovra di bilancio per mantenere le promesse fissate nel contratto, dalla “flat tax” al reddito di cittadinanza.

Come noto, il governo Gentiloni ha messo nel Documento di economia e finanza (Def) una correzione da 30 miliardi in due anni, portando il deficit pubblico al pareggio di bilancio nel 2020. La stretta fiscale sconta gli aumenti automatici dell’Iva per 15 miliardi quest’anno e 19 quello dopo, per portare il deficit dal 2,3% all’1,6% del Pil quest’anno e azzerarlo fra due anni. Il contratto prevede il superamento della legge Fornero, la partenza del reddito di cittadinanza e di una riforma fiscale che riduca le aliquote (impropriamente chiamata flat tax).

La Lega vuole che il contratto fissi subito il punto che il deficit non scenderà e punta a discutere in autunno, nella legge di Bilancio, una manovra da 40 miliardi, portando il deficit al 2,8%, poco sotto il tetto di Maastricht. I 5Stelle sono molto più cauti, non vogliono neanche menzionare il superamento del pareggio di bilancio del Fiscal compact (inserito pure nella Carta). La strategia è questa: impegno formale a rispettare il deficit fissato dal Def di Gentiloni per poi ridiscutere i margini in autunno. “Io non prendo in giro gli italiani”, è sbottato ieri Salvini. Anche perché il primo banco di prova potrebbe arrivare con la manovra correttiva da 5 miliardi che Bruxelles è pronta a chiedere all’Italia a maggio.

Su infrastrutture e grandi opere la distanza è più esplicita. I 5Stelle vogliono chiudere quelle che considerano inutili come il Tav Torino-Lione e il Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian dovrebbe portare il gas sulle coste pugliesi. La Lega no. Va peggio sull’Ilva, dove lo scontro dura da giorni. I 5Stelle restano sulla posizione della chiusura del siderurgico, ma l’intesa si può trovare sull’impegno formale a una “riconversione ecologica”. Tradotto: niente spegnimento.

Le distanze restano anche sui migranti. “Nel rispetto dei diritti umani, vogliamo mano libera per smantellare il business sulla pelle di queste persone”, ha spiegato Salvini. Il Carroccio vorrebbe una linea ancora più dura di quella scelta da Marco Minniti, con salvataggi dei migranti in mare ma riaccompagnamento immediato dalle coste di provenienza, mentre il M5S è favorevole al rimpatrio degli irregolari, ma solo dopo l’approdo nel più vicino porto sicuro.

Resta poi il nodo della Giustizia. Il tema, manco a dirlo, è la prescrizione: il Movimento vuole che si fermi all’inizio del processo, ma su questo punto Salvini brucerebbe il rapporto “benevolo” promessogli da Silvio Berlusconi.

La discussione andrà avanti. Molti sono ancora i temi da definire. Tra i punti concordati ci sarà una legge sul conflitto d’interessi, una stretta sull’evasione fiscale con “il carcere per chi evade” e una nuova sanatoria sulle cartelle di Equitalia. I 5 Stelle puntano poi a inserire una legge per l’uso dell’“agente provocatore” per combattere la corruzione nella Pubblica amministrazione e una per tutelare la gestione pubblica dell’acqua in linea con quanto sancito dal referendum del 2011. Restano fuori la revisione della riforma delle carceri e la riforma dei tetti pubblicitari alle tv (avrebbe fatto infuriare Silvio…).

Riotta e il bavero del presidente

Gianni Riotta racconta il capo dello Stato. Ed è subito epica: “Come sono démodé i larghi baveri delle giacche di Mattarella, il gilè, in una stagione di uomini in abiti attillati come guaine”. È in questa rilucente intuizione estetica che prende forma la contrapposizione tra i barbari che scalano Palazzo Chigi e l’uomo che presidia la democrazia dal Colle. Riotta firma un pezzo evocativo, letterario. Già il titolo: “La forza del silenzio”. Il presidente della Repubblica è una manifestazione vivente, empirica, di saggezza. “Il tono sommesso ai microfoni, la stretta di mano bene educata, senza il machismo dei saluti tra Macron e Trump”. Verrebbe voglia di citarla tutta, questa dichiarazione d’amore. Platonico eppure sensuale: “I capelli bianchi da professore del liceo di una volta, quando gli studenti si alzavano in piedi all’ingresso degli insegnanti” (non come i cafoni degli istituti tecnici, direbbe forse Michele Serra, ma questo è un altro elzeviro). Sergio è “presidente quieto”, “cortese, forbito, attendibile”. Viene da Palermo sì, ma non quella popolana e un po’ mafiosa, bensì “da una Palermo anglosassone, che non urla, non alza la voce, riservata, elegante” (sebbene “sempre meno visibile tra cemento, fast food e torpedoni di turisti”, quelle horreur!). Siamo spacciati, ma non tutto è perduto. C’è Mattarella: “Io so – scrive Riotta – che il suo stile non sgarrerà di un pollice”.

Il centrodestra vince anche a Udine: il sindaco è Fontanini

Il candidato del centrodestra Pietro Fontanini (Lega) ha vinto la sfida per il nuovo sindaco di Udine, battendo con il 50,37% il suo contendente di centrosinistra, Vincenzo Martines, rimasto al 49, 63%. Sostenuto dalle liste Forza Italia, Lega, Autonomia responsabile, Fratelli d’Italia, Identità civica, Fontanini ha battuto con 18.550 voti l’avversario, che era appoggiato da Partito Democratico, Udine Sinistraperta, siAmo Udine con Martines e Progetto Innovare, che ha ricevuto 18.550 voti. Uno scarto di 280 voti per una vittoria che lo stesso neo sindaco ha definito “al fotofinish”. Si aspettava “un’affermazione più netta”, Fontanini, ma “la minore affluenza, 10 punti in meno rispetto al primo turno, storicamente penalizza il centrodestra”.

Ha suscitato polemica il saluto romano del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, Ugo Falcone, nel Salone del popolo del palazzo municipale subito dopo la notizia della vittoria del centrodestra. Fontanini ha preso le distanze, dicendo “che la città ha una tradizione antifascista e certi atteggiamenti non sono graditi”. Falcone ha poi negato che il gesto fosse un saluto romano: “Stavo semplicemente esultando”.

Casaleggio jr non si occupa dei giochi dell’esecutivo, ma frequenta i poteri forti

Le trattative per il governo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, dopo il lungo fine settimana milanese, si spostano nei palazzi di Roma, anche per l’appuntamento al Quirinale.

Davide Casaleggio, figlio del fondatore del Movimento Gianroberto e presidente dell’associazione Rousseau, resta a Milano e dice che “non si sta occupando direttamente del governo”. Lo dice partecipando alla presentazione dei risultati dei primi mesi di attività dell’Hub for makers and students dell’Università di Confindustria, Luiss . All’incontro c’erano il rettore Paola Severino e la presidente Emma Marcegaglia, almeno in quella veste erano le due donne di potere. Perché Marcegaglia, oltre a essere imprenditrice ed ex capo di Confindustria, è presidente dell’Eni al secondo mandato. Mentre Severino, ex ministro della Giustizia, è uno degli avvocati penalisti più importanti d’Italia nonché difensore della stessa Eni e di tante altre aziende pubbliche.

Casaleggio, che l’altro giorno era a un vertice con Beppe Grillo e Luigi Di Maio, stavolta evita di parlare di politica con i giornalisti: “Questo è uno spazio dedicato alle persone che vogliono innovare, dovrebbero essercene di più. Oggi siamo qui a parlare di innovazione, dei pochi spazi di innovazione che ci sono a Milano”. Però la politica è ovunque. Anche a un incontro con Marcegaglia e Severino.

Sapelli, candidato premier per quattro ore: “Mi hanno cercato loro. Peccato, ci tenevo”

La breve storia della presunta candidatura del prof. Giulio Sapelli a Palazzo Chigi è un saggio sulla crudeltà della politica. Docente di Storia economica a Milano (fu suo studente Salvini, che si fermò a 5 esami dalla laurea), ex presidente della fondazione del Monte dei Paschi, consigliere di amministrazione di Eni e Unicredit: il professore è stato un accademico stimato e un dirigente di livello. Malgrado ciò, nell’arco di mezza giornata, la cronaca politica l’ha trasformato in un parvenu: un uomo che si vedeva premier a dispetto di qualsiasi evidenza.

L’ipotesi Sapelli vive poche ore. Alle 10 e 30 di mattina il professore risponde così all’agenzia Labitalia sulla chiamata a Palazzo Chigi: “Ho fatto della riservatezza la mia cifra di vita. E quindi non commento. Però, da quanto ho letto, il programma M5S-Lega è un buon programma e come cittadino lo condivido”. Alle 13 Sapelli rompe gli indugi (e dimentica la riservatezza): “È tutto vero. Sono stato contattato da entrambe le parti e ho dato la mia piena disponibilità. Stanno valutando anche un altro profilo, quello di Giuseppe Conte, e non mi hanno ancora detto chi hanno scelto”.

Ancora pochi minuti e il professore rende pubbliche pure le sue condizioni: “Ho detto loro che vorrò dire la mia sui ministri. Ho parlato con il collega Domenico Siniscalco, che spero di avere al mio fianco come ministro del Tesoro”.

Nel frattempo, dopo lo smarrimento iniziale di buona parte dei cronisti (Sapelli chi?), erano iniziati a fioccare i ritratti e le retrospettive. E le ironie: una vecchia battuta sui 5Stelle (“Nulla mi leva dalla testa che M5S sia stata una invenzione americana ed israeliana per condizionare la nostra politica”), il presunto fuorionda sulla giornalista Rula Jebreal (“Gnocca senza testa”) e la tragicomica clip in cui il professore cade dalla sedia durante un collegamento con RaiNews 24.

Tutto finisce alle 16:30. Rocco Casalino, portavoce del M5S, smentisce ogni ricostruzione: non è lui il nome dei gialloverdi.

Il diretto interessato ci rimane male. In serata presenta a Milano il suo libro Oltre il capitalismo. Ai giornalisti conferma: “Ieri sera (domenica, ndr) mi avevano chiesto di incontrarmi quelli dei 5 Stelle, insieme alla Lega. Avranno cambiato parere. Io ci tenevo a fare qualcosa. Ma va bene, va bene così. Chissà cosa hanno in mente questi ragazzi”.

Caro Luigi, ma perché ridi tanto?

C’è una domanda che, in questi giorni, sorge spontanea: “Di Maio, ma che ti ridi?”. Da quando è divenuto imminente il Salvimaio, il leader del Movimento 5 Stelle ostenta un entusiasmo che pare appena esagerato. E forse perfino immotivato. Si dirà: “Sta per andare al governo, come fa a non essere felice?” Vero. Forse però sarebbe il caso di attendere un po’ prima di fare i cortei e dirsi (da soli) che “qui stiamo facendo la storia”.

Come direbbero i gggiovani: “Anche meno, Di Maio. Anche meno”. Stai parlando al tavolo con Casalino e la Castelli, non è che sei alla conferenza di Yalta con Churchill, Roosevelt e Stalin. Ci sono almeno tre motivi per cui Di Maio dovrebbe misurare questo smodato orgasmo politico. Il primo è che il M5S ha più voti e quindi parlamentari della Lega, ma la Lega è molto più scaltra dei 5 Stelle. La storiella della Lega “nuova Gioventù hitleriana” è una bischerata totale, che fa comodo a una certa gauche caviar per indurre a votare Renzi come argine alla democrazia (buonanotte).

La Lega governa già in Lombardia, Veneto, Friuli e non solo, dove non ci risulta si registrino sospensioni democratiche. Proprio perché governa già da decenni, è molto più esperta di Di Maio & soci: Salvini fa politica da quando è nato, Giorgetti da solo mastica politica più di tutto il M5S messo insieme. Tutto questo, se da un lato può aiutare i 5 Stelle a governare, dall’altro li espone al rischio di essere turlupinati da un momento all’altro. Il secondo motivo è che questa (all’apparenza) corrispondenza d’amorosi sensi tra M5S e Lega suona sin troppo sbandierata. Chi ha buona memoria ricorda cosa dicevano Di Maio e Di Battista, e non solo loro, di Salvini e Lega: capiamo che il Rosatellum imponga convergenze, e chi scrive ha sempre detto che con questi numeri il Salvimaio fosse il male minore (purché breve e chiaro), ma tra il varare un governo d’emergenza e il sentirsi di colpo uguali a Borghezio c’è un mondo. Quando le tante divergenze tra M5S e Lega esploderanno, cosa dirà Di Maio? Il terzo motivo è che i 5 Stelle sono quelli che hanno più da perdere. Hanno un elettorato più esigente, hanno alimentato per quasi dieci anni l’idea di essere diversi (anzitutto sulla questione morale).

Non c’è nulla di male nel governare con la Lega: per un po’ potrebbe persino funzionare. Per far meglio di Boschi e Alfano, del resto, basta poco. I pericoli sono però enormi per i 5 Stelle. Salvini rischia poco: mal che vada, torna con Berlusconi e al prossimo giro stravincono. Per Di Maio no: lui ha tutto da perdere. Non potrà ricandidarsi se il governo durerà più di un pensiero forte di Gasparri, e quindi si gioca tutto. Soprattutto: se pur di governare annacquerà oltremodo il programma, sarà finito tanto lui quanto il M5S. Se i 5 Stelle flirteranno coi berluscones, saranno morti: un Salvimaio per cause di forze maggiore è tollerabile, un Grillusconi proprio no. Se dimostreranno che stare accanto ai Calderoli non è un’emergenza bensì una liaison sentimentale, saranno morti. Se rinunceranno alla questione morale, saranno morti. Eccetera. Di Maio avrà il coraggio di far saltare tutto – cioè addio Salvimaio e voto subito – se il governo gli parrà un governicchio, oppure la voglia di andare al governo unita al fascino delle poltrone rivelerà un’ambizione sfrenata per nulla dissimile da quella degli “altri”? Il ragazzo è dotato e tutt’altro che stupido, ma rischia di sopravvalutarsi politicamente se pensa di essere più furbo del centrodestra. Forse sarebbe il caso che Di Maio si togliesse dalla faccia quel sorriso perenne: il difficile, per lui, comincia adesso.

Salvini fa il pokerista, Di Maio si fida poco: “Perché ora si sfila?”

Dai sorrisi e dai dettagli “da limare” al milionesimo rinvio e ai soliti sospetti, incrociati. Perché il nome definitivo del premier ancora non c’è, quelli dei ministri figurarsi, e sul contratto di governo i nodi sono belli grossi. E comunque per chiuderlo “servono altre 48-72 ore”, come precisa il capogruppo in Senato del M5S Danilo Toninelli. Cronaca del lunedì di Lega e Cinque Stelle, partito come il giorno della svolta e finito tra cattivi pensieri. Innanzitutto quelli dei Cinque Stelle, nei confronti del Salvini che ai microfoni dentro il Quirinale snocciola problemi in serie sul contratto di governo, elencando i punti di distanza con il M5S: spiazzandolo. E che poco prima, in una riunione alla Camera con Luigi Di Maio, aveva bocciato il nome dei 5Stelle per Palazzo Chigi: l’avvocato Giuseppe Conte, docente di Diritto privato, membro del Consiglio della Giustizia amministrativa, già designato alla Pubblica amministrazione nella squadra dei potenziali ministri presentata da Di Maio prima delle urne.

E il no del Carroccio, chissà se definitivo, è un bel guaio per il capo del M5S, che domenica notte giurava: “Ho visto Salvini per rifinire i dettagli del governo”. Ma i fatti di ieri raccontano una verità diversa. Sin dalla mattina, quando quello che era il candidato premier della Lega, l’economista Giulio Sapelli, rilascia dichiarazioni a raffica. “E così si brucia definitivamente” sostiene una fonte del M5S. Dove la figura di Sapelli non aveva mai convinto nessuno, anche per alcuni suoi attacchi passati al Movimento. Intanto nel primo pomeriggio alla Camera è prevista una nuova seduta del tavolo per il contratto di governo tra gli sherpa di Lega e Movimento, ma in una stanza attigua è fissata pure una riunione tra Salvini e Di Maio, assieme ai rispettivi capigruppo, per preparare la salita al Colle.

I grillini entrano con la convinzione che il nome da svelare al Quirinale sia quello di Conte, su cui Salvini aveva dato il via libera domenica notte. Ma il capo del Carroccio suona un’altra nota: “Conte non va bene”. Un no motivato, si sussura, anche con presunti rapporti di Conte col “giro” di Maria Elena Boschi a Firenze, dove insegna. Ma la certezza è che i piani cambiano, come l’atmosfera tra i due possibili alleati. Lo raccontano anche parole e volti dei due leader all’uscita dagli incontri con Mattarella. Di Maio è tirato, e stringatissimo: “Abbiamo chiesto altro tempo al presidente Mattarella per completare il programma di governo dei prossimi 5 anni”. Al presidente, fanno sapere, Di Maio ha anche consegnato una prima bozza del contratto, “che verrà votato sul web dai nostri iscritti” come conferma il capo. “Forse prima del fine settimana” auspicano i 5Stelle. Di Maio invece ripete che bisogna fare presto, “perché ci sono scadenze a livello internazionale”. E il nome del premier? Il capo del M5S se la cava così: “Con Salvini abbiamo deciso di non fare nomi pubblicamente”.

Poi tocca al leghista, che scandisce a voce alta: “Noi non questioniamo sui nomi, il problema è l’idea d’Italia”. Ossia i temi del contratto, “perché questo governo parte se può fare le cose, altrimenti non iniziamo neppure”. Così Salvini elenca i nodi: “Sull’immigrazione Lega e M5S partono da notevole distanza: se andiamo al governo vogliamo mano libera per tutelare la sicurezza degli italiani, anche con la legge sulla legittima difesa”. Ma il leghista parla pure di giustizia: “Anche su questo partiamo da posizioni differenti e io ricordo che sono qui non solo da leader della Lega, perché non voglio rompere l’alleanza di centrodestra”. Ovvero, non si possono scrivere punti che diano fastidio a Forza Italia.

Un riferimento che colpisce i 5Stelle. Dove in serata riflettono: “Il contratto di governo in realtà procede, non capiamo perché ora Salvini faccia così”. E il sospetto diffuso è che “faccia scena per alzare il prezzo sui nomi”. Ma il no a Conte potrebbe complicare tutto. Mentre si è ancora “in alto mare” sui nomi di molti ministri, compreso quello per l’Economia, che dovrebbe andare al Movimento. Per ora il M5S dice di voler insistere su Conte. Ma le voci di dentro dicono che il docente è quasi “bruciato” e che Di Maio è un’opzione ancora possibile. E riemerge la suggestione della staffetta, con Salvini. Mentre la Lega annuncia per il fine settimana una consultazione pubblica nei gazebo sul contratto. A patto di scriverlo.

Il Colle allunga la trattativa e scongiura le urne a luglio

La maieutica socratica è come l’arte ostetrica. E quindi la “levatrice” del Quirinale, alias il paziente Sergio Mattarella, non è affatto spaventata dalle doglie infinite del parto di governo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il capo dello Stato concederà altri giorni per accompagnare la nascita della creatura gialloverde.

È questo l’esito sostanziale delle consultazioni di ieri riservate solo ai promessi sposi: la delegazione del M5S e quella della Lega, in ordine d’entrata nello Studio alla Vetrata del Colle. Il primo colloquio alle 16 e 30. Il secondo alle 18. Quasi opposti i toni all’uscita dei due leader interessati. Di Maio, più disteso, ha riferito che servono altri giorni per completare il fatidico contratto del programma. Più cupo e pessimista, al limite della rottura, Salvini, che ha anche citato Silvio Berlusconi, ringraziando lui e Giorgia Meloni per non aver spaccato il centrodestra.

Adesso nel dettaglio, le considerazioni maturate ieri sera al Quirinale dopo il mini-giro di consultazioni grilloleghiste.

Il nodo del premier. In realtà è questo il vero problema irrisolto dell’intesa. Salvini e Di Maio avranno pure ribaltato il metodo della prassi costituzionale, secondo cui il programma discende dall’indicazione del presidente del Consiglio e non viceversa, ma il fervido lavorìo sul contratto serve anche a nascondere le difficoltà su un nome condiviso. Bruciato il “leghista” Giulio Sapelli prima di salire al Quirinale, è rimasto in lizza il “grillino” Giuseppe Conte. In merito le ricostruzioni non sono concordi. La prima riporta che “nomi non ce sono stati”. Nella seconda, al contrario, Di Maio avrebbe fatto il nome di Conte a Mattarella e questi ne avrebbe “preso atto”. Salvini, invece, sarebbe stato tranchant. In pratica i due partner continuano a stopparsi a vicenda per un’eventuale guida politica e forte (lo stesso Di Maio oppure Giorgetti) del governo.

Addio luglio. Il realismo democristiano di Mattarella ha così scelto la linea attendista per due motivi. Il primo è che “dopo 71 giorni di stallo o trattative, consultazioni ed esplorazioni che hanno sondato tutte le ipotesi possibili”, la strada dell’intesa tra Cinquestelle e Lega resta l’unica percorribile per un governo politico. Sullo sfondo c’è sempre l’esecutivo neutrale al centro dell’intervento del capo dello Stato lunedì 7 maggio, dopo il fallimento del terzo giro di consultazioni. Ieri dal Colle nessun accenno sul punto. E qui risiede la seconda ragione della pazienza di Mattarella. Spostando la chiusura della trattativa gialloverde presumibilmente a lunedì prossimo (nel fine settimana ci sono i gazebo padani per votare l’intesa), il Quirinale chiude drasticamente la finestra elettorale di luglio. Del resto il capo dello Stato lo aveva detto chiaramente lunedì scorso: se voto anticipato deve essere, meglio l’autunno.

Il prezzo di Matteo. A differenza dei tantissimi giornalisti assiepati nella Loggia d’Onore del Colle, il presidente della Repubblica non è rimasto impressionato più di tanto dalla “sceneggiata” salviniana all’uscita. Il capo della Lega viene considerato più “abile” di Di Maio – che ingenuamente ha detto che “nomi in pubblico” non ne vuol fare – e i suoi toni significano anche che ha “alzato il prezzo” della trattativa. Una sorta di “arma di distrazione di massa”. Altro che “tutto pronto” come promesso domenica sera dal leader grillino per telefono a Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale. Ieri si è visto che non era così.

L’ombra di Silvio. Allo stesso tempo, sarà tattica o strategia lo dirà solo il tempo, la “sceneggiata” di Salvini è pure un chiaro segnale di distensione rivolto a Silvio Berlusconi, fresco riabilitato, dopo il gelido passo di lato. I citati ringraziamenti e soprattutto il riferimento alla giustizia nel contratto di governo sarebbero una concessione all’insistente “pressing” ricevuto per tutta la giornata di ieri dall’ex Cavaliere e dai suoi fedelissimi per “sfilarsi” dall’accordo. E gli inviti, gli appelli continueranno nei prossimi giorni.

Le doglie per il parto della creatura gialloverde saranno ancora molto forti.

Il ballo dei debuttanti

Scrivere del governo Salvimaio che pare stia per nascere è come camminare sulle uova. Perché né Di Maio né Salvini hanno alcuna esperienza di governo, dunque siamo al ballo dei debuttanti. E perché tutto ciò che sta avvenendo è senza precedenti. Mai le elezioni avevano partorito due vincitori parziali e opposti, come i 5Stelle e la coalizione di centrodestra. Mai due partiti dichiaratamente anti-sistema avevano formato una maggioranza di governo contro quelle che, in alternanza o in unione fra loro, hanno monopolizzato l’intera Seconda Repubblica. Mai due forze politiche così distanti ed eterogenee avevano provato a mettersi insieme in base a un contratto di governo (detto infatti “alla tedesca” perché l’abbiamo importato dagli ultimi due governi di coalizione in Germania fra la Merkel e i socialdemocratici). Mai il programma di governo era stato condizionato all’approvazione degli iscritti ai due partiti contraenti. Mai una coalizione aveva “prestato” il suo primo partito al governo, lasciando consensualmente gli altri due all’opposizione. E mai un governo nascente aveva raccolto l’unanime ostilità di tutti i poteri: europei e italiani, politici ed economici, lobbistici e mediatici. Mutatis mutandis, a Roma si sta replicando quel che è appena accaduto a Berlino: con la non indifferente differenza che a Berlino si sono (ri)uniti i partiti che governavano anche prima, mentre a Roma si stanno unendo per la prima volta due forze che negli ultimi 7 anni erano state all’opposizione.

Eppure nessuno si è scandalizzato se la Merkel, dopo le urne, ha aperto due forni opposti: prima l’alleanza con i liberali e i verdi e poi, fallita quella, l’alleanza con l’Spd. Nessuno si è scandalizzato se, per trattare con gli uni e con gli altri e poi per scrivere il contratto di governo, sono trascorsi sei mesi. E nessuno si è scandalizzato, anzi tutti hanno festeggiato la grande pagina di democrazia, se l’Spd ha sottoposto quel contratto al referendum tra gli iscritti. Invece tutti si indignano se, in ossequio al risultato elettorale e al sistema proporzionale, Di Maio ha proposto un contratto di governo sia al Pd (che ha sdegnosamente rifiutato, dopo aver finto di volerci provare) sia alla Lega (che ci ha sempre sperato, anche se Salvini s’è seduto al tavolo solo quando B. l’ha autorizzato). Tutti si indignano se M5S e Lega annunciano un referendum tra gl’iscritti sul contratto di governo. E se, dopo meno di una settimana di negoziati, non abbiamo ancora il premier, i ministri e il programma stampato. Se fosse questo il problema del governo (forse) nascente, potremmo dormire tranquilli.

Attendere sino a fine settimana, per avere un premier e una squadra rispettabili e un programma preciso e dettagliato che vincoli i dioscuri Di Maio e Salvini sull’annunciato “programma di cambiamento”, non sarebbe una perdita di tempo. Nel 2013 l’inciucio Pd-FI fu siglato in 24 ore. Infatti il programma era scritto sull’acqua. Infatti il governo Letta jr. durò nove mesi e non lasciò rimpianti, perché non aveva fatto che danni (l’avvio della controriforma costituzionale e il rinvio di un anno dell’Imu sulle prime case). Se ora Di Maio e Salvini cercano prima un’intesa sul programma, prima di parlare di nomi, è un fatto apprezzabile e anch’esso inedito nell’Italia degli inciuci sugli affari, anziché degli accordi sulle cose da fare. Salvini, uscendo dal Quirinale, è parso sorprendentemente molto meno ottimista di Di Maio, scoprendo all’improvviso distanze ancora da appianare, finora mai emerse, su temi centrali come l’immigrazione, la giustizia e le grandi opere. Che, nella sua brutale franchezza, il capo leghista abbia finalmente smesso i panni del Cazzaro Verde, quello che all’opposizione e in campagna elettorale banalizzava i problemi complessi, sparando soluzioni tanto facilone quanto irrealizzabili, è positivo. Ora che deve mettere nero su bianco il come si fa, il quanto costa e il dove si trovano i soldi, l’epoca delle raffiche da sparafucile è archiviata. Però Salvini ha aggiunto che lui, nel nuovo governo, non rappresenterebbe solo la Lega, ma tutto il centrodestra, la cui unità gli sta molto a cuore.

E qui riciccia l’elemento di ambiguità mai chiarito dell’operazione Salvimaio: già è difficile intendersi con Salvini; se però Salvini fa il servitor di due padroni, è inutile sedersi al tavolo. A che si deve dunque l’improvvisa gelata leghista? Il “riabilitato” e rieleggibile B. ha fatto pervenire a Salvini una di quelle richieste che non si possono rifiutare? Se fosse vero che, nella parte di contratto di governo già concordata, ci sono la legge sul conflitto d’interessi, l’anticorruzione con l’agente sotto copertura, il blocco della prescrizione al rinvio a giudizio, il voto di scambio politico-mafioso, la galera per gli evasori, una Rai sottratta al governo e ai partiti, lo stop alla legge bavaglio sulle intercettazioni e all’inutile e costoso Tav Torino-Lione e una legge nazionale per l’acqua pubblica (il referendum tradito sui beni comuni), oltre all’avvio di tre riforme economico-sociali come la Fornero, il reddito di cittadinanza e la flat tax, non si scappa: B. sarebbe tagliato fuori e passerebbe non solo dall’astensione all’opposizione, ma alla guerra aperta contro l’(ex) alleato. E questo farebbe finalmente chiarezza. Perché potrebbero accadere due sole cose. O Salvini ha il coraggio di tirare diritto, rompendo finalmente col Caimano e sostenendo un governo che farebbe riforme importanti e affermerebbe il paradosso di un partito di destra che fa (anche) cose di sinistra. Oppure torna a cuccia, cioè ad Arcore, fa saltare un accordo che fino a domenica sembrava a portata e si assume la responsabilità che finora era riuscito a scaricare sugli altri: quella del fallimento.