Impossibile immaginare quanto sia piccola Lampedusa, quanto sia lontana da ogni costa italiana, quanto sia sperduta nel mare. Guardandola dall’aereo che si avvicina e si abbassa, non riesci a renderti conto della natura quasi mistica di questo luogo che, nell’avventura tragica, vorticosa prevista da nessun esperto e affrontata da nessun governo, è un estremo luogo di salvezza. È una tomba. Su Lampedusa si è scaricata la scossa di terrore degli italiani, la vanesia incapacità di conoscere e affrontare il problema di quasi chiunque sia una autorità, la solitudine dell’isola verso l’Italia e dell’Italia abbandonata dall’Europa, la disorganizzazione delle dimensioni della problema, quella della stupidità e della cattiveria. E anche l’intelligenza e la guida di isolani come il sindaco Giusi Nicolini, del medico instancabile narrato dal film di Gianfranco Rosi. Il numero molto alto e misconosciuto di individui che hanno agito da soli per salvare morenti e delle ong che sono andati e vanno in luoghi pericolosi e tentano ancora di salvare. Ovvero il popolo italiano di fronte al dramma dell’immigrazione è allo stesso tempo una massa impietrita e un formicaio di solidarietà individuali. Adesso c’è un libro che affronta il problema in un modo diverso sia dal reporting giornalistico che dalla doppia narrazione di approvazione e condanna. È il libro di un antropologo (Marco Aime, L’isola del non arrivo, Bollati Boringhieri editore), un’analisi scientifica del fenomeno che tormenta l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale. L’indagine è accurata, l’osservazione attenta, l’inventario delle tante parti di questo problema (umano, militare, burocratico, politico, privato e pubblico) compone un repertorio ampio e prezioso, considerando che sull’immigrazione una parte della cultura e della politica del Paese e degli organismi europei mente quasi sempre. Ma soprattutto è racconto. Alla maniera dei maestri fondatori dell’antropologia, Aime trasforma in vicende personali, storie, episodi, memorie e racconti tutto ciò che avviene in quel mare intorno a Lampedusa che, dall’alto, vi sembra sproporzionatamente grande, ma quando la avvistate, vi sembra troppo sola, troppo isola. Il libro è storia contemporanea, politica, sociologia del fenomeno non capito e non affrontato sulla paura che diventa razzismo e sul doppio volto della burocrazia (militare e civile) che salva e condanna in un rovesciamento che torna a ripetersi. Parla di un solo luogo e di un numero limitato di eventi con qualità letteraria e l’affidamento scientifico. È un libro più importante del piccolo luogo a cui è dedicato. È indispensabile per giudicare il nostro Paese oggi.
La casa di carta, rabbioso realismo di un Paese vitale
Scrive la Treccani: “Glocal, di atteggiamento, politica, visione, che si concentra contemporaneamente sulla dimensione globale e su quella locale”. È l’aggettivo che viene in mente pensando a La casa di carta, la serie spagnola cresciuta fino a diventare quella non in lingua inglese più vista della storia di Netflix, dove sono visibili le prime due stagioni (la terza arriverà nel 2019). Glocal perché unisce la qualità delle migliori serie americane, alla specificità dell’ambientazione spagnola. Vale la pena fare una riflessione sulla vocazione cosmopolita di Netflix: per la prima volta gli spettatori di mezzo mondo possono vedere prodotti di qualità da paesi e culture diverse. Grandi co-produzioni internazionali come Narcos, ma anche la tedesca Dark, la danese The Rain, la francese Marseille, fino alla brasiliana O Mecanismo e le israeliane Fauda e Hostages. E il futuro prossimo prevede l’apertura a Medio Oriente e Africa.
Glocal perché La casa di carta, anche se deve molto a mille altri heist movie, i film sulle rapine, classico genere hollywoodiano, non potrebbe essere nata se non nella Spagna di questi anni, quelli della crisi economica e politica che ha portato alla nascita di movimenti come Podemos. Evitando spoiler, la sinossi è presto detta: un gruppo di rapinatori, guidato da un criminale sui generis che si fa chiamare ‘Professore’, mette in atto un’ambiziosissima rapina alla Zecca di Stato. L’obiettivo non è rubare il denaro depositato nei caveau, ma stampare ex-novo una gigantesca quantità di banconote perché, secondo il ‘Professore’, quando lo fecero le banche centrali per salvare gli istituti in crisi nessuno diede loro dei “ladri”, ma la chiamarono “iniezione di liquidità”. Proprio perché figlia dell’ondata di sdegno seguita alla crisi dei subprime che colpì duramente la Spagna, La casa di carta può apparire ideologicamente un po’ ingenua, ma è un difetto ampiamente superato dal ritmo adrenalinico, dalla sceneggiatura pensata come una partita a scacchi, una corsa sulle montagne russe tra il perfetto meccanismo ideato dal ‘Professore’ che anticipa ogni possibile intervento degli investigatori e le variabili date dalle relazioni personali che sconvolgono ogni previsione: gli amori, gli odi, le relazioni incrociate tra rapinatori e ostaggi e tra gli stessi criminali e la polizia.
E se l’uso delle maschere rimanda a Point Break (anche se il Salvador Dalì scelto per celare i volti ricorda anche la maschera di Guy Fawkes di V per Vendetta), i nomi di città assegnati ai rapinatori per sapere il meno possibile l’uno dell’altro è un omaggio alle Iene di Tarantino, e tante piccole altre tracce di cinefilia lasciate qua e là dal creatore della serie Alex Pina, sono evidenti tributi ai classici americani del genere, il maggior fascino de La casa di carta sta nel sapiente dosaggio di commedia e dramma, di eccesso e rigore, del passaggio da uno stile quasi fumettistico ad un rabbioso realismo. Sfaccettature che rispecchiano le contraddizioni di un paese vitale, passionale e furioso.
Carlo, l’esibizionista perbene
Davanti a scuola mia, c’è un bel giardino con tre panchine, dove non si siede mai nessuno. Anzi no, qualcuno che si siede c’è: è Carlo l’esibizionista. A scuola lo conosciamo tutti, ha un impermeabile beige tipo il tenente Kojak, un cappellino da pescatore e lo sguardo fisso sull’uscita di scuola. Non fa male a nessuno, si limita ad aprire l’impermeabile ogni volta che qualcuno di noi passa vicino alla panchina dove soggiorna. La cosa curiosa è che sotto il suo impermeabile non è nudo come farebbe qualsiasi esibizionista perbene, porta un paio di mutande celestine, una canotta di colore incerto, che una volta doveva essere stata bianca prima di un bucato mischiato in lavatrice, il tutto su un paio di gambette secche infilate su dei calzini rossi, che dire corti è un eufemismo, divorati da un paio di scarpe bucherellate di una probabile fabbricazione bulgara. Carlo sta lì immobile, si limita a guardarci e a sorridere, un sorriso mesto, ma anche orgoglioso, come a dire “… avete visto che bel personalino che c’ho?”. Poi si chiude l’impermeabile, torna a sedersi sulla sua panchina con aria soddisfatta come se avesse terminato un turno di lavoro, e aspetta sereno l’arrivo di nuovi spettatori.
È buono Carlo, non fa male a nessuno, ogni tanto si informa anche sui nostri studi: “Come va la scuola? Mi raccomando studiate, è importante. Io se non avessi studiato non avrei combinato nulla nella vita, chissà dove sarei adesso. I professori dicevano ai miei compagni, prendete esempio da Carlo, è uno studente modello. Io devo tutto alla scuola! Scusate devo andare, sta uscendo la 4 B. Un momento arrivo, vedete che sto parlando? Questi ragazzi oggi hanno una fretta di andare a casa…”. E corre via, si allontana spalancando lentamente il suo impermeabile beige, con la solennità di un rito.
Il “contractus” è anti-politica made in Arcore
Non è certo che oggi l’Italia abbia già un governo, fosse quello del presidente o quello del contratto tra Lega e M5s. È invece certo che, nel momento in cui scrivo, lo scenario più probabile sia quello dell’accordo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma cos’è questa curiosa storia del contratto? Perché nell’Italia politica del XXI secolo due leader politici utilizzano un termine che appartiene al lessico giuridico (il contratto)? In effetti, la parola o l’istituto giuridico del contractus non c’entra nulla con la politica, anzi ne sarebbe proprio la negazione. D’altra parte, non bisogna dimenticare che il primo a farvi ricorso fu Silvio Berlusconi (il famoso contratto con gli italiani siglato negli studi televisivi di Porta a Porta) che oggi lo subisce terribilmente. E se volessimo davvero stare al gioco, nella patria del diritto romano allora non verrebbe in mente nient’altro che la categoria dei “contratti innominati” sistemata da Stefano, professore di età giustinianea (VI secolo d.C.). In particolare, l’accordo politico, pardon, il “contratto” in questione parrebbe avvicinarsi alla quarta figura di questi contratti: facio ut facias = faccio affinché tu faccia. I contratti si dicono innominati, cioè privi di nome, perché assai diversi dalle figure tipizzate e dunque perché atipici. E in effetti cosa ci sarebbe di più squisitamente atipico, se stipulato, di un simile contratto tra Lega Nord e M5s? Quale accordo più atipico potrebbe immaginarsi da due soggetti politici con programmi tanto diversi e lontani, sino all’incompatibilità? Facio ut facias: faccio affinché tu faccia… ma cosa e come?
Tra l’Orso zarista e il Leone inglese è duello tra le rupi del Caucaso
Germania + Russia uguale Prussia. E dunque Kant, il sangue parente, in una parola, l’Europa. In direzione dell’Asia. Sono addizioni spericolate, quasi un esercizio caricaturale, magari una somma dada, ma non se ne va via nulla della storia. Meglio: non fa che tornare – inaspettatamente non fa che arrivare – ciò che da sempre si forgia nell’istinto. L’astro nascente di Emmanuel Macron appanna la pur robusta leadership di Angela Merkel.
Il giovane presidente francese irrompe nella narrazione addomesticata della liberal-crazia, ma il gioco delle ombre – quel che si risolve nel Grande Gioco delle potenze – riposiziona i pezzi dello scacchiere internazionale. Quanto più la Francia va verso Donald Trump, scalzando perfino la Gran Bretagna (che degli Usa è incestuosa matrigna), tanto più Germania e Russia vanno a ritrovarsi. L’aggregarsi continentale va incontro ai gasdotti – ben oltre il profilo beccuto di Gerhard Schroeder, ex cancelliere tedesco, oggi a capo del consorzio Nord Stream AG di Gazprom – in direzione di un destino. Ogni 9 maggio, a Mosca, la Giornata della Vittoria – in quella che i russi chiamano “Grande Guerra patriottica” – rinnova il corpo a corpo con la Germania e non, come in tutto il mondo, contro un generico tabù ideologico. Il 9 maggio dei russi, non è – per intendersi – un 25 aprile. E Berlino, di converso, ogni 9 maggio fa catarsi di quell’immane catastrofe che fu l’assedio della Wehrmacht in Russia. Lo fa nel verso di un’inimicizia consanguinea e non di un odio reciprocamente estraneo quale fu invece la guerra di Napoleone Bonaparte contro Il lago dei cigni o – per interposta digressione imperiale – lo scontro dei fedelissimi cosacchi del Don contro l’Inghilterra, ossia il duello tra l’Orso zarista e il Leone londinese tra le rupi del Caucaso, lungo la via della Seta.
Le stesse teorie di Carl Schmitt – il tracciato geopolitico segnato dalla dialettica di Terra e mare – trovano ancora applicazione su questi profili laddove la Gran Bretagna di ieri s’invera negli Stati Uniti di oggi per decretare perpetua ostilità. Con la Russia di prima. Con quella di adesso. E con quella di domani.
Non se ne va via niente di ciò che perdura nei popoli. Una rivoluzione come quella bolscevica e la conseguente instaurazione del sistema sovietico (ateo e materialista) non ha cancellato quel qualcosa che trova definizione tra le categorie metafisiche. E cioè – specificatamente – lo spirito russo.
È l’azzardo del dire dell’indicibile, lo spirito. Ed è, a farla facile, come un istinto. Con la reiterazione dei segni, dei simboli e degli urrà. Come quelli che accompagnano – ogni qualvolta appaiono tra le parate, a Mosca – le insegne dell’Orda Bianca, le armate di Ungern Khan, il barone Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, il “barone pazzo, il dio della guerra” che trova morte il 15 settembre 1921 dopo aver sollevato i mongoli in direzione di un destino.
Tedesco e russo, asiatico ed europeo.
Foto dei figli su Facebook. Se si postano sul social le vedono miliardi di utenti
Ciao Selvaggia, sono una mamma di due bambine, la più grande di 3 anni e mezzo e la più piccola di 2. Abito a Sottomarina, una città in provincia di Venezia. Domenica ero al mare con le bambine, e dopo ore sotto il sole decido di andare in uno di quei classici negozietti all’entrata della spiaggia per comprarmi un cappello. Carico le bambine sul passeggino doppio e vado in questo negozio. Chiedo e il proprietario mi fa accomodare nella parte laterale del negozio, dove c’era uno specchio per farmi vedere come stavo con il cappello. Lui sposta una sdraio proprio vicino al passeggino. Fin qua niente di strano, se non fosse che ad un certo punto lui si siede sulla sdraio proprio vicino al passeggino e prende in mano il telefono. Erano proprio davanti a me, ad un certo punto sento il rumore di quando scatti una foto. Lo raggiungo subito per vedere se mi ha fotografata, vedo che sullo schermo c’è la sua faccia. Pago ed esco. Mentre cammino però realizzo che se c’era la sua faccia significava che la foto l’aveva fatta anche alle mie bambine perché dietro c’era il passeggino. Perciò torno indietro e dopo aver insistito, riesco a farlo entrare nella gallery: aveva veramente fotografato le bambine. Praticamente c’era la sua faccia e in primo piano pure le bambine. Io vado su tutte le furie e gliela cancello subito. Lui dice che voleva farla vedere al suo bambino. Ora, mi rimane questo dubbio atroce sul fatto che la foto gli sia comunque rimasta in memoria, quindi il giorno dopo vado a segnalare il fatto ai carabinieri convinta che mi avrebbero aiutata. La scena è stata a dir poco assurda. Il carabiniere mi dice: “Signora ma è sicura che fossero proprio le sue figlie le protagoniste della foto? Magari voleva solo farsi un selfie e fatalità sono uscite anche le bambine sullo sfondo”. Io rispondo che sì, sono sicura. Poi aggiunge: “Spesso quando siamo coinvolti emotivamente magari stravolgiamo la realtà, quindi non è detto che le cose che vediamo siano effettivamente reali, magari le sue figlie non si vedevano propio bene…”. Un collega che stava ascoltando si intromette e con fare arrogante mi chiede: “Signora lei ha Facebook?”. Io rispondo di sì e lui mi chiede: “Lei mette le foto delle sue figlie su Facebook?”. Io dico: “Guardi, ne ho messa qualcuna, ma non capisco il nesso con quello che mi è successo!”. E lui: “Eh, viene a lamentarsi che uno ha fatto le foto alle sue bambine e poi lei mette le foto su Facebook, lo sa che anche da lì possono prendere le foto?”. A questo punto mi dicono che non c’è ipotesi di reato per cui non possono fare niente, avrei dovuto chiamarli sul momento e mi chiede comunque le mie generalità. Ora, il motivo per cui io ti scrivo e ti racconto queste cose è perché vorrei capire se effettivamente non posso fare niente. Mi sembra assurdo che uno possa fotografare dei minori. Anche perché magari non era la prima volta. E rimane sempre il dubbio su cosa se ne faccia di queste foto. Non so se potrai aiutarmi ma volevo provare a chiederti un consiglio.
Vera
Signora, sono andata a controllare il suo profilo Facebook. La sua foto profilo non ritrae lei, ma le sue due bambine. Le foto delle sue figlie non sono sul cellulare di un venditore di cappelli, ma su una piattaforma con due miliardi di utenti. Il tizio sarà inquietante, ma pure la sua mancata percezione della realtà non scherza.
Sindaco Sala, Manfredi avrà due mamme
Cara Selvaggia, a giugno nascerà Manfredi a Milano. Manfredi avrà due mamme: me e quella biologica, ovvero la mia compagna (e moglie) da 9 anni, Francesca. Sto tentando di replicare quanto avvenuto a Torino, in cui l’anagrafe ha registrato come “madri” la Foglietta e la sua compagna. Qui, sia le associazioni che il Comune, inizialmente si sono mostrati poco reattivi. Il Comune ci ha consigliato di andare a Torino a far nascere Manfredi e il sindaco Beppe Sala è chiuso in un silenzio imbarazzante. Poi, dopo mie numerose mail e l’intervento dei Radicali che mi hanno aiutata a farmi ascoltare, la svolta degli ultimi giorni: pare che l’orientamento della giunta comunale sia quello di procedere con l’iscrizione della nascita a Milano. Forse avrò presto un appuntamento con il capo di gabinetto e i funzionari di Stato civile. Dici che ce la facciamo?
Corinna Marrone Lisignoli
Certo che ce la facciamo. Anzi. Mi rivolgo al sindaco Sala e a Pierfrancesco Majorino: vogliamo dimostrare di essere la città moderna e emancipata di cui parliamo in convegni, summit e dossier? E allora facciamo in modo che modernità, a Milano, non sia solo la skyline di Gae Aulenti o le nuove fermate della metropolitana, ma anche due donne che si amano registrate come “madri” all’anagrafe. Daje!
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Ma al Sud i mostri che abbiamo sono autentici: realtà, non fiction
Nelle valli bergamasche arrivano i mostri, ma sono solo di cartone, utili per spaventare un pubblico di bocca buona, ma qui da noi giù al Sud, carissimo Coen, parliamo di mostri veri. In carne ed ossa. Mostri antichi e nuovi mostri. Saranno loro, prevede impietoso l’Istat, gli unici a popolare quella parte d’Italia che va da Mondragone a Isola delle Correnti. Già, perché le previsioni parlano di un’Italia che nei prossimi cinquant’anni perderà 6,5 milioni di abitanti (per capirci è come se sparisse per due volte l’Albania, o una volta e mezzo la Nuova Zelanda), e il 71% sceglierà di vivere al Nord. Giù, al Sud, resterà un po’ di gente (uno scarso 30%). Vecchi, giovani senza lavoro, uomini e donne sfiduciati. Voi, l’orrore ve lo dovente inventare con una fiction, da noi è già realtà.
Certo, accadrà tra cinque decenni (e chi se ne frega tanto non ci saremo), ma i segni si vedono già ora. Paesi dell’interno che tristemente si svuotano, pullman della speranza (una volta erano i treni, ma pure quelli sono andati a farsi fottere) che partono alla volta del Nord produttivo carichi di giovani speranze, l’Ilva che chiude, sempre in bilico tra morte, malattie e disoccupazione, le spiagge devastate da inutili metanodotti, i mari offesi dalle trivelle, le colline invase da immobili pale eoliche, le ricostruzioni post-sismiche o post-disgrazie varie che beffarde si dipanano nei secoli a venire. E i mostri, quelli di sempre, le facce da zombie del potere, quello vecchio e il nuovo che si affaccia. Bocche bugiarde che promettono. Pietosa assistenza o illusorio sviluppo? Scegliete voi. E allora, caro Coen, in finale ti regalo una poesia. È di Franco Costabile, inquieta anima calabra: “Ecco, io e te, Meridione, dobbiamo parlarci una volta, ragionare davvero con calma, da soli, senza raccontarci fantasie sulle nostre contrade. Noi dobbiamo deciderci con questo cuore troppo cantastorie”.
C’è un film horror. A Pontida piove e il governo è quasi ladro
Il secondo Festival dell’orgoglio migrante antirazzista, previsto per sabato 12 maggio sul pratone di Pontida, caro agli ampollari della Lega Lombarda che fu, è stato annullato. Ragioni politiche? Salvini che tuona da Roma? No. O meglio, i tuoni c’entrano: ma sono quelli dei temporali. Il raduno nella prima edizione (lo scorso 22 aprile) registrò 5mila presenze. Sabato si è arreso al maltempo. Piove governo ladro! Beh, tecnicamente, piove “quasi” governo ladro. Alla fine, hanno commentato i “terroni del Nord”, si sono “avverate le preghiere leghiste”. Pure sul lavoro, la Lega promette che se è lei a guidare l’economia, se ne avvantaggeranno gli italiani. Così, curiosando tra le pagine dei siti d’informazione locali, mi sono imbattuto in Bergamonews, dove ho scovato un’allettante proposta di lavoro: “Il vostro sogno è partecipare a un film horror? Allora ecco l’annuncio che fa per voi. Per la realizzazione di lungometraggio indipendente diretto da Raffaele Picchio (Morituris, The Blind King), che si girerà a giugno ad Alzano Lombardo, si ricercano comparse/figurazioni. Verranno selezionati prevalentemente candidature di persone residenti/domiciliate nella provincia di Bergamo”. Padania über Alles!
A cachet le “figurazioni” di due pellegrini e di un contadino del Trecento. Verranno pagate quattro comparse nel ruolo di “mostri resuscitati”, un lavoro duro e di sacrificio, poiché dovranno indossare maschere per buona parte della giornata, quindi meglio siano di buona costituzione; compensi previsti pure per le comparse nei panni di pellegrini smunti, magri, ma con discrete doti fisiche per cadute, corse, salti… Obbligo comune? Parlare un buon inglese (alla faccia del sovranismo). Invece, senza pecunia quattro comparse di templari, nove di sciacalli del mondo post-apocalittico, un boia forte e alto e una bambina d’aspetto malnutrito tipo albero degli zoccoli. Ermanno Olmi lo girò nelle stesse campagne della Bassa Bergamasca. Buone per film di mostri. O per capolavori di mostruosa bellezza.
Ratzinger è leghista o europeista? Ma il papa emerito critica i teocon
Imperdibile il dibattito sull’interpretazione politica dell’ultima raccolta di scritti di Benedetto XVI, Liberare la libertà – Fede e politica nel terzo millennio, edita da Cantagalli. Cominciamo dalla destra clericale e farisea, quella che considera Benedetto XVI unico argine alla deriva francescana di oggi. Su Libero è Antonio Socci, già irregolare ciellino, ad arruolare l’Emerito nella schiera della nuova Lega nazionalista e a-fascista di Matteo Salvini.
Socci estrapola dal contesto del libro le riflessioni ratzingeriane sull’identità cristiana dell’Europa e consiglia al leader leghista “di sventolare il libro di Benedetto XVI”. Non solo. L’identità cristiana va ovviamente abbinata al celebre discorso di Regensburg (Ratisbona) che BXVI tenne nel 2006 nella natìa Baviera teutonica e da allora considerato il testo sacro anti-maomettano dei crociati della destra teocon.
In realtà, una gigantesca fake news questa, ché Ratzinger definì “inaccettabile” il tono dell’invettiva di Manuele II Paleologo, imperatore bizantino, sulla violenza nell’Islam e concluse con un convinto appello a un “vero dialogo” tra le culture e le religioni nel nome “dell’ampiezza della ragione”. Andiamo avanti. A dare un’interpretazione diversa e più autorevole è stato poi monsignor Georg Gänsewein, segretario personale di Benedetto XVI.
Il Corsera ha pubblicato ampi stralci dell’intervento di Gänswein alla presentazione tenuta al Senato e stavolta l’Emerito diventa un europeista che da giovane rimase “affascinato” dalla visione cattolica e liberale del connazionale Konrad Adenauer, padre fondatore di quella che è diventata l’attuale Ue.
A proposito di liberalismo, come ha rivelato Andrea Tornielli della Stampa, nel tomo ratzingeriano c’è pure una garbata ma dura lettera sull’ultimo libro di Marcello Pera, capostipite dei teocon. Secondo l’ex presidente del Senato, oggi il “contenuto eversivo della cultura dei diritti” è una “tentazione diabolica per scardinare il cristianesimo”. Troppo persino per il mite Ratzinger che nota: “Il liberalismo appare come una tappa verso la perdita della fede in Dio”.
Toro, fa’ le pulizie mentali di primavera. Gemelli: al lavoro hai “bonne chance”
ARIETE – In ufficio preparati a scansare uno come Macbeth, “dotato dell’irruenza, della slealtà e dell’influenza necessarie per esercitare potere sulle persone”. Dai retta a Jo Nesbo (Rizzoli) se non vuoi finire fritto, e sottoposto all’ultimo dittatorello da scrivania.
TORO – Il mondo non è in bianco e nero, né una somma di Love + Hate (Bompiani). Lo sa bene Hanif Kureishi: impara da lui “ad apprezzare la normalità, perfino ad amarla. È il più ambito dei privilegi, insieme a una mente sgombra”. È proprio il momento giusto per cominciare delle belle pulizie mentali di primavera.
GEMELLI –Uno degli scienziati di Bill Streever voleva Leggere il vento (Edt): “L’idea era semplice: il comportamento passato dell’atmosfera sarebbe stato utilizzato per prevedere quello futuro. Ma abbandonò l’idea”. Non essere rinunciatario come lui: al lavoro hai bonne chance.
CANCRO – Scrive Purtroppo non ti sei concessa una degna Vacanza d’inverno come Bernard MacLaverty (Guanda): “Non va bene per niente. Mi sento molto scossa”. “Forse è la glicemia. Dovremmo pranzare”. Appunto: la soluzione al tuo malessere psicofisico è più semplice del previsto.
LEONE – Se vuoi sapere cosa ti accadrà questa Estate, leggi il romanzo di Leonardo Colombati (Mondadori). Io sono ancora ferma all’esergo proustiano: “Il nostro cuore cambia, ed è il dolore più grande”. Quel che significa lo sai perfettamente: sarai tu a dirlo a me.
VERGINE – Lascia lo scetticismo in affido alla babysitter o al vicino di casa. Vedrai che diventare Felici per scelta non è così difficile, una volta ammesso, con William Woollard (Piemme), che “la fregatura consiste nella mancanza di convinzione in se stessi”.
BILANCIA –Sostiene Oliver Sacks (Adelphi): “In una certa misura tutti prendiamo a prestito da altri, dalla cultura che è intorno a noi. Le idee sono nell’aria”. Lasciati andare al Fiume della coscienza e scopiazza dal collega: non è reato; l’ha fatto anche Zuckerberg.
SCORPIONE – Cosa ha scoperto Chiara Alessi tra Le caffettiere dei miei bisnonni (Utet)? Che “il simbolo è qualcosa che tiene insieme: passato e presente, persone e aspirazioni”. Dalla tua, questa settimana, hai più d’un simbolo favorevole alla riconciliazione amorosa.
SAGITTARIO – La tua liaison è come quella di Sabrina Nobile: Per metà fuoco per metà abbandono (Sem). Tranquillizzati, però, perché il partner “non ama i viaggi e gli spostamenti, ma è pronto a fiondarsi da me in qualsiasi momento”. Non ti resta che riaccoglierlo.
CAPRICORNO – “Come a ogni fine impresa, inizio a sentirmi orfana. Orfana della strada che mi ha accompagnato e dei miei compagni di viaggio”. È la famigerata mestitia post coitum, ma Ivana Di Martino ha la risposta: Correre è la risposta (Sperling&Kupfer).
ACQUARIO – Alice Parodi racconta una storia a te familiare: si intitola Luna e bambina (Töpffer) e della prima scrive che “era sempre sola. Sapeva tante cose, ma non sapeva a chi raccontarle”. Tu, invece, lo sai: sforzati di condividere, anche i pensieri più neri.
PESCI – La protagonista del Quaderno dei nomi perduti di Sofia Lundberg (DeA Planeta) si sente dire: “Sono certa che è stata una modella graziosa, ma quel tempo è finito. Qui c’è posto solo per giovani”. Manda gentilmente a quel paese chi ti squalifica con motivazioni futili.