Facce di casta

 

Bocciati

Così libero che non sono più padrone di me stesso Nel secondo grado bis del processo Ruby bis, il bis bisognava chiederlo all’avvocato di Nicole Minetti. Se è assodato che esistono strategie difensive capaci di far impallidire la fantasia più fervida di uno scrittore, l’avvocato Pasquale Pantano è riuscito a meritarsi un posto sul podio per il surplus creativo. Il legale della Minetti, accusata di favoreggiamento della prostituzione, ha paragonato l’ex igienista radicale a Marco Cappato: come lui con dj Fabo, l’allora consigliera lombarda ha semplicemente agevolato le signorine che frequentavano le ‘cene eleganti’ di Arcore ad esercitare la loro libertà nell’autodeterminarsi, che nello specifico consisteva ‘nell’esercizio libero della prostituzione’. Insomma, eros o tanathos, sempre di libertà si tratta.

4

 

Giù al Nord Guido Crosetto (FdI) ha criticato l’ipotesi di un governo neutrale che conduca il Paese fino alle elezioni: “L’unico modo per avere un governo neutrale veramente sarebbe quello di incaricare uno svizzero e nominare ministri norvegesi e scandinavi….”. Forse gli influssi normanni nel patrimonio genetico di Mattarella potevano salvarci.

5

 

No Silvio, no cry Forza Italia ha maturato l’idea dell’astensione critica per far partire un governo M5S-Lega, non sostenuto ma guardato con benevolenza da FI. Uno dei più significativi lasciapassare arriva da Paolo Romani, la cui mancata elezione a presidente del Senato ha segnato il primo punto d’incontro dei due neo alleati: “Forse vale la pena che si sperimenti un governo giallo-verde”. Poi si aggiungono due triangoli neri e si vola con l’esecutivo Bob Marley.

5

 

Opposizione tosta-ta Alessia Morani (Pd), dopo aver sostenuto che il desiderio manifestato dagli italiani attraverso le urne fosse palesemente quello di mettere i democratici all’opposizione e di tentare un governo Lega-M5S, commenta così il suddetto: “Quando qualcuno pur di arrivare al potere è disposto a qualunque cosa c’è da avere i brividi. Disponibili a governare con chiunque #Lega #ForzaItalia #FDI e con il tanto odiato #Pd. Disponibili a rinnegare ogni battaglia, a svendersi. Disponibili a tutto #famelici #spregiudicati”. Altro che popcorn: questi sono campi di mais tostato.

4

 

Promossi

Neuroni senza specchio “Ora, offrire le grandi riforme costituzionali a chi chiede più reddito e più sicurezza è un errore madornale se non proprio una follia. Come offrire all’assetato su un’isola deserta invece che un bicchiere d’acqua un’altra escursione di 20 km sotto il sole del Mezzodì”. A parlare non sono Di Maio o Salvini: la constatazione di assoluto senso logico appartiene ad Elisabetta Gualmini, vicepresidente dem della Regione Emilia Romagna. Nonostante nel Pd sia sempre più comune la sindrome dei neuroni specchio del pensiero, c’è ancora chi riesce ad ascoltare una proposta dell’ex ora e sempre segretario senza cominciare a ripeterla immediatamente a mo di mantra.

7

La settimana Incom

 

Bocciati

Sex and the Oscar La vicenda delle molestie a Hollywood non sembra placarsi. Roman Polanski è stato appena cacciato dall’Academy insieme all’attore Bill Cosby (appena condannato per stupro).
Il regista ha annunciato di voler far causa al comitato che assegna la statuetta. Colpevole secondo il suo avvocato di non aver rispettato le regole interne alla Academy stessa e le leggi della California.
C’è un particolare di cui tener conto: i fatti che hanno causato l’espulsione risalgono agli anni Settanta. E non è che non fossero noti. Quarant’anni dopo suona leggermente demagogico.

 

N.c.

Di tutto, di più Verso la fine della stagione televisiva si pensa alla prossima. Dopo la disfatta delle Parodi sisters, rivoluzioni in vista a Domenica In. La scelta di non confermare Massimo Giletti non è stata saggia: lo ha ammesso lo stesso direttore generale di Viale Mazzini Mario Orfeo (“Il programma ha sofferto”). Il pomeriggio televisivo della domenica sarà diviso in due parti: la prima, lunga, affidata a una vecchia conoscenza dei telespettatori, Mara Venier; per la seconda confermata la presenza di Cristina Parodi (che ha un contratto biennale). Tutto cambia, perché nulla cambi.Titolo di stadio Donnarumma, portiere ventenne del Milan da sei milioni di contratto, fa due clamorose papere nella finale di Coppa Italia, vinta – ma va? – dalla Juventus e vista in tv da dieci milioni e mezzo di telespettatori. Sui social impazzano le battute sul suo gran rifiuto (l’anno scorso non ha preso il diploma da ragioniere): era meglio se dava prendeva la maturità.

 

Promossi

È la stampa che bellezza Strepitoso pezzo di Alberto Mattioli, inviato a Cannes per la Stampa di Torino, che fa le pulci ai giornalisti “incroisettati”. Pagelle per tutti gli inviati del mondo (voti molto bassi) e, a sorpresa, i colleghi italiani alla fine sono i meglio “o i meno peggio”.
“Il nostro cinema magari non brillerà ma, almeno nell’accostamento dei colori, restiamo i più esteticamente gradevoli o i meno svaccati.
Non vinceremo la Palma (però magari sì, in fin dei conti in concorso ci siamo) ma almeno non deturpiamo il paesaggio”. Ciao maestro
Ci ha lasciati il grande Ermanno Olmi. Abbiamo scelto una sua frase del 2001, per ricordarlo: “Ci ritroviamo tutti in balia dell’incasinamento generale, travolti e stravolti da un delirio da paranoia, a correre dietro a un mondo che corre più svelto di noi…
Ma dove stiamo correndo? E per quale ragione? E poi, siamo davvero così sicuri di correre dalla parte giusta? O si corre e basta? Quasi che il correre, l’essere dinamici e produttivi, il non ‘sprecar tempo’ fosse già una convenienza in sé, un risultato utile e appagante”.
Ci mancherà.

Sfidiamo tutti i giorni un mondo fatto per i destri. E vinciamo

Chissà se Michelangelo la mattina prendeva brioche e cappuccino al bar. Perché è quello il primo momento in cui i mancini si sentono così: diversi. Il cameriere, prima di porgere la tazzina, gira il manico verso destra. È un atto di cortesia. Ma tu, mancino, anche da quel movimento capisci di essere minoranza. Diverso, appunto. Ti guardi intorno e vedi che 9 clienti su 10 sono destrimani. Tu no, devi rigirare il manico. Oppure, per sentirti uguale agli altri, tenti di bere con la mano destra tremante e magari ti versi il caffè sulla camicia.

Dunque anche Buonarroti era nato mancino, lo dice Davide Lazzeri, esperto di medicina dell’arte. Ma anche Michelangelo, come milioni di mancini, fu costretto a usare la destra. O magari fu lui ad abbandonare la mano naturale per sentirsi uguale agli altri. Lui che già si distingueva per il genio. E si raffigurava negli autoritratti mentre dipingeva con la destra. Ma poi, quando aveva bisogno di forza e precisione, scolpiva con la sinistra. Non è il solo, Michelangelo. Mancini nell’arte, come Leonardo o Charlie Chaplin; nella politica come Giulio Cesare, Castro (poteva, Fidel, essere destro?) e Barack Obama. Ma anche nella scienza e nella tecnologia, da Albert Einstein a Bill Gates. Fino allo sport, da Maradona a Gigi Riva. Bè, allora noi tutti mancini ci sentiamo meno soli. Perché questo è un mondo fatto per i destri (che vanno forte anche in politica): le matite, le forbici, i mouse. Non si contano gli oggetti che non sono disegnati per noi. E ogni volta che li usi te lo ricordi: sei diverso.

Non è un male, quel piccolo sforzo per tenere ferme le forbici ti ricorda che non è giusto disegnare il mondo soltanto a misura di qualcuno: gli uomini e non le donne, gli etero, i bianchi, gli alti, i magri.

Per un attimo sei dalla parte dei pochi. E chissà se sia per questo, cioè la paura dell’uomo per le diversità, che sui mancini sono nati pregiudizi. Guardate le parole, che tradiscono sempre un pensiero profondo: lo sguardo sinistro, il tiro mancino. Perché nei secoli in cui usavano i duelli chi tirava con la sinistra era favorito dai movimenti imprevisti. L’ha studiato anche la scienza: c’è chi sostiene che l’uso della sinistra si accompagni a genio e creatività. Ma la scienza, piegata dalle dittature, giunse a dire che il mancinismo era segno di demenza. La diversità fa paura. Arriva qualcuno e decide quale sia la normalità (che a volte nasconde la mediocrità).

Una volta, ce lo ricorda la vita di Michelangelo, i mancini venivano corretti. La maestra ti chiamava alla lavagna e tu, davanti ai compagni che ridevano, tracciavi lettere tremolanti. Finché il cervello si arrendeva e diventavi uguale agli altri. Per fortuna oggi non è più così. Michelangelo disegnerebbe il proprio autoritratto con il pennello nella sinistra. Libero di sentirsi mancino, forse omosessuale, genio straordinario.

Grazie al suo mancinismo? Chissà. Ma non perché chi è mancino sia più estroso e geniale. Forse la scintilla è proprio nella percezione della diversità: con quel piccolo gesto davanti a un cappuccino capisci che tu non sei “normale”, che nessuno forse lo è. E guardi la brioche e il mondo con occhi più attenti.

Unit linked, attenti alle assicurazioni ad alto rischio che non assicurano

La difesa del risparmio non sarebbe compito della Corte di Cassazione. Finisce invece che vi provveda indirettamente lei, anziché chi vi è preposto o chi ogni giorno si vanta di tutelare consumatori e risparmiatori.

Ha avuto una notevole eco una recente sentenza (30 aprile 2018, n. 10333) riguardante le polizze vita dette unit linked, cioè quelle collegate alle quote (unit) di uno o più fondi, che da parecchi anni banche, assicurazioni e sedicenti consulenti finanziari rifilano a tutto spiano. Essa ha infatti stabilito che le polizze vita sono da considerarsi tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, altrimenti sono normali investimenti finanziari. Applicando tale principio, le unit linked perderebbero l’esenzione dall’imposta di bollo e di successione, di cui ora immeritatamente godono (e così non permetterebbero più di eludere le tasse sull’eredità).

In effetti si tratta di vere e proprie prese in giro per i risparmiatori, perché garantiscono non una cifra, bensì un numero di quote, coi venditori che blaterano che “un fondo non può fallire”. Già, anche i fondi pensione o i fondi comuni formalmente non possono fallire, ma uno può perdere anche il 95 per cento. In passato ci fu un fondo che perse addirittura più del 100 per cento (sic).

Da anni sarebbe potuto intervenire l’organo di vigilanza (prima Isvap e poi Ivass) e non l’ha fatto. Inoltre tali prodotti hanno goduto degli atteggiamenti benevoli di varie associazioni di consumatori e ovviamente del portale governativo dell’educazione finanziaria (Quellocheconta.it), così come hanno collezionato applausi (infondati) da parte del giornalismo economico.

Praticamente nessuno spiega che sono pseudo-polizze dove, salvo tutt’al più per una componente minima, gli assicuratori non assumono nessun rischio e quindi non fanno gli assicuratori.

Un evviva quindi alla Suprema Corte, se la sua sentenza riuscirà a mettere i bastoni fra le ruote delle compagnie di assicurazione. Ma grazie alla Cassazione anche per altro. Un articolo sul Fatto Quotidiano dell’8 febbraio 2016 segnalava le enormi difficoltà per un lavoratore, se l’azienda tralascia i versamenti dovuti al fondo pensione. Ma se essa addirittura fallisce? Proprio un’altra sentenza (Sezioni Unite, 20 marzo 2018, n. 6928) ha chiarito che i crediti per i versamenti a fondi pensione non sono crediti privilegiati nei fallimenti. Lo è invece il Tfr, per di più garantito dall’Inps. Emerge dunque un altro punto a sfavore della previdenza integrativa. E quindi un ulteriore motivo per non aderirvi.

 

In stato vegetativo: questi sconosciuti

Regione che vai, cura che trovi. È il caso di dirlo per chi esce dal coma e ha bisogno di una lunga riabilitazione. Il Nord Italia è più attrezzato, con numerose residenze sanitarie post acuzie, mentre al Sud quelle che ci sono non coprono il fabbisogno. I servizi erogati ai pazienti a domicilio variano addirittura da città a città. L’accesso a psicologi, logopedisti, fisioterapisti per molti è un miraggio perché le asl hanno tagliato sul personale. Solo la Lombardia garantisce un voucher da mille euro al mese per le persone in stato vegetativo. Orientarsi comunque è impossibile. Nemmeno il ministero della Salute ha il polso della situazione. Il Centro di ricerche sul coma dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano nel 2015 ha coordinato la prima indagine a livello nazionale sui luoghi di cura per le persone in stato vegetativo e di minima coscienza. Ma una descrizione dettagliata dei servizi erogati a domicilio nelle nostre province non esiste ancora. I ricercatori del Besta chiedono al ministero della Salute di stanziare altri fondi per proseguire lo studio. Per fare meglio, è inaccettabile ignorare e trascurare le diseguaglianze sul territorio.

Cartelle rottamate, la sanatoria spacciata per lotta all’evasione

Ultime ore a disposizione per aderire alla rottamazione bis delle cartelle riguardanti imposte, tasse, locali, multe stradali, contributi previdenziali e assistenziali. Domani 15 maggio, infatti, terminerà la possibilità di estinguere i debiti iscritti a ruolo affidati alla riscossione dal primo giugno 2000 al 30 settembre 2017 (la precedente rottamazione si fermava al 31 dicembre 2016) attraverso il versamento delle somme dovute senza, però, corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Per le multe stradali, invece, non si pagheranno gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

Per presentare la domanda è necessario inviare l’istanza (in formato digitale o cartaceo) all’Agenzia delle Entrate-Riscossione utilizzando il modulo (DA 2000/17) attraverso il form sul portale agenziaentrateriscossione.gov.it “Fai d.a. te” che permette la compilazione tramite pc, tablet e smartphone, allegando il documento di riconoscimento; attraverso la casella di posta elettronica certificata (pec), sempre insieme alla copia del documento di identità; agli sportelli presenti sul territorio nazionale (esclusa la Sicilia) che sabato scorso sono stati anche aperti.

Poi, entro il 30 giugno 2018, per i carichi affidati alla riscossione nel 2017 ed entro il 30 settembre 2018 per quelli dal 2000 al 2016 (vale a dire le cartelle non sanate con la prima rottamazione e che il contribuente ha deciso di pagare in maniera agevolata), l’Agenzia invierà una comunicazione di accoglimento o di diniego. In caso di risposta positiva, l’Agente della riscossione comunicherà anche l’ammontare del debito ammesso alla definizione agevolata. Per chi rottama le cartelle gennaio-settembre 2017 la legge prevede fino a un massimo di tre rate (ma il contribuente può scegliere anche di pagare tutto con la prima): a ottobre e a novembre di quest’anno e a febbraio del 2019. Le prime due pari al 40% del debito, mentre il restante 20% è dovuto con la terza rata. Per i ruoli relativi al periodo 2000-2016 si può, invece, pagare o in un’unica rata il prossimo luglio o in più rate fino a un massimo di 5: luglio, settembre, ottobre e novembre nel 2018, mentre l’ultima è fissata a febbraio 2019. Tutte e cinque avranno un importo pari al 20% del dovuto.

Fin qui tutti elementi ben noti ai contribuenti, visto che stando agli ultimi dati ufficiali diffusi, fino al 2 maggio sono state presentate circa 455mila domande di cui la metà arrivate attraverso i servizi digitali e la pec, mentre gli altri hanno preferito presentarsi davanti uno sportello fisico. In testa alla classifica regionale ci sono il Lazio (circa 77mila domande), Lombardia (58mila) e Campania (47mila).

Ma allora la rottamazione conviene? I vantaggi per chi decide di presentare la domanda sono evidenti: in primis lo sconto riconosciuto che va dal 25% al 40%. In pratica, più le cartelle sono datate, maggiore sarà il risparmio. Tanto che i tecnici dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione ritengono che l’obiettivo di raggiungere mezzo milione di domande entro il 15 maggio sarà facilmente superabile per la gioia dell’Erario che non dovrebbe, quindi, avere problemi a incassare quanto previsto nella relazione tecnica sottoscritta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) e l’Agenzia in tema di lotta all’evasione.

In particolare entro il 2018 ci si aspettano 10,974 miliardi di euro, 9,46 miliardi per il 2019 e 9,15 miliardi per il 2020. Un tesoretto che si basa, però, sulla definizione agevolata che porterà in dote un bottino da 1,6 miliardi di euro. Mentre nel 2017, l’attività di recupero dell’evasione fiscale ha portato nelle casse dello Stato 20,1 miliardi (un aumento del 5,8% rispetto al 2016, quando il risultato si era fermato a 19 miliardi), di cui 6,5 miliardi sono stati proprio il risultato della rottamazione delle cartelle.

Un’operazione che viene, quindi, ricondotta sotto la voce “lotta all’evasione” anche se ad aderire al pagamento a rate sono poi contribuenti che hanno ricevuto una cartella esattoriale per una multa, un mancato pagamento dei contributi previdenziali, un errato calcolo delle tasse. E che nella maggior parte dei casi non rappresentano evasori incalliti, sconosciuti al Fisco, che invece concorrono a generare un buco nero di oltre 110 miliardi di euro l’anno.

Una cifra 10 volte superiore (12,5 miliardi di euro) a quella che deve reperire il governo per metterla a bilancio nella legge di Stabilità 2019 (altri 19 miliardi di euro vanno poi trovati nel 2020) per evitare l’aumento dell’Iva dal 10% all’11,5% e quella ordinaria dal 22% al 24,2% nel 2019.

Un consiglio: prima di fare domanda, meglio ricordare che poi chi non paga le rate, ma anche se lo si fa in misura ridotta o in ritardo, perderà i benefici e sarà costretto a versare l’importo comprensivo di sanzioni e interessi.

La “repressione” dopo Moro e la “prevenzione” tedesca

Durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne posto alla guida di un nuovo reparto antiterrorismo. L’apparato fu diviso in una decina di sezioni speciali “in grado di agire senza limiti e vincoli territoriali”. (…)

Dal 10 al 16 maggio 1978 sull’onda emotiva dell’assassinio di Moro, la Camera discusse la conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge del 21 marzo 1978 n. 59 concernente “Norme penali e processuali per la prevenzione e la repressione di gravi reati”. Se sommato alle modifiche della “legge Reale”, il provvedimento prevedeva misure che, oltre ad allargare le competenze del ministro dell’Interno, andavano a toccare la sfera della libertà personale (fermo di polizia), l’inviolabilità del domicilio, il diritto di difesa dell’accusato e la segretezza del processo istruttorio. Si iniziò a parlare di “ravvedimento attivo”, “collaborazione” e “dissociazione”. Grande attenzione si sarebbe dedicata ai mezzi di difesa dell’imputato, in particolare dove la norma prevedeva che il fermato potesse essere interrogato senza la presenza del difensore e senza che fosse redatto verbale dell’interrogatorio. (…)

Il Psi sostenne il carattere di transitorietà del provvedimento in quanto sfiorava i limiti costituzionali e il Pli sposò un’azione legislativa non più contingente e affrettata ma con solide basi preventive e, all’occorenza, repressive. Lo stesso Pli, prima di astenersi, ricordò come negli altri Paesi democratici occidentali, in particolar modo in Gran Bretagna e in Germania, le leggi penali e processuali fossero state accompagnate da misure amministrative e normative per incrementare l’efficienza dei servizi di polizia e di sicurezza. Il Movimento sociale propose di configurare in maniera diversa il delitto politico e in sostanza di depoliticizzarlo (“si tratta di atti di guerra e come tali dovrebbero essere trattati”), di introdurre l’istituto della taglia, di approfondire il tema della diminuzione della pena per chi collaborava e di riflettere sulla funzione politica preventiva e repressiva della pena di morte.

Il Partito comunista approvò il provvedimento e difese dalle critiche socialiste il Csm, che si espresse con pareri sfavorevoli sulle misure antiterrorismo. Il Partito radicale si oppose alla pena di morte come istituto da contrapporre al pericolo terroristico. Nonostante le riserve, il decreto fu convertito nella legge 18 maggio 1978 (n. 191), nove giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro. Il provvedimento introdusse per la prima volta il reato di “sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione” e il “pentimento operoso”, che già prevedeva degli sconti di pena per il reo che liberava l’ostaggio. (…)

Incentivare il dissociazionismo e la delazione diventò, per lo Stato, il fulcro centrale su cui costruire una strategia antiterrorismo capace di far implodere i gruppi armati, già in una fase di grande indebolimento. (…) Infine, s’introdussero due nuovi reati: “associazione per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico” (art. 270-bis del codice penale) e “attentato per finalità terroristiche o di eversione” (art. 280 c.p.) con aumenti di pena. (…) I governi e gli apparati di sicurezza tedesco-occidentali e italiani affrontarono la violenza politica armata in due contesti politico-sociali e costituzionali profondamente diversi. (…)

La documentazione descrive come nella Repubblica federale tedesca, tra il 1967 e il 1982, le misure preventive furono regolate da un’architettura legislativa organica contro gli estremismi, che ha contribuito a spegnere il consenso intorno agli atti violenti e ai gruppi armati. Prevalse un modello di gestione antiterrorismo di stampo preventivo. E i provvedimenti di stampo anticomunista e antifascista, approntati negli anni Cinquanta e Sessanta, hanno senz’altro rappresentato una base solida per legittimare il monitoraggio di ampi strati della popolazione. Una produzione legislativa organica da parte del Parlamento, e un conseguente controllo preventivo promosso dagli apparati di sicurezza, generarono una tabula rasa intorno ai potenziali futuri consensi verso i gruppi armati. Si può inoltre ipotizzare un legame tra l’emanazione di una legislazione antiestremismi e l’evoluzione di un terrorismo rosso, diffusosi in minor misura rispetto ad altri Paesi. La sussunzione del movimento operaio tolse poi dalla scena uno dei maggiori protagonisti delle contestazioni. (…)

Nel confronto tra i due Paesi, interessanti sono le interviste-dibattito tra i ministri degli Interni Virginio Rognoni e Gerhart Baum sul tema del pentitismo, pubblicate dall’Espresso nell’ottobre 1981. Emerse una diversità di vedute soprattutto riguardo all’adozione del diritto premiale e quindi della legislazione sui pentiti. Baum sostenne che nella Germania Ovest erano stati ottenuti successi con il metodo della persuasione e che nel trattamento degli arrestati esistevano “poche possibilità concrete di concedere alleggerimenti di pena o facilitazioni: questo, spiega, per ragioni giuridiche”. Non si disse però contrario a offrire ai pentiti incentivi simili, benché li considerasse degli strumenti impopolari.

Rispetto all’Italia, il fenomeno del dissociazionismo nella Repubblica federale tedesca vedrà una sua regolamentazione organica soltanto nel 1989, quando lo Stato “garantì la riduzione della pena per i terroristi che si dissociavano e/o testimoniavano”. Nella pratica, tuttavia, alcuni tra i militanti della Raf (Rote armee fraktion) e delle Cellule rivoluzionarie vennero coinvolti in tali procedure già dalla seconda metà degli anni Settanta, collaborando con la giustizia e partecipando alle indagini della polizia e del Bfv (i Servizi segreti tedeschi). Se guardiamo al campo di applicazione di alcune prassi da parte degli apparati di Pubblica sicurezza, questo istituto iniziò a essere sperimentato già dal 1976, quando alcuni appartenenti alla Raf iniziarono a godere di riduzioni di pena in cambio della collaborazione con la giustizia e le istituzioni.

Comuni, stretta anti-movida e crociate “anti-bangla”

Stop a led di cattivo gusto, merci accatastate, serrande vecchie e imbrattate. A Roma il Campidoglio, lo scorso 17 aprile, ha approvato il nuovo Regolamento Unesco, contro il degrado urbano, per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali. All’ombra del Colosseo, e in misura meno severa fino ai confini del centro storico, per i prossimi tre anni, sono vietati phone center, sexy shop e sale scommesse. Un provvedimento che dovrebbe mettere fine anche a minimarket, kebabari e negozi suk, contro i quali già da qualche anno, è iniziata una crociata nazionale, a tutela delle tipicità locali e del made in Italy.

Insomma, nel cuore delle città tutto deve parlare italiano. E c’è chi ce l’ha fatta. A Firenze, il sindaco del Dario Nardella (Pd) – che ha fatto da apripista, approvando il primo Regolamento Unesco in Italia, nel gennaio 2016 – ha perfino imposto ai negozi in pieno centro di vendere almeno per il 70% prodotti di filiera corta, tipicamente toscani. Un’iniziativa che ricorda quella del sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci, che sempre nel 2016 emanò un’ordinanza anti kebab, imponendo ai commercianti di esporre in vendita prodotti per il 60% di provenienza veneta. Misura contro cui si è scagliato il neosindaco Sergio Giordani (Pd). Il Regolamento fiorentino ha suscitato forti polemiche tra bengalesi e pachistani. La legge, infatti, impone ai negozi con meno di 40 mq che somministrano alcol, sprovvisti di servizi igienici per i clienti, di mettersi in regola entro due anni, pena la sospensione dell’attività o una multa. Insoddisfazione che regna anche tra i colossi del commercio. Federdistribuzione (l’associazione dei grandi supermercati) ha accusato il Comune di violare le norme sulla liberalizzazione e di avere poteri troppo ampi in materia di commercio. Lo stesso ha fatto McDonald’s, a cui Nardella ha negato l’apertura in piazza Duomo. Tutti hanno fatto ricorso al Tar ma Palazzo Vecchio ha sempre vinto.

Il “modello Nardella” è attecchito in tutta la Toscana. A Prato, già nel 2009, con il sindaco Roberto Cenni (Pdl), si impose in centro il divieto all’apertura di nuovi kebabari. La giunta Biffoni del Pd, attualmente in carica, ha emanato un regolamento sul commercio con cui si vietano nuovi market etnici nel centro cittadino e si dà risalto alle eccellenze locali. Anche Pisa, con una delibera in vigore fino al 25 maggio, proibisce l’apertura di nuovi minimarket, in centro e in stazione, per limitare la vendita di bevande alcoliche.

Il blocco delle amministrazioni cittadine alla nascita di nuovi esercizi commerciali è un fatto recente. Dal decreto Bersani del 1998, aprire un’attività è diventato semplicissimo, e con il Salva Italia nel 2012 (governo Monti), che ha liberalizzato orari e giorni, è possibile lavorare anche no stop. I temi della sicurezza e della tutela del decoro pubblico hanno cambiato completamente i giochi nel settore. Da un lato, l’approvazione nel 2016 del decreto Scia 2 “salva centri storici”, voluto dal ministro Franceschini, ha dato pieni poteri ai sindaci di decidere in merito agli esercizi commerciali nei centri Unesco delle città. Dall’altro, la legge Minniti-Orlando, in nome della sicurezza urbana, ha autorizzato l’espulsione delle marginalità sociali dalle città e la riqualificazione dei luoghi degradati. Norme che pongono un freno proprio laddove il centrosinistra lo aveva tolto con Bersani, da un lato strizzando l’occhio all’imprenditoria made in Italy, dall’altro intervenendo nei rapporti concorrenziali tra minimarket e locali autoctoni. L’arbitro è il primo cittadino, a cui anche la Minniti-Orlando affida di fatto super poteri. Nella legge, la parola degrado è associata pure alla somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche. Da qui, la limitazione della vendita di liquori e birre ai minimarket – rei, secondo le amministrazioni, dell’abuso di alcol da parte dei giovani – presente in quasi tutte le ordinanze sul decoro. A Bologna, il sindaco Virginio Merola (Pd) – famoso per aver emesso nel 2016 un provvedimento che imponeva agli alimentari di non refrigerare gli alcolici – ha approvato, solo pochi giorni fa, un regolamento per contrastare il degrado urbano, nell’area di piazza San Francesco, via del Borghetto e via de’ Marchi, dove fino al 30 settembre, sarà vietato consumare alcol dalle ore 20 alle 7 del giorno dopo.

I disordini di piazza San Carlo, il 3 giugno 2017, durante la proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, hanno portato all’ordinanza anti-movida emessa dalla sindaca di Torino Chiara Appendino (M5s), con cui si vieta la vendita da asporto di liquori, birre e distillati dalle 21 alle 6 nelle zone più frequentate: Vanchiglia, piazza Vittorio, San Salvario. Il divieto non riguarda i locali, dove la somministrazione delle bevande nei dehor continua fino alle 3. I più danneggiati restano quindi i minimarket, colpiti nelle loro peculiarità: orari no stop e bibite economiche. Ma il regolamento piace sia ai sostenitori del decoro che ai gestori di locali, che non dovranno più concorrere con 1,20 euro di birra “bangla”.

 

Quei ragazzi di Pavia entusiasti e impegnati nel Tempo della Storia

E voi provate a trovarne tanti altri così, allora. Nella Pavia del sabato pomeriggio che si crogiola e un po’ si stravacca nelle piazze al sole, queste decine e decine di ragazzi, che stanno tutti tra i diciotto e i trenta, si riuniscono in gruppo nella frescura del Broletto ad ascoltare le storie di un mondo in cui non hanno mai vissuto. Puntano gli occhi come avessero un mirino, si emozionano, prendono appunti, fanno avidamente spazio a nuove memorie. Sono una squadra e si vede. Una squadra speciale. Sono quelli del “Tempo della storia”, una straordinaria associazione nata nel 2014.

Due angeli custodi, Antonio Sacchi, ispiratore e artefice del progetto, e Bruno Ziglioli, professore di Storia contemporanea. E poi una marea di giovani che amano conoscere il passato recente che si aggira ancora tra noi, i suoi luoghi, i suoi protagonisti. “Lei li guardi. Ognuno ha scelto spontaneamente di venire. Sono felici quando trovano nella storia contemporanea cose nuove. Vuol sapere come è nato tutto questo? Glielo racconto. C’era una volta ‘Il tempo della storia. Il Novecento’, un progetto culturale promosso e organizzato dalla provincia di Pavia, nato nel 1980. Era un corso/concorso che attraeva centinaia di studenti dell’ultimo biennio delle superiori. È durato per più di trent’anni, senza interruzioni. Poi hanno abolito le Provincie e noi abbiamo voluto tenerlo ugualmente in vita. Così è nata un’associazione di promozione sociale d’accordo con Comune, università e un gruppo giovanile chiamato ‘Testimoni e protagonisti’. I soldi? Ce li danno alcuni enti pubblici e un po’ di privati, compresi un paio di Rotary Club. E le posso assicurare che sono soldi usati col misurino, non so quanti riuscirebbero a fare le stesse cose con i fondi che amministriamo noi”. Antonio Sacchi è uomo di cultura. Ama questo progetto, gli piace da matti tirar su giovani pensanti e si vede. Nella calura pavese è una delle pochissime creature che resista alla cravatta.

Spiega che la prima fase del progetto prevede un intenso ciclo di conferenze. Un tema scelto di anno in anno, sempre Storia contemporanea, frequentate da 400-500 studenti (“e sarebbero pure di più se ci fossero spazi più grandi”). Precisa che poi ci sono le prove di concorso, affrontate da 150-200 studenti, e che infine per i vincitori, 40-45, arriva il premio: un impegnativo ma indimenticabile viaggio di studio. Una settimana gratuita di visite e incontri e discussioni, alla fine della quale nessuno torna uguale a prima.

“Pensi che per assicurare la massima trasparenza, la prova orale si svolge alla presenza di studenti ex vincitori. In trentotto anni sono state toccate tutte le realtà europee più coinvolgenti sul piano storico e culturale, e in epoca di guerra fredda abbiamo attraversato spesso la cortina di ferro. Grandi capitali e città d’arte e di cultura, parlamenti, istituzioni culturali, luoghi dell’oppressione politica totalitaria, sia i campi di concentramento e di sterminio nazisti, sia la sede della Stasi e altri siti/museo dell’oppressione sovietica, ma anche i luoghi delle grandi battaglie, come le spiagge dello sbarco alleato in Normandia. Insomma, tutto ciò che la scuola non può darti: da Auschwitz a Budapest, dalla Spagna della guerra civile a Praga o Norimberga. Tutto fondato sul volontariato, stia attento: quello dei docenti che fanno le conferenze, fantastica una di Agnes Heller, come quello delle commissioni giudicatrici”.

Una storia civile bellissima. Anche perché i vincitori ne sono così orgogliosi da aver dato vita a una loro associazione. Una grande comunità della memoria che attraversa la storia di Pavia. Ogni anno una trentina di vincitori torna sul “luogo del delitto”, ossia al viaggio, stavolta a proprie spese, per rinsaldare la comunità.

Ecco, è questo spirito speciale che aleggia nel sabato pomeriggio per le sale del Broletto. Ci sono gli ex allievi della università che si associano per fare lobby, e spesso funziona. Questi “vincitori” no, si riconoscono invece in un ideale, il valore della memoria. Senza trarne tanti vantaggi. Matteo e Riccardo, che organizzano anche cineforum (“e siamo contenti quando arriviamo a 50 spettatori”), spiegano ridendo che la stampa locale non è che li aiuti molto. E che a volte perfino con le sale non se la passano bene. Sta di fatto che sono energia allo stato puro. Perciò l’ex ministro degli anni di piombo, Virginio Rognoni, ospite d’onore, se li coccola con lo sguardo dall’alto dei suoi novant’anni. Come a dire che forse c’è ancora speranza.

MediaPro, tra ricchi scemi e superpippe

Due bandi che vanno a vuoto; un terzo con la madonna Mediapro che appare e promette la salvezza eterna (1.050 milioni); la Lega che grida al miracolo e assegna i diritti; Sky che fa ricorso; la fideiussione di Mediapro che non arriva più; il Tribunale che dà ragione a Sky; Mediapro che fa ricorso; la Lega senza una lira che va in paranoia; i tempi che slittano; e il terrore che il baraccone del pallone imploda su se stesso. Diciamolo: si stanno superando i presidenti di serie A che 60 anni fa (guarda caso dopo la non qualificazione al mondiale del 1958) Giulio Onesti definì “ricchi scemi”. La domanda è: riusciranno i nostri eroi a battere il record di minchioneria stabilito una quindicina di anni fa ai tempi di “Gioco Calcio” e di “Conto Tv”? Come si dice in questi casi, riavvolgiamo il nastro.

Il 26 agosto 2003 viene presentato in pompa magna il consorzio televisivo “Gioco Calcio Tv” presieduto da Antonio Matarrese, grande boss del pallone e all’epoca vicepresidente della Lega, che si propone di tutelare gli interessi di alcuni club di seconda fascia (sei di serie A: Ancona, Brescia, Chievo, Empoli, Modena e Perugia; e sei di serie B) rimasti senza contratto televisivo. A garantire la bontà dell’operazione ci sono personaggi illustri come Franco Tatò, Lucia Morselli ed Enrico Bendoni legati a Pmt (Plus media trading), la controllante di “Gioco Calcio” che ha come presidente Gino Corioni, proprietario del Brescia, e come sponsor Franco Sensi, presidente della Roma. Che cos’è “Gioco Calcio”? Praticamente il canale tv ante litteram della Lega Calcio, nato per contrastare lo strapotere della neonata Sky. Squilli di tromba, ma tempo pochi mesi e già volano gli stracci. E le denunce. I club che hanno aderito infatti non vedono una lira: e i milioni che ballano sono tanti, almeno 50. Il Modena è il primo a saltare dalla bagnarola facendosi rimorchiare in mare aperto dal transatlantico Sky; ma è il Perugia, assistito dall’avvocato Grassani, a rompere gli indugi e a portare tutti in tribunale chiedendo il pagamento dei 9 milioni pattuiti. “Siamo un pugno di uomini coraggiosi che sfidano l’impossibile”, avevano detto Matarrese & C. il giorno della presentazione. Peccato occorressero i soldi: innanzitutto per ricapitalizzare la società. Ma i centomila euro di capitale iniziale, che dovevano diventare 30 milioni entro la fine del 2003, centomila euro sono rimasti. Un po’ pochi, diciamolo.

Che dire poi dell’estemporaneo flirt, poco più di un coitus interruptus, portato avanti con “Conto Tv”? Già il fatto di nascere dalle ceneri del defunto canale televisivo “Superpippa Channel” (come dice la parola stessa, specializzato in programmi a luci rosse) avrebbe dovuto mettere in guardia: e invece no. Chiusa per intervento dell’Authority, Superpippa rinasce nel luglio 2004 come pay tv e col nome di “Conto Tv”. I programmi hot a dire il vero proseguono (fra i più apprezzati, le lezioni di inglese tenute da pornostar), ma nel 2007 “Conto Tv” sbarca di colpo nel calcio acquistando i diritti della Fiorentina, partite di serie B e serie C1 e addirittura i preliminari di Champions e Europa League. Sembra l’inizio di un grande amore col Palazzo del Pallone, un’attrazione fatale: e invece il destino è cinico e baro e il Tribunale di Milano intima la chiusura anche di “Conto Tv”, che nell’agosto 2013 prematuramente ci lascia. Non fiori, ma superpippe.