Poteri sforzati. Mentre Salvini e Di Maio iniziavano le trattative per il governo del superpopulismo, l’establishment si è ritrovato alla Camera per quella boiata pazzesca del premio Carli: non serve a nulla se non a mettere insieme nostalgici del Nazareno e boiardi di Stato guidati dal berlusconiano Gianni Letta
La fine dei Corleonesi: tra 41 bis e morti, restano macerie e un fantasma
A capo di un esercito in rotta, l’ultimo “corleonese” ancora libero, Matteo Messina Denaro, latitante da venticinque anni, è custode soprattutto di segreti: il pentito Nino Giuffrè raccontò che il papello di Riina poteva essere finito nelle sue mani. E, padrone di quei segreti, il rampollo ormai 56enne è il simbolo di una stagione, quella corleonese di attacco allo Stato, ancora oscura ma certamente irripetibile nella storia ultra-centenaria di Cosa nostra, che fin dall’Unità d’Italia è andata a braccetto con la politica, locale e nazionale. Quei settanta-ottanta corleonesi, scesi dalle montagne della Rocca Busambra guidati da Riina e Provenzano alla conquista di Palermo e dei suoi grandi affari, spazzarono via a colpi di kalashnikov l’aristocrazia mafiosa che da 150 anni ballava nelle sale luccicanti dei palazzi nobiliari del capoluogo accanto a ministri, presidenti di Regione, capi delle forze armate e grand commis di Stato.
I Corleonesi cancellarono gli avversari in soli due anni, dall’aprile ’81 all’autunno dell’83, in quella che impropriamente è stata chiamata “guerra di mafia”: a terra, tra morti, feriti e scomparsi, vittime della lupara bianca, rimasero oltre 1500 persone, ma tutte da una parte sola. Accanto ad una violenza bestiale, i Corleonesi, tutti vivi dopo la “guerra”, sperimentarono sul campo vere e proprie tecniche di intelligence: compartimentazione delle informazioni, infiltrazione nelle cosche avversarie, omicidi chirurgici, a soli fini di potere. Al punto che Riina inventò la “Supercosa”, una cellula ancora più segreta: “Può definirsi una Cosa nostra all’interno di Cosa nostra, senz’altro frutto dello stravolgimento di tutte le regole di essa – mise a verbale uno dei primi pentiti corleonesi, Vincenzo Sinacori – Si strutturava in due gruppi di uomini, ciascuno dei quali all’oscuro della composizione dell’altro, ed entrambi alle dipendenze di Totò Riina. La sua nascita fu sancita durante una riunione tenutasi a Palermo… era la risposta alla nascita della Superprocura antimafia, ma non solo, Riina diceva che Cosa nostra doveva riorganizzarsi attraverso la costituzione di gruppi molto ristretti i cui componenti non avevano alcun obbligo di informare delle loro azioni i rispettivi rappresentanti e capi mandamento”.
Era il 1991, alla vigilia delle stragi, e pochi mesi dopo, raccontò Giuseppe Graviano al suo compagno di socialità Adinolfi, bisbigliando, che otto killer erano schierati in platea al teatro Parioli di Roma per uccidere Giovanni Falcone, più volte ospite del Costanzo Show: “C’erano otto persone eravamo io, palermitani, due di Brancaccio, amici, due di… che poi se ne sono andati che avevano un matrimonio, e altri due che si sono fatti entrambi pentiti, uno di Castelvetrano e uno di Mazara”. Ora la Dia, come rivelato sabato scorso dal Fatto, ha trovato le foto di quei killer seduti in platea, tra cui Messina Denaro, anche se quella sera sul palco l’ospite non era Falcone.
Il rapporto mafia-politica, nel delirio di Totò Riina, si era invertito ed era lui che pensava di dare le carte, cosa che fece per una breve stagione. Ma quelle stragi furono l’atto finale. E oggi, al netto dei patti inconfessabili stretti in oltre 70 anni tra pezzi dello Stato e mafia, Riina sarà ricordato dagli storici come l’uomo che ha ucciso quella Cosa nostra.
Ecco il boss che studia da Capo dei Capi
L’ultimo “padrino” di Cosa nostra è Stefano Fidanzati: erede del super boss dell’Arenella-Acquasanta Gaetano (morto nel 2013 a 78 anni), a Palermo oggi ha il “rispetto” sia dell’aristocrazia mafiosa cittadina sia degli “uomini d’onore” sostenitori della continuità “corleonese” al vertice di una rinnovata Cupola che, orfana del capo dei capi Totò Riina, non trova unità d’azione e strategia ormai da troppo tempo.
La commissione regionale, una sorta di parlamento di Cosa nostra, non si riunisce dall’arresto di Riina: 15 gennaio 1993. Finché il capo dei capi è rimasto in vita il problema non si è neppure posto. Adesso qualche “contatto”, invece, è ripartito: come rivelato dall’ordinanza dell’inchiesta “Mandamento della Montagna” – che ha duramente colpito i clan agrigentini a inizio 2018 – sono stati ricostruiti “frequenti e stretti rapporti tra esponenti mafiosi della provincia di Agrigento e i componenti di famiglie mafiose operanti in altri territori tra cui Palermo, Caltanissetta, Enna, Trapani, Catania e Ragusa, confermando ancora una volta la struttura unitaria della organizzazione mafiosa Cosa nostra”. Preludio alla rinascita. Ed è in questo contesto che a Palermo il nome di Stefano Fidanzati viene pronunciato a mezza bocca, con timore e anche malcelata ammirazione tra le strade dell’Arenella che guardano al mare, come via Vincenzo de’ Paoli, sotto il palazzo dove il “compianto” Gaetano ha tenuto la sua residenza.
È libero, e passeggia per quelle stesse strade dal 23 gennaio scorso dopo aver scontato un anno e quattro mesi per estorsione, Stefano, il più rampante dei quattro fratelli del fu Gaetano; nel curriculum ha esperienze di narcotraffico, non è giovane, ha 70 anni, ma può vantare la capacità di stringere accordi anche con i boss di San Giuseppe Jato, il mandamento un tempo retto da Giovanni Brusca, u verru (“il porco”), uno degli uomini più feroci nel gruppo degli stragisti che sferrò l’attacco allo Stato negli anni Novanta, responsabile dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo: sciolto nell’acido.
Matteo Messina Denaro, erede del mandamento di Castelvetrano, latitante dal 1993, mantiene accesi i riflettori su di sè con il “fascino” di chi non si fa prendere ma è lontano dai “business” più importanti di Palermo per poter ambire veramente al ruolo di capo dei capi. Così Stefano Fidanzati, in silenzio, cercando di farsi notare il meno possibile, sta costruendo mattone su mattone la sua scalata al vertice della piovra siciliana.
Si porta dietro, Fidanzati, il prestigio mafioso di un nome che ha piena cittadinanza nell’aristocrazia criminale palermitana, ma che non ha fatto parte di una famiglia sconfitta dai Corleonesi, perché il fratello Gaetano con gli uomini di Riina e Provenzano è sceso a patti e ha fatto affari. Era roba sua, ad esempio, la piazza milanese: furono i Fidanzati – come riportato anche in numerosi dossier della Dea americana – a seppellire la capitale morale d’Italia, Milano, sotto una coltre inesauribile di cocaina. E proprio a Milano, non in Sicilia, Gaetano Fidanzati fu arrestato il 5 dicembre 2009. Si porta appresso, Stefano Fidanzati, come medaglie, le “imprese” dell’amato fratello maggiore Gaetano, come la condanna nel mitico maxi-processo, una latitanza in Argentina, dove fu arrestato e dove andò a interrogarlo Giovanni Falcone che si sentì rispondere: “Dottore, io sono un perseguitato politico”.
Insieme, i due fratelli Fidanzati, sono stati artefici dell’ultima “fatica” che è costata il carcere a Stefano. C’era da ristrutturare il porticciolo dell’Arenella all’inizio degli anni Duemila e Gaetano, da latitante, gestisce e dirige alla luce del sole accordi e impegni per imporre le ditte gradite. Aggancia così l’imprenditore, titolare di un’azienda di rimessaggio, che denuncerà tutto, anche grazie ad Addiopizzo, e poi racconterà al processo per estorsione: “Il primo contatto lo ebbi con suo fratello, Stefano Fidanzati, che subito dopo l’acquisto (del porticciolo, ndr) veniva ogni giorno a chiedermi se avevo bisogno di operai e se potevo dargli un aiuto per le famiglie dei carcerati. Gli risposi che non avevo un euro, che avevo investito tutto nell’acquisto e nella ristrutturazione”. Era il 2002. Passa poco tempo e Stefano Fidanzati ricompare al cospetto del bersaglio: “Avevo chiesto i preventivi a due ditte per scavare il fondale del porto, per renderlo idoneo all’attracco delle barche. Ma Stefano Fidanzati intervenne e mi propose di rivolgermi alla Epidan Costruzioni di Daniele Aiello. Non avevo altra scelta”.
Una scelta che poi costa alla vittima una condanna per disastro ambientale: “Un custode mi avvertì – ha raccontato sempre in aula di tribunale – che i camion della Edipan invece di scaricare in mare i grossi massi che servivano alla realizzazione della nuova banchina, sversavano in mare materiale di risulta dei cantieri. Quando me ne sono accorto ho interrotto i rapporti con la Edipan immediatamente, ma sempre i Fidanzati mi hanno imposto una seconda ditta, la cooperativa Dian gestita da Sergio Russo, che poi ho scoperto essere riconducibile ai fratelli Aiello”. Anche le assunzioni dell’imprenditore, fino al 2008 e alla denuncia, erano “raccomandate”: “Non avevo scelta, Stefano Fidanzati veniva continuamente e sapevo che era il mafioso della zona: dovevo fare quello che diceva lui”.
Oggi all’Arenella, e nel resto di Palermo, tutti per strada sanno chi è Stefano Fidanzati, dalle “vedette” tra i vicoli di Ballarò ai picciotti al “lavoro” in periferia, tra i palazzoni dello Zen. Quando passa il boss qui lo riconoscono e lo rispettano. Ma non c’è traccia d’immagini del suo volto né nel mare magnum di Internet, di solito miniera d’oro di foto segnaletiche dei delinquenti arrestati almeno una volta, né negli archivi delle agenzie giornalistiche né sulle pagine ingiallite dei quotidiani siciliani.
Quello che c’è è solo la leggenda criminale del fratello di cui porta il cognome, ancora una volta Gaetano, immortalato il 5 dicembre 2009 durante l’arresto a Milano: le mani a protezione del viso mentre sale sull’auto che lo porterà dalla Questura al carcere di San Vittore, occhiali con montatura leggera, giacca di pelle marrone scuro e camicia blu, sguardo serio e volto teso, pochi capelli bianchi. Un poliziotto fuori servizio lo ha riconosciuto per strada poche ore prima arrestandolo insieme al cognato Turi Cangelosi in via Marghera, non lontano dalla fermata della metropolitana Wagner.
Gaetano Fidanzati morirà nel 2013 a 78 anni; l’eredità del palermitano che portò la polvere bianca a Milano alleandosi con i Corleonesi trionfatori nella guerra di mafia, è adesso nelle mani del fratello Stefano: il boss dell’Arenella-Acquasanta che studia da capo dei capi.
La Lituania fa 100. E come antidoto alle paure usa l’arte
La Lituania, nodo baltico dell’Unione Europea, celebra a Roma in questi giorni il centenario della sua prima e faticata indipendenza repubblicana con l’arte, la musica, il teatro, i video, la fotografia, la danza. Lo fa con un festival raffinato e creativo, meriterebbe restasse più a lungo. Si chiama Flux, dal manifesto Fluxus (1963) di George Maciunas. Vagamente dadaista, proponeva l’assoluto bisogno di “purgare il mondo dalla malattia borghese, dalla cultura intellettuale, professionale e commercializzata”. Un programma vasto, ambizioso, utopista. L’ingenuità – che a volte si intreccia col naif – è la cifra più adatta per aggirarsi nella intricata Lituania da esportazione che non è quella dell’ambra o del turismo mordi e fuggi con toccata alle dune fantastiche di Curlandia: stasera, per esempio, si esibisce all’Auditorium Parco della Musica di Roma un formidabile trio jazz, il mitico Intuitus composto dai maestri dell’improvvisazione Vladimir Tarasov (tamburi e batteria), Liudas Mockunas (sax), Eugenijus Kanevicius (basso, elettronica).
Qui a Vilnius, dicono che il cuore della città batta a ritmo di jazz, ogni anno tra le “stradine acciottolate e tripudi di barocco come una qualsiasi città fondata dai gesuiti nell’America latina” (rubo la citazione al grande scrittore Czeslaw Milosz) si svolge nel mese di ottobre una rassegna che è considerato l’appuntamento musicale più importante di tutta l’Europa dell’Est. Nell’ambito del festival romano, domani va in scena (sempre nello stesso spazio dell’Intuitus) la rivisitazione dei Bassifondi di Maksim Gorkij operata dal regista Oskaras Korsunovas, una sorta di laboratorio sperimentale in cui gli attori di confondono con gli spettatori a tal punto da confrontarsi con essi. Uno spettacolo “nudo”: l’attore smette i panni dell’attore, indossa quelli suoi. Affronta l’alter ego fittizio: metafora dei tempi. L’ambiguità. La doppiezza. Incognite e speranze della libertà.
Nel visitable past, il passato visitabile, come dicono certi grandi viaggiatori anglosassoni, ogni angolo di strada può essere più che un indizio, la traccia fondamentale di un passato che tracima nel presente. Così succede a Vilnius, come la chiamano i lituani. O Wilno, secondo i polacchi, vicini ingombranti. O Vilné, per gli ebrei, quando metà degli abitanti di Vilnius professava la fede di Abramo, c’erano cento sinagoghe, la più grande biblioteca ebraica del mondo e la chiamavano la Gerusalemme del Nord, tanto che l’yiddish era la lingua più diffusa. Ma anche se la Storia ti sbatte in faccia ad ogni passo, ti rendi conto che non tutta arriva con la stessa intensità e la medesima volontà di preservarla. La memoria spesso è controversa. O imbarazzante. Nel caso dell’Olocausto (200mila vittime, quasi il dieci per cento della popolazione lituana) la sensazione è che i ricordi delle stragi siano un poco rimossi, come i luoghi doveSarà un’impressione, ma l’ho percepita. Sarà perché quando l’Armata Rossa arrivò a liberare la Lituania dai nazisti, gli ebrei sopravvissuti esultarono e questo glielo hanno sempre rimproverato i cattolicissimi lituani, vittime dell’ateismo sovietico. Solo da pochi anni si cerca di rimediare a quell’abbaglio antisemita.
Quanto all’astio profondo nei confronti dei sovietici, quindi di riflesso verso i russi, esso è palese. D’altra parte, nella Vilna russa nacque il famigerato Feliks Edmundovic Dzerjinskij, fondatore della Ceka, la prima polizia segreta dell’Urss e nella Lituania stalinizzata c’erano 4mila spie. Tempo fa, in un bunker fuori Vilnius, lo storico Alfredas Bumblauskas ebbe l’idea di creare un’esperienza artistica chiamata “1984”, dal nome del celebre romanzo di George Orwell, all’epoca vietato in Urss: far rivivere gli spossanti interrogatori del Kgb. Per tre ore, i visitatori venivano presi brutalmente in consegna da poliziotti (con cani lupo), spintonati, maltrattati: “La democrazia vi stufa? Siete nostalgici del passato?”. Beh, ve lo riproponiamo. Questo passato non è lontano. Né nel tempo. Né nello spazio: basta andare in Bielorussia, che dista da Vilnius una trentina di chilometri. L’11 gennaio del 1991 gli Omon russi, le forze antisommossa, si installarono in questo bunker che divenne il loro quartier generale. Da qui si diressero verso il centro per spegnere le velleità indipendentistiche dei lituani, aprendo il fuoco sui manifestanti, radunati dalle parti dell’altissima torre della tv. Morirono in tredici.
Sulla facciata di un austero palazzo della centrale Islandijos gatvé, campeggia una lapide in marmo scuro che ricorda – in tre lingue: lituano, islandese ed inglese – come l’Islanda sia stato il primo e il più sollecito dei Paesi a riconoscere l’indipendenza della Lituania, l’11 febbraio 1991. Un mese dopo la strage dei 13 patrioti. Quasi un anno dopo il 24 febbraio del 1990, quando il Consiglio Supremo della Lituania, ancora repubblica dell’Urss, aveva cominciato a preparare la dichiarazione d’indipendenza dall’Orso russo, proclamata poi dal Parlamento l’11 marzo del 1990. Oggi quel ricordo affiora doloroso più che mai, per via dei cent’anni dalla dichiarazione d’indipendenza del 1918, un secolo di tribolazioni, di invasioni, di feroci repressioni. Il diritto di preda di Stalin sostituì l’autodeterminazione dei lituani.
L’adesione all’Ue è del 2004, dal 2015 Vilnius ha aderito all’euro. La gente si sente europea con orgoglio e fierezza. Ma soffre anche di una sindrome: quella della frontiera. Dell’ultimo baluardo. La paura della Russia (con l’enclave a ovest di Kaliningrad, zeppa di missili). Con la Bielorussia a est, fedele alleata di Mosca. Tre milioni di persone (il 15 per cento della popolazione è emigrata per ragioni economiche) ostaggi della geopolitica hanno affidato la propria difesa e sopravvivenza alla lingua che è un fossile indoeuropeo, e alla cultura che si è elaborata nel corso dei secoli, frutto di incroci, innesti: cioè all’identità nazionale. La Lituania è un’isola non slava, in mezzo al gran mare slavo. Ha vissuto tempi grandiosi – è stato persino più esteso d’Europa, dal Baltico al Mar Nero – ma ha anche vissuto fasi di tremenda decadenza. Quale migliore antidoto alle paure, se non quello dell’arte?
La Brexit sta già finendo prima ancora di cominciare
Theresa May non ha più il mandato, se mai l’aveva avuto, per imporre la sua linea oltranzista sulla Brexit. Lei il Regno Unito lo vorrebbe fuori dal mercato unico, fuori dall’unione doganale e fuori dalla giurisdizione della Corte europea di Lussemburgo. È stata lei a interpretare in termini così radicali e unilaterali la ‘volontà del popolo’ espressa nel referendum sull’Ue del 23 giugno 2016.
Da timida Remainer qual era, la May si era trasformata in una Leaver agguerrita,. La sua autorità e il suo millantato mandato hanno però subito da allora una serie di colpi. La May si è data una pesante zappa sui piedi quando, lo scorso giugno, ha convocato le elezioni anticipate che poi ha perso. Ha ridotto i Tories a un governo senza maggioranza parlamentare, alla merce’ del Democratic Unionist Party (Dup), oltranzisti dell’Irlanda del Nord. Poi, a dicembre 2017, la May ha subito una netta sconfitta in Parlamento quando moti Tories si sono ribellati chiedendo un voto parlamentare vincolante sull’accordo che il governo stipulerà a Bruxelles quest’autunno. Infine, il 18 aprile, la Camera dei Lord ha votato a favore del mantenimento del Regno Unito nell’unione doganale. Se un numero sufficiente di Tories voterà ai Comuni, insieme all’opposizione, a favore di questa richiesta dei Lord, la Brexit verso la quale si avvierà il Regno Unito si rivelerà una Brexit di nome ma di poca sostanza.
A seguito del referendum consultivo del giugno 2016, la sterlina britannica ha subito la più forte svalutazione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il solo voto sulla Brexit ha avuto inoltre un impatto immediato sugli investimenti diretti, che si sono sensibilmente ridotti a causa dell’incertezza politica ed economica. Secondo il rapporto sullo stato dell’economia globale del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato ad aprile, il Regno Unito è -con l’unica eccezione dell’Italia- il Paese con il più basso tasso di crescita del Pil di tutta l’Unione europea, Grecia compresa. Inoltre, secondo studi dello stesso governo di Sua Maestà, la Brexit ridurrebbe la crescita del Pil britannico del 5 per cento nell’arco di quindici anni qualora si raggiungesse un accordo di libero scambio con l’Ue post-Brexit, e dell’8 per cento se non ci sarà accordo. Per non parlare poi dei danni che saranno causati alla City di Londra se dovesse perdere i cosiddetti “passporting rights” (il diritto di vendere i servizi nell’Ue), della ridotta capacità di ricerca e sviluppo delle università britanniche, private di un facile accesso a talenti e risorse europei, e delle difficoltà causate ai rifornimenti just in time per le industrie manufatturiere del Regno Unito, come le catene di montaggio del comparto dell’auto.
Pure l’immigrazione, movente primario della campagna per uscire dall’Unione europea, si sta rivelando un’arma a doppio taglio. Con tutti i medici e le infermiere provenienti dai paesi dell’Ue che stanno partendo dal Regno Unito dopo il referendum e quelli che hanno deciso di non venire affatto, il Nhs, servizio sanitario nazionale, sta accusando le prime, serie difficoltà a garantire servizi adeguati a causa della mancanza di personale sufficiente.
Secondo YouGov, una delle società di sondaggi più accreditate del Regno Unito, attualmente il 46 per cento della popolazione ritiene che la Brexit sia una scelta sbagliata, mentre il 42 per cento la giudica ancora quella giusta. Non si tratta ancora di un divario statisticamente determinante, ma il trend è a favore di un serio ripensamento del progetto Brexit.
Ma non è soltanto a livello popolare che cominciano ad avvertirsi i primi segnali d’allarme: nelle fila stesse dei due principali partiti cresce il desiderio di rivedere i termini della Brexit. Secondo un recente studio condotto dal professor Tim Bale dell’Università di Londra, ben il 78 per cento dei membri del partito laburista ritiene che ci debba essere un secondo referendum sulla Brexit. Per quanto riguarda il governo, la May non ha più la maggioranza in Parlamento e il suo partito Conservatore è profondamente diviso sulla Brexit, con voci di dissenso sempre più autorevoli, compresa quella del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond.
A questo punto, tre sono le opzioni che si profilano per la Brexit. La prima è quella di un voto in Parlamento sull’accordo finale, con la possibilità che il Parlamento bocci l’accordo raggiunto e rimandi il governo al tavolo negoziale a Bruxelles.
La seconda opzione è che l’accordo sia sottoposto a un secondo referendum, offrendo stavolta agli elettori la possibilità di votare in maniera informata, pienamente consapevoli delle conseguenze della Brexit. Non più, quindi, come avvenne con il primo referendum a giugno 2016, quando il popolo votò per una non meglio definita ‘ripresa di controllo’ da Bruxelles e per i fantomatici 350 milioni di sterline da versare settimanalmente al NHS, il servizio sanitario nazionale, invece di mandarli a Bruxelles, come millantava Boris Johnson.
La terza opzione è che il Parlamento blocchi la Brexit, il che creerebbe un’immediata crisi costituzionale con la conseguente, inevitabile caduta del governo May, nel qual caso tutti gli scenari sarebbero aperti.
Sos Maduro, in un sondaggio un ex “amico” lo sorpassa
“Siete d’accordo a consegnare il Venezuela ai gringos e all’Unione europea? Accettate che vengano depredate le nostre ricchezze naturali? Io no; io mi oppongo, mi oppongo mille volte”. Camicia rossa, “bandiera” del movimento chavista, cappello rosso e ornato di piume, simbolo degli indigeni locali, il presidente Nicolás Maduro ha iniziato nello Stato di Vargas la sua campagna elettorale per le presidenziali venezuelane del 20 maggio. Lanciando slogan di fuoco contro l’unico vero candidato che ha accettato di sfidarlo, per di più proveniente dallo stesso campo progressista: Henri Falcón, ex militare e ex dirigente del Psuv (il partito socialista fondato da Hugo Chávez), ex governatore dello Stato di Lara . “Perchè – continua Maduro al microfono – Falcón dice che vincerà le presidenziali, ma poi consegnerà la patria ai gringos”. “Traditore”, urla di rimando una folla di camicie rosse.
“Falcón? È un traditore. Un oppositore collaborazionista”, taglia corto il portavoce del fronte ampio Venezuela libre che, assieme alla Tavola dell’unità demoratica (Mud) – in tutto più di venti organizzazioni e gruppi politici – rappresenta l’imbelle (e divisa) opposizione. I due fronti anti-Maduro, infatti, hanno deciso che le presidenziali “sono solo una truffa”. Dunque non hanno presentato un candidato e hanno lanciato l’appello ai cittadini venezuelani perché si astegnano dal votare. Così intendono delegittimare un processo elettorale che l’Occidente – la Casa Bianca e i suoi alleati delle destre al governo in una dozzina di paesi dell’America latina e l’Unione europea – ritiene solo “una farsa” organizzata da “un governo dittatoriale”. E pretende che tali elezioni vengano sospese.
Decidendo a gennaio di formalizzare la sua candidatura alle presidenziali, Falcón ha spiazzato tutti gli ex alleati, il movimento chavista di cui ha fatto parte fino al 2010 e l’opposizione alla quale si è unito nel 2012 dopo aver fondato il suo partito, Avanzada progresista. Dopo una fase iniziale in cui sembrava essere – assieme ad altri “tre signor nessuno”: un ex pastore evangelista, un “indipendente” e un ingegnere capo di un gruppuscolo politico – un candidato di facciata, buono solo per dare legittimità alla rielezione di Maduro, l’ex governatore ha iniziato a raccogliere consensi. Tra i delusi dell’opposizione, tra i chavisti moderati che non ne possono più dei disastri dell’attuale presidente. Così, secondo un sondaggio condotto a Caracas dalla Datalesis, Falcón la settimana scorsa era in testa alle intenzioni di voto con il 41,4% contro il 34,3 di Maduro (e il 40% favorevoli all’astensione).
In una situazione sociale così liquida come quella del Venezuela, le cifre di Datalesis devono essere prese con estrema cautela, infatti Infatti un altro sondaggio diffuso da Telesur dà Maduro al 45% e Falcón solo al 23. Ma qualcosa le cifre di Datalesis dicono: Falcón non è più un “collaborazionista” o “un traditore” disposto a tirare la volata a Maduro, ma un dirigente politico che ha un programma credibile e dispone di alleanze politiche e sociali che possono farne un avversario del presidente. Lo dimostra il fatto che uno dei candidati, l’indipendente Luis Alejandro Ratti, si è ritirato schierandosi con l’ex governatore. E sono iniziate le trattative per un’alleanza con un altro candidato, l’ex pastore evangelico Javier Bertucci.
Dal calderone di malcontento e disperazione della maggioranza della popolazione, che vive con uno stipendio base di 2.555.500 bolivares, ovvero 37 dollari al cambio ufficiale (3,2 dollari al mercato nero), massacrata da un’inflazione che, secondo le previsioni del Fmi, quest’anno sfiora il tetto del 14.000% e il cui unico impegno è cercare di procurarsi il cibo per arrivare alla fine del mese o le medicine per curarsi, è saltato fuori quindi uno strano personaggio che può suscitare una debole speranza di “far ombra” a Maduro: 57 anni, figlio di un contadino e di un’insegnate, ex militare poi laureatosi in Legge e in seguito specializzatosi in Scienze sociali, Falcón ha seguito la strada dell’allora colonello Hugo Chávez, schierandosi col campo progressista bolivariano. Quando Chávez vinse le presidenziali nel 1999 e formò il Partito socialista unificato, entrò a farne parte, diventandone dirigente. Come candidato del Psuv fu eletto governatore dello Stato di Lara nel 2008. Due anni dopo, per divergenze con l’ala “radicale” del partito, Falcón decise di divorziare da Chávez e giocare un proprio ruolo fondando, nel 2012, un partito, Avanzada progresista. Col quale, nel 2013, si è riconfermato governatore di Lara (fino al 2017) dopo aver aderito alla Mud, il fronte di opposizione al governo Maduro.
Quando, il 24 gennaio, decide di sfidare governo e opposizione presentando la propria candidatura, l’ex governatore sceglie un programma piuttosto generico e un profilo basso. Si presenta come un’alternativa al presidente Maduro, ma senza ipotizzare uno scontro frontale col movimento bolivariano al potere da vent’anni. Offre un “dialogo nazionale” per giungere insieme a un “governo di transizione”, schiacciando l’occhio a quella parte dei militari che mostra di essere preoccupata sia per le condizioni economiche del Paese (che i bassi gradi soffrono come i comuni cittadini), sia per la crescente aggressività della politica anti Maduro del presidente Donald Trump.
Col passare dei giorni e col rafforzarsi della propria candidatura, le posizioni di Falcón diventano più decise e la sua sfida al presidente più netta. Afferma, infatti, che, in caso di vittoria il prossimo 20 maggio, giurerà come nuovo presidente di fronte al Parlamento, controllato dall’opposizione, e non all’Assemblea nazionale costituente, guardiano politico di Maduro. Poi lancia un ponte all’amministrazione Trump concordando con le tesi del Dipartimento di Stato. Ovvero che il governo di Maduro costituisce “un elemento perturbatore per i Paesi della regione”, cioè per le destre latinoamericane. Juan Cruz, consigliere di Trump per l’America latina , ricambia. In questa fase, afferma, dovremmo “turarci il naso” e trattare in Venezuela con “gente che non ci piace e che magari preferiremmo castigare”. In parole chiare, con i militari e con Falcón. Se vincerà.
“Arafat e Abu Mazen hanno rifiutato la pace”
“Yasser Arafat nel 2000 a Camp David rifiutò la proposta dell’allora premier israeliano Ehud Barack e in seguito Abu Mazen, l’attuale presidente dell’Autorità nazionale palestinese, quella di Ehud Olmert: appare evidente che la dirigenza palestinese non vuole la pace. La questione delle colonie e dell’occupazione sono solo scuse”. A settant’anni esatti dalla fondazione di Israele, Benny Morris, il più noto dei cosiddetti “nuovi storici” israeliani, non ha dubbi nell’indicare chi sia il colpevole della morte dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Ironia della Storia: fu proprio durante i negoziati di Camp David, quando la delegazione di Tel Aviv sostenne che Israele non aveva alcuna responsabilità nella creazione del problema dei rifugiati, che la delegazione palestinese produsse le copie dei libri dei nuovi storici israeliani per suffragare la posizione contraria. La visione sostenuta dai nuovi storici vuole che la fondazione dello Stato d’Israele sia basata su eventi eticamente discutibili, addirittura sulla pulizia etnica, come ancora sostiene Ilan Pappè, un altro noto professore di Storia della stessa corrente. “Purtroppo, come ho detto, anche Abu Mazen ha dimostrato di non volere la pace. Non vedo nessun interlocutore. Di certo non può esserlo Hamas: vuole la distruzione di Israele”.
Come può pensare che i palestinesi accettino gli insediamenti considerati anche dalle Nazioni Unite illegali?
Le colonie purtroppo sono una realtà, così come l’occupazione. Ma a Camp David c’era ancora ampio margine per trovare un compromesso. Oggi in Cisgiordania vivono mezzo milione di coloni ebrei ed è impossibile che lascino le loro case e attività. Inoltre si stanno espandendo in continuazione.
Perché i palestinesi costretti a fuggire dalle loro case quando venne costituita Israele, non possono esercitare il diritto al ritorno promesso dalle Nazioni Unite? Se i coloni hanno invaso la terra che sarebbe dovuta diventare parte dello Stato palestinese perché gli esuli non possono rientrare?
Oltre alle colonie, il diritto al ritorno è da sempre il maggior ostacolo alla pace. La risoluzione dell’Onu approvata in seguito alla nascita di Israele prevede che i palestinesi possano rientrare solo se hanno intenti pacifici. In alternativa era previsto un risarcimento. Ma i leader palestinesi hanno sempre impedito che il popolo esercitasse questo diritto. Altrimenti avrebbero perso potere.
Da più di un mese stiamo assistendo a una reazione sproporzionata dell’esercito israeliano contro migliaia di abitanti di Gaza che chiedono pacificamente di ritornare nelle case dei loro padri e nonni…
Ciò che sta avvenendo a Gaza non è una protesta di massa pacifica perché è manipolata da Hamas che vuole distruggere Israele. Si tratta di una vera provocazione per indurre l’esercito israeliano a reagire in modo violento e per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica mondiale che ignora le vere dinamiche all’interno della Striscia e vede solo un lato della questione. Ma il vero colpevole è Hamas. La sua intenzione è far cadere la barriera di protezione e far invadere Israele dai due milioni di abitanti della Striscia. Che abbiano intenzioni distruttive lo si vede anche dalle azioni che stanno portando avanti, per esempio lanciare “oggetti incendiari” oltre la barriera allo scopo di bruciare i campi israeliani, come è accaduto nei giorni scorsi.
Ma se anche avessero intenzioni pacifiche, crede che le autorità israeliane, ora e in futuro, potrebbero accettare il ritorno dei profughi?
L’attuale governo e la nazione stanno andando sempre più a destra come forma di reazione all’aumento della radicalizzazione dei musulmani palestinesi e a causa dell’aumento demografico degli ebrei ortodossi e dei sefarditi che sono tradizionalmente conservatori. Se i profughi tornassero, avverrebbe un sovvertimento in grado di mettere in pericolo l’essenza ebraica di Israele.
Crede sia possibile una guerra tra Israele e Iran?
L’Iran è molto pericoloso perchè è guidato dagli ayatollah, che hanno il controllo economico e militare. Potrebbe scoppiare una guerra tra Israele e Iran, ma più probabilmente Israele continuerà a bombardare le basi militari iraniane che sono state costruite in Siria perché l’obiettivo di Teheran è rendere questo paese al confine con Israele una succursale dell’Iran. Un obiettivo che non fa piacere nemmeno alla Russia. E Israele non può permettere, per la propria incolumità che, oltre al Libano, dove governa il partito armato sciita Hezbollah, anche Damasco si trasformi in una piattaforma per ammassare armi con cui ricattarci.
Cosa ne pensa dell’accordo sul nucleare smantellato da Trump?
Era un pessimo accordo perché valido solo fino al 2025 e non teneva conto dello sviluppo in corso della flotta di missili balistici iraniani.
Oggi è il giorno del controverso spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme…
Gerusalemme è la capitale di Israele, mi dispiace per la contrarietà di Italia e resto d’Europa.
Azimov, l’ultima “S” a colpire a Parigi
L’attentatore del quartiere dell’Opéra si chiamava Khamzat Azimov e aveva 21 anni. Nato in Cecenia, era arrivato in Francia da bambino, insieme ai genitori, che si erano stabiliti prima a Nizza e poi a Strasburgo. Nel 2004 avevano ottenuto lo status di rifugiati e a lui e alla madre, nel 2010, era stata concessa la nazionalità francese. Poco tempo fa la famiglia si era trasferita a Parigi. Azimov era registrato nella scheda “S” per gli individui a rischio di radicalizzazione. La stessa dove figuravano anche i nomi dei fratelli Kouachi dell’attentato a Charlie Hebdo nel 2015 e di Mahamed Merah, il killer della scuola ebraica di Tolosa del 2012.
La polizia lo aveva schedato nel 2016 perché era in contatto con il marito di una donna partita in Siria, ma non aveva antecedenti penali e il suo profilo sembrava meno pericoloso di altre S, circa 19mila persone, di cui 4mila seguite da vicino dalla polizia. Poi è arrivato sabato sera, uno come tanti tra la rue de Monsigny e la rue Saint-Augustin, un quartiere turistico di ristoranti e teatri del centro. Poco prima delle nove di sera, Azimov, barba lunga, vestito nero, è uscito dal metrò e con un coltello da cucina ha attaccato i passanti. Per due volte ha detto “Allah Akbar”. “Sussurrava – ha detto un testimone – É stato agghiacciante”. Un francese di 29 anni è stato pugnalato a morte, altre quattro persone sono rimaste ferite, le più gravi sono una donna di 54 anni e un uomo di 34 che sono stati operati d’urgenza e ora sarebbero fuori pericolo. Il quartiere si è barricato. Una pattuglia è intervenuta rapidamente. “Vi uccido tutti”, ha gridato Azimov aggredendo i tre agenti arrivati sul posto, che hanno prima tentato di fermarlo con una pistola elettrica Taser e poi hanno fatto fuoco, uccidendolo. Tutto è durato 9 minuti. Poco dopo, l’Isis ha rivendicato l’attacco, spiegando che il “soldato di Daesh” ha agito in “rappresaglia agli Stati della coalizione” che intervengono in Siria, di cui la Francia fa parte.
Nel Paese che non conosce più pace questo lo chiamano jihadismo low cost. “La minaccia è ed endogena – ha detto ieri il ministro dell’Interno, Gérard Collomb – Si esprime con armi rudimentali ed è molto difficile da prevenire”. Anche le due giovani donne uccise alla stazione di Marsiglia nell’ottobre 2017 erano state aggredite di sorpresa da un uomo armato di coltello. L’ultimo attentato in Francia si è verificato neanche due mesi fa, il 23 marzo, in un supermercato di Trebes, vicino a Carcassonne. Ieri intanto è stato arrestato a Strasburgo un amico di Azimov, il primo terrorista francese originario della Cecenia, Paese da cui proverrebbe il 10% dei combattenti dell’Isis in Siria e Iraq. “La Francia ha la totale responsabilità dell’accaduto – ha detto ieri il leader ceceno Ramzan Kadyrov – Se fosse cresciuto in Cecenia non lo avrebbe fatto”.
L’inutile ipotesi del voto estivo: non sarebbe cambiato nulla
Caro direttore, sarebbe servito a qualcosa, invece, andare a elezioni anticipate, per di più con la stessa legge elettorale? È l’interrogativo che si sono posti milioni di italiani.
A leggere i dati che emergono da una attenta analisi dei risultati nei 231 collegi uninominali in cui il Rosatellum ha diviso il territorio italiano (oltre al seggio della Valle d’Aosta), la risposta è molto semplice: no, nuove elezioni, con grande probabilità, non avrebbe prodotto una maggioranza autosufficiente.
Se si considerano, infatti, “incerti” i collegi dove il vincitore ha fatto registrare un vantaggio in termini di percentuale non superiore al 5% di voti, soltanto in 39 su 231 è ipotizzabile, in linea teorica, un ribaltamento del risultato del 4 marzo scorso. I 39 collegi contendibili non sono, poi, distribuiti omogeneamente dal momento che solamente 6 sono situati al Nord, 16 nelle (ex) regioni rosse (7 in Emilia Romagna e 6 in Toscana), 13 nel Lazio, 3 al Sud e 1 in Sardegna.
Quindi, in 192 collegi uninominali (83% del totale) nuove elezioni non modificherebbero l’appartenenza dell’eletto, salvo un nuovo e non prevedibile al momento, terremoto elettorale. I 39 seggi a rischio sono per di più equamente divisi: 15 hanno visto prevalere il candidato del centrodestra, 12 rispettivamente quello del Movimento 5 stelle e della coalizione del Pd. Differente la prospettiva se si guarda a chi è arrivato secondo e quindi potrebbe essere protagonista di una remuntada. In 23 collegi su 39, infatti, a essere stato sconfitto di misura è stato il candidato del centrodestra, in 10 quello del M5s e in 6 quello del Pd e alleati. È, dunque, il centrodestra quello che potenzialmente potrebbe avvantaggiarsi maggiormente da elezioni anticipate, perché, in linea teorica riconfermando tutti i collegi a rischio e conquistando tutti e 23 in cui è arrivato secondo potrebbe passare dai 109 seggi uninominali del 4 marzo 2018 a 132.
Anche raggiungendo la “magica quota” del 40%, però, il centrodestra si fermerebbe sotto i 300 seggi (295 per la precisione) sempre nettamente al di sotto della maggioranza assoluta dei 316 seggi. Vi è, infatti, da ricordare che nonostante la propaganda indichi nel 40% il livello di consenso per garantire la governabilità, il Rosatellum non prevede premi di maggioranza. Con l’attuale distribuzione geografica del voto (Nord al centrodestra e Sud al M5S, con le ex regioni rosse diventate terra di conquista dei due poli maggiori) il 40% non garantisce un bel nulla: per raggiungere la maggioranza assoluta il centrodestra dovrebbe crescere dal 37% al 44-45%. È dunque il 45% e non il 40 il target di sicurezza per la maggioranza assoluta alla Camera.
Seguendo lo stesso schema per il Movimento 5 stelle si arriverebbe ancora più sotto: 259 deputati su 630, assai lontano dunque dalla maggioranza assoluta. Autosufficienza che, sempre in linea teorica, il M5s raggiungerebbe collocandosi tra il 45 e il 50%. Per parte sua, il Pd, rischia di veder scendere la sua rappresentanza a Montecitorio da un minimo di 84 a massimo 90/95 parlamentari contro gli attuali 110. Ad alto rischio di non superamento della soglia di sbarramento in uno schema di elezioni-ballottaggio tra centrodestra e M5s ci saremmo, ovviamente, anche noi di Liberi e uguali che il 4 marzo abbiamo raggiunto il 3.4% e 14 deputati. Una variabile distorcente con effetti scarsamente prevedibile in assenza di precedenti, è rappresentata, poi, dall’astensionismo in caso di elezioni anticipate fissate domenica 22 luglio. Se si andasse, per esempio, sotto il 60% di votanti su base nazionale potrebbe esserci delle sorprese dovute anche alla possibile innovativa distribuzione geografica dell’astensionismo (minor impatto al Sud rispetto al Nord e analogo fenomeno tra piccoli centri e grandi centri) in ragione del periodo feriale con una stima di circa 4 milioni di italiani in vacanza. In ogni caso, in un Paese alle prese con un astensionismo crescente chiedere ai cittadini di recarsi alle urne a fine luglio rappresenterebbe un autentico schiaffo alla partecipazione democratica. Un lusso, quello della bassa affluenza, che le nostre istituzioni non possono permettersi.
C’è, infine, da ricordare una regola non scritta della politica italiana che evidenzia come chi vuole le elezioni anticipate è sempre stato penalizzato dagli italiani alle urne, da ultimo il Pd di Veltroni nel 2008. Resta, perciò, un dato di fondo: il rischio di un nuovo Parlamento “fotocopia” o quasi di quello del 4 marzo, senza un vincitore dotato di una maggioranza e la ripetizione del balletto dei veti incrociati sull’asse Berlusconi-Renzi che potrebbe aprire scenari di nuova instabilità dagli esiti incerti e pericolosamente vissuti dai mercati e dai detentori del nostro debito pubblico.
Il tecnico sul tetto che scotta
A Montecitorio aveva appena riaperto, gli onorevoli stavano entrando alla spicciolata.
Si presentò alla porta un ometto coi baffi, e una grande borsa.
-Cosa vuole? – disse il commesso
-Io …-disse timidamente l’ometto – sono il tecnico. Mi ha chiamato il presidente Mattarella.
Trenta secondi dopo la notizia aveva già percorso le sale come una folgore. I cellulari squillavano, la gente correva qua e là.
-È arrivato il tecnico – sussurravano – il capo del nuovo governo
L’ometto riuscì a fare pochi passi e su di lui piombò Salvini.
-Era ora! – disse con una vigorosa stretta di mano – mi raccomando, abbiamo già pronto un piano di evacuazione per i migranti. Tutti su cento aerei e poi giù col paracadute, in vari paesi europei e mediorientali, e se poi cadono il mare pazienza. Le piace?
Non me ne intendo ma…. non sarà costoso?
-Ho capito, lei vuole la copertura finanziaria. Beh, tagliamo la spesa dei paracadute
L’ometto stava per dire qualcosa, ma su di lui piombò di Maio che con una spallata allontanò Salvini.
-Non dia retta a quel fissato. Lei che è tecnico sa che il problema è l’economia. Dobbiamo mantenere la promessa del reddito di cittadinanza. Non mi dica che è costoso. Abbiamo una soluzione. Per chiedere il reddito di cittadinanza, una domanda in carta da bollo da dodicimila euro.
-Non sono troppi?
-Ma la carta da bollo è gratis, inoltre rispetto all’Ilva …
Non riuscì a finire la frase. Martina a capo di un manipolo del Pd lo catturò.
-Noi siamo per un ‘opposizione concreta e rilassata. Abbiamo bisogno di tempo per riguadagnare i voti perduti. Quindi per favore tenga duro almeno un anno’….
-No, abbiamo bisogno di due anni – disse Bersani
-Almeno cinque – tuonò D’Alema da fondo sala.
-Non dia retta a loro, il capo sono ancora io –disse Renzi
Si accapigliarono, e nella ressa due energumeni cogli occhiali neri sollevarono di peso l’ometto e lo portarono in un lussuoso ufficio.
Su un trono d’ebano lo attendeva Silvio Berlusconi.
-Benvenuto, ho sempre pensato che un tecnico fosse la soluzione migliore. Io avrei voluto Mourinho ma lei mi sembra una persona seria. Qual è il settore da cui vorrebbe cominciare?
-Io …dalla televisione, naturalmente – disse l’ometto.
-Grande idea! Quei due si illudono, ma se voglio li massacro in un mese. Passo dalla benevolenza critica all’inchiappettamento analitico. Comprerò altre dieci, cento televisioni contro di loro. Credono di avermi messo da parte, ma ho superato ben altri tradimenti. Mi ricordo quando sventai la congiura dei sacerdoti di Anubi, e poi Catilina e gli Ugonotti…
-Mi scusi, ma io dovrei andare al lavoro, il presidente mi aspetta…
-Giusto! Lei è un lavoratore, mica come quei fighetti del Pd, o Di Maio che vendeva i lupini allo stadio o Salvini che sa solo fare rutti e twitter … La faccio subito accompagnare. Dove deve andare?
-Sul tetto.
-Ma no, lei deve venire al giuramento … lei è il capo del governo, lei è il tecnico che tutti attendevamo.
-Credo ci sia un equivoco. Io sono il tecnico delle antenne. Mi ha detto il dottor Mattarella che il suo televisore prende male i canali…
– Impostore, magistrato! – urlò Silvio
– Lo avevo subito notato che era scuro di pelle – ringhiò Salvini.
-Bugiardo come un giornalista – disse Di Maio.
-Quando ci vuole per montare l’antenna nuova? Almeno un anno, la prego– disse Martina.
-Anche due –disse Renzi
E l’ometto fu accompagnato sui tetti, nel disprezzo generale.