Meloni contro Mattarella: “Non ha dato incarico alle personalità non gradite”

Rompe il fronte diplomatico con il Colle, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: ieri, ospite della trasmissione di Lucia Annunziata su Raitre, ha espresso le sue riserve nei confronti del Quirinale. “Non vorrei che alla base delle scelte del Presidente della Repubblica, che non ho condiviso – ha detto la Meloni – non ci sia anche una certa reticenza a dare l’incarico a personalità non gradite, a forze politiche non gradite. In Italia abbiamo questo curioso atteggiamento dei Presidenti della Repubblica, per cui quando vince il Pd siamo in una Repubblica parlamentare, quando vince qualcun altro siamo una Repubblica presidenziale”. Il riferimento è al fatto che non sia stata tentata la carta dell’incarico a Matteo Salvini, che lo ha chiesto invano: “Bisognava contestare con maggiore decisione la scelta del Presidente Mattarella di non dare l’incarico al centrodestra e a Matteo Salvini. Noi abbiamo portato una soluzione al Presidente Mattarella, il Presidente della Repubblica ci ha risposto che non era possibile perchè non avrebbe dato l’incarico in assenza di una maggioranza”.

Un premier “politico” al Colle. Oggi nuove consultazioni

La fatidica telefonata è arrivata alle sette e mezzo di sera. Ad attenderla Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica. Una conversazione breve e secca.

“Può dire al presidente che siamo pronti a riferire domani, su presidente del Consiglio, squadra dei ministri e programma. È tutto pronto”.

A parlare, dall’altra parte del filo, è Luigi Di Maio. È toccata a lui l’incombenza di chiamare il Colle dopo l’ennesimo vertice con il gemello Matteo Salvini, a Milano.

L’attesa di una domenica evapora nel giro di un minuto scarso e al Quirinale la sensazione è che però il nome “politico” del premier non ci sia ancora. Una certezza, o quasi. “Di Maio non ci ha fatto alcun nome, a questo punto bisogna aspettare domani”. Cioè oggi.

Sarà stamattina, infatti, che il capo dello Stato deciderà in che “forma” oggi pomeriggio Di Maio e Salvini faranno le loro comunicazioni sull’ipotesi di un governo tra Cinquestelle e Lega. Tra le valutazioni di Sergio Mattarella c’è quella di un possibile quarto giro di consultazioni, per ascoltare non solo i due leader che stanno trattando, ma anche le delegazioni degli altri partiti.

Molto dipende da queste restanti ore che Di Maio e Salvini sfrutteranno per trovare l’accordo sul nome di un premier politico e non tecnico, secondo la già citata “sensazione” maturata al Quirinale ieri sera. Secondo la ricognizione ufficiosa fatta dal Colle, ancora nella mattinata di ieri i due leader non avevano individuato un nome condiviso. Ne avevano, Lega e M5S, uno per parte, entrambi tecnici, un giurista e un economista.

In ogni caso dal nome discenderà tutto il resto delle decisioni del capo dello Stato, da testare e sondare in un nuovo giro di consultazioni, non solo “ristretto” ai due nubendi. Per capire, per esempio, quale sarà la posizione dell’ex Cavaliere riabilitato, se opterà per l’astensione “benevola” oppure per una meno esangue opposizione. Ma anche l’occasione per ribadire a Giorgia Meloni, viste le polemiche di ieri, che il mancato incarico al centrodestra è stato solo un problema di numeri, non d’altro. “Perché non ci hanno portato i 50 voti che mancavano alla Camera? Come si fa a pretendere un incarico al buio in queste condizioni”.

Oggi si concluderà dunque la prima parte della trattativa gialloverde per il governo dei due vincitori del 4 marzo. A riaprire i giochi tra Di Maio e Salvini, dopo due mesi di stallo, lo stesso Mattarella una settimana fa, lunedì 7 maggio. Merito dell’avvertimento sulle urne anticipate già a luglio, da far gestire a un eventuale governo neutrale ispirato dal Quirinale.

È stato a quel punto che i due hanno ricominciato a trattare e a favorire il pressing leghista sul passo di lato di Silvio Berlusconi. Il quale pur di scongiurare il voto subito, con Forza Italia sotto il dieci per cento, si è piegato alla volontà dell’alleato “maggiore” di sperimentare la strada dell’intesa con i grillini, senza rompere la coalzione di centrodestra. Innescato, allora, il negoziato grilloleghista – e congelato l’incarico a un premier neutrale, in teoria ancora possibile – il capo dello Stato ha aperto una fase di vigilanza europeista ed einaudiana sul tavolo formato dagli esperti delle due parti.

Di qui la richiesta di “garanzie” che hanno puntellato i discorsi di Mattarella a Firenze (vertice europeo) e a Dogliani (anniversario del giuramento di Einaudi da presidente della Repubblica) su sovranismo, trattati internazionali, scelta dei ministri, copertura finanziaria del programma. Ma soprattutto, al presidente della Repubblica, non era sfuggita la melina controversa sul nome del premier. Ecco perché la stretta imposta ieri e che si scioglierà oggi.

Il governo a metà: “Pronti su tutto”. Ma il nome non c’è

Nemmeno la località protetta – che, si scoprirà, è lo studio da commercialista del grillino Stefano Buffagni – permette a Matteo Salvini e a Luigi Di Maio di trovare la quiete necessaria a siglare l’accordo. Non basta nascondersi, chiudersi a chiave: il “terzo uomo”, quello che può far cadere i veti e unire le ambizioni, ancora non esiste. E quando arriva il momento di alzare la cornetta per mantenere la promessa con il Quirinale, la sintesi del governo gialloverde non si è ancora trovata.

Bluffano, i due. E per tutto il giorno, ad ogni pausa della trattativa in trasferta milanese, lanciano segnali che rassicurino il Capo dello Stato, quello che l’altro ieri li ha avvertiti: “Non faccio il notaio”.

Cominciano presto, in mattinata nella sede della Regione Lombardia, quartier generale del “tavolo tecnico” tra M5S e Lega per il “contratto” di governo. E appena escono, all’ora di pranzo, scomodano espressioni del tipo “si sta scrivendo la storia”. Di Maio dice che il “clima è ottimo” e che “il tempo ci vuole” ma tutto è ha buon punto. “Mancano le virgole”, dice anche la Lega. Eppure la questione del premier è ancora in alto mare. Tant’è che, alle 14.30, mentre “fonti del Movimento” dicono alle agenzie che “ci sono buone convergenze” per la scelta del presidente del Consiglio, Luigi Di Maio disdice l’appuntamento fissato in tv con Fabio Fazio. Tradotto: alla Rai, c’è poco da annunciare.

È lì che i due leader di partito lasciano l’incontro allargato e cercano un posto tranquillo dove ragionare sul nome. Lo trovano qualche isolato più in là, nell’ufficio messo a disposizione da Buffagni, deputato vicinissimo ai vertici M5S. Raccontano che ognuno dei due abbia fatto il nome di un “terzo uomo” da proporre a Mattarella. Si parla di due professori. La Lega avrebbe tirato una carta improponibile, un professore di economia dalle simpatie anti-euro. I Cinque Stelle avrebbero riaperto il cassetto dei ministri presentati prima del voto e proposto Giuseppe Conte, l’avvocato vicepresidente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa.

Al netto delle battute di Salvini (“Mica stiamo giocando a calcio…”), l’ipotesi di salire al Colle con una rosa di nomi, è ancora tutta sul tavolo, anche per testare il gradimento del presidente. “Politico, politico, sempre e solo politico”, ripete il capo dei Cinque Stelle a chi gli chiede come sarà, questo premier. E in entrambi gli schieramenti è convinzione diffusa che Luigi Di Maio stia ancora tentando di salire al Quirinale con un via libera alla sua persona. La sua speranza è quella che sia proprio il Capo dello Stato a fornirgli l’assist che gli manca: di fronte allo stallo, alle incertezze, ai nomi dal profilo tutto sommato modesto, ragionano, potrebbe essere proprio il presidente della Repubblica a guardare negli occhi i due non-vincitori e a convincere Salvini che l’unico modo per far partire questo governo sia affidarne la guida al capo del Movimento.

È l’ultimo tentativo di un’impresa ormai disperata. In compenso, quello che – oggi o al massimo domani – i gialloverdi porteranno al Quirinale sarà un accordo sui temi praticamente chiuso.

Sul “contratto” di governo, domani ci sarà un nuovo turno alla Camera per limare le ultime distanze. L’accordo di massima c’è su migranti e pensioni, col superamento graduale della legge Fornero (allargamento delle categorie usuranti esentate, per arrivare poi a “quota 100”, tra età anagrafica e contributi, per lasciare il lavoro). Ci sarà anche il conflitto d’interessi, ma la formula dev’essere definita. Sui due punti cardine, la Flat tax e il reddito di cittadinanza entrambi hanno accettato di sacrificare qualcosa: la Lega ha accettato la richiesta di introdurre almeno due aliquote (tecnicamente, quindi, non sarà più flat) e lasciare gran parte delle detrazioni, in cambio ha chiesto una qualche limitazione temporale alla misura dei 5Stelle. “Non sarà di due anni”, ha spiegato ieri la deputata Laura Castelli, che guida gli sherpa grillini. Sul “condono” ventilato da Armando Siri della Lega nei giorni scorsi, la linea è questa: con la riforma fiscale verrà “sanato” il pregresso con una rottamazione delle cartelle Equitalia limitata a chi ha chi ha dichiarato i redditi ma non ha versa le tasse, magari perché in difficoltà economica. Sul rapporto Deficit/Pil si partità da quello fissato nel Def dal governo Gentiloni. Nel testo non c’è niente, invece, sulla revisione del jobs act. Resta invece aperto il nodo Ilva: non ci sarà la chiusura del siderurgico, con M5S che punta a salvare la posizione con riferimenti a una “forte riconversione ecologica”. Ma il contratto, per ora, non è ancora chiuso: l’ultima parola spetta ai due leader.

Ma mi faccia il piacere

Le ultime parole fumose. “Io sono del Sud, non voglio far parte di un movimento che si allea con chi diceva ‘Vesuvio, lavali col fuoco’” (Luigi Di Maio, allora vicepresidente M5S della Camera, Fanpage, 19.6.2017). Quindi ora si dimette da se stesso?

I due Matteo. Renzi: “Scusa, Matteo, davvero non riuscite a convincere Berlusconi a fare un passo indietro?”. Salvini: “No, Matteo. Ma visto che ci vai d’accordo molto più di me, prova a convincerlo tu…” (telefonata tra l’ex segretario Pd e il segretario della Lega, Corriere della sera, 7.5). Se nasce il Salvimaio, il padrino di battesimo dev’essere Renzi. Ad honorem.

Maurizio Trippa. “Pif dice che che Andreotti ‘aveva incontrato Bontate’…. Come sta scritto nelle sentenze (la verità processuale esiste) ed è sigillato nella sentenza della Cassazione ‘le dichiarazioni accusatorie’ sui due presunti incontri con Bontate non erano ‘confortate da adeguati riscontri’… Insomma non ci furono. Ma se l’Andreotti che incontrava Bontate non è mai esistito, per quale motivo questo piffero male informato dei fatti lo dice in una fiction Rai a milioni di spettatori, come fosse vera? Come un calunniatore, un mascariatore?” (Maurizio Crippa, Il Foglio, 13.5). Il povero Trippa cita la sentenza del Tribunale, poi annullata e ribaltata dalla Corte d’appello e dalla Cassazione, che dichiararono Andreotti colpevole e prescritto per associazione a delinquere con la mafia di Bontate fino alla primavera 1980, quando il Divo e il Boss si incontrarono per la seconda volta, anno dopo la prima. Fra l‘a prima e la second’una e l’altra, Bontate aveva fatto uccidere Piersanti Mattarella. La verità processuale esiste.

L’estremo sacrificio. “Quello di Berlusconi è un atto di enorme, infinita generosità, infinita responsabilità. In cambio di cosa? Di nulla” (Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, neodeputato FI, sul via libera di B. al governo M5S-Lega, Tagadà, La7, 10.5). Com’è umano, Lui.

Adesso. “Esiste anche l’opposizione dei media, che non punta ad andare al governo. Esercita invece funzioni di analisi, stimolo e controllo, senza le quali le demcorazie si accartocciano. I media britannici e americnai si sono svegliati dopo Brexit e Trump. Adesso tocca a noi” (Beppe Severgnini, Corriere della sera, 13.5). C’è sempre una prima volta.

D j Nicole. “Come nel caso di dj Fabo, morto in Svizzera col suicidio assistito, Marco Cappato ha solo aiutato quell’uomo nell’esercizio ‘di un diritto’, ossia la ‘libertà di decidere della propria vita’, anche Nicole Minetti ha solo dato un aiuto alle giovani ospiti alle serate di Silvio Berlusconi ad Arcore ‘nell’esercizio libero della prostituzione’, che rientra anche questo nella ‘libertà di autodeterminarsi’” (dall’arringa dell’avvocato Pasquale Pantano, difensore di Nicole Minetti, igienista dentale ed ex consigliera regionale della Lombardia per FI, al processo d’appello Ruby-bis, Tribunale di Milano, 7-5). Dopo aver ascoltato la difesa, l’accusa si è dichiarata soddisfatta così e si è riposata.

Il Grande Puttaniere. “Quest’anno con Barbara D’Urso si è toccato il vertice del trash. Perchè linguaggio,estetica e ideologia del reality sono stati assorbiti dal M5s” (Il Foglio, 12.5). Vuoi mettere invece il linguaggio, l’estetica e l’ideologia di una Nicole Minetti.

Agli ordini. “Marco Travaglio è fuori dalla grazia di Dio. Di Maio non risponde più ai suoi ordini e forse neppure al telefono” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 11.5). Lui invece è talmente abituato gli ordini del padrone da non poter nemmeno immaginare un giornale che non ne dà e non ne prende.

Forza Italia Continua. “Improvvisamente, mentre si avvicinava la campagna elettorale politica, una voce corse irresistibilmente attraverso giornali e teleschermi: il Ritorno di Berlusconi… Ancor più stentoreamente la voce era annunciata dagli opposti, i lunghi usufruttuari del core-business, da Marco Travaglio in giù” (Adriano Sofri, mandante del delitto Calabresi, Il Foglio, 12.5). Sofri invece, dopo anni e anni passati a ritirare il triplo stipendio da Panorama (famiglia Berlusconi), dal Foglio (famiglia Berlusconi) e da Repubblica (famiglia De Benedetti), il core-business non sa proprio cosa sia.

Il titolo della settimana. “Sono preoccupato per le sorti della nostra Italia” (Fabrizio Cicchitto, ex deputato Psi, FI, Pdl, Ncd, Ap, Cp, Libero, 13.5). Deve aver saputo che nella nuova maggioranza di governo, per la prima volta, non c’è neanche un piduista.

“2001 Odissea nello spazio” atterra a Cannes

Nemo capolavoro in patria, nemmeno 2001: Odissea nello spazio. All’anteprima newyorkese di 50 anni fa, ricorda il protagonista Keir Dullea, se ne andarono 250 persone; a quella losangelina, levò le tende anzitempo Rock Hudson, non senza lasciarsi sfuggire una recensione-lampo: “Ma che è ‘sta stronzata?”.

Non furono da meno i critici, a tal punto da meritarsi il rimbrotto di Stanley Kubrick: “Atei e materialisti dogmatici, terra-terra”. Tutto rotola, tranne le pietre miliari. 2001 arriva solo oggi a Cannes: nel 1968 si tenne alla larga, eppure se fosse più rivoluzionario quel Maggio francese o questa insuperata fantascienza è tutto da vedere. Qui, e il 4 e 5 giugno nelle sale italiane, lo vediamo nel formato 70mm Super Panavision e nella versione di 140 minuti, dai 162 iniziali, che Kubrick approntò dopo le prime recensioni negative: Warner Bros. ha desunto una copia in 70mm dal negativo originale, senza ritocchi digitali né modifiche al montaggio. Non è dunque un restauro, bensì un ritorno al futuro: vediamo come allora, eppure stavolta nessuno se ne andrà. Dal monolite alle scimmie, dal computer Hal 9000 allo Star-Child, l’abbiamo introiettato: non è più un film, 2001, siamo noi. Al Palais si attendono code infinite, già ieri è stato invaso per la masterclass di un applauditissimo Christopher Nolan, che ha collaborato alla masterizzazione e oggi introdurrà la proiezione: “Lo vidi a set anni con papà, iniziò per me un viaggio che non è mai terminato. Mi ha insegnato che non ci sono limiti, che i film possono essere tutto”. La figlia Christiane dice che “se fosse ancora tra noi, Stanley ammirerebbe il cinema di Chris”, di certo, sull’equivalenza Nolan = Kubrick Warner punta, e ci marcia, parecchio. Che il regista inglese sia bravo è incontrovertibile, che non sia Kubrick altrettanto: per ora sta al maestro come Interstellar sta a 2001. Seppure tecnicamente non lo sia, nondimeno Odissea nello spazio testimonia la fortuna crescente dei restauri, che Cannes raggruppa nella sezione Classics, unitamente ai documentari sui maestri, quest’anno Orson Welles e Ingmar Bergman (due, nel centenario della nascita).

Ritirato a lucido dalla Cineteca di Bologna, c’è il 70enne Ladri di biciclette. Venendo al qui e ora, registe e attrici sfilano sul tapis rouge di Les filles du soleil sull’onda del #metoo e del Time’s Up con Cate Blanchett e Agnès Varda per paladine, mentre in Concorso si fa apprezzare con qualche riserva Ash Is Purest White. Jia Zhang-ke continua ad affondare la camera nella Cina oggi: modificazioni antropologiche e sociali, cambiamenti industriali e perfino idro e orografici, il capitalismo è onnipotente, i codici d’onore non tengono più, e nemmeno le storie d’amore. Sempre per la Palma oggi passa Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, mentre al Marché si annuncia un altro dittico su Berlusconi: La marchesa, basato sul libro del 2011 di Luca Telese La marchesa, la villa e il cavaliere.

Una storia di sesso e potere da Arcore ad hardcore. Capitali americani, focus sulla marchesa Casati Stampa e la compravendita di Villa San Martino, per il produttore Steve Jones “si vede come tra politici e celebrità nessuno sia davvero irreprensibile”. Sorprende, infine, Jean-Luc Godard che dal buen retiro svizzero si collega via Facetime per rispondere alle domande dei giornalisti sul suo Livre d’image: “Il cinema è come la Catalogna, ha difficoltà ad esistere”, “Più che la politica mi interessano i fatti”, “I giovani non dovrebbero mai smettere di immaginare”.

Il percorso a ostacoli per ritrovare il silenzio. Oggi un extra di lusso

In Svizzera una prestigiosa azienda è riuscita a creare il silenzio nel meccanismo di un orologio da polso venduto alla modica cifra di oltre 409mila dollari americani. Scandire il tempo con il silenzio è un ossimoro e il silenzio, a volte, è un lusso.

Cosa accomuni il consumismo del “senza rumore” alla pace delle pratiche anacoretiche è spiegato in Elogio del silenzio – come sfuggire al rumore del mondo, scritto dal drammaturgo John Biguenet per Il Saggiatore.

È un percorso tra gli ostacoli di una società che sembra aver bisogno di parole e rumore per dimostrare di esistere. Un’analisi svolta da diversi punti di vista e quesiti sul silenzio, sulle pause tra una parola è un’azione e l’altra: dall’arte alla letteratura, dalla musica alla religione per rappresentare uno stato di beatitudine o di punizione.

Più che mai lo specchio dell’epoca in cui siamo immersi, considerando che una parte di mercato dei beni di lusso riguarda proprio il silenzio, considerata una voce un extra: pensiamo ai luoghi in cui non è permesso l’uso del telefono e per i quali – solitamente – si paga una maggiorazione.

Ben diversi sono i silenzi volontari, regole antiche presenti in molte religioni, per rafforzare lo spirito meditando. Il silenzio rimarrà per sempre al di là della nostra portata, ma l’idea di un simile (presunto) vuoto – sottolinea l’autore – ha un’utilità inesauribile. Lo considera un valore che, in un mondo così assordante, cresce a dismisura. Sempre più spesso il silenzio sa esprimere meglio le parole e le passioni umane: dalle più esaltanti alle più tristi.

L’autore infine pone un quesito: “Come si può rispondere con il silenzio alle delusioni o alle prevaricazioni?” Il silenzio dei forti è coraggio. Per altri è il modo per coprire azioni malvagie. Questo è il silenzio dei vili.

“Caro amico del bus, metti via il cellulare e riprenditi un libro”

Pubblichiamo il testo di Joël Dicker in cui l’autore svizzero de “La scomparsa di Stephanie Mailer”, ci invita a farci fare compagnia dai libri.

Caro amico, non ti conosco personalmente ma mi permetto comunque di rivolgermi a te. Mi capita spesso di vederti mentre salgo sul bus, non lontano da casa mia. Scrivo a te, ma potrei scrivere a tutti quelli che incontro sul treno, in aereo, sulla banchina della stazione, nella sala d’aspetto del dentista. Scrivo a te in quanto rappresentante di tutti coloro che non leggono più sui mezzi pubblici. Scrivo a te in quanto rappresentante di coloro che prendono il bus o la metro tutte le mattine, di coloro che salgono su voli transatlantici, di quelli che protestano perché il dentista è in ritardo e che non hanno in tasca, nella borsa, sotto il braccio un libro che tenga loro compagnia.

Oggi in tasca o nella borsa un compagno che baciamo, tocchiamo, accarezziamo più di nostro marito o nostra moglie: il nostro telefonino. È ovunque con noi, ci tiene compagnia, ci conforta e ci segue sempre, dal letto alla toilette. Un solo, piccolo, apparecchio e siamo connessi con il mondo intero. Possiamo seguire le avventure di un astronauta nella stazione spaziale internazionale oppure la trasmissione di un corso universitario e non perderci mai una partita di calcio. Ma soprattutto possiamo andare su Facebook e Instagram, spiare la vita delle persone, anche di quelle che non conosciamo. E perdere così del tempo prezioso.

A te, mio amico del bus, chiedo: quante volte al giorno fai lo stesso gesto sul tuo telefono per rileggere le informazioni che ti sono arrivate? Cinque, dieci, quindici volte al giorno? Quante volte al giorno controlli il meteo, anche se già lo conosci, o foto su Instagram e Facebook che già hai visto?

A te, mio amico del bus, propongo un piccolo gioco: domani, nella tua routine ossessionante da cellulare, cronometra il tempo impiegato a rileggere sempre le stesse cose. Vedrai che Facebook, Instagram e il meteo ti rubano decine di minuti ogni giorno. Una volta che avrai stabilito il numero complessivo di minuti, fai un patto con me: per una settimana porterai sempre un libro con te, sul bus, nella metro, dal dentista, e dedicherai quella stessa quantità di tempo a leggere quel libro.

Facciamo una scommessa: che alla fine della settimana tu avrai scoperto la felicità della lettura quotidiana, quella dei momenti rubati, e che ti verrà voglia di non scendere alla tua fermata della metro, spererai che il dentista sia in ritardo. Questa lettura che sublima la vita, che cancella la noia, che ti porta in un mondo parallelo.

Mio caro amico del bus, ti chiedo di diffondere questo messaggio attorno a te: sul bus e sulla metro, sugli aerei e i treni.

Lasciate i vostri cellulari in tasca, avrete tutto il tempo di consultarli più tardi. E fate il vostro tragitto, il vostro percorso personale nel mondo dei libri.

E ditelo a quelli che ancora non sono convinti: cronometrate il tempo perduto sul vostro smartphone e usatelo per leggere, ogni giorno. Soltanto per una settimana.

Vedrete, ne sono certo, che ci prenderete gusto.

“Mastroianni massacrato dalle donne. Io mandai a quel paese anche Fellini”

Il nome, Venantino Venantini, ai più evoca poco. Il viso no, non è di uno qualunque. Gli occhi, l’espressione, le rughe, la sicurezza non troppo intaccata dal tempo, la gestualità, gli anelli indossati come trofei, raccontano di un uomo che è difficile trovare impreparato davanti agli imprevisti della vita. Ha recitato in tutto il mondo, è una star in Francia (“Mi hanno dedicato una biografia e alcune rassegne cinematografiche”), ha vissuto a Tahiti quando Marlon Brando non era ancora sbarcato (“e l’ho visto arrivare”); ha dormito per strada, ha conosciuto la fame (“quella vera”), ha attraversato l’Europa in Lambretta, non sa il reale numero di figli (“però solo due ufficiali”), si è curato con le foglie di cocaina, ha mandato a quel paese Fellini.

Venantino Venantini si siede a tavola. Dopo un minuto lo salutano degli amici: “Stai a fa’ un’intervista? Raccontaje subito la storia del Perù!”

Cosa è accaduto?

Ero lì per un film, 4.000 metri d’altezza. All’improvviso mi assale un dolore terribile ai denti, così corro dal farmacista, gli mostro il problema, e impassibile risponde: ‘Non da me, deve andare di fronte’. Attraverso la strada, ricomincio da capo, spiego la questione a un altro tizio. Anche lui impassibile, mi dà delle foglie: ‘Mastica’. Obbedisco. Dopo due minuti passa ogni sintomo, anzi mi sento bene. E azzardo: ‘Ne posso comprare un po’?’. Claro. ‘Due chili’

Cocaina.

Al ritorno in Italia la polizia dell’aeroporto mi ferma: ‘Cosa trasporta?’. ‘Cocaina, ovvio!’. Scoppiano a ridere e mi lasciano passare.

Il trionfo della verità.

A Roma l’ho regalata a tutti, se qualcuno aveva un dolore, arrivavo con qualche foglia.

Com’è stata la sua vita?

All’inizio gotica, poi barocca, ultimamente rococò.

Gotica.

Sono nato e cresciuto a Roma, piazza Vittorio; ho imparato l’inglese grazie al mercato nero durante la guerra. Finito il conflitto ho lavorato per due anni all’Ambasciata statunitense.

Ancora niente cinema…

In quegli anni Roma ha mangiato grazie agli americani. Cinecittà viveva principalmente per loro, per kolossal alla Quo Vadis, poi sono arrivati Ben Hur e Cleopatra. Io frequentavo gli studios, ero un generico, quindi una comparsa, fino a quando ho conosciuto Bianca Lattuada (produttrice), sorella di Alberto che un giorno mi rivela: ‘Non sei ancora pronto’.

Non si sarà abbattuto.

Per niente, anche perché avevo ottenuto una borsa di studio in Francia grazie alla mia pittura. Quindi con il mio bell’incarico vado da Bianca: ‘Parto, arrivederci’. E lei: ‘Lasciami un curriculum e un posto per contattarti, se trovo qualcosa ti avverto’.

Destinazione Parigi.

Sì, in Lambretta, una sorta di moderno Annibale.

Roma-Parigi in Lambretta?

Barattata con un marine: sei giorni di viaggio, un mal di palle totale; quando scendevo dalla sella camminavo come un cow-boy nei film: a gambe larghe.

Addio Roma.

Città spoglia, povera, buia, con prospettive limitate. I miei sogni andavano oltre tutto questo.

Mentre Parigi.

La meraviglia, il sogno. Giravo in Lambretta e godevo di ogni bellezza offerta dalla città.

Però niente cinema.

Mica vero, un giorno arriva Pietro Germi e con una bella parte per me in Un maledetto imbroglio, e grazie alle indicazioni di Bianca. Rifiuto. In quel momento mi sentivo più pittore.

Fino a quando…

Conosco Franco Rossi. Solita scena: lui propone e io rifiuto; poi ai saluti gli pongo una domanda inaspettata, anche per me: ‘Dove girate?’ A Tahiti. ‘Ok, vengo’.

Il fascino dell’esotico.

Non proprio, più che altro il richiamo dei colori di Gauguin.

Il film è “Odissea nuda”.

Enrico Maria Salerno aveva il ruolo di un regista che cade in crisi e si stufa di girare e il produttore, disperato, chiedeva a me di finire le riprese.

Enrico Maria Salerno era capriccioso?

Un grande attore e intellettuale raffinato, ma beveva senza risparmiarsi e nonostante questo in scena era sempre efficace e preciso.

Lei era a suo agio a Tahiti.

Ci sono rimasto un anno intero, ed è stato il primo, reale stop alla mia carriera: mi chiamavano per dei ruoli, ma non volevo tornare, stavo troppo bene; e non sono stato neanche l’unico caso: più di uno sceneggiatore francese, sbarcato solo per scrivere, ha soggiornato più del necessario.

Tahiti è diventata celebre grazie a Marlon Brando.

Ricordo benissimo quando è atterrato sull’isola con l’idrovolante – non c’era l’aeroporto – per girare Gli ammutinati del Bounty: di lui non importava a nessuno, nessuno lo conosceva, lui vagava nell’indifferenza e lì ho pensato: ‘È il posto per me’.

Lo ha conosciuto?

A casa di Nancy Johnson (ereditiera statunitense), lo ritrovai poggiato a una ringhiera mentre fumava una sigaretta; allora vivevo di espedienti e quadretti venduti, così ci ho parlato, e il giorno dopo ne ha acquistato uno per 300 dollari in contanti.

Lei come pittore?

Bravo, però Braque mi ha assestato un ceffone professionale niente male: viene a visitare la scuola di pittura parigina alla quale ero iscritto, si ferma davanti alle mie opere. ‘Non male, da dove viene, giovanotto?’ Da Roma. ‘Ah… permette?’ E mi toglie i pennelli dalle mani. Li poggia. ‘La pianti con queste microscopiche pennellate, sia più ampio, dipinga come un italiano senza scimmiottare gli impressionisti’.

Quanti figli ha?

Due legali, e forse una decina a Tahiti.

Ha guadagnato molto?

Quello mai, a volte benino, ma non è questo il punto…

E qual è il punto?

Un esempio chiarisce meglio: ero a Londra per girare un film con Giuliano Gemma (Troppo rischio per un uomo solo), lui protagonista, il mio ruolo quasi pari al suo; a lui danno un cachet di alcuni milioni a me 350 mila lire.

Bella differenza.

Attenzione: i soldi non sono solo quelli che ricevi, ma quelli che riesci a non spendere.

Gemma era parsimonioso?

Ora ci arriviamo: una sera Giuliano mi domanda: ‘Com’è che esci con tutte queste belle donne? Come fai?’. E io: ‘Tu sei bello, famoso, grande, ma ogni tanto invitane una a cena, magari un pachistano, costa poco’.

Insomma, Gemma era parsimonioso.

Restava tutte le sere in stanza a mangiare scatolette di carne (silenzio). I soldi si fanno così.

Lei come attore, come si giudica?

Ne ho parlato spesso con Marcello (Mastroianni), soprattutto quando ascoltavamo i colleghi lamentarsi per la loro condizione; ogni volta restavamo basiti: ‘Ma che vogliono? Siamo iper pagati, viaggiamo per il mondo, conosciamo le più belle donne, dormiamo in mega hotel; sono pazzi?’.

Va bene, ma lei come si giudica?

Ho partecipato.

Anche Mastroianni non si prendeva così sul serio?

Non era ossessionato dall’ego.

Secondo Umberto Pizzi, Mastroianni non era un seduttore, ma vittima delle donne.

Ha ragione Pizzi, non era in grado di difendersi: subiva. Una volta ero ad Almeria (Spagna) per girare un film francese, insieme a Faye Dunaway, donna stupenda: lei si lamentava per le continue telefonate di Marcello, era ossessionata, ma lo esibiva a volte come un trofeo.

Cosa le è mancato per diventare un big?

Come le dicevo, non perdere tutte le occasioni arrivate, soprattutto non dovevo lasciare gli Stati Uniti.

Come ci è arrivato?

Dopo aver girato Il vizietto, avevo il ruolo dell’autista del ministro.

Successo internazionale.

Film nato senza una lira, non c’erano neanche i soldi per un gettone del telefono: ho accettato sulla fiducia; il produttore, cosa rarissima, dopo aver ottenuto lauti incassi, mi ha consegnato un assegno in bianco. Comunque, dopo quel successo, mi ingaggiano per una produzione di New York.

Serie A…

Un altro livello, due anni fantastici: mi sono pure sposato con quella che sarebbe diventata la madre dei miei figli. E pensare che ero andato solo per girare un film, poi un agente mi prende con sé ‘io ti vendo come il pane’, diceva, e aveva ragione: subito convocato per una soap opera prodotta dalla ABC (storica emittente televisiva negli Usa).

Bel colpo…

Infatti prima di entrare per il provino, mi fermo davanti a uno specchio: ‘Venantì, sei al centro dell’impero, per una volta evita le cazzate e non dire cavolate…’. Due anni di lavoro e una barca di soldi.

Perché se n’è andato?

Sono un coglione.

Le motivazioni di allora?

Un po’ ero scocciato da mia moglie, un po’ sono così…

Ha girato con Yves Montand.

Insopportabile, ma in quel film (Mania di grandezza) c’era uno peggio di lui: Don Jaime de Mora y Aragón, fratello della Regina del Belgio, un montato clamoroso, incapace di recitare, il regista disperato girava per il set e gridava: ‘Ma chi è questo cane!’.

Sarà stato contento Don Jaime de Mora y Aragón…

Neanche se ne accorgeva, stava con la testa altrove, andava in giro con una frusta e ogni tot di passi scudisciava l’aria e sibillava: ‘A morte lo straniero’.

Ma era serio?

Serissimo. Fascista.

Uno dei “suoi” registi è stato Dino Risi.

In me scorgeva qualcosa d’incompiuto, avrebbe voluto valorizzarmi meglio, e un po’ generosamente mi paragonava a Gassman: ‘Sei come Vittorio, ma non ti chiami Vittorio’.

Lei era amico di Gassman.

Molto, uscivamo insieme: Vittorio si definiva lunare, mentre per lui io ero solare. Soffriva molto. Esagerava…

La celebre depressione.

Cercava l’assoluto, andava oltre, si macerava e non era una questione di riconoscibilità esterna: aveva solo perso la verginità, l’innocenza della mente.

Quanto si è divertito?

Molto. E non te ne accorgi, lo capisci quasi sempre dopo.

Il cinema è una passione?

Una passione, è troppo. Diciamo un amore grazie al quale ho girato il mondo e vissuto il mondo.

Cosa intende per “vissuto”?

Mi sono adeguato alle situazioni: se andavo a girare in Marocco, mangiavo prodotti locali, vestivo come loro, fumavo come loro e scopavo le loro donne.

Un’occasione mancata.

Forse quella con Fellini: lo incontro in un ristorante romano, mangiava insieme alla moglie. Ci salutiamo. ‘Scusa Federico, ma qualcosa con te, mai?’ ‘Certo, vieni dopodomani alle cinque al Teatro 5 di Cinecittà’. ‘Per?’ ‘Sto iniziando un film sulla mia vita, un film intervista. Tu avrai il ruolo del direttore della fotografia’.

Si è presentato?

Certo! Tutto contento mi presento, e trovo Fellini seduto dietro un ampio tavolo, leggeva il giornale; mi accomodo davanti a lui, e imperterrito continua la lettura, poi all’improvviso mi rivolge il verbo: ‘Hai portato i soldi?’ ‘Eh?’ ‘Hai portato i soldi?’. ‘Non capisco’. ‘Qui non c’è una lira…’.

Risultato?

Per quella parte ha poi ingaggiato il reale direttore della fotografia Tonino Delli Colli. E gratis. Ecco, questo negli Stati Uniti non sarebbe stato possibile, lì ognuno ricopre il proprio ruolo, con forme sindacali attente e stringenti.

Il suo ultimo film è “Marseille”, del 2016.

Dove interpreto un genitore senza memoria dopo un incidente d’auto: un meraviglioso mese di lavoro, senza faticare, tanto dovevo stare in un letto d’ospedale, immobile e in silenzio. Che meraviglia. E quanto è bella la Costa Azzurra.

La conosce bene?

Quando partivo con la Lambretta passavo sempre dalla Costa Azzurra, il paradiso terrestre. Un’estate a Cannes mi hanno assunto come bagnino per due mesi e mezzo.

Quante volte ha fatto avanti e indietro con la Lambretta.

Boh, sei o sette. Oramai per me era normale.

Le donne francesi?

Stupende. A quei tempi le italiane non si concedevano facilmente e non conoscevano la ceretta, mentre in Francia ho scoperto un altro mondo. Lì guidavano pure.

Era un gigolò?

Mai e poi mai. Non ero in grado. Eppure avrei potuto cambiare la mia vita da caffè a rhum, erano pazze di me (ci riflette). Non ci sono riuscito, eppure ho frequentato donne importanti, mogli di politici, vip, ereditiere… Impossibile. Al massimo mi hanno comprato dei quadri e ho rifiutato dei palazzi, una è arrivata a offrirmi un castello.

Ha rimpianti?

No, va bene così, altrimenti sarei già stato vecchio. E poi ho conosciuto la guerra, i bombardamenti, i morti a terra, i cavalli dilaniati e finiti al quarto piano di un palazzo. La ricerca della legna, qualunque tipo di legna, anche le gambe delle sedie, e solo per riscaldarsi. La fame, quella vera. Dopo tutto questo la vita la dovevo mangiare e la sto digerendo.

Twitter: @A_Ferrucci

Ciao Oliviero: domani a teatro voci e ricordi

Giornalista “scomodo”, scrittore, poeta, autore e conduttore radiofonico e televisivo, Oliviero Beha sarà ricordato domani sera al Teatro Ghione a Roma (ore 20, via delle Fornaci, 37) da amici e colleghi in una sorta di happening fatto di voci, immagini e testimonianze. Sarà l’occasione per ritrovare il Beha giornalista sportivo e le sue inchieste sul calcio, il Beha autore e conduttore di programmi come “Radio Zorro”, “Telepatia”, “Brontolo”, “Va’pensiero” , ma anche per scoprire il suo intenso uso della parola poetica. Sono previsti interventi di Andrea Purgatori, Enrico Vanzina, Michele Mirabella, Gianni Perrelli, Beppe Giulietti, Antonio Padellaro, Alessandro Sortino. Mariangela D’Abbraccio e Leo Gullotta leggeranno poesie e brani tratti dalle opere di Beha. La serata sarà condotta da Livia Azzariti.