“Il ’68, rivoluzione infangata. Per gli psicanalisti fu un colpo”

“Aquell’epoca tutto era desiderio.” Con questo ricordo laterale eppure così affabulante, il professor Edgar Morin – figura di prestigio della cultura contemporanea – inizia l’intervista. “Durante il maggio, le persone incontrandosi non potevano fare a meno di chiedersi ‘Qual è il tuo desiderio?’”. Ospite d’onore del Salone del Libro, oggi Morin dialogherà con Mauro Cerruti nell’incontro “Sessantotto: complessità e rivoluzione”. Ma per lui, “la parola ‘rivoluzione’ è abusata. Io stesso, a riscrivere i miei articoli sul Maggio, la utilizzerei con cautela. Oggi si è infangata troppo. Consiglio di sottoporla a disinfestazione.”

Per questo ha raccolto questi suoi scritti a cavallo di cinquant’anni sul Maggio sotto il titolo “La breccia”?

Il Maggio è stato una breccia sotto la linea di galleggiamento culturale, che lascia un segno sotto traccia: nulla di tangibile è cambiato, ma si è giunti alla coscienza che nessun fondamento è certo.

Dove si è aperta la breccia?

Nella condizione femminile: prima del ’68, le riviste dedicate alle donne consigliavano di essere belle per sedurre il proprio marito; dopo il Maggio, la problematicità della cultura investe anche i femminili, che iniziano a parlare di come affrontare la vecchiaia o la solitudine. O ancora, nella percezione del diverso: l’omosessualità di Roland Barthes dava scalpore prima del Maggio, dopo nessuno se ne interessò più.

Molti militanti dell’epoca hanno cambiato idea. Lei sembra il solo a mantenere il proprio pensiero. Di recente, Daniel Cohn-Bendit, nel programma “C à vous” ha detto che durante il maggio si sono dette e fatte anche tante stronzate.

Noi lo chiamavamo Dany le Rouge ed era un libertario. Poi, serbando il temperamento, si è scoperto partigiano e ancora europeista. Ma non critico l’esperienza soggettiva di chi, nell’assenza di risultati immediati, ha vissuto la disillusione dei propri ideali.

Davvero nessun risultato immediato?

Sì, uno. Gli studi degli psicanalisti si svuotarono perché la gente non stava più male. In pratica hanno preso tutti a parlarsi per strada, riscoprendo la fraternità, la convivialità: esigenze naturali che crescendo, nell’adattarci al mondo adulto, addormentiamo. Come ogni rivolta giovanile, anche il Maggio fu un voglia di relazione.

Ma non durò molto quella fraternità.

Perché ritornò l’autorità del super-ego statale, che crea cittadini ansiosi di ricchezze materiali, distanti gli uni dagli altri.

Il concetto di fraternità è caro al presidente Macron, che per il suo impegno europeista ha ricevuto tre giorni fa la medaglia Carlo Magno.

La sua idea di rigenerazione dell’Europa è meritevole, soprattutto perché l’idea di comunità culturale europea è stata degenerata dal potere tecnocratico finanziario volto a sviluppare solo un’unità economico-finanziaria. La condivisione culturale è necessaria tanto più oggi che il dialogo è aperto anche con Ungheria, Polonia e Turchia che non hanno una tradizione democratica.

Anche il dialogo interno in Francia ha le sue difficoltà. Si discute sulla censura dell’Islam sui media: dopo Houellebecq ed Éric Zemmour, è stato citato in giudizio in questi giorni Pierre Cassen (di “Riposte Laique”, sito per difendere il diritto di critica verso l’Islam) per “incitamento all’odio contro i mussulmani”.

Anche nei confronti dell’Islam c’è stata una mancata fraternità in passato che riverbera nelle nuove generazioni. Più dei padri, sono i figli a ghettizzarsi, ad avvertire la repulsione. Ricordiamoci che, da religione giudaico-cristiana, l’Islamismo è un credo fondato sul concetto di pace. Altra cosa è il fanatismo.

Oggi gli studenti francesi protestano per la Loi Vidal (Loi Orientation et réussite des étudiants). Lei sarebbe dalla loro parte?

Ogni riforma, utile o inutile, provoca una reazione collettiva ed è un’opportunità per quel rituale iniziatico che è la ribellione. Ma il sistema educativo francese avrebbe bisogno di essere totalmente ripensato e di soluzioni assai diverse da una riforma così di poco conto.

A volte ritornano: North dall’Irangate alla Nra

Bello come un attore, impeccabile nella sua divisa inamidata e sovraccarica di nastrini e decorazioni, Oliver North, all’epoca colonnello dei marines, entrò così nelle case e nelle cronache americane, quando depose in Congresso sulla vicenda Iran-Contras.

È lui, tipico ‘eroe americano’ dei tempi di Ronald Reagan, che la National Rifle Association (Nra), la lobby delle armi negli Usa, ha ora scelto come nuovo presidente e testimonial, mentre l’assioma ‘libere armi in libero Stato’, garantito dal II emendamento della Costituzione, pare a tratti vacillare, sotto la spinta del movimento dei giovani Never Again. Il congresso di Dallas, una settimana fa, è stata l’occasione per puntellare e rinnovare l’immagine della associazione, che s’è riunita dove il sindaco e la popolazione non la volevano, ha ricevuto l’appoggio del presidente Trump, già dimentico delle promesse fatte ai giovani (“Fin quando sarò presidente, nessuno toccherà il II Emendamento”) e s’è scelta in North un nuovo ‘uomo immagine’.

North non ha il fascino e la fama di Charlton Heston – Mosé e Ben Hur al cinema e poi protagonista del Pianeta delle Scimmie – che guidò la Nra a cavallo del Millennio. Ma è figura di riferimento solida per i conservatori d’America, uscito ‘pulito’ dallo scandalo Iran-Contras, noto anche come Irangate, e riciclatosi da militare a commentatore politico della Fox News, la rete all news vicina ai repubblicani. Militare pluridecorato e trafficante d’armi, funzionario del Consiglio per la Sicurezza nazionale nell’Amministrazione Reagan, North fu uno dei principali protagonisti della discussa trattativa che, alla metà degli Anni Ottanta, portò a un baratto tra Washington e Teheran: armi americane al regime che, solo pochi anni prima, aveva tenuto sequestrati per 400 giorni oltre 50 funzionari dell’Ambasciata di Washington a Teheran, in cambio della liberazione di prigionieri statunitensi finiti nelle mani degli Hezbollah in Libano.

Con North alla presidenza, e la ‘mamma con la pistola’ Dana Loesch come portavoce, la Nra torna all’offensiva, dopo che una sequela di sparatorie nelle scuole e il massacro a metà febbraio nel liceo di Parkland in Florida – 14 studenti e tre adulti uccisi – avevano incrinato le adamantine certezze del rispetto del II Emendamento. Ma il dibattito politico s’è ormai spento, come sempre dopo tutte le altre stragi.

North, oggi 75 anni, con nel curriculum anche l’invasione di Grenada e gli sviluppi del sequestro dell’Achille Lauro, fu incriminato per l’Irangate nel 1989 per avere ostacolato l’inchiesta del Congresso, ma fu poi scagionato nel 1991. Il ricavato della vendita di armi all’Iran, in violazione dell’embargo, servì a finanziare di nascosto l’opposizione dei Contras al governo rivoluzionario sandinista e filocomunista del Nicaragua. La vicenda minò la credibilità di Reagan, cui North fece da parafulmine nelle audizioni in Congresso.

Caso Karadima e abusi sessuali Bergoglio convoca i vescovi cileni

Durante la visita all’inizio dell’anno in Cile, Papa Francesco era stato contestato per non essere intervenuto in modo diretto su casi di abusi sessuali occultati dalla Chiesa. Una ulteriore puntata della vicenda si svolgerà dal 15 al 17 maggio quando Bergoglio incontrerà i vescovi cileni e l’argomento da sviscerare sarà proprio quello. Fra i casi da trattare quello del vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali. A spingere Papa Francesco alla convocazione dei vescovi il dossier elaborato da monsignor Charles Scicluna, con 64 testimonianze sui comportamenti del prete cileno Fernando Karadima nei confronti di Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo, già incontrate e ascoltate anche da Bergoglio. I tre tennero una conferenza stampa il 2 maggio scorso e Hamilton dichiarò: “Vorrei dire ai vescovi insabbiatori che il maggior danno non è stato quello che mi ha fatto Karadima ma quello che mi hanno fatto loro. Mi hanno ucciso di nuovo quando sono andato a chiedere il loro aiuto”.

McCain contro i bulli di Trump, l’ultima battaglia del veterano

Forse, John McCain queste battaglie le perderà: forse, Gina Haspel sarà lo stesso confermata a capo della Cia; e, forse, lui non tornerà più al suo scranno nel Senato degli Stati Uniti, tenuto ininterrottamente dal 1987, quando la gente dell’Arizona lo scelse per sostituire l’ultra-conservatore segregazionista Barry Goldwater.

Ma, pur resa roca dalla malattia, un tumore al cervello che non gli lascia più speranze, la voce dell’ex pilota della USNavy, che fu prigioniero di guerra in Vietnam per sette anni, riesce a scuotere ancora le coscienze a Washington ed a destare imbarazzi tra Congresso e Casa Bianca. Vittima di quella maledizione americana per cui i reduci del Vietnam, marchiati dalla sconfitta, arrivano alla Casa Bianca solo nei film – da Independence Day ad AirForceOne -, mentre nella realtà ci vanno gli imboscati di quella guerra, come Clinton e Bush jr, McCain fallì due volte l’attacco alla presidenza: nel 2000, battuto nelle primarie repubblicane proprio da Bush jr; e ancora nel 2008, battuto nelle elezioni dal candidato democratico Barack Obama.

Ma la sua autorità morale è sempre andata crescendo, fino a farne, nell’America di Trump, la figura di riferimento dei conservatori illuminati, che detestano l’isolazionismo, la rozzezza e l’oscurantismo del magnate presidente. Ed è stato proprio il commento sopra le righe di una delle assistenti di Trump, Kelly Sadler, a scatenare l’ennesima bufera sulla Casa Bianca. “Che importa di McCain? Tanto sta morendo…”, ha detto Sadler, dopo la presa di posizione del senatore contro la nomina a capo della Cia della Haspel, non refrattaria al ricorso alla tortura negli interrogatori dei terroristi.

Non è bastata una telefonata di scuse dello staff del presidente alla moglie e alla figlia di McCain, che lotta da mesi contro il cancro.

McCain, 81 anni, gode in Congresso e nel Paese di un’enorme stima bipartisan e, fra i repubblicani, è stato fin da subito una delle voci più critiche sull’ascesa al potere di Trump, con cui i rapporti non sono mai stati facili. Nel suo ranch di Sedona, in Arizona, dove riceve visite di amici, MCCain ha appena finito di girare un documentario della Hbo e di scrivere l’ultimo libro The Restless Wave, dove ribadisce la sua visione repubblicana pro-libero scambio e pro-immigrazione.

In una lettera ai colleghi senatori, McCain ha espresso le sue perplessità sulla scelta di Gina Haspel alla guida della Cia, perché la prescelta di Trump fu una delle responsabili del programma di torture varato dall’agenzia d’intelligence dopo l’11 Settembre. “Credo che la Haspel ami il nostro Paese e abbia dedicato la sua vita professionale a difenderlo. Ma il suo ruolo nel supervisionare torture è inquietante e squalificante”, sostiene McCain, che durante la prigionia venne torturato (e al ritorno in patria anche per questo fu decorato).

Nella campagna elettorale 2106, il senatore polemizzò con Trump, che, più volte, parlando di lotta al terrorismo, ipotizzò il ritorno a tecniche ‘rafforzate’ di interrogatorio, come il waterboarding.

Possibilità che Haspel, alla Cia da 33 anni, parlando in Senato, ha categoricamente escluso: “Non lo permetterò mai – ha detto – anche se lo dovesse ordinare il presidente”, evitando però di prendere le distanze “dalle ottime persone che presero decisioni difficili” dopo l’11 Settembre; nel 2002, Haspel diresse una prigione della Cia in Thailandia. In campagna, Trump mise in dubbio che McCain sia un eroe di guerra: “A me piacciono quelli che non si fanno prendere”, ironizzò, dividendo il Paese come gli riesce spesso bene. Il senatore non gliel’ha perdonata: al suo funerale, non lo vuole, nella National Cathedral, ci sarà Mike Pence, il vice. Che la battaglia contro la tortura non sia vinta negli Usa lo dimostra una sortita del vice di Bush, Dick Cheney, l’ “anima nera” di quella Amministrazione, che ancora difende il programma d’interrogatori introdotto dopo l’11 Settembre. “Andrebbe rilanciato”, dice Cheney alla Fox. Ma, per fortuna, la sua voce non ha la forza di quella di McCain.

Iraq al voto, bassa affluenza e rigurgiti dell’Isis

Gli iracheni sono tornati a votare per eleggere il Parlamento. È la prima volta da quando il Paese ha dichiarato la vittoria sullo Stato Islamico, l’Isis, alla fine del 2017 con la riconquista di Mosul, la seconda città più importante. Proprio a Mosul, ancora piena di macerie, i manifesti elettorali si alternano a quelli in cui si avverte la popolazione di prestare massima attenzione alle mine e alle bombe inesplose lanciate dai jet militari della coalizione internazionale e dall’artiglieria dell’esercito iracheno sostenuto dalle milizie sciite Hashd al Shaabi, addestrate dal vicino Iran.

La Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, spera che il risultato elettorale conferirà più seggi al partito sciita dell’ex primo ministro Noury al Maliki, legato a doppio filo al clero iraniano, togliendone a quello dell’attuale primo ministro Haider al Abadi, anch’egli sciita ma più aperto al dialogo con i partiti sunniti. Questo appuntamento elettorale è del resto considerato dalle cancellerie un referendum su Abadi.

Alle urne erano attesi 24,5 milioni di aventi diritto al voto, tra i quali 3 milioni di curdi concentrati nel Nord del Paese dove si trova la regione autonoma del Kurdistan iracheno con capitale Erbil. Dopo l’annullamento del referendum secessionista dello scorso settembre per volere del governo centrale e a causa del voltafaccia statunitense, la regione curda ha perso parte della propria autonomia e tutti i territori contesi con Baghdad, specialmente la città e la provincia di Kirkuk, la più ricca di gas e petrolio di tutto l’Iraq.

La bassa affluenza è stata in parte attribuita a un coprifuoco di 24 ore messo in atto dal governo dalla mezzanotte di venerdì, che è stato quindi parzialmente revocato dal primo ministro Abadi nel corso della giornata. Le operazioni di voto sono state inoltre rallentate da disguidi di carattere informatico e dalle ferree procedure di sicurezza per evitare attacchi dell’Isis. Il risultato, qualunque sarà, difficilmente provocherà un cambiamento significativo date le divisioni settarie del paese. Il responso potrebbe piuttosto rendere ancora più difficile governare i 55 milioni di abitanti, la maggior parte di religione sciita perché a disputarsi i seggi sono stati ben 87 partiti. L’unica novità positiva è l’aumento del numero delle donne candidate, ovvero 2.011.

I temi della campagna elettorale sono stati la corruzione, la povertà, l’influenza dell’Iran e il futuro delle forze statunitensi ancora in Iraq. In cima alla lista di tutti i partiti però c’era il problema della sicurezza.

Nel paese resistono ancora delle piccole, ma pericolose sacche di jihadisti dello Stato Islamico. Sei membri delle milizie sciite Hashid Shaabi sono stati uccisi in un attacco dell’Isis proprio a sud di Kirkuk, come ha riportato il sito Kurdistan 24 citando una fonte locale degli apparati di sicurezza. Altri due miliziani che erano intervenuti di rinforzo ai loro commilitoni sono rimasti feriti. L’area, specialmente a ridosso dell’arteria che porta a Baghdad, è oggi la zona più pericolosa di tutto il paese proprio per gli attacchi dell’Isis che il mese scorso aveva minacciato azioni armate contro chiunque avesse partecipato alle elezioni, chiedendo in particolare ai sunniti (anche l’Isis è di fede sunnita) di tenersi lontani dalle urne. Per cercare di garantire la sicurezza del voto, sono stati chiusi per 24 ore i confini e tutti gli aeroporti .

Migranti, com’è triste Parigi: sembra la “giungla” di Calais

“Basta migranti per le strade entro fine anno” aveva detto il presidente Emmanuel Macron nel luglio 2017 mentre faceva evacuare un accampamento di fortuna alla Porte de la Chapelle, nel nord di Parigi. Meno di un anno dopo, più di 2.500 migranti vivono sempre per strada, dormendo nelle tende, nei quartieri più popolari del nord-est della Capitale, accampati sotto un lungo tratto sopraelevato di una linea del metrò e lungo i canali Saint-Martin e Saint-Denis, fino alla periferia con Aubervillers. Qui si trova il campo del Millénaire, almeno 1.500 persone, il più grande, che prende il nome dal centro commerciale vicino. Parigi sempre più come Calais, dove la polizia era intervenuta nel 2016 a smantellare la bidonville di disgraziati che tentavano il viaggio in Inghilterra.

Una nuova “giungla” si estende nel nord-est della Capitale. In città la situazione si fa tesa. E poi il dramma è arrivato. Martedì scorso, un giovane afghano, 20-25 anni, è morto annegato. Forse è caduto nel canale perché aveva bevuto troppo. O forse voleva attraversare a nuoto per vincere una stupida scommessa. I pompieri non sono riusciti a salvarlo. Due giorni prima, il corpo di un altro migrante era stato ripescato più a nord, nei pressi del campo del Millénaire. Dopo questi fatti, il sindaco di Parigi, la socialista Anne Hidalgo, ha chiamato in causa la responsabilità dello Stato nella cattiva gestione della crisi dei migranti e per le condizioni disumane e insalubri in cui chi cerca rifugio a Parigi si ritrova a vivere. Hidalgo mette in guardia contro i rischi di un’evacuazione e chiede allo Stato di fornire un tetto ai migranti se si vuole evitare una “catastrofe”: “Negli accampamenti della capitale vige il caos. Le Ong chiedono la presenza della polizia per poter continuare a intervenire”, ha scritto il sindaco in una lunga lettera al primo ministro Edouard Philippe, che il quotidiano Le Figaro ha pubblicato integralmente.

Appena un paio di mesi fa, il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, aveva rifiutato di fornire rinforzi a quei quartieri della capitale: “L’occupazione dello spazio pubblico nella città non è competenza dello Stato”, aveva detto Collomb. Un atteggiamento che aveva lasciato di sasso i responsabili delle associazioni umanitarie che ogni giorno distribuiscono pasti negli accampamenti e forniscono cure mediche ai migranti: “Che cosa si sta aspettando? Un nuovo dramma? Teniamo i migranti fuori dalla querelle a fini elettorali tra governo e città”, aveva reagito Pierre Henry, direttore della Ong France Terre d’Asile, molto attiva anche a Calais.

Da parte sua Anne Hidalgo accusa il governo di “abbandonare” la città a se stessa: “La crisi può essere risolta solo se – si legge nella missiva a Philippe – ciascuno accettasse di ripensare la sua azione e di andare oltre il perimetro stretto della propria area di intervento”.

Intanto nel 19esimo arrondissement i migranti continuano a ammassarsi. Secondo i volontari delle Ong molti fanno avanti e indietro da Calais cercando un po’ di riposo a Parigi prima di ritentare la traversata della Manica. Nella Capitale mancano spazi di accoglienza. A marzo, alla porte de la Chapelle, ha chiuso la “Bulle”, una struttura gonfiabile adibita a centro per rifugiati che ha accolto più di 60 mila persone in un anno e mezzo.

Su quest’area deve sorgere un campus universitario. La Bulle potrebbe essere rimontata altrove da questa estate e altri cinque centri di accoglienza dovrebbero essere allestiti in tutta la regione.

Riotta, l’articolo 1 della Carta e la sindrome ‘tamurriata nera’

Atutti capita prima o poi di fare esperienza della cosiddetta “Sindrome della Tamurriata nera”, cioè di quello sbigottito stato d’animo per cui “Io nun capisco ’e vvote che succere / Chello ca se vere nun se crere, nun se crere”. A noi, per dire, è successo venerdì mattina guardando Agorà su Rai3. Lì abbiamo ascoltato questo scambio tra l’economista Antonio Rinaldi e il prestigioso giornalista Gianni Riotta, tra l’altro esperto della Ue sulle fake news. Dice Rinaldi: “Cosa dice l’articolo 1 della Costituzione? Di chi è la sovranità? Del popolo”. Interviene Riotta: “L’articolo 1 di cosa, scusi? Io mi ricordo ‘L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro’. Lo dico solo perché un ragazzo che ci ascolta e va all’esame e dice ‘ho sentito ad Agorà che l’articolo 1 dice che non è una Repubblica fondata sul lavoro’ poi lo bocciano…” (chello ca se vere nun se crere). Ora, com’è noto, quelle affermazioni sono entrambe contenute nell’articolo 1 della Carta e sono ovviamente entrambe fondamentali: quanto alla sovranità i costituenti scelsero la formula “appartiene al popolo” al posto della prima versione (“emana dal popolo”) – ha scritto la professoressa Carlassare – “per sottolineare la permanenza della sovranità nel popolo che non se ne spoglia col voto”. Non vale, cioè, la “democrazia d’investitura”. Ora Riotta non è in malafede, proprio non lo sa: lui conosce solo la parolaccia “sovranismo”, manganello utile a chi voglia usare la sovranità fuori dalla legalità costituzionale. E quando succede questo come finisce? Così: È nato nu criaturo, è nato niro…

Un calcio morto di overdose

Adesso che è finita la tragicommedia del governo, che di per sé sola dice di che pasta sia fatta in realtà la democrazia (trucchi, imbrogli, agguati, imboscate, menzogne, ricatti), col nano malefico che per il momento si è fatto da parte (apparentemente perché dai nani c’è sempre da attendersi il peggio per la fisiologica ragione, come scrisse Gianna Preda di Fanfani, che “hanno il cuore troppo vicino al buco del culo”) possiamo riprendere a parlare di cose serie. Di calcio.

Anche la Nazionale, come la nostra politica, non se la passa bene. Non è riuscita ad andare ai Mondiali. Ci sarebbe da stupirsi del contrario. Le squadre di A e anche di B sono zeppe di stranieri, spagnoli, brasiliani, argentini, colombiani, marocchini, egiziani e persino coreani del Nord (robb de matt) ma soprattutto serbi, croati, bosniaci che se ci fosse ancora la cara, vecchia e mai troppo rimpianta Jugoslavia formerebbero la Nazionale più forte del mondo. Il bacino in cui può pescare il nostro Ct, si tratti di Mancini o di chi l’ha preceduto, è estremamente ridotto. Ma anche le altre nazioni europee, a livello di club, non è che siano un granché. Il Barça, dopo il ritiro di Xavi e l’inesorabile declino di Iniesta, non è più quello. Il Madrid non è una squadra ma un insieme di singoli, alcuni anche scarsi. Il Bayern è il peggior Bayern della sua storia. Il Paris Saint-Germain, che ha speso una follia per Neymar (240 milioni) sottraendolo al Barcellona dove era inutile (molto meglio ‘Pedrito’ che adesso gioca nel Chelsea) non riesce a emergere perché Edison Cavani non è mai diventato Van Nistelrooy, il suo idolo giovanile. Rimangono i velocissimi ragazzini del Liverpool che il 26 maggio, a Kiev, nella finale infilzeranno il borioso ed eternamente aiutato Real (puntate e vi sarà dato).

Ma la questione non è questa. Ci si diverte anche a vedere giocare gli scarsi. I problemi veri nascono altrove.

In Italia dal 1982, anno dell’introduzione del ‘terzo straniero’, il calcio da stadio ha perso il 40% degli spettatori. Chiunque abbia masticato calcio (e nella mia generazione lo abbiamo fatto tutti – tranne Mughini che preferiva le parallele – perché lo sci lo conosceva solo chi stava in montagna, il tennis era uno sport da ricchi o per raccattapalle, il basket era troppo americano) sa che differenza ci sia, dal punto di vista dell’atmosfera ambientale ma anche tecnico, fra il vedere una partita allo stadio e vederla in Tv.

Per ragioni televisive, quindi economiche, il calcio è stato spalmato sull’intera settimana e in ore diverse: venerdì ci sono gli anticipi di B, il sabato la B e due anticipi di A, al mezzogiorno della domenica una partita di cartello, il pomeriggio, alle tre, giocano gli sfigati, alle 18 altra partita, alle 20 e 45 il clou. Il lunedì il posticipo di A (addio, fra l’altro, al sub-rito della schedina giocata sabato al bar con gli amici). Al martedì e mercoledì la Champions che ha sostituito la Coppa dei Campioni (giocata, a eliminazione diretta, solo dalle vincitrici dei rispettivi campionati europei) per poterla organizzare a gironi e quindi più partite, molte delle quali inutili, più televisione, più quattrini. Al giovedì la ridicola Europa League, ma son quattrini anche quelli. Un’abbuffata che stroncherebbe anche il più focoso degli amanti.

Squadre con dieci e anche undici stranieri, giocatori che, in un giro di valzer vorticoso, cambiano società ogni anno per fame di ‘novità’ (e spesso sono dei brocchi inguardabili) e anche durante la stagione, con tanti saluti alla regolarità del Campionato, per esigenze degli sponsor maglie diverse da quelle tradizionali, se la squadra gioca in trasferta, forsennata e costosa politica degli abbonamenti (denaro che arriva in anticipo) che schiaccia i ragazzi dietro le porte e nelle curve dove si vede poco o nulla ai quali quindi interessa tutto tranne il gioco e, raggruppati insieme, diventano dei teppisti di cui poi ipocritamente ci si lamenta.

L’economico (e anche la tecnologia, il famigerato Var) ha svuotato il calcio dei suoi contenuti identitari, rituali, mitici, simbolici, sentimentali che, al di là del gioco e dello spettacolo, hanno fatto la fortuna secolare di questo sport nazional popolare: il riconoscersi in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nelle sue maglie, in certi giocatori-simbolo, nel suo carattere la cui continuità era assicurata dal passaggio di testimone, di generazione in generazione, fra gli ‘anziani’ e i giovani del vivaio e della Primavera.

Inoltre, ed è forse la cosa più grave, il calcio ha perso la sua funzione sociale, di sport interclassista dove allo stadio si trovavano insieme, fianco a fianco, tutti, l’imprenditore e il suo operaio, il manager e l’impiegato, l’artigiano e il suo ricco cliente.

Oggi nel calcio circolano cifre enormi e spropositate, per i giocatori, gli allenatori, i direttori tecnici, i procuratori. E naturalmente per i grandi network televisivi. Proprio in questi giorni MediaPro, Mediaset e Sky si stanno scannando con cifre che superano il miliardo di euro per i diritti televisivi della Serie A.

Nel 1982, dopo l’introduzione del ‘terzo straniero’, scrissi per Il Giorno un articolo in cui dicevo che il calcio, ridotto da sport sul campo alla dimensione di uno spettacolino televisivo, che come tale, fra una telefonata al cellulare e l’altra, una visita al frigo, la moglie che rompe, perde quella concentrazione che in un rito (perché il calcio è innanzitutto rito) deve essere assoluta e quindi man mano interesse, sarebbe andato fatalmente a morire. E così sarà. Morirà per overdose. Come tutto il resto.

I vecchi poteri avanzano compatti per la nuova Cdp

Esaurita la febbrile trattativa a quattro (Lega, M5S, Berlusconi, Quirinale) sui nomi dei ministri, il primo nodo da sciogliere per il governo Di Maio-Salvini sarà la scelta dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). I tecnicismi nascondono al popolo che lì c’è il potere vero. Sarebbe quindi utile che almeno su questo il nuovo governo (se riuscisse a nascere) fosse davvero populista, cioè trasparente. I primi segnali non sono incoraggianti. L’instancabile Luigi Bisignani, amico del presidente uscente Claudio Costamagna, ha dato a Matteo Salvini il consiglio inequivocabile di non perdere l’occasione “di condizionare il governo con i suoi uomini non solo nell’esecutivo ma anche nelle società partecipate, dalla Cassa Depositi e Prestiti fino alla Rai, senza il rischio di sporcarsi le mani”. Questa è la musica. Pentastellati in preda a governismo infantile muoiono dalla voglia di ballarla.

La Cdp è la vera cassaforte dello Stato. Raccoglie 250 miliardi di risparmio postale e ne gira 150 allo Stato depositandoli nel cosiddetto conto di Tesoreria. Lo Stato paga a Cdp interessi maggiori di quelli che Cdp dà ai risparmiatori. Due anni fa il governo Renzi ha aumentato il tasso pagato a Cdp. Il margine di interesse (la differenza tra i tassi percepiti e quelli pagati) è cresciuto dai 905 milioni del 2015 ai tre miliardi del 2017. Due miliardi in più. L’utile netto di Cdp è cresciuto solo di 1,2 miliardi. Gli 800 milioni di differenza è quanto ogni anno la Cassa può spendere per fare il nuovo Iri. Sono i soldi che le consentono di essere azionista dell’Eni, delle Poste e della Saipem, ma anche della Kedrion del capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, della Inalca Carni (gruppo Cremonini) e degli hotel di Rocco Forte. Un minestrone nel quale neppure uno chef stellato sarebbe in grado di riconoscere un sapore di logica industriale.

Costamagna vorrebbe restare. Il banchiere d’affari ex Goldman Sachs nel 2015 fu trasformato da Matteo Renzi in servitore dello Stato. Dopo le perplessità iniziali sembra aver scoperto che il potere è più attraente del denaro, soprattutto quando ne hai già accumulato abbastanza. Ma la sua posizione appare compromessa. Il premier uscente Paolo Gentiloni aveva già storto il naso quando ha saputo che Cdp l’anno scorso ha prestato 300 milioni al gruppo arabo Meydan per finanziare un centro commerciale a Dubai la cui costruzione è stata affidata alla Salini Impregilo. È normale che Cdp finanzi la committenza straniera per le aziende italiane (anche se sarebbe più sensato sostenere le commesse per le fabbriche italiane di Finmeccanica e Fincantieri che i muratori di Dubai). Meno normale che Costamagna, presidente di Salini Impregilo fino al giorno in cui passò a Cdp, sia oggi consigliere della holding Athena attraverso la quale Pietro Salini controlla il gruppo. A compromettere definitivamente la posizione di Costamagna è stata la maldestra gestione dell’operazione Tim, con gli 800 milioni di risparmio postale spesi per comprare il 5 per cento della società telefonica e consentire al fondo Elliott di scalzare dal controllo la francese Vivendi. Il regista di Elliott è stato Paolo Scaroni, ex ad dell’Eni, oggi imputato con Bisignani nel processo per corruzione internazionale in Nigeria.

Perse le speranze per Costamagna e anche per l’incolore ad Fabio Gallia, è pronto un piano B per garantire la continuità: nominare amministratore delegato l’attuale direttore finanziario Fabrizio Palermo e direttore generale l’attuale capo del settore immobiliare Salvatore Sardo, già stretto collaboratore di Scaroni all’Eni. M5S e Lega hanno già dato segnali di disponibilità. Il nuovo che avanza.

La ricerca del Signore Risorto occupa l’intera esistenza dell’uomo

“In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”. (Marco 16,15-20).

L’annuncio della vittoria di Gesù sulla morte e sul peccato è il principio della fede e della missione cristiana. L’inizio di questo brano, letto nella liturgia della solennità dell’Ascensione, non include il versetto 14, ma ritengo importante accennarvi per l’atteggiamento del Maestro verso i suoi. Prima di sottrarsi allo sguardo dei discepoli, Gesù “li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto”. Essi condivisero con lui situazioni le più diverse. Giuda lo tradì, Pietro lo rinnegò, non furono capaci di stargli accanto nel momento drammatico della sua passione. Stentano persino a crederlo risorto! Eppure, Gesù, mentre viene elevato in cielo, lascia ai suoi, a noi, alla sua Chiesa la sua opera da continuare. La narrazione evangelica di Marco mette in evidenza un contrasto: l’incredulità e la durezza di cuore dei discepoli vengono guarite dal Signore risorto con la sua ostinata fiducia nei loro riguardi, facendo inabitare in loro il dono dello Spirito Santo. Egli affida, ugualmente, alla loro e alla nostra “inaffidabilità” la missione di proclamare il Vangelo in tutto il mondo! Imprevedibile metodo di Dio: proprio il coinvolgimento di questi increduli e paurosi discepoli nel fare del bene a tutti, li trasformerà in testimoni credibili e coraggiosi. La fede si radica nella coscienza sia mediante l’ascolto, sia camminando insieme ai destinatari dell’annuncio che salva. Quando l’ostilità e la resistenza mettono a repentaglio la vita, allora si vede quanto tenace e fedele sia la disponibilità di Dio verso l’uomo: oltre il male, oltre il rifiuto, anche oltre la morte. Al principio della sua attività di predicazione, Gesù invitava alla conversione e alla fede (Mc 1,15) affinché la “buona notizia” non cadesse nel vuoto. Così, quelli che credono nel nome di Gesù compiranno segni capaci di manifestare l’efficacia divina della Parola affidata: “e il Signore confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”. Gesù “dopo aver parlato loro” viene elevato al Cielo ed intronizzato alla destra del Padre. Il cielo “squarciato” al momento del battesimo è un’immagine che ricompare anche qui per indicare l’ascesa di Gesù presso il Padre; tra cielo e terra non c’è più separazione, ma un vincolo inscindibile. Se la terra, in certo senso, è salita al cielo con il Corpo glorificato di Gesù, il Cielo è disceso sulla terra con lo Spirito Santo che il Figlio ci ha inviato dal Padre.

Non è più l’epoca della separazione, della distanza, dell’estraneità, dell’inimicizia. Gesù vive ed è presente nei suoi discepoli, nella Chiesa: “e il Signore agiva insieme con loro (synergoùntos)”. Questa “sinergia” tra divino e umano è l’opera dello Spirito Santo, vero protagonista della missione affidata ai cristiani. Dove si trova, allora, il Signore Risorto? Secondo la sua promessa, Egli non ci ha lasciati soli (Gv 14,8), ma ci indica la mèta del nostro cammino che non è certo la tomba vuota: “Non è qui” (Mc 16,6), ma non è neanche il cielo verso cui fissare lo sguardo in modo inerte e passivo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,11). La nostra ricerca di Lui occupa l’intera l’esistenza e si realizza nell’ascolto e nell’annuncio della “buona notizia”, nella condivisione dell’Eucaristia, nella pratica della carità evangelica.