Il botto sventrò Firenze all’1 e 04 del 27 maggio 1993. I primi ad arrivare in via dei Georgofili videro un ragazzo avvolto dalle fiamme che gridava affacciato a una finestra: “Ricordo che urlava, poi ci fu una fiammata e sparì”, dettò a verbale l’ispettore di polizia, Michele Perini. La strada era divisa in due tronconi, coperti dalle macerie di due palazzi e dell’intera parete ovest della Galleria degli Uffizi, devastati da 250 chilogrammi di tritolo: dopo Falcone e Borsellino, colpiti in Sicilia nel 1992, Cosa Nostra (e chi se ne serviva) aveva alzato il tiro verso il cuore dello Stato e l’obiettivo era la bellezza, con la devastazione del patrimonio artistico che il mondo ci invidia.
Quella notte il tritolo cancellò un’intera famiglia: Fabrizio e Angela Nencioni 39 e 36 anni e le figliolette Nadia di 9 anni e Caterina di neanche due mesi. Lui era vigile urbano, la moglie era la custode dell’Accademia dei Georgofili, e assieme a loro morì anche Dario Capolicchio, lo studente ventiduenne di Architettura trasformato in una torcia umana nell’appartamento di fronte alla Torre dei Pulci. Si salvò la fidanzata, Francesca Chelli, che porta ancora i segni di un’invalidità permanente.
Vennero distrutte opere d’arte di valore smisurato, il 25 per cento dei dipinti della Galleria subì danni, così come numerosi edifici della zona, fino alla Chiesa di SS. Stefano e Cecilia. Davanti alle telecamere, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il ministro dell’Interno Nicola Mancino indicarono immediatamente la responsabilità della mafia e il pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi parlò di “offesa all’umanità”.
Solo due settimane prima, il 14 maggio, era toccato a Maurizio Costanzo scampare per un soffio, insieme alla allora compagna Maria De Filippi, all’esplosione di una Fiat Uno rubata alla Isaf, una società che operava “nel campo dei software e dei sistemi logistici nel settore militare’’.
A 25 anni da quegli attentati, le indagini hanno finora accertato che l’attacco ai monumenti nel contesto della strategia stragista portata fuori dalla Sicilia fu suggerito da soggetti esterni a Cosa Nostra. Lo avevano detto i pentiti Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca e lo avevano ribadito le sentenze di Firenze.
Oggi il verdetto di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia consente di “leggere” quelle esplosioni del ’93 come bombe di un “dialogo” imbastito tra i boss e le istituzioni sulla gestione del 41-bis, il regime di carcere duro.
Come ha sostenuto il pm Vittorio Teresi nella requisitoria del processo di Palermo, “l’unico settore nel quale si poteva intervenire immediatamente e con una discreta previsione di successo”, rispetto alle pretese di Cosa Nostra, “era il carcerario, perché settore di competenza esclusiva del ministro della Giustizia e del Dap. Bastava ed è bastato cambiare quattro uomini: per cambiare la politica penitenziaria e soddisfare la mafia”.
In quel momento, la trattativa iniziata nel ’92 con i colloqui tra il generale del Ros Mario Mori e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, entra nella sua fase più delicata: la partita si sposta nelle carceri, mentre al vertice dello Stato c’è Oscar Luigi Scalfaro e – secondo la ricostruzione del pool Stato-mafia – una regia istituzionale si preoccupa di neutralizzare tutti i possibili ostacoli all’interlocuzione con le cosche.
La cronologia dei pm parte l’8 febbraio 1993 quando la camorra uccide a Napoli l’agente di polizia penitenziaria Pasquale Campanello. In quel momento la reazione dello Stato è immediata, e l’indomani il Guardasigilli Claudio Martelli, ancora in carica, spedisce al 41-bis “fino al 31 maggio ’93’’ decine di detenuti delle prigioni napoletane di Secondigliano e Poggioreale. Nei penitenziari sale la tensione e il prefetto partenopeo Umberto Improta invia un fax al ministero della Giustizia proponendo misure per “stemperare tensioni” all’interno e all’esterno delle carceri.
Il clima è surriscaldato anche nei palazzi romani e in via Arenula dove l’11 febbraio il giurista Giovanni Conso sostituisce Martelli (accusato da Silvano Larini e Licio Gelli di aver usato il conto Protezione) al vertice del ministero della Giustizia. Pochi giorni dopo, il 17 febbraio, una lettera di minaccia firmata di familiari dei detenuti mafiosi viene indirizzata al capo dello Stato Scalfaro: “Crediamo – scrivono – che lei debba vergognarsi di essere il capo di uno Stato che permette ai secondini di avere atteggiamenti uguali a quelli degli sciacalli e dei teppisti”.
La lettera si chiude con una sollecitazione chiara: “Togliere gli squadristi al servizio di Amato’’, con l’evidente riferimento a Nicolò Amato, il direttore del Dap. La minaccia è durissima e il 21 febbraio, Conso, appena insediato, revoca i 41-bis a Secondigliano e Poggioreale: “È il primo segnale di cedimento – dice durante la requisitoria nell’aula bunker il pm Vittorio Teresi – e di reale rinuncia all’azione di contrasto forte e intransigente”.
Nel frattempo Giuliano Amato cede il testimone di Palazzo Chigi a Carlo Azeglio Ciampi, e Cosa Nostra si prepara a veicolare il messaggio ricattatorio al nuovo governo: il 12 maggio il Senato vota la fiducia, due giorni dopo una carica di tritolo in via Ruggero Fauro esplode a pochi metri dalla Mercedes che trasporta Maurizio Costanzo e Maria De Filippi, abituati a viaggiare su un’Alfa 164, circostanza cui, forse, devono la vita. L’indomani il capo del Dap Amato e il suo vice Edoardo Fazioli revocano 127 misure di 41-bis a detenuti “non pericolosi’’, a uno solo dei quali, anni dopo, verrà riapplicato il carcere duro.
Ma mentre lo Stato a Roma e Firenze torna sotto l’attacco stragista, a Milano prende il via un nuovo progetto politico. Racconta Ezio Cartotto, ghost writer dell’ex ministro dc Giovanni Marcora e consulente Fininvest, che il pomeriggio del 4 aprile 1993 nella sua villa di Arcore Silvio Berlusconi, presente il leader Psi Bettino Craxi, decide di scendere in campo, tenendo segretissima, al momento, la decisione.
Nella scansione degli eventi analizzati dai magistrati palermitani entra in scena, a questo punto, anche un verbale di Giuseppe Monticciolo, braccio destro di Brusca, che nel 2000 raccontò ai magistrati di Firenze un incontro a Villagrazia di Carini con Marcello Dell’Utri, avvenuto “pochi giorni dopo l’attentato a Costanzo’’.
Tirando fuori un “pizzino’’ con un elenco di monumenti, Dell’Utri, secondo il pentito, aveva chiesto al boss Leoluca Bagarella “una cortesia’’ (lo stesso termine utilizzato in carcere dal boss Giuseppe Graviano per indicare una presunta richiesta fattagli da Berlusconi), e cioè la prosecuzione della strategia stragista. Interrogato in aula a Palermo, Monticciolo prima ha confermato il verbale, poi ha però negato di avere mai incontrato Dell’Utri.
Ed è subito dopo l’attentato a Costanzo, che in Sicilia il commando corleonese scalda i motori in vista della trasferta “in Continente’’: Graviano convoca Gaspare Spatuzza in un villino di Santa Flavia, nei pressi di Palermo, e gli commissiona “un lavoretto a Firenze”. Sul tavolo, dirà Spatuzza dopo essersi pentito, c’erano dei dépliant di viaggio: “Erano là per fare vedere a noi gli obiettivi da colpire”, ma verrà smentito da Brusca, Monticciolo e anche dal pentito Cancemi: “Cosa Nostra – puntualizzerà Cancemi, custode dei segreti di Totò Riina, ormai defunto – non ha la mente così fina da scegliere quegli obiettivi’’.
La scena si sposta così nel Nord Italia. Il 23 maggio, giorno del primo anniversario della strage di Capaci, nella casa di Prato di Antonino Messana, zio del medico mafioso Vincenzo Ferro, arrivano dalla Sicilia gli emissari del boss Gioacchino Calabrò. In una stanza al primo piano, Ferro trova Spatuzza e un intero commando: Giuseppe Barranca detto “ghiaccio”, Francesco Giuliano “Olivetti”, e Cosimo Lo Nigro detto “Bingo”, perché, come ha raccontato il pentito Pietro Romeo, quando piazzava l’esplosivo e sentiva il botto esclamava “Bingo”.
Le fiamme e i morti del 28 maggio a Firenze provocano la fibrillazione delle più alte istituzioni. La partita sul 41-bis è ancora aperta e il 4 giugno Scalfaro decide di sostituire Amato al vertice del Dap: al suo posto va Adalberto Capriotti, scelto dall’uomo del Quirinale con l’aiuto del capo dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni.
Come vice viene chiamato, a sorpresa, Francesco Di Maggio, pm dalla robusta esperienza (ma privo dei titoli per ricoprire l’incarico), che teorizza, come rivelerà Loris D’Ambrosio, la “via penitenziaria’’ della lotta alla mafia: il problema, insomma, va risolto nelle carceri. Saro Cattafi, faccendiere a metà tra Cosa Nostra e i servizi segreti, racconterà al processo sulla trattativa che proprio in quei giorni Di Maggio, in procinto di assumere l’incarico al Dap, lo aveva convocato al bar Doddis di Messina per affidargli una missione: “C’era stato da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Mi disse: dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola: voleva disinnescare le stragi”.
La sostituzione di Amato non sfugge a Cosa Nostra. E il 14 giugno ’93 la Falange Armata, la misteriosa sigla che rivendica tutti i passaggi della strategia stragista, in un comunicato esprime la propria “soddisfazione per la nomina di Capriotti”. Il 24 giugno Capriotti si insedia al Dap e appena due giorni dopo sforna un documento che propone di ridurre del 10 per cento i provvedimenti di carcere duro “per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”. Perché, si chiede il pm Teresi nella requisitoria sulla trattativa, “a un mese dalla strage dei Georgofili, era necessario dare un segnale di distensione?”
Il segnale, comunque, sembra produrre l’effetto contrario. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio le bombe tornano a deflagrare a Roma, con l’aggressione al tritolo delle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Mezzora prima, una Fiat uno rubata da Spatuzza esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone e ferendone dodici. È la notte del terrore che fa temere al premier Ciampi un “golpe”.
Solo un mese dopo, il 10 agosto, la Dia in una nota spiega come la pressione dello Stato con il carcere duro abbia spinto i capimafia a compiere gli attentati per indurre le istituzioni a una tacita trattativa. La stessa cosa ribadisce, l’11 settembre, lo Sco spiegando che “obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato”. È la conferma che quegli apparati investigativi hanno già le idee chiare, a differenza di quanti hanno continuato ad utilizzare l’aggettivo presunta davanti a “trattativa’’ nei successivi 25 anni. Spingendo la presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, a pronunciare parole che oggi pesano come pietre: “Sarebbe ora di dire agli italiani, perché noi lo sappiamo benissimo, che la strage di via dei Georgofili poteva essere evitata se lo Stato avesse fatto il suo dovere’’.