Silvio c’è: la realtà supera la finzione

Non si dice mai abbastanza bene dei due film di Sorrentino, Loro 1 e Loro 2 (soprattutto Loro 2). È cinema più grande di molto altro cinema. Eppure è più piccolo della realtà. Esempio: Silvio c’è. La celebre e umiliante canzone che ha celebrato il governante-padrone durante il suo regno assoluto, potrebbe essere cantata in questo momento sia dai leghisti sia dai Cinque Stelle che stanno trattando per formare un incredibile governo insieme. È qualcosa che appartiene a una realtà parallela che pochi (Sorrentino compreso, che di estro ne ha molto) avrebbero avuto la sfrontatezza di immaginare.

Ciò che accade negli incontri segreti tra Di Maio e Salvini è, né più né meno, ciò che Berlusconi-Servillo – malinconico, invecchiato e sempre presente – autorizza, permette, suggerisce, impedisce, approva. Può darsi che tutto salti e che non se ne faccia nulla. Se il banco salta, chi credete che farà saltare il banco, sia pure con qualche finzione, tipo l’improvviso orgoglio leghista di Salvini? Ma guardate la scena. È evidente che conduce Berlusconi. Adesso. Dopo il film, in una realtà che sorpassa di gran lunga la finzione, benché la finzione sia un film carico di citazioni accurate, la regia non è del bravo regista italiano (che conclude il film con una scena simmetrica e opposta all’apertura de La Dolce Vita: un Cristo che scende dal cielo non su una Roma luminosa ma sulle macerie de L’Aquila).

La regia è di Silvio Berlusconi. Peccato che Salvatore Settis, nella sua recensione (su questo giornale) al Gioco dell’Oca di Antonio Tabucchi e agli articoli che in quel tempo Tabucchi scriveva sull’Unità diretta da me e da Padellaro, non si sia soffermato sul trattamento riservato a Tabucchi durante la sua appassionata guerra letteraria contro Berlusconi (che avveniva sul mio giornale, nessun altro dei colleghi, che passano il tempo a premiarsi tra loro, l’avrebbe pubblicata). L’onda di violenza furente e volgare che ogni berlusconiano dotato di giornale e di firma ha dedicato al grande scrittore per non avere apprezzato il fatto miracoloso Silvio c’è, è stata seconda solo alle stroncature che il fascismo riservava ai Gobetti o ai Rosselli.

Nel frattempo, come i lettori sanno, è successo di tutto: Silvio è stato condannato in via definitiva per reati importanti, è stato privato di onori e pregato di lasciare il Senato. Ma Silvio c’è. Non un minuto in meno o un titolo in meno nei giornali o telegiornali, sulla esposizione a catena delle sue opinioni, decisioni, persuasioni o giudizi e prese di posizione. È l’unico condannato con la scorta. I corazzieri salutano e Berlusconi (che solo il Fatto scrupolosamente definisce in relazione alle sue attività) sale al Quirinale, non si sa in base a quale protocollo o invito o permesso. Non risulta che mai un condannato in via definitiva per il numero di anni e il tipo di reati che riguardano Berlusconi (non stiamo parlando dei processi in corso) sia mai salito al Quirinale, abbia guidato o partecipato a consultazioni e abbia addirittura improvvisato la gag di formare i numeri con le dita per contare i punti di Salvini nella conferenza stampa del sottomesso leghista, un modo di stabilire chi comanda nel gruppo. Anche adesso comanda nel gruppo, e il paradosso con cui ci stiamo confrontando è una strana e inedita competizione tra un bel film e una realtà squallida.

Il film è finito, con una sua triste riflessione che conclude nel tono giusto un periodo di storia italiana infinitamente triste. La realtà continua. Squallida come ai tempi del Nazareno (la fretta concitata con cui il Pd ha voluto svalutare se stesso in modo sensazionale alleandosi col condannato).

Squallida come queste ore in cui stiamo aspettando di sapere che cosa va bene e conviene a Berlusconi e che cosa no, mentre Di Maio e Salvini restano in rispettosa attesa e finta discussione. Persino descritta così, la narrazione però è insufficiente. Il film è inesorabile nel raccontarci l’alternarsi di generosità e rigetto con cui Silvio-Servillo tratta i suoi dipendenti (chiunque stia a corte) alternando premi eccessivi e abbandoni brutali. Ma non ci dice la diffusa disciplina con cui un intero Paese si adegua.

In questo momento, in Italia, nessuno che abbia avversato apertamente Berlusconi, da solo, o dentro insospettabili partiti (metti il Pd) o in grandi giornali, ha più avuto (mai, per sempre) un premio, una firma, un incarico, una funzione, né apparizioni, se non sporadiche e legate al passato, in qualunque televisione. È un modo per ridurre a un brusìo ogni discorso non proprio di lode e di entusiasmo per il personaggio colpito da innumerevoli imputazioni e alcune serie condanne. Aspettatevi da lui il nuovo governo, premier incluso, chiavi in mano (sue).

Mail box

 

Sorrentino e Servillo magnifici. In “Loro” non c’è buonismo

Ho visto Loro di Sorrentino: a me il film è piaciuto (molto più de La grande bellezza): certo non fa analisi politiche, ma di costume e in questo è molto icastico, pur nella sua visionarietà. Alcuni dicono che disegni un Berlusconi troppo buonista: pare, però, che persino i suoi più acerrimi avversari dicano che di persona è davvero charmeur e grossier al tempo stesso (per usare i francesismi tanto cari alla sua giovanile carriera di chansonnier) e in questo l’interpretazione di Servillo è spettacolare.

Sergio Brenna

 

La politica dei due forni ricorda cinquant’anni di Dc

Breve flash di un poco cittadino ancor meno elettore (in quanto il proprio voto anche stavolta non mi pare venga interpretato).

Mi soffermo solo a indicare un undicesimo punto ai dieci indicati dal Fatto in prima pagina l’11 maggio. Cari M5S, siete sicuri che il modo in cui portate avanti la discussione per formare un governo sia così diverso da quello a cui abbiamo sempre assistito democristianamente per oltre cinquant’anni? Partendo dal famosissimo del doppio forno? Il B. è sempre vivo e lotta contro di voi.

Aldo Gardi

 

Se si tornasse alle elezioni il Movimento perderebbe voti

Oggi al voto il M5S perderebbe dal 10 al 15% dei voti. Così, poco poco, piano piano. Di Maio dà l’impressione di poter arrivare a vendere la mamma pur di far parte di un governo basta che sia. Oh, magari non sarà così, ma l’impressione è questa. Suggerirei di rientrare nei binari prima che sia troppo tardi.

Ma non per loro, per tutti quelli che in loro hanno riposto le ultime speranze d’avere un paese un po’ (almeno un po’) meno disgustoso. Per quel che può interessare, se non faranno la legge contro il conflitto d’interessi (non una burletta eh) il 15% in meno è pure poco.

Paolo Sanna

 

Gli opposti che si attraggono e un nuovo governo carioca

Salvo imprevisti dell’ultimo minuto, a breve sarà varato l’agognato governo a guida Lega-M5S, un esecutivo giallo-verde, “carioca”.

Non mancherà l’allegria, poi, quanto sarà duraturo lo dirà soltanto il tempo.

Flat tax, reddito di cittadinanza, legge Fornero, immigrazione, conflitto di interessi, sono punti sui quali le contraddizioni tra Lega e M5S sono evidenti e inevitabilmente non mancheranno di emergere al momento de tirare le somme e mettere nero su bianco.

I buoni propositi si scontreranno con le difficoltà presenti nella realtà. Staremo a vedere.

Silvano Lorenzon

 

I personaggi della sinistra che la storia dimenticherà

Certo che se la politica italiana fosse fatta solo da fredduristi, crostatisti, bicameralisti, euro assenteisti e popcornisti la “pseudo sinistra” sarebbe la prima forza in Italia da decenni.

Purtroppo questi protagonisti che vanno da D’Alema e Renzi ci hanno lasciato o ci lasceranno ben poco di commendevole, oltre alle loro freddure.

Stanno invece riacquistando valore tesi e interviste di personaggi come Calamandrei, Pertini, Berlinguer che avevano individuato alcune delle storture della classe politica italiana.

Ma in questi anni la preoccupazione maggiore della pseudo-sinistra è stata di far fallire quotidiani, riviste e tv.

Questi Carneade della politica saranno ricordati per la burbanza con cui hanno etichettato chi osava sfidarli sui problemi concreti che opprimevano e opprimono buona parte degli italiani. Ma si sono mai domandati perché più del 50% dei votanti ha scelto di non votarli?

È notizia di questi giorni che il Pd ha messo in cassa integrazione circa 150 dipendenti, e da buon qualunquista faccio notare che dalla fine degli anni ‘80 che stanno mettendo in “cassa” dipendenti che evidentemente vengono assunti appena qualche leopoldista crede di aver potere in mano.

Franco Novembrini

 

Berlusconi riabilitato è come Cicciolina che torna vergine

Se in Italia si riesce a riabilitare uno come Berlusconi e a renderlo nuovamente candidabile allora si potrebbe anche far tornare vergine Cicciolina.

Nel frattempo aspetto con ansia il giorno in cui si potranno resuscitare Sandro Pertini e Indro Montanelli.

Fulvio Temporin

 

Il “delinquente” è eleggibile: potrà tornare a fare danni

Sono allibito. Ho appena letto che il tribunale di Milano ha riabilitato Berlusconi e lo ha reso ricandidabile.

Alla faccia della legge Severino, della grave evasione milionaria, del “delinquente abituale” appioppatogli dai giudici e delle altre sentenze che lo aspettano. Abbiamo scherzato. Può tornare a fare più danni di quelli che già ha fatto e sta facendo al paese.

E quindi gli andrebbe a pennello provocare una rapida caduta del futuro governo Dimaio-Salvini.

Urge una riforma della giustizia. Sì, ma quando?

Enrico Costantini

 

L’auto col cadavere di Moro sotto il Centro studi Usa

Si è detto, sin dall’inizio, che la R5 con il corpo di Aldo Moro fu simbolicamente lasciata dai brigatisti in via Caetani perché a metà strada tra la sede della Dc e quella del Pci.

Non mi è mai capitato di leggere, invece, che fu parcheggiata di fronte a Palazzo Mattei, via Caetani 32, ufficialmente sede del Centro Studi Americani, splendido palazzo dove spesso si incontravano e si incontrano per pubblici meetings personalità dell’amministrazione Usa e del sistema industriale statunitense.

Forse è l’ennesimo aspetto ancora da approfondire. Dalle finestre del palazzo si poteva controllare l’intera operazione di parcheggio dell’auto e tutto quello che accadde dopo.

Vittorio Cota

Non sempre le poltrone sono il mobilio del diavolo

M5S-Lega ai ferri corti. I sospetti su Di Maio: “Vuole fare il premier”.

La Stampa, 12 maggio

Titolo davvero strepitoso. Non bastassero i trascorsi da steward allo stadio di Napoli, nonché l’uso malfermo dei congiuntivi, adesso sulla testa del capo dei Cinquestelle (che ha preso il 32% alle elezioni) grava un pesante “sospetto”. Se fosse vero sarebbe davvero disgustoso. Ma come si permette? Signora mia come siamo caduti in basso. È come se leggessimo: “I sospetti su Higuain: vuole vincere il Mondiale”. Oppure: “I sospetti sul principe Harry: vuole sposare Meghan”. Direte che Di Maio non è né un principe e neppure un celebrato centravanti. Giusto. Infatti un titolo più appropriato poteva essere: “Di Maio vuole fare il sottosegretario senza portafoglio, con delega ai servizi igienici, anche in coabitazione con Borghezio”.

Meglio ancora: “A Di Maio Palazzo Chigi fa proprio schifo”. C’è poco da scherzare: sono proprio loro, i Cinquestelle, tra i principali responsabili di questa offensiva demenziale contro le “poltrone” (che ricorda le signore vittoriane che coprivano le indecenti gambe nude dei tavolini). Per anni hanno tuonato nelle piazze e in Rete contro la “spartizione dei posti”, come se il fatto stesso di ottenere e ricoprire degli incarichi fosse di per sé un sintomo di abiezione, l’anticamera indecente di traffici innominabili. Dopo il 4 marzo, messa finalmente da parte questa demagogia un po’ scema, hanno avuto oltre alla presidenza della Camera, due vicepresidenze e altri uffici di peso nei due rami del Parlamento. Tutte “poltrone” che a essi spettavano in forza del successo elettorale perché è così che funziona la democrazia rappresentativa. Cosicché saranno i cittadini a giudicare se “adempiranno alle funzioni pubbliche affidate con disciplina e onore” (articolo 54 della Costituzione). Onorando quindi la poltrona ottenuta, che non è roba loro ma della Repubblica Italiana. Stesso discorso vale per il governo: Di Maio e Salvini non sono affatto degli abusivi della politica e le trattative su premiership e ministeri, oltre a essere (ci mancherebbe altro) legittime rappresentano la volontà degli elettori. Purtroppo, tocca adesso agli avversari del M5S praticare la demagogia scema della “spartizione” e del “sospetto”, che considera le “poltrone” il mobilio del diavolo. Soprattutto se toccano ai grillini. Non si può stare mai tranquilli.

Una giornata Trenord: schiaffi ai controllori e sassate ai convogli

Uno schiaffoalla capotreno e dei sassi lanciati contro un treno prima della partenza: sono due episodi diversi, ma entrambi hanno coinvolto ieri i treni di Trenord, la società ferroviaria della Lombardia. La capotreno che si è beccata lo schiaffo aveva chiesto il biglietto a un viaggiatore sul treno diretto a Como San Giovanni e partito alle 7:30 da Milano Garibaldi. Dopo l’aggressione il treno non è arrivato a destinazione. È stato soppresso, invece, il treno preso a sassate. Sarebbe dovuto partire da Milano Greco Pirelli alle 5:52, diretto a Brescia. I sassi sono stati lanciati dalla massicciata mentre il personale stava facendo le prove propedeutiche alla partenza. Non è la prima volta che in quella zona i treni vengono bersagliati da sassi.

“AAA cercasi l’assessore ai Trasporti, Claudia Terzi – ha commentato il segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati – Servono interventi chiari per garantire la sicurezza sui treni e nelle stazioni, la demagogia e il populismo delle destre hanno prodotto il far west. Sono inaccettabili il perdurante silenzio di Regione Lombardia e l’assenza di piani di intervento: è ora che chi governa questa Regione si svegli e dia risposte concrete“.

Ultime dall’Avvocatura di Stato: la firma del Presidente è inutile

Caro direttore, è in atto un “piccolo” attentato alle prerogative del presidente della Repubblica, ed è purtroppo avallato dal ministro della Difesa: davanti al Tar Toscana l’Avvocatura distrettuale dello Stato definisce irrilevante la firma del Presidente nei decreti amministrativi. Per come è argomentata, la tesi potrebbe applicarsi perfino agli atti normativi e legislativi. Che la firma ci sia o meno, o perfino che sia falsa, non cambia nulla, sostiene l’Avvocatura, degradando l’irresponsabilità funzionale del Presidente (che è una garanzia) alla mera formalità dei suoi atti. Conta solo la volontà del governo, che propone l’atto e poi lo controfirma.

La tesi aberrante è contenuta nelle memorie in rappresentanza del ministero della Difesa, relative a una vicenda interna all’Aeronautica militare che, nel 1983, punì con la radiazione il capitano pilota Mario Ciancarella, incolpato di violazioni alla disciplina militare (disobbedienza, insubordinazione, diffamazione) per aver offeso il prestigio dell’Arma e dei superiori attraverso le denunce paradossalmente riportate nell’atto di incolpazione, e sulle quali non si è mai indagato: “Violazioni valutarie, sulla sicurezza e l’impiego di velivoli ed equipaggi, sull’impiego (il)legittimo di fondi di bilancio; incidenti di volo insabbiati, falsificazione di libri di volo (e delle) firme su quietanze di valuta”.

Il caso, iniziato almeno nel 1980, di tanto in tanto suscita l’interesse della cronaca per avere punti di contatto con alcuni misteri irrisolti, dalla strage di Ustica ai “suicidi” sospetti, fino all’omicidio del parà Emanuele Scieri (per il quale non è mai stato indagato nessuno; salvo Mario Ciancarella, imputato di calunnia e arrestato – caso unico per quel reato, con provvedimento poi annullato dalla Cassazione – per aver denunciato con 17 anni di anticipo quello che la commissione d’inchiesta della Camera ha da poco accertato).

La legittimità della radiazione è all’esame del Tar, che – qualunque cosa deciderà il 16 maggio sulla eventuale nullità dell’atto – non si farà condizionare dalla sprezzante tesi dell’Avvocatura. E non intendo parlare del caso, del quale per evitare conflitti d’interesse non mi sono mai occupato in 35 anni di professione giornalistica: Mario Ciancarella è mio fratello.

Sono però in atto due fatti gravi sul piano istituzionale, che non riguardando più l’ipotesi che ufficiali dell’Aeronautica possano aver esercitato in modo distorto la loro autorità, per coprire abusi denunciati da un subordinato; e il perché si sia arrivati al punto di falsificare un atto presidenziale mai notificato, definito “decreto ministeriale” dal Bollettino Ufficiale della Difesa, poi tenuto nascosto per decenni, infine (scomparsi il presidente Pertini e il ministro Spadolini) esibito in fotocopia. Il Tribunale di Firenze ha disposto una perizia e ha dichiarato falsa la firma del presidente della Repubblica, con sentenza passata in giudicato nel 2016.

Il falso accertato è all’origine di quanto è avvenuto alla Camera e sta proseguendo davanti al Tar. Interrogata, nel 2017, su cosa intendesse fare per restituire “il grado e l’onore militare al capitano Ciancarella”, la ministra Pinotti assicurò la sua “attenzione” perché “tutto quanto compete all’Amministrazione della Difesa sia eseguito con estrema accuratezza”. Ma non disse una sola parola sulla falsificazione della firma del Presidente Pertini, evidentemente compiuta con l’assenso o su richiesta di alti ufficiali dell’epoca: non l’annuncio di un’inchiesta interna, non il suo sdegno, non il rammarico e le scuse al Presidente della Repubblica, ancor più doverose in quanto suo predecessore alla Difesa.

L’“attenzione” promessa non ha avuto alcun seguito ed è stato inevitabile rivolgersi al Tar. Lì, pur di sostenere la legittimità della radiazione, l’Avvocatura dello Stato ha compiuto il secondo e più grave strappo istituzionale, la già descritta tesi della irrilevanza e della sostanziale inutilità della firma presidenziale. Quegli atti certamente esprimono la volontà e la responsabilità del governo, ma sono attribuiti al Presidente nel quadro delle funzioni definite dal costituzionalista Ernesto Bettinelli a Firenze qualche anno fa, di “garanzia effettiva”. Libero, grazie alla controfirma ministeriale, da ogni responsabilità, il Presidente è “vincolato al dovere assoluto di osservanza attiva della Costituzione, che egli presidia” attraverso i poteri di controllo.

L’Avvocatura dello Stato, giustamente, difende gli interessi dell’Amministrazione con qualsiasi argomento sostenibile in diritto. Ma è un corpo professionale autonomo e indipendente: non può farlo con acrobazie giuridiche lesive di altre istituzioni (e che certamente non avrebbero consentito a chi le ha firmate di superare il concorso da Avvocato dello Stato).

Il 3 marzo 2017 il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, e il presidente del Consiglio comunale, Francesco Battistini, consegnarono al presidente Mattarella in visita alla città una lettera del capitano Ciancarella. Non aggiunsero altro, perché il capo dello Stato disse di conoscere il caso. Vorrei credere che i consiglieri lo abbiano informato in modo completo, anche della lesione alle sue prerogative. Ma ne dubito. Se applicasse il criterio di Einaudi (“il dovere di trasmettere intatti al mio successore i poteri stabiliti dalla Costituzione”) nel modo affermato da Napolitano (non condiviso dal Fatto, ma mi sia consentita la citazione) attraverso l’Avvocatura dello Stato nel “caso Trattativa”, si profilerebbe un nuovo conflitto tra poteri davanti alla Corte costituzionale, affinché dichiari che “non spetta all’Avvocato dello Stato e al ministro della Difesa sostenere in giudizio l’irrilevanza della firma presidenziale”. Già, ma chi rappresenterebbe il presidente della Repubblica davanti alla Consulta?

Forse il “piccolo” attentato e i suoi effetti sulle istituzioni non sono poi così piccoli. Per questo, direttore, ho chiesto ospitalità e ti ringrazio di avermela data.

Un altro raid contro ambulanza in codice rosso: “È come Raqqa”

Un nuovo episodio di violenza riaccende i riflettori sull’emergenza aggressioni al personale sanitario. “Alle 9:30 la Postazione 118 del Crispi stava trasportando un codice rosso in pronto soccorso (paziente a bordo), a sirena e lampeggiante – si legge sulla pagina Facebook ‘Nessuno tocchi Ippocrate’ –. Senza alcun motivo, un passante a largo Antignano scaglia un paletto di ferro contro il vetro laterale del mezzo di soccorso, mandandolo in frantumi e mettendo a repentaglio l’incolumità di medico, infermiera e paziente già di per sé grave”. L’infermiera ha riportato “trauma ed escoriazione dell’arcata sopraccigliare sinistra, per il sobbalzo nell’urto violento e per proteggere la paziente. (…) Adesso abbiamo bisogno persino di mezzi blindati?”. “Per i medici e per chi in generale lavora per la salute dei cittadini, Napoli è come Raqqa”, commenta Silvestro Scotti, presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli. E conclude: “Queste vili aggressioni devono finire, ormai la situazione è fuori controllo. Le istituzioni devono intervenire in maniera efficace e immediata”.

Trento, il vino è sempre più forte delle proteste

Un alpino ha distribuito alle fanciulle trentine decine di biglietti da visita con il suo numero di cellulare: “Se ti senti sola e annoiata – c’è scritto – chiama un alpino dell’adunata”. Due alpini si sono messi in coda alla biglietteria della stazione dei treni con il loro asino. Su una vecchia jeep c’è la scritta: “Non abbiamo il wifi ma il vino buono, dopo due bicchieri navighi che è un piacere”. E a proposito di navigazione, gli alpini di San Michele – paese a nord di Trento – volevano raggiungere il capoluogo con una zattera sul fiume Adige: si sono schiantati contro il pilone di un ponte e, fradici ma incolumi, sono stati recuperati dai Vigili del fuoco. A Trento andranno lo stesso, ma in auto o in treno.

Nella notte fra venerdì e sabato 150 persone sono state soccorse. Quasi tutte con la stessa diagnosi: intossicazione da alcol. I più gravi hanno avuto un infarto.

La cronaca della novantunesima adunata degli alpini a Trento – cento anni dopo la fine della Prima guerra mondiale – potrebbe essere questa: un collage di momenti (più o meno) goliardici. Già nei giorni scorsi sono arrivati più di 200 mila alpini, in una città che ha quasi 120 mila abitanti. Con gli ultimi arrivi, gli organizzatori si aspettano 600 mila penne nere. Forse di più.

La domenica è il giorno della sfilata delle delegazioni provenienti da tutta Italia e anche dall’estero. Ci sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e nel cielo sfrecceranno le frecce tricolori.

Ma nel racconto di questi giorni gran spazio hanno avuto anche le proteste. A Bolzano ieri mattina è stato imbrattato il muro della sede locale dell’Ansa, con il simbolo dell’anarchia e la frase “Alpini assassini stupratori”. Altre scritte offensive sono apparse nei giorni scorsi sui muri di Trento, prontamente cancellate dagli alpini. Così anche sui manifesti appesi all’esterno di sociologia, occupata per poco più di una giornata da un gruppo di studenti anarchici, chiamati “Saperi banditi”.

La Digos sta seguendo la pista anarchica anche per i tre sabotaggi di venerdì notte, lungo i binari del Trentino. “Non ci fermeranno, l’adunata è e sarà una festa”, ha detto Ugo Rossi, presidente della Provincia di Trento. Considerando il numero di persone in città, sembra che la promessa sia stata mantenuta.

A Roveretoieri hanno sfilato con gli alpini anche gli Schützen, il gruppo folkloristico che si richiama alle milizie tirolesi. Un gesto di tregua, fortemente voluto dai vertici dell’associazione nazionale degli alpini, per mettere fine alle polemiche di chi ritiene una provocazione la scelta di Trento come città dell’adunata, cento anni dopo la fine della guerra.

Il tema appassiona sempre meno le giovani generazioni, cresciute fra Erasmus e globalizzazione. Ma è una ferita ancora aperta per chi ha avuto nonni o bisnonni morti al fronte, con una divisa diversa rispetto a quella italiana.

Ma gli alpini non vogliono che questa adunata sia ricordata come quella delle proteste di una minoranza. Vorrebbero che fosse raccontata una storia diversa: quella di una città che in questi giorni si è trasformata per accoglierli. Persino i centri estetici cinesi – come ha scritto il Dolomiti, un giornale locale – propongono il “massaggio dell’alpino”. Ed è facile immaginare cosa sia.

Però l’immagine più bella è forse quella rilanciata nei social: un alpino che passeggia sotto il monumento di Dante. Ha uno zaino a cui è attaccato un cappello con la piuma e la scritta: “Questi appartenevano a uno dei pochi reduci della campagna di Russia”. Fra eccessi e goliardia, a Trento c’è spazio anche per la memoria.

È caduto il trono di Spada. Non basta il tifo Casamonica

Poteva essere una serata di riscatto per gli “zingari” di Roma, lontano dalla cronaca. Invece, alla famiglia allargata Casamonica-Di Silvio-Spada ultimamente sembra andare tutto storto, anche nella tanto amata ‘noble art’. Di fronte a un nutrito parterre, zeppo di esponenti del clan radicato nel quadrante est della Capitale, il 38enne Domenico Spada non è riuscito a difendere il titolo italiano di pugilato, abbandonando “per protesta” alla sesta ripresa il match contro il giovane talentuoso Mirko Geografo (ha lamentato un colpo alla tempia e una testata non sanzionati dall’arbitro).

“Vulcano” non è uno Spada qualsiasi, è cugino di Carmine, il boss di Ostia in carcere con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso insieme al fratello minore Roberto Spada, noto per la testata a un giornalista. Non che Domenico non abbia i suoi problemi con la giustizia.

L’ex campione mondiale dei pesi medi, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 7 anni di reclusione per usura (è in corso il processo in Appello). Lui che, forte del carisma da fighter e dei successi sportivi, non ha mai lesinato di difendere in tv se stesso, i cugini ostiensi e il suo “clan”.

Così venerdì a fare il tifo per “Vulcano” c’era un intero settore occupato dalla comunità sinti e da membri delle tre principali famiglie. Un centinaio di persone in tutto, fra cui nipoti e pro-nipoti di Vittorio Casamonica, il capostipite per il quale nel 2015 venne organizzato il funerale-show di Cinecittà. Fra loro, anche Luciano Casamonica (omonimo del cugino pluripregiudicato) e divenuto noto per un selfie con Gianni Alemanno, scattato durante una cena nel 2010 al Baobab a cui parteciparono pure esponenti Pd. L’ex sindaco di Roma ha detto più volte di “non aver avuto mai nulla a che fare con i Casamonica”.

In platea molti ci guardano in cagnesco. Qualcun altro ci parla. “Se vuoi ti parlo di boxe, sennò lascia perdere”, ci dice uno di loro, mentre il vicino aggiunge: “Che nun ce vedi, semo tutti mafiosi, c’avemo li fucili sotto le sedie”.

Un altro pian piano si scioglie: “Domenico è un grande pugile, è nostro dovere supportarlo, questo sport fa parte della storia della nostra famiglia”, ricordando i fratelli Romolo e Sandro Casamonica, entrambi ex azzurri (il primo partecipò anche alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984) e il 39enne Pasquale Di Silvio, una buona carriera nei pesi medi. Tutti con qualche “problemino” giudiziario.

Il folklore e l’irruenza dei Casamonica&co. a Roma sono notori quasi quanto le loro malefatte. Solo pochi giorni fa Antonio Casamonica, classe ’96, e Alfredo Di Silvio (1990), insieme ad altri due, sono stati arrestati per il raid in un bar alla Romanina, dove hanno aggredito un barista e una disabile. I pm di Roma contestano l’aggravante del metodo mafioso.

Ma non sono argomenti da ring. Mentre Domenico inveisce contro l’arbitro e lo speaker di Sportitalia, Stefano Buttafuoco, tenta di calmarlo affermando di stimarlo “come pugile e come uomo”, nella “curva sinti” si critica il parente-campione: “Era troppo nervoso”, dice una donna.

Fra gli appassionati di boxe accorsi al PalaGems, si è notata l’assenza di Emanuele Dessì, senatore M5S messo alla berlina proprio in virtù delle foto scattate in palestra con Domenico Spada. “Dopo le polemiche, preferisco evitare – dice al Fatto – Non l’ho nemmeno visto in tv, ho parlato con il papà di un ragazzo e mi ha raccontato tutto”. Il parlamentare però attacca la Federazione Pugilistica Italiana: “Non capisco come facciano a farsi pubblicità col volto di un condannato per usura. E non è solo Domenico il problema. Ottavio Spada, arrestato insieme a Carmine e Roberto, stava in nazionale”. “Il vicepresidente federale, Flavio D’Ambrosi – aggiunge – è un vice questore. Ma poi il problema è Dessì che fa i guanti con Spada”.

Anche perché “Vulcano” ora potrebbe chiedere la rivincita, per poi tentare l’assalto al titolo europeo. Con la bandiera italiana cucita sulla tuta azzurra.

Roma-Firenze 1993. Era di maggio e sappiamo perché

Il botto sventrò Firenze all’1 e 04 del 27 maggio 1993. I primi ad arrivare in via dei Georgofili videro un ragazzo avvolto dalle fiamme che gridava affacciato a una finestra: “Ricordo che urlava, poi ci fu una fiammata e sparì”, dettò a verbale l’ispettore di polizia, Michele Perini. La strada era divisa in due tronconi, coperti dalle macerie di due palazzi e dell’intera parete ovest della Galleria degli Uffizi, devastati da 250 chilogrammi di tritolo: dopo Falcone e Borsellino, colpiti in Sicilia nel 1992, Cosa Nostra (e chi se ne serviva) aveva alzato il tiro verso il cuore dello Stato e l’obiettivo era la bellezza, con la devastazione del patrimonio artistico che il mondo ci invidia.

Quella notte il tritolo cancellò un’intera famiglia: Fabrizio e Angela Nencioni 39 e 36 anni e le figliolette Nadia di 9 anni e Caterina di neanche due mesi. Lui era vigile urbano, la moglie era la custode dell’Accademia dei Georgofili, e assieme a loro morì anche Dario Capolicchio, lo studente ventiduenne di Architettura trasformato in una torcia umana nell’appartamento di fronte alla Torre dei Pulci. Si salvò la fidanzata, Francesca Chelli, che porta ancora i segni di un’invalidità permanente.

Vennero distrutte opere d’arte di valore smisurato, il 25 per cento dei dipinti della Galleria subì danni, così come numerosi edifici della zona, fino alla Chiesa di SS. Stefano e Cecilia. Davanti alle telecamere, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il ministro dell’Interno Nicola Mancino indicarono immediatamente la responsabilità della mafia e il pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi parlò di “offesa all’umanità”.

Solo due settimane prima, il 14 maggio, era toccato a Maurizio Costanzo scampare per un soffio, insieme alla allora compagna Maria De Filippi, all’esplosione di una Fiat Uno rubata alla Isaf, una società che operava “nel campo dei software e dei sistemi logistici nel settore militare’’.

A 25 anni da quegli attentati, le indagini hanno finora accertato che l’attacco ai monumenti nel contesto della strategia stragista portata fuori dalla Sicilia fu suggerito da soggetti esterni a Cosa Nostra. Lo avevano detto i pentiti Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca e lo avevano ribadito le sentenze di Firenze.

Oggi il verdetto di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia consente di “leggere” quelle esplosioni del ’93 come bombe di un “dialogo” imbastito tra i boss e le istituzioni sulla gestione del 41-bis, il regime di carcere duro.

Come ha sostenuto il pm Vittorio Teresi nella requisitoria del processo di Palermo, “l’unico settore nel quale si poteva intervenire immediatamente e con una discreta previsione di successo”, rispetto alle pretese di Cosa Nostra, “era il carcerario, perché settore di competenza esclusiva del ministro della Giustizia e del Dap. Bastava ed è bastato cambiare quattro uomini: per cambiare la politica penitenziaria e soddisfare la mafia”.

In quel momento, la trattativa iniziata nel ’92 con i colloqui tra il generale del Ros Mario Mori e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, entra nella sua fase più delicata: la partita si sposta nelle carceri, mentre al vertice dello Stato c’è Oscar Luigi Scalfaro e – secondo la ricostruzione del pool Stato-mafia – una regia istituzionale si preoccupa di neutralizzare tutti i possibili ostacoli all’interlocuzione con le cosche.

La cronologia dei pm parte l’8 febbraio 1993 quando la camorra uccide a Napoli l’agente di polizia penitenziaria Pasquale Campanello. In quel momento la reazione dello Stato è immediata, e l’indomani il Guardasigilli Claudio Martelli, ancora in carica, spedisce al 41-bis “fino al 31 maggio ’93’’ decine di detenuti delle prigioni napoletane di Secondigliano e Poggioreale. Nei penitenziari sale la tensione e il prefetto partenopeo Umberto Improta invia un fax al ministero della Giustizia proponendo misure per “stemperare tensioni” all’interno e all’esterno delle carceri.

Il clima è surriscaldato anche nei palazzi romani e in via Arenula dove l’11 febbraio il giurista Giovanni Conso sostituisce Martelli (accusato da Silvano Larini e Licio Gelli di aver usato il conto Protezione) al vertice del ministero della Giustizia. Pochi giorni dopo, il 17 febbraio, una lettera di minaccia firmata di familiari dei detenuti mafiosi viene indirizzata al capo dello Stato Scalfaro: “Crediamo – scrivono – che lei debba vergognarsi di essere il capo di uno Stato che permette ai secondini di avere atteggiamenti uguali a quelli degli sciacalli e dei teppisti”.

La lettera si chiude con una sollecitazione chiara: “Togliere gli squadristi al servizio di Amato’’, con l’evidente riferimento a Nicolò Amato, il direttore del Dap. La minaccia è durissima e il 21 febbraio, Conso, appena insediato, revoca i 41-bis a Secondigliano e Poggioreale: “È il primo segnale di cedimento – dice durante la requisitoria nell’aula bunker il pm Vittorio Teresi – e di reale rinuncia all’azione di contrasto forte e intransigente”.

Nel frattempo Giuliano Amato cede il testimone di Palazzo Chigi a Carlo Azeglio Ciampi, e Cosa Nostra si prepara a veicolare il messaggio ricattatorio al nuovo governo: il 12 maggio il Senato vota la fiducia, due giorni dopo una carica di tritolo in via Ruggero Fauro esplode a pochi metri dalla Mercedes che trasporta Maurizio Costanzo e Maria De Filippi, abituati a viaggiare su un’Alfa 164, circostanza cui, forse, devono la vita. L’indomani il capo del Dap Amato e il suo vice Edoardo Fazioli revocano 127 misure di 41-bis a detenuti “non pericolosi’’, a uno solo dei quali, anni dopo, verrà riapplicato il carcere duro.

Ma mentre lo Stato a Roma e Firenze torna sotto l’attacco stragista, a Milano prende il via un nuovo progetto politico. Racconta Ezio Cartotto, ghost writer dell’ex ministro dc Giovanni Marcora e consulente Fininvest, che il pomeriggio del 4 aprile 1993 nella sua villa di Arcore Silvio Berlusconi, presente il leader Psi Bettino Craxi, decide di scendere in campo, tenendo segretissima, al momento, la decisione.

Nella scansione degli eventi analizzati dai magistrati palermitani entra in scena, a questo punto, anche un verbale di Giuseppe Monticciolo, braccio destro di Brusca, che nel 2000 raccontò ai magistrati di Firenze un incontro a Villagrazia di Carini con Marcello Dell’Utri, avvenuto “pochi giorni dopo l’attentato a Costanzo’’.

Tirando fuori un “pizzino’’ con un elenco di monumenti, Dell’Utri, secondo il pentito, aveva chiesto al boss Leoluca Bagarella “una cortesia’’ (lo stesso termine utilizzato in carcere dal boss Giuseppe Graviano per indicare una presunta richiesta fattagli da Berlusconi), e cioè la prosecuzione della strategia stragista. Interrogato in aula a Palermo, Monticciolo prima ha confermato il verbale, poi ha però negato di avere mai incontrato Dell’Utri.

Ed è subito dopo l’attentato a Costanzo, che in Sicilia il commando corleonese scalda i motori in vista della trasferta “in Continente’’: Graviano convoca Gaspare Spatuzza in un villino di Santa Flavia, nei pressi di Palermo, e gli commissiona “un lavoretto a Firenze”. Sul tavolo, dirà Spatuzza dopo essersi pentito, c’erano dei dépliant di viaggio: “Erano là per fare vedere a noi gli obiettivi da colpire”, ma verrà smentito da Brusca, Monticciolo e anche dal pentito Cancemi: “Cosa Nostra – puntualizzerà Cancemi, custode dei segreti di Totò Riina, ormai defunto – non ha la mente così fina da scegliere quegli obiettivi’’.

La scena si sposta così nel Nord Italia. Il 23 maggio, giorno del primo anniversario della strage di Capaci, nella casa di Prato di Antonino Messana, zio del medico mafioso Vincenzo Ferro, arrivano dalla Sicilia gli emissari del boss Gioacchino Calabrò. In una stanza al primo piano, Ferro trova Spatuzza e un intero commando: Giuseppe Barranca detto “ghiaccio”, Francesco Giuliano “Olivetti”, e Cosimo Lo Nigro detto “Bingo”, perché, come ha raccontato il pentito Pietro Romeo, quando piazzava l’esplosivo e sentiva il botto esclamava “Bingo”.

Le fiamme e i morti del 28 maggio a Firenze provocano la fibrillazione delle più alte istituzioni. La partita sul 41-bis è ancora aperta e il 4 giugno Scalfaro decide di sostituire Amato al vertice del Dap: al suo posto va Adalberto Capriotti, scelto dall’uomo del Quirinale con l’aiuto del capo dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni.

Come vice viene chiamato, a sorpresa, Francesco Di Maggio, pm dalla robusta esperienza (ma privo dei titoli per ricoprire l’incarico), che teorizza, come rivelerà Loris D’Ambrosio, la “via penitenziaria’’ della lotta alla mafia: il problema, insomma, va risolto nelle carceri. Saro Cattafi, faccendiere a metà tra Cosa Nostra e i servizi segreti, racconterà al processo sulla trattativa che proprio in quei giorni Di Maggio, in procinto di assumere l’incarico al Dap, lo aveva convocato al bar Doddis di Messina per affidargli una missione: “C’era stato da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Mi disse: dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola: voleva disinnescare le stragi”.

La sostituzione di Amato non sfugge a Cosa Nostra. E il 14 giugno ’93 la Falange Armata, la misteriosa sigla che rivendica tutti i passaggi della strategia stragista, in un comunicato esprime la propria “soddisfazione per la nomina di Capriotti”. Il 24 giugno Capriotti si insedia al Dap e appena due giorni dopo sforna un documento che propone di ridurre del 10 per cento i provvedimenti di carcere duro “per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”. Perché, si chiede il pm Teresi nella requisitoria sulla trattativa, “a un mese dalla strage dei Georgofili, era necessario dare un segnale di distensione?”

Il segnale, comunque, sembra produrre l’effetto contrario. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio le bombe tornano a deflagrare a Roma, con l’aggressione al tritolo delle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Mezzora prima, una Fiat uno rubata da Spatuzza esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone e ferendone dodici. È la notte del terrore che fa temere al premier Ciampi un “golpe”.

Solo un mese dopo, il 10 agosto, la Dia in una nota spiega come la pressione dello Stato con il carcere duro abbia spinto i capimafia a compiere gli attentati per indurre le istituzioni a una tacita trattativa. La stessa cosa ribadisce, l’11 settembre, lo Sco spiegando che “obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato”. È la conferma che quegli apparati investigativi hanno già le idee chiare, a differenza di quanti hanno continuato ad utilizzare l’aggettivo presunta davanti a “trattativa’’ nei successivi 25 anni. Spingendo la presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, a pronunciare parole che oggi pesano come pietre: “Sarebbe ora di dire agli italiani, perché noi lo sappiamo benissimo, che la strage di via dei Georgofili poteva essere evitata se lo Stato avesse fatto il suo dovere’’.

Violazione privacy, il governo tenta il condono per decreto

È stato trasmesso alle Camere il 10 maggio il decreto di adeguamento nazionale al regolamento europeo sulla privacy. Una stesura che aggiusta il tiro rispetto al tentativo, della bozza, di depenalizzare il trattamento illecito dei dati personali ma che lascia invariati due articoli che cancellano molti reati penali commessi fino al 25 maggio (quando la normativa Ue diventerà operativa), trasformandoli in illeciti amministrativi. A scriverlo, ieri, il blogger del fattoquotidiano.it Fulvio Sarzana: “Anche in questa versione – spiega Sarzana – c’è qualcosa che non quadra. Grazie infatti a due norme…chi ha violato la privacy anche in maniera massiva, non avrà alcuna conseguenza, se non il pagamento di pochi spiccioli”. Le norme originariamente depenalizzate in toto, risolte in parte dal governo con l’introduzione di nuovi reati, trasformano gli illeciti penali compiuti fino al 25 maggio in illeciti amministrativi. “Riguarda – spiega Stefano Aterno, docente di diritto penale dell’informatica alla Luiss. – solo i reati che vengono abrogati da questo decreto, come ad esempio parte dell’articolo 167”. Per quelli, quindi, la pena si trasformerà in pena pecuniaria. E se c’è stata condanna, la stessa verrà revocata.