Ma Andreotti incontrò due volte Bontate: la Cassazione è chiara

Ci sono verità accertate che tuttavia faticano a essere accettate. In particolare le verità che riguardano i rapporti fra mafia e politica. Palestra da sempre di un ostinato negazionismo, che ha toccato vertici parossistici col processo di Palermo contro Giulio Andreotti.

Una corrente di pensiero basata su vere e proprie bufale (oggi fake news) sostiene che l’imputato sia stato assolto, sebbene una sentenza della Corte d’Appello (confermata definitivamente in Cassazione) lo abbia dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa Nostra per averlo commesso fino alla primavera del 1980. Assolto per aver commesso il reato non esiste in natura. È surreale, contro ogni logica.

La mia opinione è che tale pervicace negazionismo – nel caso Andreotti illogico – equivale in sostanza a legittimare la politica che abbia anche rapporti col malaffare (mafia compresa) non solo per il passato, ma anche per il presente e magari persino per il futuro. Dunque una faccenda che in controluce tocca da vicino la qualità stessa della nostra democrazia.

L’ultima performance negazionista, più che parlare di innocenza in generale, si concentra su di un fatto specifico: due incontri dell’imputato Andreotti con Stefano Bontate (capo dei capi di Cosa Nostra) di cui ha parlato Pif nella serie televisiva La mafia uccide solo d’estate in onda ogni giovedì su Rai1.

Sul Foglio del 12 maggio, Maurizio Crippa sostiene – in sintesi – che Pif “calpesta i fatti”, perché “sta scritto nelle sentenze” ed è “sigillato nella sentenza di Cassazione” che le dichiarazioni accusatorie relative ai due presunti incontri non “erano confortate da adeguati riscontri (…) Insomma, non ci furono (…) e l’Andreotti che incontrava Bontate non è mai esistito”.

Peccato per Crippa che la Cassazione abbia “sigillato” una verità ben diversa. A pagina 169 la Cassazione conferma quanto aveva già stabilito la Corte d’Appello, concludendo che Andreotti i mafiosi “li aveva incontrati; aveva interagito con essi; aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire a ottenere, in definitiva, che le (sue) indicazioni venissero seguite; aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”.

Tutto ciò vien detto dopo aver premesso a pagina 156 che vi erano stati due incontri di Andreotti con Bontate “aventi a oggetto il problema rappresentato da Piersanti Mattarella”, il secondo dei quali va collocato nella primavera del 1980 (data fino alla quale è stato riconosciuto come commesso il reato ascritto all’imputato).

A questo punto, non si capisce proprio come si possa negare che i due incontri Andreotti-Bontate vi sono stati, per accusare invece chi ne parla di essere “un calunniatore, un mascariatore”. Il fatto è che proprio i due incontri con Bontate abbiano assunto una rilevanza probatoria di notevole rilievo per la responsabilità penale a carico di Andreotti ravvisata fino al 1980 dalla Corte d’Appello e definitivamente “sigillata” in Cassazione. Per cui negare questi incontri è un po’ come ribadire senza alcun fondamento – ancora una volta – che Andreotti sarebbe stato assolto.

E francamente sarebbe ora di prendere atto della verità, anche se “scomoda” perché riguarda un uomo politico potentissimo, sette volte presidente del Consiglio e un’infinità di volte ministro.

A onor del vero, qualcosa a favore della tesi di Crippa si può trovare nella sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo che ha assolto Andreotti per insufficienza di prove. Ma questa sentenza è stata “riformata” dalla Corte d’Appello fino al 1980 e la “riforma “ è stata confermata in Cassazione, con tanto di riconoscimento della effettività dei due incontri con Bontate. Di uno dei quali – va ricordato – fu testimone “oculare” un collaboratore di giustizia storico (utilizzato anche da Giovanni Falcone): Francesco Marino Mannoia, sul quale mai nessuno ha potuto avanzare riserve di sorta in punto precisione e attendibilità. Dunque, nessun dubbio sui due incontri.

Il Boss e il Divo, la Rai crede alle bufale del Foglio su Pif

Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, è un “calunniatore”, “un pifferaio male informato”, un “mascariota”. Gentili definizioni offerte ieri dal quotidiano il Foglio, che in un articolo in prima pagina se l’è presa con fiction La mafia uccide solo d’estate – in onda su Raiuno – di cui Pif è autore.

La sua colpa? Raccontare, senza beneficio del dubbio né verbi al condizionale, un incontro tra Giulio Andreotti e il boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, avvenuto per discutere dell’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia nel 1980. Secondo il Foglio, che riporta parte della sentenza di Cassazione sul processo Andreotti, quegli incontri non ci furono, perchè “la presenza di Andreotti in Sicilia” in quei giorni sarebbe stata “incompatibile con gli impegni altrove dello stesso”, mentre le date di altri incontri sarebbero “indeterminate” e “non ricostruibili”.

Un – presunto – errore da matita blu che ieri ha costretto la Rai a verificare la propria versione dei fatti, cercando di capire se fosse davvero possibile aver mandato in onda un episodio smentito in maniera così esplicita dalla magistratura. Mario Orfeo, direttore generale della Rai, ha chiesto al direttore di Rai Fiction Tinny Andreatta di rispondere nelle prossime ore al Foglio, tramite la società di produzione della fiction, ma l’errore non è del servizio pubblico e per accertarlo è sufficiente un breve ripasso giudiziario su Andreotti. Lo stralcio della sentenza riportata sul quotidiano fa infatti riferimento a quanto deciso su Andreotti dal Tribunale di Palermo, che in primo grado aveva assolto il Divo, poi condannato in Corte d’appello e in Cassazione. Compare dunque nella decisione della Suprema Corte, ma solo nella ricostruzione della vicenda processuale. Sugli incontri tra Bontate e Andreotti, l’Appello ha invece stabilito che l’ex dc avesse prima trattato con i mafiosi per scongiurare l’omicidio di Mattarella, scendendo poi in Sicilia per chiedere conto a Bontate della scelta di sopprimere il presidente della regione.

Una verità ormai conclamata e che viene rivendicata da Pif, il “calunniatore” in persona: “La versione del Foglio è imbarazzante, la sentenza è inopinabile e considero un trionfo averla portata su Rai Uno, tutto il resto è rumore di fondo”. Compresa l’accusa al regista di credersi “autorevole mafiologo”, che invece “calpesta i fatti con l’allegria di un pupo sulla spiaggia”: “Agli insulti dei presunti intellettuali sono abituato – replica Pif – forse perché mi occupo dei temi di cui dovrebbero occuparsi loro. Se poi però chi mi critica scrive stupidaggini del genere allora mi viene da ridere. Invece di perdere tempo con me, pensino a studiare”. Oppure a guardare le fiction.

Grande Fratello, gli sponsor ritirano i prodotti dal reality

Nell’ordine: Aran Cucine, Consilia, Steeplan e Salumi Beretta specificano di dissociarsi dai contenuti trasmessi in diretta da Canale 5, mentre Nintendo, Screen, Bellaoggi Italia e Acqua Santa Croce interrompono addirittura la collaborazione. Gli sponsor sono in fuga dal Grande Fratello, il reality show che va in onda su Canale5, e lo fanno con una veemenza di comunicati e notizie mai registrata finora dopo il susseguirsi di atti di bullismo, violenza ed espulsioni. I partecipanti devono così bere acqua corrente nelle brocche e non hanno più a disposizione neanche i costumi da bagno con cui si facevano la doccia. “La Giorgio Srl, proprietaria dei marchi F**K e Changit, fornitrice dei propri costumi nell’ambito dell’attuale edizione del Grande Fratello – si legge in una nota – si dissocia formalmente dai gravi atti di bullismo e mancanza di rispetto nei confronti delle donne, perpetrati dai concorrenti in quanto lontani dalla nostra etica morale e professionale. Disponiamo l’interruzione della sponsorizzazione e il ritiro con effetto immediato dei nostri prodotti dalla suddetta trasmissione televisiva”.

Quell’imbarazzo Rai quando si filma la politica

Quant’è timida la televisione quando c’è un film su Berlusconi. E soprattutto: quant’è pavida la tv di Stato quando il cinema racconta il potere. Prima di Loro il più celebre tentativo di portare il Cavaliere sul grande schermo era stato quello di Nanni Moretti con Il caimano. Uscito nel 2006 fu subito acquistato dalla Rai: un milione e mezzo di euro per cinque passaggi televisivi. Malgrado l’investimento, il film è rimasto chiuso negli scrigni di Viale Mazzini per oltre 5 anni.

Il primo tentativo di mandarne in onda qualche passaggio subì una censura pubblica, clamorosa: il 9 febbraio 2011 Serena Dandini aveva deciso di trasmettere gli ultimi 7 minuti – con la profetica condanna– durante Parla con me (Rai Tre, seconda serata). Per evitarlo si scomodò il vicedirettore generale Antonio Marano, che chiese di tagliare quella sequenza e ridurla a tre minuti. Moretti si rifiutò, Il caimano rimase nel cassetto. Fiaccata dalle polemiche che ne seguirono, la Rai trasmise il film qualche mese più tardi, il 19 giugno 2011. Una domenica d’estate alle 21, ovviamente su Rai Tre. Fu visto da 2.766.000 spettatori (fece il 12.97%).

In quegli anni la Rai ignorava un altro classico di Paolo Sorrentino: quello su Giulio Andreotti. Il Divo del 2008 è uno dei primi successi del regista napoletano, quello che iniziò la luna di miele con la critica americana e spianò il sentiero che avrebbe portato all’Oscar. Premiato a Cannes e distribuito ovunque, Il Divo fu trasmesso dalle tv di mezzo mondo ma non dalla Rai. Cosa faceva paura? Il ritratto pubblico e privato del divo Giulio, in bilico tra l’esercizio nero del potere, le stragi e la mafia (“Bisogna amare così tanto Dio per sapere quanto sia necessario il male per avere il bene”) e la tenera complicità con la moglie Livia (la scena epica de I migliori anni della nostra vita). Snobbato dalla Rai, snobbato da Mediaset, ci volle La7 per trasmetterlo a tre anni dall’uscita, il 2 febbraio 2011 (e Rai Uno gli fece concorrenza con il film premio Oscar The Millionaire).

Più di recente – e tornando al Caimano – un altro film scomparso dai radar è Belluscone, documentario di Franco Maresco sulle misteriose fortune imprenditoriali del Cavaliere e i rapporti con la Sicilia. Il senatore forzista Lucio Malan arrivò addirittura a chiederne il sequestro. E restando in Sicilia, la Rai continua a rifiutarsi di trasmettere La trattativa di Sabina Guzzanti (2014). Anche dopo la sentenza di Palermo che ha cancellato l’aggettivo “presunta” davanti alle parole “trattativa Stato-mafia”, il direttore Mario Orfeo lo considera un film “vecchio, che non ha avuto successo, è inutile trasmetterlo”.

Nella lista nera c’è anche una pellicola su Sandro Pertini (interpretato nel ’93 da uno sconosciuto Maurizio Crozza): Se ci sarà un giorno di Franco Rossi ha avuto un solo passaggio carbonaro alle 4 del mattino. La politica, pare, c’entra poco: la “censura” è arrivata per conto della vedova del presidente, Carla Voltolina. Non voleva che il giovane Pertini fosse ritratto insieme alla fidanzatina dell’epoca.

Nel lungo elenco di film scomparsi ci sono documentari come Videocracy e Girlfriend in a coma di Bill Emmott. E, più indietro negli anni, grandi classici del cinema italiano. Un regista su tutti: Francesco Rosi. Per la Rai di Ettore Bernabei i suoi film non esistevano. Le mani sulla città, Salvatore Giuliano e le altre pellicole girate tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60 non furono trasmesse prima del 1975. All’improvviso la Rai li mise in palinsesto tutti insieme: se n’era andato Bernabei (e il Pci aveva vinto le Amministrative nelle grandi città).

Ora pecunia olet: Mediaset rifiuta gli spot di “Loro”

Mediaset si rifiuta di trasmettere gli spot sul film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi. I trailer di Loro 1 e Loro 2 in questi giorni stanno andando in onda su tutte le reti nazionali, ma non sui canali del Biscione. E questo nonostante le sollecitazioni da parte della casa di produzione, la Indigo Film. Una decisione che appare totalmente politica presa dall’azienda con l’obiettivo di non fare pubblicità a una pellicola considerata denigratoria nei confronti del leader di Forza Italia.

Una scelta a dimostrare che, di fronte alla politica, non ci sono ragioni commerciali che tengano. Perché, facendo a meno degli spot sul film, Mediaset rinuncia comunque a degli introiti. Dall’azienda preferiscono non commentare, ma tendono a escludere che si tratti di una decisione presa ai vertici. “Se dovesse uscire un film contro Rupert Murdoch, non ci sarebbe da stupirsi se a Sky non mandassero in onda i trailer”, commenta una fonte interna.

Tra l’altro, c’è da ricordare che Sorrentino nemico del Biscione proprio non è. Basti pensare che La grande bellezza, il film vincitore di un premio Oscar, ma anche This must be the place e Youth, la giovinezza, sono stati distribuiti da Medusa, la casa di distribuzione di famiglia, guidata da Carlo Rossella: “Sono appena rientrato dall’estero e non ho ancora visto nemmeno Loro 1. Posso però dire che in Francia c’è molta attesa, i francesi non vedono l’ora di vedere il film”, racconta Rossella.

“Il film, Berlusconi non l’ha visto”, fa sapere Licia Ronzulli. E alla sua uscita lo stesso leader azzurro aveva annunciato di non essere interessato. Dalle parti di Forza Italia, però, c’è chi scommette che alla fine verrà sopraffatto dalla curiosità. Del resto il Caimano, venuto a sapere della lavorazione, qualche mese fa ha invitato a pranzo ad Arcore lo stesso Sorrentino. Incontro sul quale il regista ha mantenuto il più stretto riserbo. “È stato un incontro privato e tale deve restare”, ha detto Sorrentino.

In Forza Italia, invece, dopo roboanti attacchi alla pellicola, ora si tende a minimizzare. “Il film non l’ho visto e non ho sentito nemmeno commenti al riguardo. In questo periodo abbiamo cose più importanti cui pensare…”, sussurra Gregorio Fontana, deputato tra i più assidui frequentatori di Arcore. Del film, però, all’interno della truppa parlamentare si parla eccome. Chi l’ha visto, chi non l’ha visto e non andrà, chi non l’ha visto ma vuole sapere tutto. “Non ho avuto tempo, ma sicuramente andrò. La decisione di Mediaset? Non commento, sarebbe un conflitto d’interessi…”, risponde l’ex direttore di Panorama oggi deputato, Giorgio Mulè. “Sono andato a vedere Loro 1, ma dopo il primo tempo sono uscito. Ero con mia figlia, l’ho trovato di una volgarità assoluta, mi ha dato fastidio. Non so nulla della decisione di Mediaset, ma ogni azienda si regola come vuole”, dice Paolo Romani. “Si tratta sempre del film sulla persona che ha cambiato la vita di tutti noi. Non andarlo a vedere suona quasi come un insulto a ‘Lui’, per dirla come nel film. Poi, che Mediaset non trasmetta i trailer, è legittimo e si può capire”, racconta un altro parlamentare che preferisce l’anonimato.

Tornando a Mediaset, Paolo Del Debbio e Nicola Porro non si appassionano al tema. “Il film non l’ho visto e penso che non lo vedrò. Capisco la decisione dell’azienda: se il prodotto è sgradito, la scelta di non trasmettere i trailer è comprensibile”, spiega Del Debbio. “Penso che andrò. Come giornalista sono curioso. Per quanto riguarda Mediaset, è una decisione che ci può stare”, osserva Porro.

Nel frattempo il film sta andando bene al botteghino. Nella sua prima settimana di programmazione, Loro 1 è stato in testa alla classifica dei film più visti in Italia e, a giovedì, aveva incassato 3,4 milioni di euro. Vedremo se Loro 2, uscito da quattro giorni, avrà la stessa fortuna, nonostante Mediaset non ne trasmetta gli spot.

Il duello tra Quirinale e Renzi: così è fallita l’intesa con i Cinque Stelle

“La pace possono siglarla soltanto i generali”. Così Matteo Renzi, in questi giorni, spiega a chi glielo chiede perché è saltata l’ipotesi di un governo Pd-Cinque Stelle che sembrava plausibile, dopo i negoziati tra il segretario reggente Maurizio Martina e il presidente della Camera Roberto Fico (M5S). Sulla base del resoconto di fonti interne al “giglio magico”, il Fatto ha ricostruito la storia dei 60 giorni di trattative dalla prospettiva renziana.

Il 4 marzo ci sono le elezioni, il Pd crolla al 18,7 per cento. La mattina dei risultati, lunedì 5, il ministro della Cultura Dario Franceschini chiama Renzi: “Devi lasciare la segreteria, dobbiamo fare l’accordo di governo con i Cinque Stelle”. Renzi risponde che “è ovvio” che si dimetta, ma ogni eventuale rapporto con il M5S “va costruito”, deve risultare un’opzione digeribile – perché inevitabile – per un partito che si è presentato come antitetico ai Cinque Stelle. In quella fase Renzi e i renziani auspicano il governo giallo-verde Lega e M5S in base alla “logica del pop corn”: confidano di recuperare consensi mentre l’esecutivo populista combina disastri. Ma Renzi non esclude a priori l’ipotesi di un governo Pd-M5S, anche se per quell’opzione ha molto meno interesse di Franceschini, che già si vede presidente della Camera a suggello dell’alleanza.

La lettura dei renziani è questa: il Quirinale vuole i Cinque Stelle in maggioranza, perché sono il primo partito, e tra l’euroscettica Lega e l’europeista Pd preferisce quest’ultimo come socio di minoranza. Dentro i Cinque Stelle, però, c’è chi già punta su Matteo Salvini, a cominciare da Davide Casaleggio.

La scelta di Renzi è dettare la linea – “tocca a loro governare” – e poi sparire: l’ormai ex segretario sa di essere imprescindibile per ogni maggioranza Pd-M5S, “basta che al Senato votiamo contro io, Francesco Bonifazi e Caterina Bichi e salta tutto”, dice in quei giorni per sedare gli entusiasmi dei dirigenti del partito che si affidano invece a Franceschini e Luigi Zanda.

Il ministro della Cultura non gradisce la nettezza di Renzi nel costringere il M5S a trattare con la Lega: “Tu mi hai tolto il sogno di una vita”, si sfoga quando il 24 marzo quella tattica porta all’elezione di Roberto Fico a presidente della Camera nell’ambito di un accordo Lega-M5S sulle presidenze. Franceschini resta senza poltrona.

Il 5 aprile Renzi manda il primo segnale di voler riprendere il controllo delle trattative, al posto di Martina, e riunisce i suoi parlamentari negli uffici dell’azienda di Andrea Marcucci, capogruppo renzianissimo al Senato. Il 6 aprile Repubblica titola ancora “Più vicino il governo Salvini-Di Maio”, ma proprio sul quel quotidiano il giorno dopo, 7 aprile, appare un’intervista a Di Maio che sorprende molti: “Al Pd dico: sotterriamo l’ascia di guerra e diamo un governo al Paese”. C’è la frase che i renziani aspettavano: “Nessun veto su Renzi, non voglio andare al voto”. L’ex premier e i suoi collaboratori vedono in quelle parole il segnale che Di Maio ha recepito l’input del capo dello Stato Sergio Mattarella: visto che Salvini non rompe con Silvio Berlusconi, Di Maio deve trattare col Pd. Con Renzi, però, non contro di lui.

Lo schema ispirato da Mattarella in quei giorni, dicono le fonti renziane, è il seguente: Di Maio premier, Marco Minniti al ministero degli Interni e vicepremier (casella ambìta anche da Martina), Franceschini ministro, un ministero a Renzi o, meglio ancora, l’impegno a indicarlo come commissario europeo o presidente del Consiglio Ue nel 2019. “Tutti dentro a fare da badanti a Di Maio”, sintetizzano i renziani. Ai Cinque Stelle lo schema va bene, perché salva la premiership per Di Maio. Ci sarebbero state anche aperture per dare un ruolo a Maria Elena Boschi, non al governo ma vicepresidente della Camera al posto di Ettore Rosato. L’unico veto grillino è su Luca Lotti, indagato per lo scandalo Consip.

Renzi però ha un piano completamente diverso: un governo Pd-Cinque Stelle, ma con ministri dem tutti nuovi, scelti da lui. Quelli in carica hanno già troppe ambizioni personali per fare gioco di squadra e poi sarebbe il terzo governo con le stesse facce, gli elettori non capirebbero. Renzi auspica che il Quirinale dia l’incarico di formare il governo a Matteo Salvini e che il leader leghista fallisca. Esclusa quell’opzione, l’ex premier si aspetta di ricevere da Di Maio un’offerta di programma minimo accettabile e, con quella in mano, andare davanti all’assemblea del Pd da segretario dimissionario e presentare l’alleanza coi Cinque Stelle come atto di responsabilità istituzionale. Una trattativa difficile che solo lui può gestire. Se invece il Colle insiste nell’affidarsi a Franceschini, a Minniti e agli altri vertici ribelli, Renzi ha anche un piano per far saltare tutto: lanciare Raffaele Cantone o Roberto Fico come premier al posto di Luigi Di Maio.

Ma Sergio Mattarella compromette i disegni renziani: invece di dare l’incarico a Salvini, il 19 aprile affida un mandato esplorativo alla berlusconiana Elisabetta Casellati per sondare l’alleanza M5S-centrodestra. Una scelta che lascia sempre aperta l’opzione Lega-Cinque Stelle e tiene Salvini in partita. Mattarella poi continua a complicare i piani di Renzi: l’esplorazione successiva la affida a Fico, che tratta con Martina. Ed è in quel momento che Renzi pronuncia la frase: “La pace possono siglarla soltanto i generali”. Martina, al massimo, è un tenente. E un accordo tra due leader di minoranza dei rispettivi partiti – ragionano i renziani – può essere approvato dalla piattaforma Rousseau, ma è inaccettabile per la direzione e l’assemblea del Pd, dove la maggioranza è ancora di Renzi.

Il 29 aprile Renzi sta preparando il suo ritorno in pubblico, in serata deve parlare a Che tempo che fa su Rai1. Ma al mattino legge sul Corriere della Sera la lettera con cui Di Maio fissa i punti della trattativa col Pd: molti sono accettabili, ma c’è anche l’impegno alla “necessaria reintroduzione dell’articolo 18”. Renzi sbotta: “Sembra una lettera scritta da Stefano Fassina, pare il programma di LeU”. È chiaro che Di Maio sta trattando con Martina e la minoranza, non coi renziani. Renzi va da Fazio e, bruciando sul tempo la direzione del Pd convocata per il 3 maggio, chiude a ogni alleanza con i Cinque Stelle, spingendoli verso la Lega.

In questa storia pare decisiva la distanza tra Renzi e Mattarella. La rottura, come ha ammesso in tv l’ex premier il 5 marzo, risale al 2016: dopo la sconfitta al referendum costituzionale, Renzi voleva andare alle elezioni, Mattarella invece decise di completare la legislatura con Gentiloni premier. E poi c’è il caso Bankitalia: Renzi ha attaccato a lungo il governatore Ignazio Visco, accusato di aver poco vigilato sui disastri bancari. Poi, dopo l’estate scorsa, l’ex premier si è chetato: aveva ricevuto rassicurazioni che il Colle e Gentiloni avrebbero favorito, con discrezione, un ricambio al vertice di Bankitalia.

Quando ha capito invece che Mattarella e Gentiloni avevano deciso di confermare Visco, Renzi si è sentito tradito: il Pd era il partito di maggioranza, gli sarebbero state imputate tutte le colpe del governatore. E così il 17 ottobre ha avallato una mozione per attaccare il governatore sostenuto da Mattarella. I rapporti con il Colle sono stati definitivamente compromessi. Con i risultati che abbiamo visto.

Un giorno Rotondi divenne virale

Per la rubrica “Togliete Internet agli anziani”, ieri le agenzie di stampa non hanno mancato di narrare le gesta di Gianfranco Rotondi su Twitter. Non ce ne voglia il leader di Rivoluzione Cristiana, persona squisita e berlusconiano sincero. Ieri il nostro si vantava di “aver mandato in tilt” il social network con un intervento di incontestabile sagacia: “Dite a Salvini e Di Maio che il tribunale di sorveglianza di Milano gli ha trovato il premier terzo che stanno cercando”, questo il tweet di Rotondi. Comprensibile l’euforia per la riabilitazione di Silvio. Rotondi però non si è accontentato dell’estemporaneo successo e ha iniziato a gioirne come un pargolo, traendone pure decisive indicazioni politiche: “La mia era chiaramente una battuta, ma la Rete l’ha rilanciata poderosamente – ha commentato il democristiano – dopo un paio d’ore già c’erano un migliaio di ‘mi piace’ e oltre quattrocento retweet. Nelle interazioni poi non si contano gli italiani che hanno applaudito all’ipotesi che davvero Berlusconi guidi il nuovo governo”. E insomma, a confermare che il mezzo è diabolico, Rotondi è diventato virale: si staglia all’orizzonte il profilo di una nuova tweetstar, un ennesimo opinion leader. Ne avevamo bisogno.

Vicenza, niente lista M5S: “Non ci hanno concesso il simbolo”

Niente lista del M5S a Vicenza, nel Veneto governato dalla Lega. Come spiegato ieri in una conferenza stampa dal candidato sindaco Francesco Di Bartolo, dallo staff di Milano non è arrivato il nulla osta per l’utilizzo del simbolo, necessario perché la lista possa essere accettata dall’ufficio elettorale. Ma Di Bartolo ha ugualmente presentato l’elenco di candidati, sperando in un ripensamento dell’ultimo minuto dei vertici nazionali. “In quel caso – sostiene Di Bartolo – la commissione elettorale potrebbe accettare la lista”. Ma pare praticamente impossibile che lo staff ci ripensi. Già venerdì Vicenza non compariva più sul blog del M5S nell’elenco delle città che andranno al voto il 10 giugno. Un chiaro segnale del pollice verso dei capi, ufficiosamente attribuito a problemi interni al gruppo vicentino. Di Bartolo dice di non avere avuto alcun tipo di spiegazione, ma ammette: “Abbiamo presentato la domanda per il simbolo il 26 marzo, mentre il termine era il 20 marzo: ma si tratta di una prescrizione ordinatoria, non perentoria”. Di certo il Movimento a Vicenza non correrà. E i sospetti di una desistenza con la Lega crescono.

La “buona condotta” del signor Mediaset: processi, indagini e un paio di cause civili

Èstato riabilitato dal Tribunale di sorveglianza di Milano, ma Silvio Berlusconi è ancora imputato e indagato da più uffici giudiziari e non certo per reati bagatellari. È finito per la terza volta, insieme a Marcello Dell’Utri, nel registro degli indagati della Procura di Firenze che si occupa delle stragi mafiose del 1993.

E c’è anche un’indagine contabile aperta dalla Procura della Corte dei Conti del Lazio sui 3 milioni di euro finiti al Movimento Italiani nel mondo di Sergio De Gregorio, senatore passato nel 2007 al centrodestra, favorendo così la caduta del governo Prodi. I magistrati contabili potrebbero chiedergli un risarcimento per il danno d’immagine subito dallo Stato e per la crescita dello spread dopo la caduta del governo. Sotto il profilo penale se l’è cavata, nell’aprile2017, con la prescrizione. Ma nelle motivazioni d’appello si legge che “ha pacificamente agito come privato corruttore e non certo come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni”. Ha pure due cause civili per dichiarazioni “infamanti” contro i giudici e contro la Cassazione pronunciate in questi anni di “buona condotta” a proposito della sua condanna definitiva per frode fiscale. Nei prossimi giorni confluiranno in un unico processo, il cosiddetto Ruby Ter, due filoni finora paralleli. Nel primo, Berlusconi è stato rinviato a giudizio nel gennaio 2017 perché – secondo la Procura – avrebbe pagato le testimonianze di molte delle ragazze del Bunga Bunga, compresa Ruby, in cambio di versioni addomesticate su quanto succedeva ad Arcore al processo principale (quello per concussione e prostituzione minorile, finito con un’assoluzione). Berlusconi, imputato per corruzione in atti giudiziari, è accusato di aver sborsato 10 milioni di euro complessivi.

Lo scorso marzo il leader di FI è stato ancora una volta rinviato a giudizio, con la stessa imputazione, insieme ad Aris Espinosa, Elisa Toti, Miriam Loddo e Giovanna Rigato. I pm sostengono che abbia dato loro 400 mila euro in tutto. Berlusconi avrebbe pagato queste ragazze fino all’autunno 2016, cioè in pieno periodo in cui avrebbe dovuto dimostrare una buona condotta. Per la stessa vicenda Ruby Ter ci sono procedimenti in altre città per competenza territoriale.

A Roma è attesa per mercoledì prossimo la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio oltre che per Berlusconi anche per il cantante Mariano Apicella. Anche a Torino, dove Berlusconi è imputato insieme a Roberta Bonasia, il procedimento è in fase di udienza preliminare. Processo in corso, invece, a Siena dove Berlusconi è imputato insieme al pianista Danilo Mariani.

L’ex premier per le sue notti allegre, soprattutto a villa Certosa, è finito nei guai anche a Bari. Rischia il processo per induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria: avrebbe pagato Gianpiero Tarantini perché mentisse sulle escort che gli aveva portato nelle sue residenze tra il 2008 e il 2009.

Le cause civili, invece, sono state intentate dagli ex magistrati Antonio Esposito e Claudio D’Isa, rispettivamente presidente e uno dei giudici, insieme a Ercole Aprile e ad Amedeo Franco (relatore) del collegio feriale della Cassazione che confermò la condanna per Mediaset. La prima causa riguarda le parole pronunciate durante Porta a Porta del 25 gennaio 2016: “La Cassazione ha commesso un grave sopruso. Sono stati messi quattro giudici assolutamente nemici… Lo stesso relatore ha poi dichiarato – ha sostenuto Berlusconi mentre Vespa prendeva le distanze – che non era un collegio di magistrati, ma un plotone di esecuzione per far fuori un avversario politico”. Il 20 gennaio 2018, Berlusconi ripete le stesse accuse all’assemblea milanese del Movimento Animalista di Michela Brambilla, aggiungendo che quella sentenza fu “criminale”: per lui i giudici lo avrebbero condannato per farlo estromettere dal Parlamento.

Ora, però, da neo riabilitato Berlusconi penserà che c’è un giudice a Berlino. Anzi, a Milano.

Prego, s’accomodi. I kamikaze pronti a lasciare il seggio

Parola d’ordine: “In Forza Italia c’è la fila”. La fila per cedere il seggio a Silvio Berlusconi. L’ex premier è di nuovo eleggibile. Di più: è subito eleggibile. Bastano le dimissioni di un deputato o un senatore eletto in un collegio uninominale, e in quel collegio si torna al voto. È scritto nel Rosatellum: “Nel caso in cui rimanga vacante un seggio dei collegi uninominali si procede ad elezioni suppletive” da tenersi “tra i 90 e i 135 giorni dalla vacanza”. Berlusconi potrebbe tornare in Parlamento in pochi mesi. Serve solo un “volontario”.

Ecco la fila di cui si diceva. Ripetuta come un mantra dai fedelissimi. Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari di Forza Italia: “C’è la fila, glielo assicuro. La fila. Non sa quanti da stamattina su whatsapp scrivono di volergli lasciare il posto. Ma non c’è urgenza: è come se non se ne fosse mai andato dal Parlamento”. Chi sono questi generosi onorevoli? “Mica posso dirglieli tutti… e se gliene dicessi solo qualcuno farei un torto agli altri”.

Licia Ronzulli, assistente personale dell’ex Cavaliere, è fedele alla linea: “Mi risulta che ci sia già la fila per offrire il seggio a Berlusconi”. A domanda precisa – lei gli lascerebbe il suo? – Ronzulli glissa: “È presto per parlarne. La questione di un eventuale ritorno in Parlamento non è ancora sul tavolo”. Prima bisogna capire come finisce la crisi politica (e quanto dura la legislatura).

Al partito della fila si iscrive pure, ironicamente, il campano ex parlamentare Amedeo Laboccetta: “Siamo fiduciosi che a breve, in maniera totalmente disinteressata, vedremo una lunga fila di presunti volontari dimissionari davanti ai cancelli di Arcore”.

Il calendario offre presto un’occasione per liberare un seggio: il 21 ottobre si vota per le Regionali in Trentino Alto Adige. La deputata Michaela Biancofiore – che in Sudtirolo ha straperso ma è stata recuperata in un listino emiliano – mette in campo un consiglio spassionato: “I probabili candidati alla presidenza sono tutti parlamentari in carica. Va da sé che se uno di loro dovesse vincere, lascerà libero il proprio collegio elettorale a Silvio”. Il probabile candidato alla presidenza è in realtà Maurizio Fugatti, eletto alla Camera nel collegio di Pergine-Valsugana. Peccato che sia un leghista, e sembra difficile che il partito di Salvini regali uno dei suoi seggi sottraendolo ai conti della maggioranza. Al Senato, invece, Forza Italia ha eletto due donne nei collegi: Elena Testor e Donatella Conzatti. Per la Biancofiore, si capisce, sono entrambe sacrificabili.

Sarebbe proprio Palazzo Madama la camera di approdo più naturale per Berlusconi. La stessa di Matteo Salvini e Matteo Renzi, ma soprattutto la stessa da cui fu cacciato il 27 novembre 2013 con il voto dei colleghi. Il ritorno in Senato chiuderebbe simbolicamente il cerchio.

Ovviamente al capo di Forza Italia servirebbe un seggio sicuro, per metterlo al riparo da una clamorosa sconfitta nell’elezione suppletiva. E un seggio sicuro per il centrodestra – chiamato a ricomporsi magicamente dopo essersi diviso sul governo – significa un seggio del nord. Non ce ne sono poi molti vinti da senatori azzurri. Il più suggestivo è quello di Arcore. Ovvero quello di Monza, dove per un divertente capriccio della Storia è stata eletta Stefania Craxi. La figlia di Bettino ci ride su: “Non faccio parte della fila per lasciare la poltrona. Ma se me lo chiede Berlusconi, sono naturalmente disposta a farmi da parte”. Tra i senatori eletti nei fortini di Veneto e Lombardia ci sono intoccabili come Ronzulli, Paolo Romani e Niccolò Ghedini. Il meno celebre della lista è il senatore Marco Perosino, eletto a Cuneo, alla sua prima legislatura. È sindaco di Priocca (Cn), consigliere provinciale, anche lui passato per una condanna e una riabilitazione. Ed è modestamente a disposizione: “Ma sì, metta in fila anche me. Il mio seggio lo devo a Berlusconi. Ma vedrà che una soluzione si trova, è pieno di onorevoli disposti a lasciare. Magari per un altro incarico”.