B. è tornato candidabile, ma resta all’opposizione

Un giorno di sabato accade che un ex Cavaliere, appena riabilitato dal tribunale, bussi al portone del Parlamento. Con le dimissioni di un forzista e le automatiche elezioni suppletive, può tornare subito entrando dal retro. Con un voto anticipato o con le Europee del prossimo anno, può tornare dall’ingresso principale. Chissà. A ottantadue anni da compiere in settembre, con un dispositivo giudiziario per una volta clemente, Silvio Berlusconi recupera dignità politica e (spera) consensi.

Un effetto istantaneo è indubbio: le urne spaventano un pochino di meno. Quanto pochino? I sondaggisti del giro di Gianni Letta – si tratta di osservatori/allibratori del panorama politico vicini all’eminenza azzurrina – valutano in un paio di punti percentuali il beneficio immediato dell’ex Cavaliere candidato per Forza Italia, una spinta utile a non subire umiliazioni dai leghisti. Non è tempo, però, per questi calcoli. Adesso è inutile.

Come precisano Roberto Calderoli e Luigi Di Maio, un alleato e un rivale, la vicenda di Berlusconi “non cambia” lo scenario parlamentare, non altera le trattative per il governo gialloverde. E Berlusconi, di conseguenza, non cambia atteggiamento: che sia “critica” o “benevola”, Forza Italia è all’opposizione dell’esecutivo forgiato da Di Maio e Salvini. Quest’ultimo, lesto a intervenire, si congratula con Silvio e l’abbraccia con una frase da cartolina che di solito si copia e incolla per i parenti lontani: “Quella di Berlusconi è una buona notizia per la democrazia”. Colloqui veri o presunti, rassicurazioni vere o posticce, “non cambia” – per usare ancora un’espressione ricorrente nei dialoghi forzisti – neanche la diffidenza con cui la famiglia Berlusconi assiste ai tavoli tra le delegazioni pentastellate e leghista e alla compilazione del programma.

Chi frequenta Marina Berlusconi, a lungo evocata per segnalare contrasti rispetto alla linea della “resa” (certo, in nome dell’Italia) del terzetto Letta, Galliani e Confalonieri, fa sapere che lady B. è d’accordo con la decisione responsabile del padre e confida in un’opposizione “costruttiva” di Forza Italia. Berlusconi è disarmato: oggi può soltanto rompere la coalizione con la Lega o scatenare i suoi ascari contro Salvini, ma per rompere davvero Forza Italia dovrebbe ribaltare le giunte regionali e comunali. Ipotesi mai considerata.

Allora è un sottile gioco di posizioni pubbliche e, soprattutto, private con un canovaccio che si svela attimo dopo attimo: Salvini si fa garante dell’ex Cavaliere presso Di Maio; i Cinque Stelle impugnano il conflitto di interessi (a Mediaset, già “riabilitati” dalla grillina Barbara Lezzi, sorridono di gusto); Forza Italia con le grisaglie della minoranza arraffa le commissioni parlamentari e le più prestigiose bicamerali, a scelta tra Copasir (servizi segreti), Vigilanza Rai e Antimafia. Il Tribunale di Milano ha rinvigorito pure i disperati forzisti, quelli che minacciavano di migrare in blocco da Salvini se Berlusconi avesse agevolato le elezioni in autunno o, peggio, in estate.

Per ragioni anagrafiche, Berlusconi ha un doppio cruccio sempre più assillante: concludere la carriera politica con una riabilitazione completa per non passare ai posteri come un condannato, un senatore espulso; tutelare il futuro dei tanti figli e dei tantissimi nipoti con la definitiva protezione del patrimonio di Fininvest.

Il Tribunale di Sorveglianza riabilita Berlusconi

Come ha rivelato ieri il Corriere della Sera, il Tribunale di sorveglianza di Milano ha deciso di “riabilitare” Silvio Berlusconi che resta pregiudicato, ma non subirà più gli effetti della condanna a partire da quello che più gli pesa: l’impossibilità di candidarsi alle elezioni per effetto della legge Severino (no all’elettorato passivo per sei anni per chi ha condanne a oltre due anni). La decisione, che era attesa il mese prossimo, è stata presa invece venerdì pomeriggio in camera di consiglio, cioè senza la presenza né della difesa, né della Procura generale, che ora valuterà il ricorso in Cassazione.

Berlusconi, com’è noto, nel 2013 era stato condannato a 4 anni (tre dei quali condonati e uno scontato ai servizi sociali 4 ore a settimana) per frode fiscale. I guai giudiziari del Cavaliere “congelato” (che probabilmente presto vorrà riprendersi il titolo a tutti gli effetti) non sono neanche finiti: è sotto processo nell’affaire Ruby con l’accusa di aver pagato i testimoni per mentire ai magistrati; indagato a Firenze per le stragi di mafia e dovrà rispondere civilmente della sua definizione della sentenza che lo ha condannato definitivamente (“criminale”). Questo, però, non ha impedito ai giudici di sorveglianza di riabilitarlo premiandone il risarcimento del danno e la generale “buona condotta”: la Cassazione ha infatti stabilito che la pendenza di carichi giudiziari “non può essere di ostacolo alla concessione della riabilitazione”.

È sostanzialmente inutile, a questo punto, la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo contro la legge Severino, di cui la difesa di Berlusconi contesta in particolare la “retroattività” essendo la legge successiva al reato (ma non alla condanna): la decisione dei giudici di Strasburgo è attesa per il prossimo 27 novembre.

Mdp agli antirenziani: “Pronti al dialogo, il Pd deve cambiare”

Dopo la scoppola del 4 marzo Liberi e Uguali prova a rimettere insieme i pezzi. Lo fa con una manifestazione significativamente chiamata “restart” e invitando al comizio anche i dirigenti della minoranza Pd, Andrea Orlando e Gianni Cuperlo. Il responsabile di Mdp Roberto Speranza ha invitato gli alleati – Sinistra Italiana e Possibile, con cui i rapporti sono diventati in realtà piuttosto freddi – a trasformare il deludente cartello elettorale in un vero e proprio partito: “Basta aspettare e traccheggiare – ha detto l’ex delfino di Bersani – lo dico con il massimo dell’affetto a Pietro Grasso, a Nicola Fratoianni e al gruppo dirigente di Possibile, non può bastare il dialogo sempre cordiale e piacevole tra di noi. Serve un percorso democratico autentico, senza paracadute per nessuno. Una testa un voto, per trasformarci in un partito e superare definitamente i tre soggetti di partenza”. Il problema resta sempre lo stesso: il rapporto con il Pd. Di recente Mdp ha spalancato le porte a una nuova alleanza con i dem. Sinistra italiana e Possibile invece no. Ieri Speranza ha puntualizzato: “Penso sia auspicabile il dialogo. Ma il Pd deve cambiare. Non vedo a oggi nessuna maturità o consapevolezza”.

Mattarella avverte i dioscuri: sarà lui il vero contropotere

Nel delicato minuetto che è la politica al Quirinale, ogni segnale è rivelatore. Figurarsi se il presidente della Repubblica che voleva essere “arbitro e non giocatore” (sottotesto: mica come Napolitano…) si riscopre un po’ Re Giorgio anche lui. Sergio Mattarella, infatti, ieri se n’è andato a Dogliani a ricordare Luigi Einaudi e ne ha approfittato per segnalare ai dioscuri gialloverdi che sarà lui il vero contropotere del loro governo: il tutto, comm’ il faut, attraverso riferimenti anodini e citazioni sceltissime dell’illustre predecessore langarolo.

Il discorso di Mattarella è una sorta di programma costruito con un implicito ping pong tra il passato (Einaudi) e il presidente (lui) attorno ai poteri del capo dello Stato. Citazione datata 1956: il potere del Colle “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza”.

E che fece Einaudi? Intanto esercitò “una penetrante moral suasion nei rapporti col governo, a partire dall’esercizio del potere previsto all’art. 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. E anche se glieli firma c’è l’articolo 81: “Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria”. Sottotesto: se Einaudi non credeva al moltiplicatore della spesa pubblica (più investimenti, più crescita, più entrate…) ora non lo farà neanche Mattarella.

Finito? Macché. Mattarella ci rivela che è stato proprio l’economista a ispirargli il “governo di tregua” (tecnico) che doveva dare ai partiti il tempo di accordarsi: “Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del presidente del Consiglio dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dalla Dc”. L’allora capo dello Stato nominò contro un partito forte del 40,1% dei voti “l’ex ministro del Tesoro, Giuseppe Pella” e poi questo “portò al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza” con Mario Scelba premier (precedente che Napolitano citò poco prima di nominare premier Mario Monti).

E qui a Di Maio e Salvini, che si attorcigliano nel tentativo di trovare un premier, saranno fischiate le orecchie, ma mai quanto al passaggio seguente: “Tale l’importanza che attribuiva al tema della scelta dei ministri dal volerne fare oggetto di una nota” del 1954. Questa: “Dovere del presidente della Repubblica è evitare che si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. In italiano: Mattarella conferma che si terrà l’ultima parola sui ministri.

Una volta insediato, poi, il governo gialloverde avrà davanti altri paletti: non solo economici, ma anche di vincoli politici e internazionali. Apposita citazione datata 1945: “I freni hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori”. E del 1947: “Noi sappiamo che il governo di assemblea vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza”. Insomma “Einaudi appare fortemente segnato dal timore del ritorno di spinte all’autoritarismo, in una dimensione che i commentatori odierni potrebbero riferire alla sconsiderata formula della democrazia illiberale”. Formula cara all’ungherese Viktor Orbàn, caro a Matteo Salvini, il quale peraltro si concede anche una replica: “Ho riletto anch’io Einaudi. Ma va letto tutto, scrisse di un Paese fondato sull’autonomia e le comunità locali”.

In realtà al capo dello Stato pare interessare più l’Einaudi “europeista e federalista” con relativa citazione datata 1954: “Il tempo propizio per l’unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi agli ideali di libertà non acquistino inopinatamente forza sufficiente a impedire l’unione?”.

Di Maio e, soprattutto, Salvini sono avvisati: la vera opposizione non sarà in Parlamento, ma al Quirinale.

Martina e Orlando: “Opposizione dura a esecutivo di destra”

Opposizione “durissima” e sfida concreta a un governo di destra, a partire dalla flat tax. È la strategia del Pd lancia da Roma perché Milano intenda. È lì che si è spostata la trattativa fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio per dar forma al primo governo 5Stelle-Lega. E man mano che l’alleanza si stringe, anche i Dem sembrano compattarsi. “Ci prepariamo a essere l’alternativa a questo governo”, avvisa il reggente Maurizio Martina che propone di guardare avanti, anziché “dallo specchietto retrovisore”, anche con le donne del partito critiche verso il Nazareno degli uomini (si chiamano Towanda). In assemblea in un teatro della Capitale, gridano “mai più pluricandidature” e “maipiùsenzadino” e lui coglie l’attimo pro unità. “Fate bene a essere incazzate – dice alle donne – ma dovete passare dalla protesta alla proposta. Prepariamo assieme l’assemblea del 19 maggio.” Bersaglio della battaglia comune, un quasi-governo di cui è certo il colore politico. È di destra? “Mi pare proprio di sì”, risponde Martina. Idem il ministro Andrea Orlando: “L’asse politico è fortemente connotato a destra”, e rincara: “È pericolosamente di destra sul tema dei diritti, delle garanzie, della collocazione internazionale, sull’Europa”.

Il massone espulso: “Voto M5S-Lega”

Un governo Di Maio lo voterei. Anche se lui mi ha cacciato dal M5S”. Al ‘Gran Caffè Napoli’ di Castellammare di Stabia, il deputato ex grillino Catello Vitiello si presenta con una copia de “Il Fatto Quotidiano” e il dvd di un film Disney per la figlia. Ha il viso rilassato di chi non ha lavorato molto, alla Camera per i peones c’è stato poco da fare, solo qualche conversione di decreti legge in scadenza. Le commissioni – tranne quella speciale – non sono insediate. Si è deciso di aspettare che nasca un governo e forse ci siamo. “Ho chiesto di far parte della commissione Giustizia”, spiega Vitiello che è un avvocato penalista.

Vitiello, lei è stato eletto nel M5S e poi è stato espulso da Luigi Di Maio per non aver dichiarato di appartenere alla massoneria: è vero che lei fu ‘docente universitario’ di Di Maio?

Sono assistente alla cattedra di Procedura penale di Giurisprudenza dell’Università di Napoli e sì, sei o sette anni fa Di Maio fece l’esame con me. Me lo hanno ricordato i miei studenti e gli amici comuni che mi hanno proposto di candidarmi e a gennaio mi hanno messo in contatto con lui. Se Di Maio superò l’esame? Mi pare di sì, ma è un ricordo lontano.

Ora lei è nel gruppo misto: voterà il governo M5S-Lega?

Sì, lo voterò se sarà un governo politico e se il contratto non tradirà lo spirito del programma del Movimento col quale mi sono candidato. Non avrei votato un governo tecnico.

Quale premier preferirebbe?

Uno tra Di Maio e Salvini, dopo aver trovato una quadra. Meglio uno di loro che un nome terzo. Non mi dispiacerebbe Salvini, e comunque se lui dovesse essere premier significa che Di Maio avrà ottenuto garanzie piene sul programma di governo, ma per coerenza preferirei Di Maio. Anche se i rapporti tra noi ormai si sono interrotti.

I gialloverdi prendono tempo. Contrasti su condono e Ilva

Hanno bisogno di tempo e chissà di quanto ancora. Perché ieri Lega e Cinque Stelle non hanno parlato del nome del premier, il vero nodo. Il ruolo per cui la Lega pensa a un tecnico, mentre il M5S insiste su nomi politici, i suoi. Nell’attesa, gli alleati molto possibili hanno discusso di temi e problemi correlati. Oltre cinque ore di trattativa, che hanno portato a un accordo su conflitto di interessi, flat tax, anticorruzione e sicurezza. Mentre c’è ancora distanza sull’immigrazione e va trovatto l’accordo sull’Ilva, il tema su cui forse c’è stato il maggior divario. Punti su cui si tornerà questa mattina, quando le delegazioni del M5S e del Carroccio riprenderanno il lavoro sul contratto di governo. “Presenteremo il programma la prossima settimana, prima possibile” promette in serata il capo del M5S, Luigi Di Maio. Aggiungendo, come a ribadire le differenze: “Questo è un contratto, non un’alleanza”.

Ma la formula “prima possibile” ad occhio non deve entusiasmare Sergio Mattarella, che ieri pomeriggio ha calato un avvertimento sui due leader che non trovano ancora la quadra, su Di Maio e Matteo Salvini. Entrambi al tavolo della trattativa dentro la sede della Regione Lombardia. Dove, giurano, non si è commentato il Mattarella che ha ricordato come il premier lo possa scegliere direttamente lui. E neppure il Berlusconi che ieri è stato riabilitato.

“Non è un problema” giura Di Maio. Ma Salvini esulta sulle agenzie, e nel Movimento non gradiscono troppo. Mentre Beppe Grillo infierisce da Roma: “Povero Berlusconi, è stato vittima di bullismo, è bellissimo che torni il badante della nipote”. E in serata, dal suo spettacolo a Isernia: “Pensate ai nani di oggi, senza Berlusconi non avremmo avuto il Grande fratello”.

Nel frattempo a Milano si discute del contratto, raggiungendo l’intesa su una decina di punti. Ma saranno sicuramente di più dei 19 previsti nella bozza iniziale. E almeno per ora nel testo sono quasi assenti le cifre, come a evitare rischi. Solo impegni di massima, come per la flat tax. Ieri su Repubblica il leghista Armando Siri, possibile ministro (ma su di lui pesa un patteggiamento per bancarotta fraudolenta) aveva vagheggiato un condono per finanziarla. “Nel testo finale non c’è nessun condono”, giurano i 5Stelle, che sanno come una parola del genere sarebbe un’eresia per la loro base. Invece dal Carroccio ripetono che un riferimento c’è. Ed è una bella differenza. Magari una qualche forma di riedizione della rottamazione delle cartelle Equitalia: tecnicamente non un condono, sostanzialmente sì.

Di certo nella bozza viene descritta una “flat tax”, che però non sarà tecnicamente tale visto che sarà basata sul coefficiente familiare e, pare, due aliquote (per ora non decise). Non c’è ancora invece il passaggio definitivo sul reddito di cittadinanza, ma nel M5S sono convinti che si chiuderà oggi senza intoppi, sulla loro formula, quella da 17 miliardi (stima Istat) che parte con la riforma dei centri per l’impiego. Sempre oggi si discuterà dei vincoli europei: “C’è un impegno comune a redifinire i trattati”, sostiene Salvini. Ma almeno formalmente, il testo rispetterà il vincolo del rapporto dell’1,6% tra deficit e Pil fissato nel Documento di economia e finanza del governo Gentiloni. “Almeno a parole…”, filtra dalla Lega, per poi negoziare margini in autunno con la legge di Bilancio (se ne parlerà oggi).

Altra questione delicata: l’Ilva. E anche qui le versioni divergono. Il M5S parla di intesa trovata. Mentre dalla Lega raccontano di “tasto dolente”, rinviato a oggi. Di sicuro non ci sarà la chiusura del siderurgico da cui partivano i 5Stelle. C’è accordo invece sull’aumento del personale delle forze dell’ordine e sulla costruzione di nuove carceri, punto voluto dalla Lega. E c’è intesa anche sul conflitto di interessi, con una formula molto larga dove non si citano le tv ma nella quale il conflitto viene definito come “un problema che non attiene solo a interessi economici”. Dal M5S assicurano: “Sarà stringente”. C’è invece un riferimento diretto agli agenti sotto copertura contro la corruzione.

Oggi, però, si riprende dall’immigrazione: il M5S chiede alla Lega termini più sfumati, soprattutto sui rimpatri, e il Carroccio invece spinge per la linea dura.

Sullo sfondo, l’estenuante partita a scacchi sulla composizione del governo. Perché nel M5S, dove Di Maio non si rassegna a dire addio a Palazzo Chigi, è sempre più forte il fronte del no a premier tecnici. E il capo lo sa bene, tanto che col suo circolo ristretto ragiona anche di nomi alternativi al suo: il primo in lista è il fedelissimo Riccardo Fraccaro, trentino. Questore anziano della Camera, in ottimi rapporti con la Lega, al punto di essere il fautore di un’alleanza tra 5Stelle e Carroccio a Laives (Bolzano). Già candidato per qualche ora alla presidenza della Camera, prima di essere “bruciato” per spianare la strada a Roberto Fico.

Ma nell’elenco c’è anche Alfonso Bonafede, l’altro pretoriano di Di Maio. Per ora in corsa soprattutto per la poltrona di Guardasigilli, in concorrenza col leghista Nicola Molteni. E curiosamente ma non troppo, anche il nome di Molteni circola come carta della Lega tra i potenziali premier. All’insegna del “fuori i secondi”. Perché con Salvini e Di Maio che fanno finta di fare passi indietro ma in realtà ancora pensano al bersaglio grosso, i loro ufficiali potrebbero tranquillamente finire nella rosa dei nomi per il Colle. Un punto di caduta per guadagnare tempo. Ma il Carroccio, dicono dal Movimento, per ora punta su un nome terzo: un tecnico. A dominare restano comunque i sospetti incrociati e la sensazione che la matassa sia ancora complicata. Nonostante Mattarella.

Chi riabilita chi

Se fossimo dei berlusconiani dell’antiberlusconismo, oggi parleremmo di toghe azzurre e di (in)giustizia a orologeria. Invece per fortuna siamo immuni dal virus, dunque prendiamo la decisione del Tribunale di Sorveglianza per quello che è: un fatto tecnico che prima o poi doveva arrivare e che, per i suoi effetti pratici, si limita ad anticipare di qualche mese ciò che sarebbe comunque accaduto l’anno prossimo, allo scadere dei sei anni di incandidabilità previsti dalla legge Severino. Lo sapevamo tutti che, nell’estate del 2019, B. sarebbe tornato candidabile ed eleggibile per legge. E che, se la legislatura non si fosse interrotta prematuramente, avrebbe preso uno a caso dei suoi eletti nell’uninominale e l’avrebbe “convinto” a dimettersi per candidarsi al suo posto alle elezioni suppletive in quel collegio. Cosa che pare si appresti a fare ora. Dopodiché, all’atto pratico, non cambierà nulla, come dopo la sua espulsione dal Senato: B. in Parlamento non ha quasi mai messo piede neppure quand’era deputato e continuerà a non mettercelo neanche se sarà rieletto, perché la vita parlamentare lo annoia e l’idea di valere 1 su 945 lo fa impazzire. Quanto al presunto effetto acchiappavoti della sua riacquisita eleggibilità, fa semplicemente ridere: se il 4 marzo FI, con tanto di “Berlusconi Presidente” nel logo sulla scheda, ha toccato il minimo storico di consensi (continuando a perderne negli ultimi due mesi), non è perché B. non fosse eleggibile, ma perché l’87% dei votanti l’ha visto come un pericolo pubblico o almeno come un fallito, anche un po’ bollito.

Il che naturalmente non significa che non conti più nulla, anzi: lo dimostrano la fine miserabile fatta da chiunque lo desse per morto o si credesse più furbo di lui; e il timore reverenziale che ancora gli riserva l’intero sistema. Ma quel potere non è legato alla sua presenza o meno in Parlamento o nelle liste: gli deriva dai soldi, dalla potenza di fuoco del suo impero mediatico, dalla capacità di ricatto su tutti quelli che ha corrotto o beneficato e o che sono stati suoi complici, dalle relazioni occulte (si fa per dire) con i peggiori ambienti criminali della storia d’Italia: dalla P2 a Tangentopoli a Cosa Nostra. C’è, è vero, la suggestione della parola “riabilitazione”, che fa pensare a chissà quale revisione di giudizio sui suoi crimini. Ma la riabilitazione giudiziaria non c’entra nulla col merito delle sentenze definitive: ne annulla solo gli effetti, senza sfiorare i verdetti né tantomeno cancellare i delitti e le connesse responsabilità etico-politiche (le uniche che dovrebbero interessare politici e cittadini).

Si limita a smacchiare la fedina penale dei pregiudicati che, dopo un po’ di anni, abbiano tenuto una “buona condotta”. Silvio Berlusconi “delinquente naturale” era e “delinquente naturale” resta. Se il Canaro della Magliana o il Mostro di Firenze vengono riabilitati dal giudice di sorveglianza, rimangono il Canaro della Magliana e il Mostro di Firenze: hanno solo espiato la pena, evitato di delinquere ancora e tenuto una buona condotta. Punto. Ora, che, dopo la condanna definitiva per la mega-frode fiscale dei diritti Mediaset e i 10 mesi di servizi sociali, B. non sia tornato a delinquere, è piuttosto improbabile. Dalle indagini del Ruby-ter risulta che continuò a pagare decine di testimoni chiamati a deporre nei suoi processi (oltre a essere indagato a Firenze per le stragi del 1993 e imputato a Bari per aver pagato Gianpi Tarantini per mentire ai pm: fatti, questi, antecedenti alla condanna del 2013), ma per affermare che quella è corruzione bisogna attendere la sentenza definitiva. Invece i giudici sembrano aver trascurato le continue sparate contro i giudici della Cassazione che l’hanno condannato, paragonati a un “plotone di esecuzione” ispirati da “finalità politiche” con una condotta più pessima che buona. Vedremo se, sul punto, la Procura generale si opporrà al provvedimento. Ma fin d’ora possiamo cestinare come carta straccia tutti i commenti politici dei suoi amici: non solo i compagni di partito e di coalizione che esultano per non si sa bene quale vittoria, ma anche i compari del Pd che sono sempre stati culo e camicia, pappa e ciccia con lui.

Chi aspetta le sentenze, o addirittura i provvedimenti tecnici tipo riabilitazione, per farsi un’idea di un soggetto del genere o per modificarla, è senza speranze. Nessuna riabilitazione potrà mai cancellare i fatti inoppugnabili che fanno di B., nell’ordine: un frodatore fiscale incallito, il protagonista di un patto di mutuo soccorso stipulato nel 1974 con i vertici di Cosa Nostra, un finanziatore per 18 anni della mafia (anche di quella corleonese di Riina, Bagarella e Provenzano, fino al 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio), il compare di un condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa, il probabile terminale della trattativa Stato-mafia, un corruttore di senatori e testimoni, un pagatore occulto di Craxi, un piduista per giunta falso testimone sulla sua iscrizione alla loggia di Licio Gelli, il capo di un gruppo che corrompeva giudici, finanzieri e politici, comprava sentenze, falsificava bilanci, accumulava montagne di fondi neri all’estero, scippava a un concorrente il primo gruppo editoriale a suon di mazzette, entrato in politica nel 1994 per scampare alla galera e alla bancarotta con 60 leggi ad personam o ad aziendam. Che Salvini, neoalleato dei 5Stelle, definisca la sua ricandidabilità “una buona notizia per lui e per la democrazia” la dice lunga sull’ambiguità del nascente “governo del cambiamento” e sulla democrazia salviniana. Se un (altro) delinquente entra in Parlamento, è una pessima notizia per la democrazia. Almeno per quella che abbiamo in mente noi.

Federcalcio, novità Serie C

Con l’obiettivo di valorizzare i giovani calciatori selezionabili per le Nazionali giovanili e contribuire alla crescita complessiva del nostro movimento calcistico, la Federazione Italiana Giuoco Calcio ufficializza l’introduzione delle Seconde squadre in Serie C dalla stagione 2018-2019, per poi andare pienamente a regime dalla stagione sportiva successiva. Dopo un’attenta analisi del contesto europeo di riferimento, dal quale si evince che nei principali campionati europei la maturazione di un calciatore avviene più velocemente grazie al suo utilizzo nelle Seconde squadre, anche l’Italia adotta un modello di sviluppo che prenderà il via attraverso l’integrazione di Seconde squadre dei club di Serie A in caso di eventuale vacanza di organico a 60 squadre in Lega Pro.

Coppe e salvezza: volata finale (dolorosa)

Una carezza al calcio che fu (Roma-Juventus e Sampdoria-Napoli domani alla stessa ora) e poi caccia agli ultimi scalpi. Champions ed Europa League restano cantieri aperti, soprattutto dopo il 4-0 che mercoledì, nella “bella” di Coppa, la Juventus ha inflitto al Milan. A proposito: tempi duri, per i figliocci di Raiola. Da quel povero Diavolo di Donnarumma al rissoso Pogba del Manchester United all’amletico Mkhitaryan dell’Arsenal.

Mancano due turni, nessun dorma. Capitolo Champions: Roma quasi in porto, Inter e Lazio in lizza per l’unico posto che rimane. Alla squadra di Spalletti non basta liquidare il Sassuolo: serve crivellarlo di gol. La differenza reti potrebbe orientare la volata. Le truppe di Inzaghi scendono a Crotone senza Immobile, Luis Alberto e Parolo. Chi è l’allenatore dei calabresi? Un cuore nerazzurro come Zenga, niente meno. Mi sa tanto che finirà pari. Domenica prossima, all’Olimpico, lo scontro diretto. Con l’Inter che ha appena depositato il contratto di De Vrij, “libero” in tutti i sensi, e i laziali combattuti su un eventuale impiego. Nei Bar sport non si parla d’altro.

Fiorentina-Cagliari è solcata dal ricordo trasversale di Astori e, visto il crollo dei sardi, dall’incubo retrocessione, a conferma che il cambio del tecnico non sempre paga. Benevento e Verona sono già in B, per la terza gli indizi portano proprio nell’isola. Il Chievo a Bologna e l’Udinese al Bentegodi inseguono punti preziosi. Atalanta-Milan si offre, in compenso, a ogni tipo di trama e, dunque, di risultato. Con la Dea leggermente favorita, soprattutto se giocherà come a casa Lotito. Fuori dall’Europa dopo un mercato da 200 milioni e rotti: per il Milan cinese sarebbe uno smacco madornale. A Gattuso l’ardua emergenza.