Aperti due procedimenti disciplinari nei confronti di Gigi Buffon. La decisione è arrivata a un mese da Real-Juventus, ritorno dei quarti di finale di Champions. Il primo procedimento è per il cartellino rosso ricevuto dall’arbitro Oliver dopo le proteste per il calcio di rigore assegnato ai Blancos; il secondo per la violazione dei principi generali di comportamento.
La Juventus è brutta, sporca e cattiva. Ma sa come si trionfa
Punto e a capo. Già domani sera, probabilmente. Alla Juventus ne basta uno, uno solo, per aggiudicarsi lo scudetto, che poi sarebbe il settimo consecutivo, come il Lione all’alba di questo millennio, record dei record. E pure alla Roma, già che ci siamo, ne serve uno per celebrare l’accesso aritmetico alla Champions. Siamo agli sgoccioli di un safari massacrante, segnato dal battesimo del Var, la moviola che avrebbe dovuto ridurre i sospetti. Sarà per un’altra volta. Il duello tra Juventus e Napoli ha coinvolto ogni tipo di dietrologia. Aurelio De Laurentiis è passato allegramente dal “Non ci hanno rubato nulla” del 5 maggio al “Ci hanno rubato 8 punti” di giovedì. In attesa delle prove, e magari della Procura federale, il popolo, curioso, frigge per conoscere la versione corretta, anche se gli allibratori non accettano scommesse.
Ai tempi di Rosella Sensi, era la Roma che accusava l’Inter di favori spudorati. La dittatura della Juventus è nata proprio tra le macerie di Calciopoli, lo scandalo che le costò la Serie B e due Scudetti. Rivoluzione radicale, quattro campionati di assestamento (terza-seconda-settima-settima) e poi, con Andrea Agnelli, il decollo. La Juventus non è forte perché aiutata, ma aiutata perché forte, come succede ovunque e non esclusivamente in un Paese servile come il nostro.
Sette scudetti, quattro Coppe Italia, l’ultima mercoledì dopo aver asfaltato il Milan del fragile Gigio Donnarumma, quattro doppiette Scudetto-Coppa, due finali di Champions perse contro una squadra di marziani (il Barcellona di Leo Messi, Luis Suarez, Neymar) e la squadra di un marziano (il Real di Cristiano Ronaldo), la quasi rimonta del Bernabeu: viene in mente il minimalismo alto di Raymond Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Ecco: di cosa parliamo quando parliamo di calcio. Di Juventus, naturalmente. Di un ciclo che l’età, la noia e il logorio condannano a corposi restauri.
Tre con Antonio Conte, gli altri con Massimiliano Allegri. Sempre la miglior difesa e, nelle due stagioni di Carlos Tevez, persino il miglior attacco. Conte recitava la parte del duro, Allegri si avvicina di più al pirandelliano “uno, nessuno e centomila”: la scintilla del “movimento cinque stelle” con Mario Mandzukic all’ala (gennaio 2017, la chiave tattica del sesto), lo sgabello punitivo di Leonardo Bonucci a Oporto, le panchine di Gonzalo Higuain e Paulo Dybala fino alla trovata di Juan Cuadrado terzino. Se Maurizio Sarri incanta gli esteti, ad Allegri la Juventus piace così: brutta, sporca, cattiva. Al diavolo i dibattiti, gli scricchiolii, le riserve dei tifosi.
Il fatturato, il potere, la rosa e gli episodi non si discutono. Occhio, però, a trascurare la visione complessiva con la quale la società ha disarmato i grandi avversari: la Milano cinese che fu di Silvio Berlusconi e Massimo Moratti annaspa a distanze siderali, la Roma ballerina ha perso sei volte in casa e il Napoli dei buoni ma pochi non sa chi detestare di più, se De Laurentiis per i mercati avari o Daniele Orsato per i gialli mancati.
All’estero non è molto diverso. In Germania, il Bayern ha appena riscosso il sesto di fila. In Francia, il Paris Saint-Germain (o Paris Saint-Qatar, meglio ancora) ha vinto cinque degli ultimi sei. Dal 2005, in Spagna, solo l’Atletico Madrid, e solo nel 2014, ha interrotto il duopolio di Barcellona (9 titoli) e Real (4). L’eccezione è la Premier, capace di produrre l’eresia romantica del Leicester di Claudio Ranieri, campione nel 2016.
La Juventus sta all’Italia come il Real Madrid all’Europa.
Jean-Luc Godard l’immaginifico battuto dalla Guerra Fredda
“La vera condizione dell’uomo è immaginare con le mani”. “Non conosco regole né eccezioni”. “Il cristianesimo è il rifiuto a conoscersi, la morte del linguaggio”. Oppure, in versi, “Come un sogno cattivo scritto su una notte tempestosa / Sotto occhi occidentali / I paradisi perduti / La guerra è qui”. Mesdames et Messieurs, Jean-Luc Godard è tornato a Cannes: non lui d’abitudine, ma il suo nuovo ufo, Le livre d’image. Quattro anni dopo Adieu au langage, altre picconate al cinema quale istanza narrativa, codice organico, tessuto senziente: JLG vuole affrancarlo, riscoprirne la sostanza pittorica e materica, lavorando su colori desaturati, sonoro ballerino, battute spezzate, ratio cambiate in corso d’opera, interpunzioni villane.
Il suo linguaggio parrebbe prediligere la combinazione alla selezione, per mettere sullo schermo pensieri liberi e attendere sulle poltroncine spettatori pensanti: problema, agli indebiti tagli di montaggio corrispondono altrettanti invitati e giornalisti che tagliano la corda. Alla fine della proiezione di gala al Grand Théâtre Lumière arrivano gli applausi d’obbligo, ma siffatto collage errabondo, puzzle irrisolvibile, mosaico impossibile se li merita?
Che ce ne facciamo di questo magma immaginato, immaginario e però mai immaginifico? JLG fruga tra archivi e morale, il Salò di Pasolini e i western, l’Isis e l’Arabia Felix di Dumas, Un chien andalou e il Gassman dell’Armata Brancaleone, e mille lacerti, frammenti e scippi: a che pro? Non dà punti di riferimento, tranne l’essere se stesso, ancora in direzione ostinata e contraria a quasi 88 anni. Oggi è questo, domani non si sa, nel 1965 era Pierrot le fou, il cui bacio tra Jean-Paul Belmondo e Anna Karina fa da affiche al festival: talmente intrepido, inedito e, sì, refrattario e menefreghista, che non si capisce se ci fa o ci è, se il suo Livre è capolavoro o supercazzola, impresa o boiata pazzesca, e diremmo più la seconda. Uno che si nega – vedere per credere il recente Visages, villages – persino alla novantenne compagna di Nouvelle Vague Agnès Varda potrà mai concedersi alle nostre interpretazioni fragili, ermeneutiche carenti, opinioni irrichieste? Certo che no: “Je suis JLG”. Nel caso, gli preferiamo la Deneuve.
Anche JLG gareggia per la Palma, ma non c’è storia con il Casablanca d’Oltrecortina, il The Artist battente bandiera, e lingua, polacca: Cold War, Guerra fredda, con cui Pawel Pawlikowski ritrova la metà del XX secolo e il bianco e nero che hanno assicurato al suo Ida l’Oscar al film straniero nel 2015.
Il regista sconfessa che sia “la nostalgia la ragione che mi spinge a fare cinema”, nondimeno, “ai tempi del comunismo c’erano molti ostacoli e, si sa, l’amore ci va a nozze. Al contrario, oggi siamo tutti così distratti, sicché l’idea che tu veda qualcuno e il resto del mondo scompaia è impossibile da sostenere”. Chissà, per citare il Jim Jarmusch passato sulla Croisette nel 2013, se anche qui Solo gli amanti sopravvivono, di certo, la storia tra il pianista Wiktor (Tomasz Kot, bravo) e la cantante e danzatrice Zula (Joanna Kulig, super) è eroica nella misura in cui travalica epoche e, ancor più, confini: dalla fine degli anni 40 ai primi anni 60, dalla Polonia stalinista alla Berlino divisa, dalla Parigi bohémien alla Jugoslavia titina, si prendono, si perdono, si ritrovano, sfuggono.
E noi appesi, ché è un romanticismo amaro eppure dolce, disperato e ironico, trapassato e vivissimo, incardinato agli occhi, le bocche e i destini che si uniscono. Applausi di stampa e pubblico, Cold War merita assai e Pawlikowski rischia perfino di bissare agli Academy Awards.
Meno bene, decisamente, Plaire, aimer et courir vite (Sorry Angel) di Christophe Honoré, un altro melodrammatico passo a due, stavolta omosessuale. Siamo nel 1990, lo scrittore quarantenne Jacques (Pierre Deladonchamps), parigino, malato, un figlio piccolo, lascia una porticina socchiusa sul futuro, a spalancarla con impeto e anelito è Arthur (Vincent Lacoste), che di anni ne ha quasi la metà e studia a Rennes: l’amore ai tempi dell’Aids ritrova Cannes solo dodici mesi dopo il militante 120 bpm di Robin Campillo, e se quello non era un capolavoro, ancor meno questo. Troppo lungo (due ore e rotti) e sfilacciato, toccante solo ai margini (il rapporto di Jacques col figlio, con l’amante morente e l’amico Mathieu, incarnato dal sempre superbo Denis Podalydés), ha belle sequenze nella prevalente mediocrità, intimismo più che intimità, e parecchia irresolutezza.
Dall’opulenza di Mondazzoli ai più piccoli e coraggiosi: il Salone fa il pieno
C’è l’opulenza, in metri quadrati, degli stand di Mondadori, Gems o Feltrinelli. E ci sono i banchetti dei piccolissimi editori del “quarto padiglione”, in realtà una tensostruttura da vecchia Festa dell’Unità collocata all’esterno del Lingotto Fiere. Ma sono proprio loro, i capitani coraggiosi dell’editoria indipendente, cuore di questo Salone del Libro, che, intanto, anche ieri ha fatto registrare code agli ingressi e ritardi nell’apertura.
Davide contro Golia; editoria di cultura, come una volta, contro editoria commerciale. Gente come i saluzzesi di Federico Tozzi Editore, dal nome del grande scrittore toscano, che propongono un inedito, in Italia, di Fernando Pessoa: il romanzo che scrisse in onore dell’amico Aleister Crowley, l’occultista inglese. Il volume, che raccoglie lettere tra i due e poesie, s’intitola La bocca dell’inferno, ed è stato curato da Marco Pasi. Un’altra formica laboriosa si chiama Scrittura pura, è di Asti. Ha pubblicato per primo il romanzo di culto La Madonna col cappotto di pelliccia del turco Sabahattin Ali (1907-1948). Fazi voleva darlo alle stampe a sua volta, però i piemontesi l’hanno bloccato. Se ne parlerà forse nel 2019. Un gran lavoro lo fanno quelli che si sono consorziati nei Nuovi Editori Indipendenti: dai sardi di Arkadia a Neo Edizioni. a Intermezzi, a Las Vegas, a Miraggi. Quest’ultima ha tra le novità la traduzione di un romanzo dello spagnolo José Dìaz Fernàndez (1898-1941), morto esule in Francia. Si tratta di El casamatta blocao, tradotto da Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi.
Gli amori comunisti di Luciana Castellina
Pubblichiamo di seguito un testo scritto per noi da Luciana Castellina sulle ragioni che l’hanno portata al libro “Amori comunisti”, dal 10 maggio in libreria. L’autrice lo presenterà oggi al Salone del Libro di Torino.
Mi rendo conto che col titolo di questo mio libro – Amori Comunisti – passerò per un’imbrogliona. Appena ne parlo, non c’è nessuno che non mi guardi con soddisfatta complicità, chiedendomi se si tratta dei miei amori o di quelli del Pci. Insomma: di un libro di pettegolezzi, che a tutti, come tale, fa gola. Visto che così non è, dopo averlo letto mi giudicheranno un’impostora.
No, non parlo di amori miei, né di casa nostra. Sono amori comunisti stranieri, vissuti da persone che mi è capitato di incontrare, e di cui, un po’ per avventura e un po’ per curiosità, ho finito per conoscere bene la storia. E questa storia mi ha coinvolto, commosso, fatto soffrire.
Perché si tratta di amori drammatici, intrecciati fino in fondo alle vicende dolorose e travagliate dei rispettivi paesi, che hanno segnato profondamente la vita dei protagonisti. Come è sempre accaduto ai comunisti e a tutti quelli che hanno vissuto con dedizione totale una grande passione politica.
Sono storie che conosco da molto tempo e che mi hanno sempre accompagnata. Se ho deciso finalmente di raccontarle è anche per una ragione polemica che qui vi confesso: stufa di sentir parlare degli errori e orrori comunisti, ho sentito il bisogno di raccontarne gli amori: sono tre storie esemplari – per fortuna ci sono comunisti che in tempi e in luoghi diversi hanno potuto condurre una vita normale – e tuttavia analoghe a quelle di tanti sconosciuti, che hanno pagato un prezzo terribile per le loro battaglie: l’amore e la vita.
Furono grandi amori, a dimostrare che l’amore, come si usa dire, vince ogni cosa. Per infelice che sia, è sempre la cosa più bella che ti possa capitare.
Non si tratta solo di vicende amorose, ma anche di pagine di storia relativamente sconosciute. Nemmeno io le conoscevo bene e sono state le vicende personali dei loro protagonisti a rivelarmele nei particolari. Storie che in parte mi sono state direttamente raccontate e in parte ho investigato in libri poco noti.
Due di queste riguardano paesi bellissimi ma disgraziati, direi da secoli e fino ai nostri giorni: la Turchia e la Grecia. Ho conosciuto entrambi – così credevo – a fondo, perché da giornalista mi sono dovuta occupare molte volte delle loro sfortunate vicende, facendo negli ultimi sessant’anni avanti e indietro dai loro territori. Ma sapevo poco di cosa fosse stata davvero, nel contesto greco, la particolarissima storia di Creta, dove nel ‘41 va in scena – per opera della Luftwaffe – la prima invasione dal cielo della storia militare; dove pastori greci e sofisticati ufficiali britannici collaborano, pur nell’estrema, reciproca diffidenza, contro l’occupazione tedesca ma dove solo qualche mese dopo la liberazione i combattenti della Resistenza tornano in montagna per sfuggire alle aggressioni fasciste. È l’inizio di una guerra civile che lascerà senza alternativa i guerriglieri cretesi che, chiusi dentro l’isola, non potranno, una volta sconfitti, mettersi in salvo oltre confini territorialmente contigui.
E ancora meno sapevo della Turchia subito dopo la caduta dell’Impero Ottomano, della sorte di una generazione che si entusiasma per il modernizzatore Atatürk per poi subire condanne spaventevoli. Fra le vittime un grande poeta, Nazim Hikmet, delle cui prigioni sapevo per via delle sue poesie dal carcere, ma non le rocambolesche avventure.
Del paese dove si colloca la terza storia – gli Stati Uniti – ero convinta di sapere tutto; e anche delle persecuzioni imposte ai comunisti durante il maccartismo. Ma anche in questo caso, fatta eccezione per i processi di cui furono vittime illustri tanti sceneggiatori di Hollywood, mi illudevo: ero lontana dall’immaginare il numero dei molti costretti alla clandestinità e al carcere.
Mi rendo conto che sto facendo la recensione di un libro scritto da me, e questo è imbarazzante. Perché il genere, se non nei rari casi di clamorose stroncature, è elegiaco. E per non dover scegliere fra vanità e denigrazione, smetto subito.
L’Iran rivela la lettera di minacce di Trump agli alleati sunniti in Medio Oriente
L’ayatollah Ali Khamenei ha rivelato che Teheran sarebbe in possesso di una lettera di Donald Trump ai partner arabi in cui vengono accusati di scarso impegno in Medio Oriente. “Alcuni giorni fa, Trump ha scritto una lettera ai leader del mondo arabo, noi abbiamo quella lettera”, spiega la Guida Suprema iraniana su Twitter, e la notizia è stata ripresa dal Washington Post. Nella lettera, secondo Khamenei, Trump avrebbe usato toni molto duri, affermando tra le altre cose: “Ho speso 7 mila miliardi per voi, e dovete fare quello che vi dico. Avreste dovuto risolvere le crisi in Iraq, ma non lo avete fatto”.
Il Post ha poi spiegato che la Casa Bianca non ha commentato, ma un alto funzionario ha confermato che la Casa Bianca ha inviato una lettera agli alleati del Golfo due settimane fa. Un analista suggerisce che forse si è trattato di un “omaggio” di uno dei Paesi sunniti del Golfo, per alleggerire le tensioni nella regione con i rivali sciiti iraniani.
Rosario, “strega” sandinista e gli “studenti vampiri”
In Nicaragua, il 20 aprile in piena rivolta degli studenti e dopo i primi sanguinosi scontri con la polizia, il primo dirigente politico sandinista a dar la cara , a esporsi pubblicamente, è stata Rosario Murillo, vicepresidente e moglie del capo di Stato Daniel Ortega. Si scagliò senza mezzi termini contro gli studenti definendoli “vampiri che chiedono sangue”. “Linguaggio che non ha certo contribuito a calmare le acque”, sostiene l’analista Félix Maradiaga. Il quale, come altri commentatori, afferma che buona parte della responsabilità della dura repressione – 47 morti secondo gli studenti – cada appunto sulla prima donna del Nicaragua.
Il protagonismo di Murillo non sorprese. Anzi, da anni, anche prima della sua nomina – gennaio 2017- a vicepresidente, quando era “solo” la moglie di Ortega, per milioni di concittadini la sua figura snella, con una massa di capelli ricci, i vestiti colorati – nonostante i suoi 66 anni – mani e polsi cosparsi di anelli e braccialetti, era una presenza quotidiana. Come pure la sua voce, che entrava nelle case attraverso la radio in lunghi discorsi che affrontavano ogni argomento, dalla politica all’attività dei vulcani, sempre con quel tono emotivo e vagamente mistico. Una sorta di cultura New Age mescolata con una quota di esoterismo indio.
Un miscuglio che portava anche nella politica, essendo il portavoce ufficiale del movimento sandinista al potere con Daniel Ortega – rieletto nel 2017 per la quarta volta. “Murillo è l’ideologa del nuovo misticismo statale del governo”, afferma Madriaga. È lei che ha spinto Ortega – ex dirigente del Fronte di liberazione sandinista che nel 1978 sconfisse la dittatura di Somoza e leader marxista – a avvicinarsi alle Chiese, cattolica e pentecostali, e ottenerne l’appoggio politico.
Anche con una politica più conservatrice su anticoncezionali e pianificazione familiare: nel 2008 il Nicaragua si è convertito in uno dei pochi paesi che proibiscono l’aborto, quasi senza eccezioni.
“Il suo discorso cristiano è una dimostrazione del vuoto ideologico del Fonte sandinisita. È una sorta di misticismo voluto dalla Murillo con l’unico scopo di presentare i componenti della sua famiglia come i predestinati a governare il Nicaragua”, afferma l’ex guerrigliera Dora María Téllez. L’ultima dimostrazione sono gli “alberi della Vita”: grandi costruzioni con luci e colori vivi a forma di albero che sono state poste nelle piazze del paese per favorire “buone sensazioni”. E che sono costati 25.000 dollari l’uno, hanno risposto gli studenti, che ne hanno abbattuti alcuni come simbolo dell’auspicata caduta del regime di Ortega.
Per la gente comune, specie nei quartieri popolari e con presenza india, il discorso politico conta meno: la prima dama è una “Chamuca”, un misto tra strega e curandera. Per gli oppositori, come la femminista Azahalea Solís: “Murillo è una donna colta e impegnata. Si è unita alla guerriglia sandinista nel 1969, e come intellettuale e poetessa è stata una delle promotrici del rinnovamento culturale del Nicaragua. Gode di prestigio nel movimento bolivariano e rivoluzionario latinoamericano. È riuscita ad avere il controllo della ‘macchina’ del partito e ha imposto un potere quasi dittatoriale di una famiglia (gli Ortega) con enormi ambizioni di potere e ricchezza”. Più che una strega – sostiene Solís – “possiamo paragonarla a una Evita Perón in tono minore”. O a Elena Ceausescu, moglie del dittatore comunista rumeno abbattuto nel 1989.
Il Cairo, arresti e perquisizioni contro un legale dei Regeni
Il governo egiziano e la Procura del Cairo annunciano i preparativi per la missione dei pm italiani nell’ambito del caso Regeni portando via Mohamed Lotfy e la sua famiglia. Stiamo parlando del direttore esecutivo dell’Ecrf, la Commissione egiziana per i diritti e la libertà, l’organismo che rappresenta legalmente e non solo, la famiglia Regeni in Egitto. Un blitz poco prima delle 3.
Le forze di sicurezza sono penetrate nell’abitazione dei Lotfy ad armi spiegate, quasi fosse un caso di terrorismo, hanno prelevato nel sonno lui, la moglie Amal Fathy e il figlio della coppia di appena 3 anni. Non potendo tenere in stato di fermo Lotfy e il figlioletto, entrambi con la doppia cittadinanza egiziana e svizzera, le autorità del Cairo hanno deciso di trattenere solo la donna. L’abitazione di Lotfy è stata perquisita a fondo, i cellulari dei coniugi sequestrati, senza che potessero comunicare con gli avvocati e i colleghi della Commissione. L’irruzione di ieri notte pare strettamente legata alla missione dei giudici italiani, prevista martedì, che indagano parallelamente sul caso della morte di Giulio Regeni: “È vergognoso il modo con cui le autorità di sicurezza scelgono di trattare con noi, pochi giorni prima della visita degli inquirenti italiani in Egitto per analizzare il contenuto delle telecamere della metropolitana del Cairo – si legge nella nota diffusa dalla Commissione egiziana per i diritti e la libertà . Noi lavoriamo per documentare casi di tortura nelle carceri, scomparse forzate. È chiaro che Lotfy e la sua famiglia siano stati fermati perché il direttore del consiglio di amministrazione di Ecrf (Ahmad Abdallah, a sua volta arrestato il 24 aprile del 2016, ndr.) è il consulente della famiglia di Giulio Regeni. Ecrf condanna fermamente la detenzione della moglie del suo direttore esecutivo e ne chiede il rilascio immediato”. Per la Commissione non è la prima volta. Oltre ad Abdallah, Lotfy ed altri membri interni, nell’autunno scorso è toccato a Ibrahim Metwaly, fermato all’aeroporto internazionale.
Così il piccolo Davide si salvò dal Golia arabo. E fu Israele (e la Nakba)
Il sole splende e picchia forte su Tel Aviv all’alba del 14 maggio 1948, quando un ometto canuto e commosso si alza in piedi e dà l’annuncio che tutti aspettano. Lui si chiama Micha Berdichevsky, ma tutti lo chiamano David Ben Gurion, detto anche “il figlio del leone”. È il capo del governo provvisorio di Israele. Parla scarno, ma solenne: “Proclamo la fondazione nazionale dello Stato ebraico indipendente di Palestina, che si chiamerà Israele”. Pochi minuti prima, l’ultimo soldato inglese ha lasciato il Paese, ponendo fine al mandato di Sua Maestà Britannica sulla Palestina, la lingua di terra stretta fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, spartita l’anno prima dall’Onu con la risoluzione numero 181 in due Stati: l’uno ebraico, l’altro arabo. E in quel momento, mentre il capo provvisorio dello Stato Ben Gurion viene sommerso dagli applausi, qualcuno tra i più anziani si ricorda della vecchia profezia del padre del sionismo, il giornalista e scrittore ungherese di origine ebraica Theodor Herzl, che mezzo secolo prima, nel 1897, aveva detto: “Oggi la gente riderebbe se annunciassi che ho fondato lo Stato ebraico. Ma forse, fra cinquant’anni, mi darete ragione”.
“Morte agli ebrei!”. Due anni prima, a Parigi, in una gelida mattina di gennaio del 1895, Herzl aveva assistito a una scena agghiacciante. Nella piazza d’armi della Scuola Militare, era stato degradato coram populo un ufficiale ebreo d’artiglieria, Alfred Dreyfus, appena condannato per alto tradimento in base ad accuse che si sarebbero poi rivelate infondate. A nulla era servita la sua appassionata difesa firmata dal grande Émile Zola, con il suo celebre J’accuse!. La folla parigina inferocita urlava “A morte gli ebrei!”, visti come i colpevoli di tutti i mali. Herzl era lì, in piazza. Rimase sconvolto per quel rigurgito di antisemitismo nel cuore dell’Europa. E iniziò a scrivere un libriccino, che sarebbe uscito un anno dopo con un titolo ben oltre i limiti della follia: Lo Stato ebraico. Ma ci fu chi lo prese sul serio: nel 1897 Theodor presiedeva a Basilea il primo congresso mondiale sionista. E le sue parole accesero la speranza in decine di migliaia di ebrei, soprattutto russi, in fuga dai continui pogrom, cioè dagli stermini di massa ispirati dalla polizia zarista. Negli ultimi vent’anni del secolo, furono un milione gli israeliti che dalla Russia fuggirono negli Stati Uniti. Poche centinaia, invece, quelli che scelsero la via più difficile: quella che portava alla terra dei loro padri, la Palestina. Qui, nel XIX secolo, gli ebrei erano ridotti a un villaggio di Asterix di 25 mila anime, affogate fra 450 mila arabi. Dalla fine dello Stato ebraico, sancita dalla conquista romana dell’imperatore Tito nel 70 d.C., non avevano conosciuto altro che dominazioni straniere: dai romani ai bizantini, dagli arabi ai crociati, dai mamelucchi ai turchi ottomani. In 17 secoli di “diaspora”, il popolo ebraico si era disperso in ogni angolo di mondo, ma non aveva mai perso la speranza. Ogni anno, a ogni cena pasquale, ogni ebreo osservante rinnovava la promessa: “L’anno prossimo a Gerusalemme”.
La svolta era arrivata a Natale del 1901. A Basilea, il 5° congresso sionista si era concluso con la decisione di distribuire a tutti gli ebrei del mondo un salvadanaio di latta bianco e azzurro. E l’anno seguente, con i risparmi raccolti, era nato il Fondo Nazionale Ebraico, con il compito di acquistare terreni in Palestina per ospitare i primi stanziamenti. Quelle messe in vendita dai grandi feudatari arabi erano le terre di scarto: incolte e desertiche, oppure malsane e paludose, per giunta cedute a prezzi esorbitanti. Erano nati così, tra mille difficoltà, i primi kibbutzim, comunità agricole a gestione collettivistica, molto vicine agli ideali del socialismo. In pochi anni deserti e paludi si erano trasformati in agrumeti e fertili campi coltivati. Attirando, insieme alla spinta dei pogrom nell’Europa centro-orientale, nuove e continue ondate migratorie. La popolazione ebraica, nel 1914, era salita a 85 mila unità, nel 1923 a 120 mila, nel 1928 a 160 mila. Poi, dal 1932 al ’38, il grande esodo degli “indesiderati” dalla Germania hitleriana. Così, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, gli ebrei di Palestina erano arrivati a quota 400 mila.
Balfour e il piccolo Focolaio ebraico
Nel frattempo molte cose erano accadute. Battuto nel Primo conflitto mondiale, l’Impero ottomano si era sbriciolato, la Palestina era passata in mano britannica e il nuovo padrone di casa faceva ben sperare gli ebrei. Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese, Arthur James Balfour, aveva rilasciato una celebre dichiarazione: “Il Regno Unito vede con favore la fondazione in Palestina di un Focolare nazionale per il popolo ebraico”. Poi però la politica britannica agli ebrei non aveva dato altro che delusioni. Nel 1939 Londra aveva addirittura pubblicato un Libro Bianco che limitava severamente l’immigrazione ebraica, impedendo a migliaia di ebrei di sfuggire alla persecuzione nazista. Nonostante ciò, gli ebrei di Palestina si erano schierati in guerra a fianco dell’Inghilterra contro la Germania. Ma nel 1946 la tensione era di nuovo all’acme. Navi cariche di profughi scampati ai lager si presentavano sulle coste della Palestina e ne venivano ricacciate indietro dalle autorità inglesi. Per rappresaglia, il 22 luglio la Irgun Zwei Leumi, formazione paramilitare sionista, aveva fatto saltare in aria un’ala dell’hotel King David, dov’era installato il quartier generale britannico: 90 morti. Il comandante della spedizione era Menachem Begin, futuro premier d’Israele. Poi finalmente il 2 aprile 1947 la Gran Bretagna annunciò il ritiro dalla Palestina entro due mesi.
L’Onu, i due Stati. La sorte del Paese, ora, era affidata alle Nazioni Unite. Lì si iniziò a discutere della proposta di spartire il territorio in due Stati, uno arabo e l’altro ebraico. Tra la sorpresa generale, l’ambasciatore sovietico Andrej Gromyko si disse favorevole. E alla fine i Sì furono 33, contro soli 13 No. Lo Stato ebraico avrebbe compreso il deserto del Negev, la fascia costiera centro-settentrionale e la Galilea orientale: complessivamente il 55% della Palestina cisgiordana, abitata da 500 mila ebrei e 497 mila arabi. Allo Stato arabo sarebbe andato il restante 45%, con la parte centrale della Palestina, più la Striscia di Gaza e la fascia sottostante di terre tra il Negev e il Sinai: terre abitate da 725 mila arabi e 10 mila ebrei. E Gerusalemme? “Zona internazionale” sotto l’egida dell’Onu. Gli inglesi, prima di lasciare la Palestina, fecero un ultimo dispetto a Israele, permettendo che il grosso delle loro armi e munizioni passasse agli arabi. I quali, però, non accettarono la risoluzione dell’Onu. Scioperi, devastazioni, incursioni armate, massacri di ebrei. E, nei primi mesi del 1948, l’attacco militare di un “esercito di liberazione arabo” di 5 mila uomini, che in pochi giorni riuscì a isolare Gerusalemme, il Negev e la Galilea dai restanti territori ebraici. Ma gli ebrei, in aprile, ripresero il controllo delle principali città, da cui – spontaneamente o spontaneamente – stavano fuggendo in massa le popolazioni arabe.
Rieccoci a Gerusalemme, sotto il sole cocente di quel 14 maggio 1948. Il battesimo di Israele si celebra con una breve e frugale assemblea in una modesta saletta del museo di Tel Aviv. Tutto in pochi minuti: il discorso di Ben Gurion e la firma di una pergamena che riproduce la dichiarazione d’indipendenza. Poi tutti in strada per un corteo festoso e improvvisato: in prima fila, al fianco di Ben Gurion, ci sono Golda Meir, Levy Eshkol, Yitzhak Rabin e altri padri fondatori che si alterneranno alla guida del Paese per oltre 40 anni. Piangono, ridono, si abbracciano con la folla in delirio che si unisce agli altoparlanti intonando l’Halikyah (“speranza”): l’inno ebraico, più simile a una preghiera che a una marcia.
Lo Stato di Israele è nato, anzi è rinato. La stirpe di Davide, dopo duemila anni, ha di nuovo la sua patria. È l’unico Stato democratico di tutto il Medio Oriente e viene subito riconosciuto (tra gli altri) dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti. Ma non c’è tempo per festeggiare.
Mentre ancora Ben Gurion sta parlando, i 6 eserciti della Lega Araba – Egitto, Libano, Siria, Transgiordania, Iraq e Arabia saudita – muovono all’attacco da ogni punto cardinale per “cancellare dalla faccia della terra il cosiddetto Stato d’Israele”. L’Occidente solidarizza a parole, ma non muove un dito per difendere la risoluzione dell’Onu del 1947. Anche l’Urss condanna l’invasione (l’organo ufficiale di Mosca, la Pravda, parla di “aggressione araba contro Israele” e difende “il diritto degli ebrei a costituirsi un loro Stato indipendente; l’Unità si accoda). Ma lì si ferma.
Dai lager all’esodo verso la Terra promessa
Israele deve imparare subito a combattere da solo, a mani nude. Tante mani, però: l’esodo del dopoguerra del- l’Europa ha portato nella terra dei loro avi oltre 200 mila ebrei, scampati ai lager nazisti e ai pogrom russi. Sono approdati nella Terra promessa forzando il blocco britannico e andando ad aggiungersi ai 600mila che già vi risiedono. Un’iniezione di forze e di intelligenze fresche che fa di Israele il Paese con il più alto tasso di laureati, specialisti e tecnici del mondo. La loro competenza, il loro spirito organizzativo e la loro disperata volontà di sopravvivenza saranno l’arma in più del neonato esercito israeliano, l’Haganah (“difesa”), capitanato da ufficiali giovani e agguerriti. Uno su tutti: il 33enne Moshe Dayan. Gli uomini non mancano. Scarseggiano però i quadri militari e gli armamenti: soprattutto l’artiglieria (pochissimi cannoni), i mezzi corazzati e l’aeronautica (una trentina di vecchi aerei incollati con lo sputo). Perfino le uniformi. Non basta l’apporto di esperienza di due reparti speciali che affiancano le truppe regolari: il Lehi e l’Irgun, specializzati in azioni di terrorismo e antiterrorismo negli anni del mandato britannico e delle imboscate arabe. Troppo poco, almeno sulla carta, per fronteggiare l’esercito egiziano, la Legione Araba di Giordania guidata dal mitico Glubb Pascià, 4 divisioni siriane e irachene e un corpo di volontari libanesi e sauditi: 150 mila uomini in tutto, con 800 cannoni, 120 carri armati, 80 autoblindo e 150 aerei.
Davide e Golia. È Davide che torna ad affrontare Golia, ma stavolta la fionda serve a poco. E infatti le prime ore di guerra, per Israele, sembrano l’inizio della fine. Le truppe egiziane, da Sud, affondano come il coltello caldo nel burro e giungono alle porte di Tel Aviv. Gli altri eserciti, da Nord, puntano su Gerusalemme e sul porto petrolifero di Haifa. L’Onu, però, riesce a imporre una tregua di 6 settimane. E quando gli arabi la violano, dopo un mese, ripartendo all’offensiva, non si ritrovano più di fronte l’Armata Brancaleone raccogliticcia e male in arnese dei primi giorni. In quel breve lasso di tempo Israele è riuscito a mettere in piedi un miracolo di esercito e anche a procurarsi qualche arma pesante e qualche aereo in più, mentre migliaia di volontari – ebrei e non ebrei – sono sopraggiunti dai campi di battaglia di mezza Europa per dare una mano.
Gli egiziani vengono travolti sul fronte Sud da un blitz ribattezzato con nome biblico ed evocativo: “Operazione Dieci Piaghe”. E anche a Nord gli altri eserciti arabi sono colti di sorpresa. Spitfire israeliani, residuati bellici comprati al mercato dell’usato, sorvolano indisturbati le capitali siriana e transgiordana, Damasco e Amman, bombardandole. E i bazooka con la stella di David distruggono la metà dei carri armati nemici.
L’Onu ordina una seconda tregua e nomina mediatore il conte Folke Bernadotte, un diplomatico e filantropo svedese, nipote di re Gustavo IV. Mediatore si fa per dire: impone altre due tregue, ma parteggia apertamente per gli arabi. Di lui si occupa la banda Stern, organizzazione paramilitare sionista di estrema destra dove milita anche il futuro premier Yitzhak Shamir: il conte viene assassinato il 17 settembre a Gerusalemme. La tregua salta e la guerra ricomincia. L’Haganah affronta separatamente gli eserciti arabi e li sbaraglia l’uno dopo l’altro.
La prima guerra arabo-israeliana si conclude alla fine del 1948. Israele non solo ha riconquistato – dopo i rovesci iniziali – le posizioni di partenza, ma addirittura si è ingrandito di oltre un terzo, conquistando Gaza, l’intero Negev e la Galilea occidentale. Il bilancio delle vittime è pesante: 6 mila morti sul campo, di cui 2 mila civili, fra gli ebrei, e circa 10 mila arabi. Poi c’è l’esodo (in arabo nakba, cioè letteralmente disastro, cataclisma, catastrofe) di almeno 700 mila arabi palestinesi, musulmani e cristiani – spinti dagli orrori della guerra o dalla pressione della popolazione ebraica o dalla convinzione di un’imminente vittoria araba – a lasciare le città e i villaggi del territorio assegnato dall’Onu a Israele per emigrare nei Paesi arabi confinanti o nella Cisgiordania riservata al loro Stato. Che purtroppo non nascerà mai, anzitutto a causa della miopia dei governi arabi e della classe dirigente palestinese, interessati più ad abbattere Israele che a dare una casa ai palestinesi. Un esodo che darà origine alla piaga mai sanata dei campi profughi per molti dei rifugiati e i loro discendenti (censiti nel 2015 dall’Onu in 5.149.742, sparsi fra i campi di Giordania, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Siria e Libano). Anche perché, nel dicembre del 1948, l’Assemblea generale Onu approva la risoluzione 194 che consente “ai rifugiati che lo vogliano di tornare alle proprie case e vivere in pace coi loro vicini” e promette “indennizzi per le proprietà di quanti scelgano di non tornare”, ma a patto che arabi e israeliani siglino un trattato di pace. Cosa che non avverrà mai, per il rifiuto degli Stati arabi di riconoscere Israele.
Armistizio, si fa per dire. Nel febbraio del 1949, infatti, dopo la Conferenza di Rodi, gli aggressori arabi sconfitti firmano con Israele, ciascuno per conto proprio, degli armistizi che riconoscono di fatto allo Stato ebraico la sovranità sui territori assegnati dall’Onu nel 1947, più quelli appena conquistati in battaglia. Tranne la Striscia di Gaza, che viene occupata militarmente dall’Egitto, così come la Cisgiordania dal Regno di Transgiordania. Gli armistizi verranno poi disconosciuti dagli stessi Paesi arabi che li avevano siglati e che muoveranno altre guerre a Israele per cancellarlo, invano, dalla carta geografica. E preferiranno usare i palestinesi nei campi profughi come arma contundente contro Tel Aviv e occupare le loro terre, anziché aiutarli a costruire il loro Stato.
(ha collaborato Giulia Marchina)
Mps, trimestrale di nuovo in utile. E vola in Borsa
La banca Mps vede l’utile per la prima volta da quando lo Stato è diventato azionista al 68%. A fine marzo 2018, il risultato della banca è stato positivo per 188 milioni di euro, contro il rosso di 169 milioni dei primi tre mesi dell’anno scorso. Siena deve sempre fare i conti con i 3,5 miliardi di perdita dell’intero 2017, ma “abbiamo voltato pagina”, ha detto l’amministratore delegato Marco Morelli. È un risultato che rafforza Morelli in vista della nascita del governo Lega-Cinque Stelle. Gli impieghi commerciali sono cresciuti di 900 milioni, i costi sono scesi del 12%, anche per la di riduzione del personale. Sui crediti deteriorati, Mps ha completato la cartolarizzazione per la cessione di un portafoglio di 24,1 miliardi di sofferenze. L’esposizione lorda del gruppo è di 42,6 miliardi, in flessione sia rispetto a fine marzo 2017 (-1,5 miliardi) sia al 31 dicembre 2017 (300 milioni). “Al netto dei crediti deteriorati lordi ‘in via di dismissionè – spiega la banca – l’esposizione lorda passerebbe a 20 miliardi”. La copertura è del 68,8%, in aumento rispetto al 31 marzo 2017 (pari a 54,3%) e rispetto al 31 dicembre 2017 (pari a 65,5%).