“L’accordo coi petrolieri azzoppa i processi”

L’accordo di cui vi abbiamo già parlato nei giorni scorsi è di quelli virtuosi: l’Ingv, l’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, potrà sistemare i suoi sismografi e le proprie stazioni di rilevamento sulle piattaforme petrolifere per monitorare sismicamente il mare. Tutto grazie a una convenzione con Assomineraria e il ministero dello Sviluppo economico: l’ente potrà sfruttare elettricità e ponte radio delle piattaforme per trasmettere i dati raccolti alla rete nazionale già esistente a terra. Ma a che prezzo? Il costo è un compromesso che, per evitare che l’accordo sia controproducente per le aziende petrolifere, rischia di azzoppare futuri processi, soprattutto amministrativi e penali, sulla controversa questione della sismicità indotta e della individuazione delle responsabilità (in sintesi, dimostrare che un terremoto sia stato causato dalle operazioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi). In pratica, le parti non potranno portare in tribunale studi o elaborazioni dei dati presi sulle piattaforme.

L’intesa riguarda un’innovazione scientifica che pone l’Italia all’avanguardia nel mondo, parallela a una sperimentazione che è in corso in Giappone: “Con il mare – aveva spiegato il presidente Carlo Doglioni – l’Ingv accrescerà le conoscenze sulla struttura della crosta e del mantello terrestre, oltre a poter studiare con maggior dettaglio la sismicità nazionale”. Nell’ottica dell’efficienza e soprattutto della mancanza di fondi per la ricerca, la soluzione migliore per il monitoraggio del mare è sfruttare l’infrastruttura già presente: le piattaforme petrolifere. Il problema è che all’articolo 8.2 dell’accordo tra Ministero, Ingv e Assomineraria si legge: “Le parti si impegnano a non utilizzare i risultati derivanti da studi, ricerche, consulenze, ecc. quali perizie di parte in vertenze di carattere legale…”. Il rischio è che, a una prima interpretazione, perizie, elaborazioni, rapporti dell’Ingv su quei dati non possano essere utilizzati in tribunale qualora lo Stato sia parte lesa. Oppure qualora in un procedimento di un privato il giudice dovesse chiedere all’Ingv una sua perizia.

Secondo l’Ingv, invece, il fatto che i dati saranno tutti pubblici (come previsto esplicitamente dall’intesa) li rende “disponibili sia al singolo cittadino che a qualsiasi giudice”. Inoltre, secondo l’interpretazione dell’Ingv, l’ente potrà effettuare perizie (anch giurate) su quei dati. L’unico vincolo potrebbe essere legato a elaborazioni che abbiano al loro interno eventuali dati di proprietà delle piattaforme e quindi delle aziende stesse. Ma il testo, a meno che non sarà chiarito con sotto-intese successive, ora sembra dire il contrario. Dal ministero dello Sviluppo economico ribadiscono infatti che ciò che non potrà essere utilizzato in eventuali vertenze è “l’elaborazione dei dati raccolti che sarà eventualmente prodotta sotto forma di studi, ricerche o consulenze; i dati in quanto tali saranno invece resi pubblici”.

Ancora una volta, intervengono i comitati a difesa dell’ambiente: “Nei prossimi giorni scriveremo all’Ingv perché faccia sì che l’accordo sia ritirato per le forti criticità – spiega Augusto De Sanctis, attivistà del Forum H2O – e lo chiederemo anche al Mise”.

Specificano di essere favorevoli ai monitoraggi e che la ricerca è un punto fermo. “Chiediamo solo che sia terza, soprattutto quando il monitoraggio viene posto come obbligo per le compagnie. Va cercata una forma di terzietà assoluta, che sia lo Stato a finanziarla totalmente. Sulle attività di un ente come l’Ingv non ci deve essere neanche l’ombra del sospetto”.

Lavoro o salute? Il caso Ilva divide 5 Stelle e Lega

Salvare l’Ilva e il lavoro oppure chiuderla e tutelare la salute e l’ambiente? L’eterno nodo dell’acciaio tarantino, ora è diventato anche il primo terreno di scontro del nascituro governo a firma M5S e Lega. Da un lato, Matteo Salvini che ha sempre osteggiato il blocco della produzione dello stabilimento siderurgico; dall’altro, Luigi Di Maio e i 5Stelle che a Taranto sostengono da tempo la chiusura delle fonti inquinanti e la riconversione attraverso le bonifiche. “Sul tema Ilva le posizioni sono da conciliare” è il commento di autorevoli esponenti dei 5Stelle all’AdnKronos, secondo i quali il dossier dell’azienda per il momento non è un nodo sul tavolo tra i due leader. Per il momento, appunto.

La questione Ilva, in realtà, è un punto che il prossimo governo dovrà affrontare forse in modo definitivo: la vendita, la tutela dei lavoratori, la salvaguardia di ambiente e salute nel capoluogo ionico sono ormai argomenti che necessitano di una soluzione chiara a distanza di sei anni dallo scoppio della vicenda. Anche tra esponenti locali di 5Stelle e Lega si apprezza la distanza sulla vicenda: per il segretario pugliese della Lega, Andrea Caroppo, e il parlamentare Rossano Sasso, “nessun posto di lavoro deve andare perso, così come non si può perdere o far scappare l’acquirente” e “sostenere che l’Ilva va chiusa è inaccettabile”. Per Francesco Nevoli, consigliere comunale dei 5Stelle, invece, l’unica strada è quella della chiusura progressiva delle fonti inquinanti e l’avvio delle bonifiche con l’impiego dei dipendenti Ilva: “È l’unico modo – ha spiegato Nevoli – per salvaguardare salute e lavoro e sono convinto che quando ci confronteremo con i rappresentanti della Lega condivideranno l’impostazione possibile”. Ma in queste ore, l’Ilva continua a essere elemento di rottura all’interno del Partito democratico. Dopo lo stop al tavolo coi sindacati che ha dichiarato irricevibili le proposte del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, questi ha parlato a La Stampa di “Populismo sindacale e sindacalismo politico” attaccando le organizzazioni Cgil, Cisl, Uil e Usb per il mancato accordo. Per Susanna Camusso, Calenda “non merita replica”, mentre per Michele Emiliano è un fallimento del ministro. Parole che hanno suscitato clamore e la solidarietà di alcuni membri del Pd al titolare dello Sviluppo economico. “Quel ministro ha fallito – ha tuonato poco dopo il governatore pugliese – non solo perché è un incapace (può succedere che un incapace divenga ministro senza la benché minima esperienza politica e senza avere mai vinto un’elezione), ma soprattutto perché non si è mai fatto carico dei sentimenti e degli interessi né dei cittadini tarantini né dei lavoratori dell’Ilva. Si vergognino – ha aggiunto Emiliano – tutti gli esponenti del Pd che difendono l’indifendibile ministro dello Sviluppo economico e i governi dei quali ha fatto parte, questi ultimi con esclusivo riferimento alla vicenda Ilva di Taranto”. Dura anche la posizione di Fiom-Cgil che tramite Francesca Re David ha chiarito che il no dei metalmeccanici alla proposta del ministro Calenda sulla cessione dell’Ilva a Mittal dipende dall’incuranza di governo e azienda rispetto alle posizioni del sindacato”. L’Ilva “sopravviverà a Calenda” hanno invece risposto Sergio Bellavita e Francesco Rizzo di Usb, definendo le “stizzite dichiarazioni dell’ormai ex ministro Calenda” come dimostrazione della “sua personale totale inadeguatezza nel ricoprire un ruolo tanto importante sul piano sociale ed economico”.

In fabbrica a Taranto, intanto, i sindacati preparano il piano di assemblee che partiranno da lunedì: “Nessuna decisione – ha spiegato Francesco Brigati coordinatore degli Rsu Cgil nell’acciaieria ionica – potrà essere presa senza il parere dei lavoratori”. Chiede invece la ripresa del dialogo il vescovo di Taranto Filippo Santoro pronto a fare nuovamente da ponte per il bene delle famiglie tarantine.

Mail Box

Lasciate stare il Cavaliere o vi farò chiudere il giornale

Buongiorno delinquente Marco Travaglio, la deve smettere di dare del delinquente al Cavaliere Silvio Berlusconi. Le farò chiudere il suo giornale a lei e ai suoi dipendenti, ha capito?

Paolo Racca

Non vedo l’ora di vederla all’opera, rimango in fiduciosa attesa.

M. Trav.

 

Hanno votato le sue leggi, non si metteranno contro il Caimano

Di Maio come può credere che la Lega che ha votato tutte le leggi vergogna di B. e le ha difese per vent’anni possa: riformare la giustizia, togliere la prescrizione, il conflitto d’interessi, il falso in bilancio: queste cose sono il minimo per far rientrare l’Italia nei paesi normali? Se non riusciranno a fare nemmeno una di queste cose saranno andati al governo solo per suicidarsi.

Gino Colombini

 

Di Maio sei il nostro portavoce: non accettare compromessi

Di Maio! Mi rivolgo direttamente a te per dirti di non farti prendere la mano e soprattutto non pensare di essere un abilissimo uomo politico. Sei ancora un dilettante. Non dimenticarlo. Come non devi dimenticare che sei il nostro portavoce e che stai tentando di fare un governo con forze politiche che abbiamo combattuto aspramente.

Non dimenticare i sit in di Dibba ad Arcore a leggere le sentenze di Berlusconi. Non dimenticare che tu sei diverso da tutti gli altri.

Non hai bisogno di agire come gli altri politici, tu non hai una carriera da difendere. Questo è il tuo ultimo mandato. Poi toccherà a un altro. Non dimenticare che non puoi e non devi fare nessun compromesso con Berlusconi. Non deve esserci nessun cedimento su conflitto di interessi, giustizia ed evasione fiscale. Non dimenticare che la sorte del Movimento dipende da quello che stai facendo.

Michele Troccoli

 

L’età di questi leader politici sarà da esempio per i giovani

La giovane età di Salvini, 45 anni, e Di Maio, 31, mi sembra positiva. Dopo il fallimento di Renzi, coetaneo di Salvini, il successo di due “under 45” potrebbe spronare molti giovani a non arrendersi. Anche nel tormentato Mezzogiorno, dove i grillini hanno vinto e il Carroccio ha fatto bene. Non è più la Lega incolta, ruspante e secessionista di Bossi e Borghezio.

Pietro Mancini

 

DIRITTO DI REPLICA

Nella rubrica Lo sberleffo, pubblicata il 6 maggio scorso su Il Fatto Quotidiano, a firma di Alessandro Mantovani, si affronta la vicenda del collaboratore Andrea Palladino e del suo articolo, pubblicato sul nostro sito, sul ruolo della Difesa italiana e dei suoi rapporti con la Guardia costiera libica nel salvataggio dei migranti nel Canale di Sicilia, affermando, in maniera piuttosto tranchant e francamente offensiva, che “Famiglia Cristiana non ama la verità”.

La realtà, per fortuna, è ben diversa. Nella circostanza che ha riguardato Palladino c’è stata una combinazione di valutazioni improvvide e forse frettolose, ma sicuramente non censorie.

Prendere spunto da questo singolo episodio per affermare che la nostra testata “non ama la verità” getta discredito su tutti i giornalisti del nostro settimanale che hanno raccontato – e continueranno a farlo – tutte quelle situazioni dove i diritti umani e la dignità della persona sono calpestati e violati: dalle guerre in giro per il mondo, dall’Africa al Medio Oriente al Sudamerica, alle faide di mafia, dal dramma dei migranti che ogni giorno cercano di approdare sulle coste italiane o attraverso i confini cercano di andare in Francia con il rischio di non essere soccorsi, fino alle vittime del gioco d’azzardo, manovrato da lobby potentissime che con i loro gangli arrivano dappertutto.

Questo e molto altro, affrontiamo sul nostro sito e sul nostro settimanale.

Se davvero Famiglia Cristiana non amasse la verità, non racconterebbe tutte le settimane le storie di chi, concretamente, quella verità la difende e cerca di affermarla anche a costo della vita: missionari, volontari, laici, religiosi, martiri, uomini di buona volontà che rilanciano il dialogo e seminano giustizia e pace dove imperversano soprusi e violenza.

I nostri lettori, anche quelli non credenti, lo sanno bene, e non da oggi: la nostra lunga storia, di quasi 90 anni, mostra che sono gli ultimi, i poveri, i sofferenti a dettare la nostra agenda.

Per amore di verità. Non sarà uno sberleffo a dimostrare il contrario.

Il Comitato di Redazione della Periodici San Paolo

 

Mi sarei aspettato questa replica dalla direzione di Famiglia cristiana.

La redazione, invece, farebbe meglio a difendere il collega Andrea Palladino, che peraltro ha chiesto di essere tutelato, nei confronti di chi ha modificato il suo pezzo già pubblicato online e ha interrotto la collaborazione dopo che l’autore ha ritirato la firma.

Per voi è “improvvido” e “forse frettoloso“; per me anche un po’ censorio. L’episodio non fa onore a Famiglia cristiana, che certamente in mille altri casi si dimostra più rispettosa della verità.

Le cose stanno, infatti, come aveva scritto Palladino nella prima versione del pezzo: dietro la Guardia costiera libica c’è la Difesa italiana.

A. Man.

Mattarella, gran pokerista (ma con carte tragiche)

Non risulta che Sergio Mattarella conosca il poker, né ci abbia mai giocato. È un peccato. Il presidente della Repubblica è dotato di un’autentica poker face: prossemica impenetrabile in un volto marmoreo, impossibile decrittare le sue espressioni, e le rare volte in cui affiorano un sorriso o una smorfia di disappunto, dileggio, stizza o compassione sono pressoché indistinguibili. Non ce ne eravamo accorti perché Mattarella agisce sottotraccia (altro segno distintivo del pokerista di razza), esce allo scoperto solo quando ne è costretto, o si ha la sensazione che lo sia. Nelle consultazioni per il governo è come se lo avessimo visto per la prima volta, ed è stata un’epifania. In questo mondo wi-fi c’è la gara a presenziare, farsi notare, alzare la voce. Mattarella va controcorrente; coltiva l’arte di non farsi notare come Lord Brummell. Al Quirinale notati Di Maio, Salvini, Berlusconi, Martina. Non notato, Lord Mattarella. Per settimane non ha visto una carta decente, gli hanno passato solo banane, ma lui non ha fatto una piega, si è comportato come se avesse voluto scartare un poker d’assi via l’altro. E alla fine ha rilanciato, prendendo tutti alla sprovvista: governo neutrale, di servizio, e poi elezioni. All-In. Era un bluff? Chissà. Di sicuro nessuno di quelli seduti al tavolo ha avuto il coraggio vedere. È un buon pokerista e un eccellente presidente, Sergio Mattarella, tanto più perché nessuno lo sospetta. Il governo ancora non si sa, ma il piatto è suo.

Benetton. Lo stop a Fiumicino è un caso mentre lo Stato proroga le concessioni

 

Caro Fatto, ho letto sul giornale la storia dell’aeroporto di Fiumicino e dello stop al raddoppio voluto dai Benetton. Ogni anno mi avveleno per l’aumento dei costi delle autostrade, quindi mi e vi domando: è forse arrivata l’ora (finalmente) in cui si spezza questo monopolio-questua offerto alla famiglia “multicolore”?

Gigliola Berti

 

Gentile Gigliola, quella data ieri sul nostro giornale da Daniele Martini è sicuramente una buona notizia. La Regione Lazio e la Presidenza del Consiglio hanno riaffermato che il governo del territorio e dell’ambiente spetta allo Stato e non agli interessi economici. Ancor meno compete all’Enac, ente del trasporto aereo che negli ultimi anni ha visto scivolare la sua competenza dalla vigilanza alla pianificazione, anche grazie all’inopinato strapotere del presidente Vito Riggio, da 15 anni intoccabile e onnipotente regista del sistema aeroportuale. Nel caso specifico, giova ricordare che l’azienda agricola Maccarese fu privatizzata vent’anni fa dall’Iri, così come gli Aeroporti di Roma (Ciampino e Fiumicino) e la Società Autostrade. Allora la Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, garantì il mantenimento della vocazione agricola della tenuta, e Aeroporti di Roma assicurò di non avere alcuna intenzione di espandersi verso i terreni di Maccarese. Il parziale coinvolgimento di quei terreni nell’espansione aeroportuale configurerebbe uno schema strepitoso: lo Stato vende un terreno agricolo a un privato, lo Stato decide di costruire una pista d’atterraggio su quel terreno, lo Stato ricompra il terreno a prezzo moltiplicato. Non va dimenticato che gli aeroporti sono proprietà dello Stato che ne affida la gestione a società concessionarie.

Sarebbe però sbagliato dare allo stop su Fiumicino un significato politico che non ha. La presa di posizione è da attribuire a due dirigenti forse coraggiosi e forse incoraggiati dal vuoto politico di queste settimane. Ma i Benetton continuano a godere dei favori della politica di ogni colore che se li coccola da vent’anni, cioè da quando lo Stato (1999, governo D’Alema) gli cedette a prezzo di saldo la rendita autostradale. Pochi giorni fa, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ha strappato a Bruxelles il via libera per prorogare dal 2038 al 2042 la fine della concessione ad Autostrade per l’Italia in cambio di fantomatici investimenti. I regali continuano.

Giorgio Meletti

Una rivoluzione ecologica contro la stagnazione

Uno dei problemi fondamentali che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica e l’aumento dell’occupazione.

Questi risultati si possono ottenere con innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento.

L’impegno principale deve essere rivolto alla diminuzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può dimezzare i consumi di energia alla fonte senza ridurre i servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra, delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, delle spese energetiche dei consumatori finali: famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.

In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni Sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle “case passive”, non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies (Esco): società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le Esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine, il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la Esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. Nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre gli sprechi di energia e denaro, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece di risolvere questo problema si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quantomeno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: il treno ad alta velocità in Val di Susa, gli inceneritori, strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, il pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente meno dannosa e più conveniente economicamente delle metodologie con cui si rendono definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico.

Una società con un numero inaccettabile di disoccupati, che non riesce a far ripartire l’economia, ma non commissiona lavori finalizzati ad attenuare la crisi ecologica che ripagano i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata.

Governo senza B. lui in cambio cosa ottiene?

Se la nascita della Terza Repubblica – disse Di Maio all’indomani del voto – e la morte della Seconda – sempre lui dopo le condanne, tra cui quella di Dell’Utri, sulla trattativa Stato-Mafia – insomma, se il “Governo del Cambiamento” promesso dal M5S ai suoi elettori (in gran parte di sinistra) è un governo con la Lega e il via libera di Silvio Berlusconi, be’ partiamo malissimo. Chi sono Lega e FI se non i protagonisti – e che protagonisti – di quella stagione e della scena politica italiana degli ultimi 25 anni (magari Salvini no, ma il suo partito sicuramente sì)? Alla faccia delle forze anti-sistema…

Certo, bisogna vedere se Salvini e Di Maio riusciranno davvero a trovare un accordo e, soprattutto, su quale contratto e squadra di governo in concreto, ma pesa come un macigno la “benevolenza critica” – invenzione linguistica mirabolante delle ultime ore – di B. che, com’è noto, non è abituato a fare né passi indietro né di lato, men che meno gratis. E allora cosa otterrà in cambio, visto che Salvini continua a ripetere che l’alleanza di centrodestra non è affatto rotta, anzi è un “prerequisito”? È vero che così B. scongiura il voto, che secondo i sondaggi penalizzerebbe ulteriormente FI, ma quali altre garanzie ha ottenuto per dare l’ok al governo Lega-5S? Sappiamo benissimo quali sono le cose che più gli stanno a cuore: le aziende e i processi, suoi e dei suoi amici. Dunque è assolutamente cruciale vedere ad esempio a chi andrà il ministero della Giustizia: ai grillini di “Onestà! Onestà!”, legalità, lotta alla corruzione, legge sul conflitto d’interessi o meglio un leghista, come all’epoca di Castelli nel secondo governo Berlusconi – forse i 5S non lo ricordano, ma la memoria è importante – che fece passare tutte le leggi ad personam (rogatorie, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli su riduzione della prescrizione, Cirami sul trasferimento dei processi, fino al Lodo Schifani)? Il conflitto d’interessi ci sarà davvero nel contratto di governo? E come finiranno la riforma delle intercettazioni che deve entrare in vigore a luglio e le nomine, a partire da quelle della Rai?

Ma non c’è solo il peso del “governo ombra” – è il caso di dirlo – di B. sull’accordo tra Salvini e Di Maio. Contano anche altri punti fondamentali: su immigrazione e sicurezza prevarrà la linea della Lega (prima gli italiani, possibilmente armati), a maggior ragione se il ministero dell’Interno andrà, come si dice in queste ore, allo stesso Salvini? Per la gioia degli elettori grillini di sinistra, che non sognavano di meglio e confidano anche in uno strapuntino a Fratelli d’Italia (sic). E la politica fiscale seguirà la strada 5S della lotta dura contro l’evasione o l’abolizione del limite all’uso del contante, sottoscritta da Salvini nel programma comune del centrodestra?
Insomma, quali e quanti rospi è disposto a ingoiare il M5S, dopo la rinuncia alla premiership e il “veto non veto” su B. che ha aperto di fatto la strada all’accordo? Soprattutto, quali e quanti rospi vuole far ingoiare al suo elettorato – ripeto: in buon parte di sinistra – pur di andare al governo?
L’alba di questo possibile governo giallo-verde appare piuttosto grigia, lo sarà pure il resto della giornata?

Ma Mediaset per Silvio val bene una messa cantata

 

“Qualsiasi cosa sia stata detta allora per spiegare e giustificare l’anomalia italiana chiamata Silvio Berlusconi, il suo controllo dittatoriale sui mezzi d’informazione italiani rappresentava una reale e funesta minaccia per la democrazia”

(da “L’ombra del potere” di David Lane – Laterza, 2005 – pag. 351)

 

Fin dai tempi della fatidica “discesa in campo”, ed è passato ormai un quarto di secolo, sappiamo tutti che Silvio Berlusconi fa politica principalmente per difendere le proprie aziende e i propri affari. È da qui che deriva il suo macroscopico conflitto d’interessi, generato dal doppio ruolo di imprenditore e leader di Forza Italia, ex parlamentare ed ex presidente del Consiglio. Un conflitto tanto più grave e insanabile perché Mediaset, o meglio la finanziaria che la controlla, è titolare di una concessione pubblica televisiva rilasciata dallo Stato, in forza della quale la concentrazione del Biscione raccoglie pubblicità e fattura oltre 3 miliardi e mezzo di euro all’anno, a danno di tutti gli altri media.

Non c’è poi molto da meravigliarsi se alla fine l’ex Cavaliere accetta di dare via libera a un accordo fra il suo maggior alleato Matteo Salvini e il suo maggior nemico Luigi Di Maio. E pazienza se il giovane Alessandro Di Battista, autore di libri per “Mondazzoli”, ha definito recentemente Berlusconi “il male assoluto”. Forza Italia non voterà la fiducia, non farà parte del futuro governo e anzi si riserva di metterlo in crisi se e quando lo riterrà opportuno. Mediaset val bene una messa cantata.

Nascerà con questa pesante ipoteca, se effettivamente nascerà, il governo dei dioscuri che sulla carta ha un margine di una trentina di voti a Montecitorio e di una mezza dozzina a Palazzo Madama. Naturalmente, c’è da prevedere che verrà accantonata o disinnescata quella legge sul conflitto d’interessi che era un caposaldo del programma elettorale dei Cinquestelle. E la maggioranza giallo-verde, come ha già fatto per le nomine alla Camera e al Senato, con ogni probabilità occuperà “manu militari” la Rai per evitare che possa interferire troppo con gli affari di Berlusconi.

È vero che in questo momento l’Italia ha ben altri problemi e altre preoccupazioni da affrontare: la crisi economica e sociale, il lavoro che manca, il debito pubblico, il degrado del Sud e via discorrendo. Ma si possono risolvere tutti questi nodi al di fuori di un contesto democratico dell’informazione? Si può trattare di occupazione, reddito di cittadinanza o d’inclusione, tasse, pensioni, sanità, scuola e quant’altro, violando il pluralismo e la libera concorrenza?

Vedremo che cosa saranno capaci di fare Salvini e Di Maio nell’interesse generale del Paese, se il loro “contratto” sarà approvato dalla votazione online annunciata da Casaleggio. E se faranno bene, non potremo che compiacerci. Ma se dovessero anteporre gli interessi aziendali, personali e familiari di Sua Emittenza a tutto il resto, dovremmo concludere tristemente che la “rivoluzione” è peggio della “restaurazione” e, anzi, può diventare un tradimento delle aspettative e delle esigenze degli elettori.

Al di là delle acrobazie di Berlusconi, sta di fatto che Salvini è suo alleato e alle ultime Politiche ha raccolto i voti in coalizione con Forza Italia: per la proprietà transitiva, quindi, chi si allea ora con la Lega si allea anche con il Caimano, per quanto possa rimanere in agguato. È lui che tiene in mano le sorti dei dioscuri. Se l’ipotetico accordo tra Renzi è Berlusconi era un “inciucio”, lo è anche quello tra Di Maio e Salvini: dal “governo Renzusconi”, si rischia così di passare al “governo Grillusconi”.

M5S-Lega: i rischi dello strano patto

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, Pds, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così).

Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare. Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento nei confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati.

Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare a una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri? Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del Partito democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il presidente del Consiglio.

Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze ma, oramai, lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori, offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Rifiuti, Zingaretti: “Ho chiesto aiuto. La Puglia valuterà”

Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, si è sentito telefonicamente con il Governatore della Puglia, Michele Emiliano, per valutare la possibilità di accogliere i rifiuti di Roma. Un contatto riferito dallo stesso presidente del Lazio e che arriva dopo la richiesta formulata dall’Ama (l’azienda dei rifiuti della capitale) alla Puglia per un eventuale trasferimento di rifiuti indifferenziati romani da sottoporre a trattamento meccanizzato biologico, il cosiddetto tmb, per il surplus di raccolta di questi ultimi giorni, ovvero 10 mila tonnellate in tre giorni. “Ho sentito il presidente Emiliano – ha scritto ieri in una nota Zingaretti – chiedendogli, nello spirito di solidarietà e leale collaborazione che da sempre ha contraddistinto i rapporti tra le Regioni e le città, di valutare positivamente la richiesta avanzata da Ama sui rifiuti della Capitale così da procedere ad un accordo. Il Presidente ha assicurato che nei prossimi giorni valuterà la disponibilità e la possibilità di soddisfare la richiesta di Ama. L’assessore Valeriani è al lavoro per valutare il conferimento possibile in ordine ai tempi e alle quantità. La Regione Lazio conferma, quindi, il suo impegno nel dare il massimo supporto nella gestione dell’emergenza rifiuti”.