Nucleare sì, anzi no. Abruzzo bicefalo

L’esperimento nucleare no, la fusione nucleare sì. La ricerca dei neutrini, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso no. La ricerca della più potente forma di energia mai prodotta dall’uomo, nel cuore del Parco della Majella sì. Paradossi e contraddizioni d’Abruzzo.

Da una parte, la Regione si batte alla morte, per impedire che nei Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso venga realizzato l’esperimento “Sox”, che avrebbe dovuto utilizzare una sorgente radioattiva di Cerio 144, proveniente da combustibile radioattivo di un reattore nucleare russo, incapsulata nel più grande contenitore di tungsteno mai prodotto, da 19 centimetri di spessore; dall’altra quella stessa Regione si batte per diventare sede dell’esperimento “Dtt”, che prevede la realizzazione di un cilindro ipertecnologico alto 10 metri con raggio 5, che ospiterà 33 metri cubi di plasma alla temperatura di 100 milioni di gradi con un’intensità di corrente di 6 milioni di Ampere, un carico termico sui materiali fino a 50 milioni di Watt per metro quadro e un’intensità di campo magnetico di 60 mila Gauss. Insomma, lo “scaldabagno” nucleare sotto duemila metri di roccia no, il camion cisterna nucleare, parcheggiato in un interporto invece sì. Già, un interporto. E non uno qualsiasi, perché – suggeriscono i maligni – è proprio la sede di quell’interporto a determinare la diversa visione regionale in tema di esperimenti nucleari. Se, infatti, gli avversati Laboratori del Gran Sasso si trovano sotto la montagna più alta dell’Appennino, e per loro natura ospitano scienziati di tutto il mondo, ovvero tutta gente che non vota in Abruzzo, l’Interporto scelto per l’esperimento dell’Enea è invece a Lettomanoppello, ovvero nel cuore stesso del feudo elettorale del presidente D’Alfonso, che è della vicina Manoppello. Sempre le solite cattiverie di provincia. Fatto sta, però, che se per il “Sox” la Regione si è opposta in ogni modo, fino ad ottenere l’annullamento di un esperimento che, per ammissione stessa degli scienziati “Avrebbe potuto cambiare la storia della Fisica”, adesso per l’esperimento “Dtt”, addirittura ricorre al Tar contro l’Enea. La Giunta regionale, infatti, ha conferito all’Avvocatura regionale il mandato di proporre ricorso – avanti al Tar del Lazio – contro la “relazione conclusiva della commissione di valutazione e la graduatoria finale” dell’avviso pubblico Enea per l’individuazione di un sito per l’insediamento dell’esperimento Dtt. L’interporto di Manoppello, infatti, si è classificato al terzo posto nella graduatoria finale con 208 punti, a fronte dei 213 ottenuti dal sito vincitore di Frascati. Perché l’Abruzzo ha perso? Perché le mancano i 10 punti relativi alla presenza della fibra ottica, che a Lettomanoppello c’è, ma si ferma a 300 metri dall’interporto. Forse, più che ricorrere adesso contro l’Enea, per avere l’esperimento che “potrebbe cambiare la storia dell’umanità”, sarebbe stato meglio chiamare la Telecom.

L’Eni e le minacce di morte al prete che difende il Niger

Due telefonate a distanza di sette mesi. Alla prima è seguito un incontro. “Collaboro con la Naoc”, la Nigeria Agip Oil Company, controllata di Eni, avrebbe detto l’uomo che il pastore di un piccolo villaggio del sud della Nigeria, Evaristus Ukaonu Nicholas, in prima linea nella protesta contro Eni, ora ha deciso di denunciare pubblicamente. “Mi ha intimato di smetterla di denunciare, altrimenti ci saranno terribili conseguenze per me e la mia famiglia”, fa sapere il parroco di Aggah nel Rivers State, leader di Ebgema Voice of Freedom, un’associazione di residenti dove dal 1962 sorge il contestato impianto petrolifero. “L’uomo che mi ha minacciato lavora per una società che ha appalti da Naoc. Mi ha telefonato la prima volta il 5 giugno. Il giorno seguente ci siamo incontrati e ha insistito per sapere dove vivessi”, racconta.

Il secondo episodio di minaccia, questa volta telefonico, sarebbe avvenuto l’8 gennaio di quest’anno, quando la notizia della protesta degli abitanti di Aggah aveva varcato i confini nazionali. “Dopo il mio programma radiofonico, Nigeria Info, mi ha chiamato sempre lo stesso appaltatore di Naoc per avvertirmi che stava mandando degli uomini a farmi del male”. In difesa del sacerdote e della comunità ci sono l’avvocato Jonathan Kaufman di Advocates for Community Alternatives e lo studio legale Chima Williams & Associates, che a dicembre hanno presentato in Italia e in Olanda presso il punto di contatto Ocse (Pcn), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, un rapporto in cui Eni è accusata di causare periodiche inondazioni, “con conseguenze disastrose sulla salute dei cittadini e sull’ambiente”. “Le nostre case, i campi, le scuole sono distrutte e le nostre acque contaminate – denuncia il pastore Evaristus Ukaonu – per questo chiedo a Eni di costruire un adeguato sistema di drenaggio”.

L’Ocse, una volta valutate le memorie depositate da entrambe le parti, deciderà se avviare o meno una mediazione sulla base delle linee guida di condotta responsabile delle imprese. L’accusa ritiene che Naoc abbia costruito negli anni Settanta un argine di terra, in corrispondenza di tre giacimenti di petrolio, che ostruirebbe il naturale flusso delle acque, causando violente inondazioni. Secondo una ricerca, fanno sapere i legali, ad Aggah “il 90 per cento delle famiglie ha subito danni all’agricoltura e il 65 per cento gravi conseguenze fisiche”. Alcuni si sarebbero ammalati di polmonite. Molti gli sfollati.

Eni si difende, ricordando che la zona del delta del Niger è naturalmente soggetta a inondazioni. “La Naoc ha costruito adeguati canali di scolo e tubature elevate, che assicurano un deflusso regolare” anche durante la stagione delle piogge. Dal ministero dello Sviluppo economico italiano, a cui fa capo il punto di contatto Ocse, la dirigente Maria Benedetta Francesconi, fa sapere che “l’istanza è ancora nella fase di valutazione iniziale”, per cui “non è possibile fornire informazioni circa l’esito”.

Nel frattempo il pastore Evaristus ha deciso di rendere note le minacce: “Ho creduto di poterci convivere, ma ho bisogno di aiuto”. È per questo che, prima di denunciarle al Fatto, si è rivolto al governo italiano attraverso l’ambasciata del nostro Paese, con sede ad Abuja: “Purtroppo – scrive nella petizione pubblica depositata il 12 dicembre – Naoc, cadendo così in basso, mi ha costretto a chiedere protezione al governo italiano. Ho paura per la mia vita”.

Al momento, però, non gli è pervenuta alcuna risposta. Eni, interpellata dal Fatto, ribatte: “Respingiamo nel modo più fermo che persone o rappresentanti di Naoc possano aver svolto le attività che lei – rivolgendosi alla sottoscritta, autrice dell’intervista – sembra addebitarci. In Nigeria, come in tutti i Paesi in cui opera, Eni rispetta, tutela e promuove attivamente i più alti standard in materia di riconoscimento e salvaguardia dei diritti umani”.

Poi Eni avverte: “Non possiamo non rilevare che la modalità con la quale ci ha sottoposto la domanda è chiaramente capziosa per non citare altro. Ci corre quindi l’obbligo di informarla che risponderemo a eventuali rappresentazioni lesive della nostra reputazione nelle sedi opportune”.

Messina Denaro e Graviano spie al Costanzo Show

Sono passati 25 anni ma ancora spuntano fatti nuovi sull’attentato contro Maurizio Costanzo. L’ultima novità è che c’era anche Matteo Messina Denaro con Giuseppe Graviano a guardare il Costanzo Show per spiare le mosse del conduttore di Canale 5, molto prima dell’attentato del 1993. La Dia ha trovato una fotografia, ora agli atti delle nuove indagini su Giuseppe Graviano, per l’ipotesi di minaccia a corpo dello Stato, la stessa del processo Trattativa.

Tra due giorni ricorre l’anniversario dell’attentato che poteva costare la vita a Maurizio Costanzo e a sua moglie, allora fidanzata poco nota, Maria De Filippi. Ma non solo a loro. Poco prima dell’esplosione in via Fauro ai Parioli, infatti, erano passati un gruppo di amici e le telecamere di sorveglianza mostravano anche un ragazzo, poi identificato, che stava aspettando un’amica e si era appoggiato alla Fiat Uno che di lì a poco saltò in aria. L’auto, rubata a una signora qualche sera prima, era stata imbottita di tritolo e nascosta per la notte in un magazzino nel centro commerciale Le Torri.

I palazzi di via Fauro e dintorni furono devastati dall’esplosione e – secondo i periti – i danni furono contenuti dalla presenza di una conduttura con un tombino che diede sfogo alla carica. Solo per un miracolo nessuno morì. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi si salvarono perché i killer furono traditi da un cambio di auto: il solito autista, che usava una Alfa Romeo 164, quella sera stava male e chiese il cambio a un collega che usava la Mercedes. L’attimo di esitazione dei mafiosi fu vitale, nel senso letterale.

In carcere ad Ascoli Piceno dove si trovava, Giuseppe Graviano il primo dicembre 2016 trovava il coraggio di prendere in giro le vittime dell’attentato. Al compagno di detenzione Umberto Adinolfi confida: “Meschino il cane saltò. Quando c’è stato l’attentato il cane scappò e non si è fatto più vedere. Avevano il finestrino aperto e quello scappò a razzo”.

La preparazione dell’attentato a Costanzo risaliva a più di un anno prima. Totò Riina aveva deciso di colpire il conduttore televisivo dopo alcune trasmissioni dedicate alla mafia. Riina non aveva gradito soprattutto un’intervista alla moglie di un boss del clan Madonia. Nel settembre del 1991, Costanzo aveva anche realizzato una trasmissione a reti unificate assieme a Michele Santoro per commemorare l’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia dopo essere andato in tv a dire che non avrebbe mai pagato il pizzo. Per la prima volta, Rai e Fininvest cooperavano con una staffetta antimafia. Ospite al Teatro Parioli del Costanzo Show, c’era anche il giudice Giovanni Falcone.

Proprio del magistrato ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, parla il 24 settembre 2016 Giuseppe Graviano mentre sta passeggiando nel cortile del carcere di Ascoli con Umberto Adinolfi. “Nel 1992 a Roma, quando c’era Falcone al Costanzo – dice Graviano – dove si sedeva, c’erano otto persone. Eravamo io, palermitani, due di Brancaccio, miei, due di… (incomprensibile) che poi se ne sono andati che avevano un matrimonio e altri due che si sono fatti pentiti, uno di Castelvetrano e uno di Mazara del Vallo: Sinacori e Geraci”.

L’indagine sulle foto è partita da lì, nell’ambito dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia. I pm palermitani Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avevano fatto mettere le videocamere nascoste nel cortile e nella sala dove il boss Graviano poteva trascorrere le poche ore di socialità permesse dal duro regime del 41-bis. Lo scopo era proprio carpire confidenze su quella stagione di stragi e di trattativa.

Il capo del mandamento di Brancaccio è stato arrestato quando aveva meno di 30 anni, ma ha avuto un ruolo fondamentale nella stagione in cui Cosa Nostra mise in ginocchio lo Stato.

Il Capo dei Capi Totò Riina lo aveva inserito con il fratello Filippo e con il trapanese Matteo Messina Denaro all’interno della ‘Supercosa’ creata come un corpo di élite dentro Cosa Nostra.

Dopo la strage di Capaci ai danni di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta, realizzata da Giovanni Brusca e prevalentemente dagli uomini delle famiglie di Altofonte e San Giuseppe Jato, infatti la direzione operativa delle altre stragi passò sotto l’orbita di ‘Madre Natura’ come era chiamato Giuseppe Graviano dai suoi devoti seguaci. Il boss è stato condannato con il fratello Filippo per le stragi del 1992, ma anche per quelle del 1993 di Milano e Firenze (10 morti) e per le bombe di Roma alle basiliche, oltre che per l’attentato a Costanzo.

Graviano, quando si confida in carcere con Adinolfi sulla sua partecipazione al Costanzo Show, dice quindi la verità anche se è impreciso. Al Fatto risulta che la sera in cui furono scattate le fotografie sul palco c’era un altro ospite importante, non Falcone.

Quello che ha stupito di più gli investigatori è stato individuare tra i mafiosi che assistevano al Costanzo Show anche l’uomo che allora era un promettente astro in ascesa della mafia trapanese e oggi, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere il vero erede di Totò Riina. Matteo Messina Denaro in persona era salito a Roma nei primi mesi del 1992 per partecipare ai sopralluoghi per uccidere Maurizio Costanzo, oltreché Giovanni Falcone, allora passato a lavorare al ministero della Giustizia con il ministro Claudio Martelli, anche lui nel mirino.

Già nelle precedenti indagini era stata trovata traccia del suo passaggio nella Capitale. Per esempio erano attribuiti a lui gli acquisti di costosi vestiti in uno dei negozi più esclusivi della Capitale: Edy Monetti. Quel che non si sapeva è che Matteo Messina Denaro, insieme a Graviano, era stato al Costanzo Show nel 1992 per studiare il suo obiettivo. L’attentato fu poi rinviato per più di un anno. Nel marzo del 1992, il commando tornò in Sicilia e cominciò a dedicarsi alle stragi nell’isola. L’attentato contro Costanzo però era ormai organizzato. L’esplosivo era stato trasportato e bisognava solo aggiornare le conoscenze con qualche appostamento, rubare l’auto, imbottirla con il tritolo e schiacciare il telecomando. Il 13 maggio ci fu il primo tentativo, fallito. Poi il 14 maggio il grande botto.

Maurizio Costanzo sentito dal Fatto, commenta: “Apprendo da lei che ci sono foto di Graviano e Messina Denaro e certo mi colpisce. Sapevo che mi avevano seguito quando andavo a visitare il ministro dell’Interno allora in carica, Vincenzo Scotti, ma poi avevano desistito dall’attentato perché sotto la sua casa c’era la camionetta dei carabinieri. Però non le nascondo che immaginare Messina Denaro tra il pubblico mi fa impressione”.

Spari nel Vibonese: due morti e tre feriti. Arrestato il killer

Ha sparato contro cinque persone, nel Vibonese, uccidendone due. Ha impugnato il fucile e ha seminato il panico, dandosi poi alla fuga, abbandonando la sua auto (una Panda) e correndo nelle campagne della zona, inseguito anche con gli elicotteri. Fino a quando lo hanno arrestato. È la cronaca del pomeriggio di follia omicida di Giuseppe Francesco Olivieri, 32 anni. Quasi cinque ore in cui ha prima sparato contro un’auto a Caroni, ferendo poi tre persone che stavano giocando a carte in un bar di Limbadi. E a Nicotera ha ucciso Michele Valerioti di 63 anni e Giuseppina Mollese di 80.

Secondo le prime informazioni diffuse dai carabinieri, l’uomo – definito come “problematico” – non avrebbe nessun rapporto di parentela con le sue vittime. A Nicotera Olivieri ha prima raggiunto la casa di Giuseppina Mollese e le ha sparato nell’addome. La donna, trasferita con l’elicottero all’ospedale di Catanzaro, è morta in sala operatoria.

Olivieri è poi entrato in casa di Valerioti, uccidendolo con un colpo di fucile. Nel tragitto tra le due abitazioni, che distano solo un centinaio di metri, il killer è passato davanti al liceo di Nicotera, imbracciando il fucile.

I suoceri dell’acido: contrari alle nozze fanno sfregiare il marito della figlia

Proprio non lo potevano vedere quell’uomo più grande di lei di 28 anni. Non potevano sopportare un matrimonio tra la figlia di 20 e il marito di 48: un’età, secondo loro, troppo diversa per condividere sogni, progetti di vita e magari per mettere su famiglia. E così, dalle minacce esplicite nei confronti del genero, i genitori della ragazza sono passati ai fatti: hanno ingaggiato due serial killer (di cui non si conosce ancora l’identità) per attentare alla vita dell’uomo con l’acido muriatico e porre fine una volta per tutte a quel matrimonio sgradito.

Se il primo tentativo è andato a vuoto lo scorso 19 febbraio a San Gimignano (Siena), nel secondo il criminale assoldato dai due genitori è andato a segno a Torino sfregiando il volto del genero in maniera permanente. Così lunedì scorso i due genitori della ragazza – P.C.C, calabrese ma residente a Torino, e L.C palermitana domiciliata a Certaldo (Firenze) – sono stati arrestati dai carabinieri di Poggibonsi con l’accusa di lesioni gravissime. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa, su richiesta della Procura, dal gip di Firenze: secondo il giudice i genitori della ragazza sarebbero stati i mandanti delle esecuzioni con l’acido nei confronti del genero. Adesso le indagini per individuare gli attentatori materiali degli agguati è stata presa in carico dalla Procura di Torino per competenza territoriale.

Che quella relazione non piacesse ai genitori, la ragazza lo aveva capito fin da subito: minacce di morte, danni alla macchina di lui, maltrattamenti in casa. Una vera persecuzione che però non ha impedito ai due innamorati di sposarsi tre anni fa.

E a quel punto i due coniugi hanno deciso di mettere in piedi il “piano delittuoso”. In seguito al primo attentato fallito, la giovane coppia aveva deciso di lasciare la Toscana e rifugiarsi segretamente a Torino per sfuggire a quei genitori accecati dall’odio. Dopo poco però i due sono stati scoperti e così padre (con precedenti per omicidio) e madre hanno organizzato una spedizione punitiva stavolta letale: il 19 aprile scorso il genero è stato avvicinato da uno sconosciuto al grido di “schifoso pedofilo, te lo meriti” e gli è stato lanciato contro l’acido in faccia con conseguenze permanenti. L’uomo non ha perso la vista solo perché in quel momento portava gli occhiali. Le indagini sono scaturite dalla denuncia della figlia e le prove nei confronti dei due genitori sono state raccolte anche tramite intercettazioni telefoniche.

Ora i due sodali del disegno criminale si trovano separati nel carcere di Vallette (Torino) e in quello di Firenze e la Procura di Torino sta continuando a lavorare per dare “un’identità” agli esecutori dei due agguati. Nel frattempo, la coppia perseguitata ha cambiato nuovamente residenza in un alloggio segreto in Valdelsa e adesso l’unica soluzione potrebbe essere quella del cambio di identità.

“È falso che le pene alternative diminuiscano i casi di recidiva”

Le pene alternative riducono la recidiva. Cioè chi sconta la sua pena fuori dal carcere poi delinque meno di chi resta chiuso in cella. Questo è l’assunto su cui poggia la riforma penitenziaria in corso d’approvazione, ripetuto a gran voce dai suoi sostenitori, che richiamano le ricerche e i dati forniti dalla amministrazione penitenziaria.

Chi accede alle misure alternative, dicono i dati, incorre nella recidiva solo nel 30 per cento dei casi, mentre chi sconta l’intera pena in carcere è recidivo al 70 per cento: è un argomento convincente per aprire il più possibile le celle. “Peccato che non sia vero”, dice Roberto Russo, ricercatore e docente di Diritto, che si è preso la briga di andare a controllare. “Si continua a ripetere che il soggetto ammesso alle misure alternative compia altri reati tre volte meno di un soggetto che non ha potuto accedere a questi benefici, ma mi sono chiesto: qual è la statistica da cui lo si deduce? L’ho cercata: non c’è”.

Russo ha trovato lo studio a cui i sostenitori della riforma fanno riferimento: si intitola “Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva”, è stato scritto da Fabrizio Leonardi e pubblicato nel 2007 sulla rivista Rassegna penitenziaria e criminologica. “Molti lo citano, ma pochi l’hanno letto”, sorride Russo. “Prende in esame un certo numero di detenuti (8.817 per la precisione) ammessi al beneficio dell’affidamento in prova e che abbiano finito di scontare la loro pena nel 1998. Poi conta quanti di questi, al settembre 2005, ci siano ‘ricascati’, cioè siano stati nuovamente condannati in via definitiva. Sono solo 1.677, quindi il 19 per cento”.

Addirittura molto meno del 30 per cento. Tutto bene, quindi? “No, perché sono stati contati non quanti hanno commesso reati, ma quanti sono stati condannati in via definitiva entro il 2005”. Ossia: sono stati conteggiati soltanto quelli che, usciti dal carcere nel 1998, hanno commesso un nuovo reato, sono stati individuati (“cosa non scontata considerando l’alta percentuale dei crimini impuniti”), e infine processati in primo grado, in appello ed eventualmente anche in Cassazione, con sentenza definitiva emessa entro il settembre 2005.

“Capite bene che è un miracolo che siano più di mille, visto quanto durano i processi”. Da questa statistica restano fuori, spiega Russo, “tutti quelli che hanno compiuto reati ma non sono stati presi. E tutti quelli che, benché individuati, nel settembre 2005 erano sotto processo ma non avevano ancora avuto una sentenza definitiva”.

Russo osserva poi che “uno studio serio che abbia l’obiettivo di misurare davvero il tasso di recidiva deve profilare anche un ‘gruppo di controllo’: cioè bisognava esaminare tutti i soggetti che hanno avuto il fine pena nel 1998, dividerli in due categorie (quelli che hanno avuto accesso alla misura alternativa e quelli che non l’hanno avuta) e vedere se tra i due insiemi, a settembre 2005, vi fosse un significativo scostamento circa l’incidenza della recidiva. Solo allora si sarebbe potuto trarre delle conclusioni”.

Russo aggiunge un altro elemento, citando lo stesso autore dello studio del 2007, che avvertiva: “È bene ricordare che le persone ammesse alle misure alternative sono selezionate con un’attenzione all’affidabilità, una sorta di scrematura che abbassa, almeno in teoria, la possibilità che le stesse persone commettano nuovi reati”.

La “scrematura” è già fatta scegliendo le persone che non dovrebbero tornare a delinquere.

“Un esempio paradossale aiuta a comprendere”, continua Russo: “Volendo dimostrare il beneficio di un prodotto dimagrante, lo vado a testare non sulla generalità della popolazione, ma su persone scelte perché fanno sport e poi vado a misurare l’efficacia del prodotto un anno dopo che hanno smesso di farlo, scoprendo che solo il 19 per cento è in sovrappeso, mentre nel resto della popolazione è in sovrappeso il 70 per cento. Insomma: mi pare che le mie osservazioni dimostrino al di là di ogni ragionevole dubbio che non vi è alcuna possibilità di fondare scelte di politica criminale su uno studio che aveva tutt’altre finalità e che quindi non ha alcuna colpa circa l’utilizzo che ne viene fatto”.

Ora la riforma penitenziaria, già approvata dal governo Gentiloni il 16 marzo, dovrà essere esaminata in Parlamento: non certo a breve, nelle “commissioni speciali” già nate alla Camera e al Senato, ma nella commissione Giustizia che nascerà dopo la formazione di un governo. Sarà un calvario: favorevoli Pd e Forza Italia, contrari però sia il M5s sia la Lega, che anzi la definisce “riforma svuotacarceri” o addirittura “salvaladri”.

Boeri: “Pensiamo alla previdenza anche per i riders”

L’Inps sta lavorando per definire forme di monitoraggio delle piattaforme di intermediazione della gig economy (come Foodora e Justeat) per vincolare da un lato il datore di lavoro a versare i contributi e dall’altro per tutelare i lavoratori per esempio in caso di malattia o maternità: a dirlo, iei, il presidente dell’Ente previdenziale Tito Boeri intervenendo al Salone del libro sottolineando che l’obiettivo è “registrare quelle piattaforme ed essere noi stessi una piattaforma”. “La gig economy – ha osservato Boeri – è un fenomeno nuovo sul quale non siamo attrezzati. E un fenomeno complesso che crea opportunità di lavoro per chi ha esigenze temporanee di reddito, come per esempio gli studenti che hanno bisogno di elevata flessibilità e che quindi non possono avere un rapporto strutturato”. “C’è però un problema – ha proseguito Boeri – nasce come lavoro autonomo ma ha caratteristiche tipiche di lavoro subordinato, spesso il committente è unico, le modalità non sono tali da coniugare flessibilità con le tutele per i lavoratori. Per questo – ha concluso – siamo al lavoro per cercare di definire modalità che ci permettano di monitorare queste piattaforme”.

Ancora sangue sul lavoro: operaio schiacciato a Carrara

Uno stillicidio che sembra non avere fine: nelle cave di marmo di Carrara si continua a morire di lavoro. Ieri mattina, intorno alle 10, l’ennesima tragedia: Lorenzo Pampana, operaio viterbese di 58 anni, ha perso la vita schiacciato da una pala meccanica. La tragedia è avvenuta nella cava Fordichiara B nel bacino di Fantascritti, dove viene estratto uno dei marmi più pregiati di tutta la zona.

Gli investigatori stanno cercando di accertare le cause dell’incidente, ma chi conosceva bene Pampana lo definisce un “cavatore esperto” che sapeva sempre cosa fare sul posto di lavoro. Ieri il sindaco di Carrara, Francesco De Pasquale, ha proclamato il lutto cittadino: “L’impegno delle istituzioni c’è ma non è mai abbastanza”, ha detto il primo cittadino esprimendo il suo cordoglio e la vicinanza della giunta comunale a tutti i lavoratori del marmo.

Secondo le prime ricostruzioni potrebbe essersi trattato di una tragica fatalità: una ruspa avrebbe fatto retromarcia schiacciando l’uomo con una pala. Fatto sta che l’operaio è rimasto sotto il mezzo meccanico senza vita.

L’incidente mortale è avvenuto intorno alle 10 di mattina e sul posto sono arrivati i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e il personale medico, ma per Pampana ormai non c’era più niente da fare. Gli investigatori stanno ricostruendo le dinamiche che avrebbero portato alla morte dell’uomo e nel pomeriggio di ieri hanno sentito anche alcuni testimoni. I colleghi di Pampana hanno dato subito l’allarme e uno di loro ha accusato un malore subito dopo l’incidente.

Due giorni fa le cave di Carrara erano state teatro di un altro incidente sul lavoro, per fortuna non mortale: un operaio era caduto da un escavatore durante lo spostamento di un blocco di marmo, procurandosi un trauma cranico. Secondo i dati comunicati dalla Regione, dall’inizio dell’anno sono state 9 le morti sul lavoro in Toscana mentre erano state 72 nel 2017. Mentre in Italia le cosiddette morti bianche colpiscono, in media, due persone al giorno.

Oltre alla giornata di lutto proclamata dalla giunta comunale, in serata i sindacati uniti hanno indetto uno sciopero per la giornata di martedì perché “non si può assistere ancora a tragedie come questa, non è la fatalità ma ancora il mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza”.

Sempre nella giornata di ieri inoltre le segreterie provinciali e nazionali dei sindacati hanno espresso tutto il loro sgomento per l’ennesima morte bianca ma hanno anche chiesto che si faccia di tutto per fermare quella che il segretario della Uil Carmelo Barbagallo ha definito una “strage”: “ribadiamo la necessità di avere una legge che riconosca, in caso di gravi responsabilità accertate, il reato di omicidio sul lavoro”, ha detto Giulia Bartoli, responsabile Fillea Cgil Toscana.

La cava Fordichiara B di Fantascritti era stata sequestrata nel febbraio 2016 e i titolari indagati per bancarotta fraudolenta.

Appalto per l’informatizzazione, assolto in Appello il marito della Finocchiaro

La seconda sezione penale della Corte d’appello di Catania ha assolto Melchiorre Fidelbo, marito della ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro e l’ex direttore generale dell’Asp di Catania, Giuseppe Calaciura, dall’accusa di abuso d’ufficio nel processo sull’ appalto per l’informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre, assegnato alla Solsamb, società guidata da Fidelbo. In primo grado, il 10 giugno del 2016, erano stati condannati a nove mesi di reclusione ciascuno, pena sospesa, e assolti “per non avere commesso il fatto” dall’accusa di truffa. Melchiorre e Fidelbo sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”.

Al centro dell’inchiesta la delibera del 2010 che autorizzava l’Asp di Catania a realizzare una convenzione con la Solsamb per il Pta di Giarre che, secondo l’accusa, sarebbe stata redatta “senza previo espletamento di una procedura a evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna”, come prevede la normativa regionale.

I dati sul cancro svenduti alle società farmaceutiche

“Lo sponsor non ha avuto alcun ruolo nella conduzione dello studio e nella scrittura del lavoro”. Ma dietro questa dicitura, riportata nel Rapporto sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici in Italia pubblicato nel 2017 dall’Associazione italiana registri tumori (Airtum), c’è ben altro. Dati venduti dal Registro Tumori a una multinazionale del farmaco, la Msd, interessata ad acquisire informazioni sull’incidenza di alcuni tumori e sulla sopravvivenza dei pazienti in Italia. Il Fatto ha potuto consultare un contratto, stipulato tra l’Airtum e la multinazionale Msd, in cui l’associazione nata a Firenze nel 1996 per coordinare i Registri Tumori ha venduto per 50 mila euro alla casa farmaceutica i dati e il relativo studio finale sui tumori della vescica e della zona della testa e del collo. In cambio, sulla relazione pubblicata sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione – prestigiosa rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia – Airtum ha dovuto formulare un semplice ringraziamento, segnalando di aver “ricevuto un contributo economico da Msd per la stampa e la distribuzione del volume”.

Le clausole riportate nel contratto però, i cui dettagli non sono mai stati rivelati prima, vanno oltre la semplice sponsorizzazione di un volume. “Tutto il materiale documentale sviluppato nell’ambito del progetto – si legge all’articolo 6 del contratto – nonché la relativa relazione finale sarà di proprietà esclusiva di Msd” che sarà anche l’unica ad avere “facoltà di pubblicare la relazione finale e il materiale”.

E nel caso in cui l’Airtum avesse voluto utilizzare i dati sui tumori per presentarli a convegni o congressi scientifici, la multinazionale del farmaco avrebbe potuto “esaminare eventuali presentazioni con almeno 60 giorni di anticipo”, arrivando a poter obbligare l’Airtum “ad apportare le modifiche indicate” eliminando “qualsiasi informazione confidenziale”. Con buona pace, in questo caso, della libertà scientifica. “Non è la prima volta, sono dieci anni che lo facciamo – spiega al Fatto la presidente di Airtum, Lucia Mangone –: Airtum non riceve nessun finanziamento in questo momento e si avvale di collaborazioni anche con aziende farmaceutiche per la produzione di report. Io non vendo dati, solo report assolutamente incondizionati”.

L’articolo 2 del contratto consultato dal Fatto, che per l’Airtum riporta proprio la firma della presidente Mangone, stabilisce però con chiarezza che l’azienda farmaceutica Msd ha acquistato dal Registro Tumori, oltre alla relazione finale, anche “i dati dell’analisi”. Airtum aveva già ricevuto dei contributi dalla multinazionale Roche nel 2014, per la pubblicazione del report sulla Prevalenza e guarigione da tumore in Italia, ma i dettagli del contratto con l’industria farmaceutica non sono noti. “In passato Airtum aveva finanziamenti dal Centro Controllo Malattie (Ccm) e dal Ministero, ma adesso non più – prosegue la presidente Mangone –. Io però organizzo corsi di formazione in tutta Italia e garantisco l’accreditamento dei nuovi soci. I soldi non vanno in tasca a noi, ma servono per pagare le trasferte in giro per l’Italia quando andiamo ad accreditare i nuovi registri, perché stiamo consegnando al ministero un’Italia coperta dai Registri Tumori”. L’Airtum, nonostante la sua natura privatistica, gestisce i dati del Servizio sanitario nazionale e negli ultimi 22 anni ha realizzato una rete nazionale di Registri Tumori che oggi monitora più della metà della popolazione italiana. All’attivo ha studi e osservazioni importanti, come il progetto Sentieri sull’inquinamento ambientale e l’eccesso di mortalità nei Siti inquinati d’Interesse Nazionale, diretto dall’Istituto Superiore di Sanità.

“Le cose cambiano nel 2013 – racconta al Fatto una fonte interna al Registro Tumori – quando Airtum comincia ad accettare per la prima volta commesse dalle case farmaceutiche, coinvolgendo nell’operazione diverse energie intellettuali. Ci chiediamo se sia lecito ed etico che i dati dell’Airtum, ottenuti da informazioni sanitarie di proprietà delle Regioni, e quindi del Servizio sanitario nazionale, vengano ‘venduti’, pur in forma aggregata e non nominativa, alle case farmaceutiche”. Una domanda più che legittima, mentre il Parlamento sta lavorando per istituire una rete nazionale pubblica dei Registri Tumori presso il ministero della Salute.